XI

Tu sola, Principina, eri

veramente la primavera!

Ora avvenne ch'io portassi, un giorno, un garofano rosso all'occhiello

e che la mia formidabile zia uscisse per le strade della Città dai

tre campanili, tutta vestita color zafferano. Nè io sapevo che si

rimuginasse la mia congiunta nella sua ampia testa dai grandi boccoli

neri attorcigliati come trucioli, nè ella sapeva che mi pensassi di far

io della mia vita in quel giorno di sole.

Era una giornata calda e di languore come ne porta l'aprile nel suo

grembo. A quando a quando passavano delle nuvole bianche e altissime;

piccole nubi indolenti, abbandonate a un vento inavvertibile. I

tre campanili della mia città le salutavano a gara, tutti immersi,

talvolta, nel loro chiarore d'argento.

Non avevo preso il pastrano ed indossavo il mio nuovo vestito da poca

spesa.

Mi avviai lungo il Borgo dei Cotogni. Erano le tre del pomeriggio.

Non c'era nessuno. La gente dormiva. April dolce dormire! C'erano le

nuvole bianche e amorosamente pigre nel cielo profondo; c'erano i tre

campanili immersi nella gran luce come tre fantastici coni di tre maghi

in ascolto sul mistero del mondo. La mia piccola città non grugniva

più; dormiva sotto le bianche nuvole dell'aprile. Epperò io mi sentivo

preso da un languore voluttuoso, da un sordo spasimo, da un'ansia

inespressa, sentivo battere alle tempie e ai polsi la mia giovane forza

d'amore.

Da dietro le basse case arrivava l'anima dei giardini. Erano i lillà,

le madreselve, i gelsomini, le acacie che riempivan l'aria tepida

del loro vivo sentore, di un amoroso ed ebbro profumo solare. Per le

strade non c'era nessuno. La gente dormiva od amava dietro le griglie

socchiuse, per le stanze immerse nella penombra. Erano in me un nuovo

senso pànico ed una nuova levità. Io mi sentivo immerso e preso nel

piacere del mondo perchè era il mese d'amore, e la prima gioia e il

primo spasimo della fecondazione riempivan le ore dei giorni commossi.

Mi fermai alla bianca casa di Giacometta sul lembo di un giardino.

Sarei entrato? Come mi avrebbe accolto Giacometta? Premetti il bottone

del campanello; venne ad aprirmi Principina. Domandai:

— C'è?

— Sì — rispose la piccola sorridendo.

— Dov'è?

— In giardino...

E mi guardava sempre.

Attraversai l'andito; uscii nel sole. Principina mi precedeva di

qualche passo. Era tutta rossa in volto e scalza. Camminava lungo il

margine del viale; leggera e sottile. Vestiva di un niente. Di sotto

la stoffa si accennava appena, come una promessa novella, il suo acerbo

seno.

Proseguì, scalza levità bambina, fra l'erba di un prato conchiuso da

una fiorita di meli e io vedevo il suo respiro profondo animarla come

di un affanno senza parole, nel cuor dell'aprile, e vedevo batterle una

vena, forte forte, alla fontanella della gola.

Giunti che fummo oltre la cerchia fiorita dei vecchi meli, Principina

si fermò e mi disse tendendo un braccio verso il sentiero delle roveri:

— È là.

Poi mi sorrise e si allontanò nel dolce sole che porta sul mondo le

nuvole bianche.

Giacometta era seduta sull'erba a una grande ombra. Era scapigliata.

Aveva puntato i gomiti sulle ginocchia e appoggiava la faccia sulle

palme aperte. Non mi vide. Non so che guardasse. Anche quando le fui

vicino non si accorse della mia presenza. Mi sedetti al suo fianco.

Allora ella, senza volgersi, allungò una mano e la pose fra le mie.

Rimase così, gli occhi larghi e fissi fra l'erba. Aveva sui finissimi

capelli biondi e ricciuti, dei pètali di fior di melo. Si vedeva dalle

sue vesti, un poco in disordine, e dal rossore di tutto il volto che

doveva aver corso fino allora.

Mi domandò senza guardarmi:

— Perchè sei venuto così tardi?

— Non sapevo di trovarti in casa.

— Sono tre ore che ti aspetto.

Strinsi forte, fra le mie, la sua piccola mano nata per le carezze;

una mano bianca, dagli unghielli rosati, leggera come la rondine. E

la piccola mano di lei si avvinghiò alla mia, dito con dito, amorosa

e calda. Fu già, in questo, un principio di possesso, perchè le mani

mandano al cuore il primo tonfo, quando si intendon fra loro; ed aprono

il varco improvviso ai giardini senza cancelli nei quali l'amore si

esilia per vivere più oltre e, spesso spesso, per morire.

Come era prevedibile, l'ultima distanza che ci separava fu superata

senza ch'io mi accorgessi come la cosa fosse avvenuta. Io combattevo,

in ardore, col mio garofano rosso, ma tutte quante le mie parole

naufragavan nell'ombra. E ciò mi faceva pena. Perchè nessuna porta si

dischiude, anche lentissimamente, senza una paroletta sorrisa, senza il

barlume di un sogno.

Passavano adunque le nuvole quando anch'io passai un braccio attorno

alla vita di Giacometta. Questo non potrà farvi dispiacere, credo. E la

strinsi a me con tanta forza ch'ella ne ebbe il respiro mozzo; ma non

disse niente. Fui io che le dissi a un tratto:

— Giacometta, io sento qui dentro — e mi portai una mano al cuore —

sento qualcosa che mi fa morire!...

Ella sorrise con un ranuncolo giallo.

— Non mi credi?...

Guardò, più lontano, una macchia di lillà che sfumava nella penombra.

— E poi, Giacometta, sarebbe tanto bello morire davvero!

Respirava un po' forte e non rispose.

— Morir d'amore... per te sola!...

Giacometta chinò il mento al seno e questo mi piacque. Si volse e mi

guardò smarrita. Poi le nostre bocche furono unite.

E aveste tempo di trascorrere, nuvole bianche dell'aprile, per il

gran cielo turchino! Il nostro bacio era tenace e qualcosa stava per

accadere di molto diverso. È inutile ch'io vi racconti quale dolce

pericolo si corresse allora, perchè lo sapete meglio di me.

Però Giacometta mi aveva parlato, una volta, di una ghirlandella ed

era molto naturale, anche se a voi non sembra, ch'ella vi ripensasse

proprio in quel punto.

E vi ripensò.

Le vergini soffrono così di inesplicabili pause quando sono per varcare

la linea.

Sta di fatto che, essendo noi, anche quella volta, sul punto logico e

gradevolissimo della suprema carezza, a nulla si approdò.

Di un subito Giacometta cambiò volto e mi disse:

— Franzi, mi sono dimenticata una cosa.

Mio Dio, quale cosa poteva aver dimenticato che le fosse necessaria?

Si levò, mi tese una mano. Riprese:

— Andiamo.

— Andiamo pure!

Andammo come era naturale che avvenisse. Io, a vero dire, mi trovavo in

un certo disagio. Poi il cuore mi batteva forte: c'erano troppe cose a

mezzo. Questo accade quasi sempre quando si fa all'amore. Accade anche

alle persone molto pudiche.

Si prese un piccolo viale traverso. Giacometta camminava lentamente e

il giardino non finiva mai. Poi incominciò a raccontarmi la nobile ed

istruttiva istoria che segue.

— Franzi, una volta una mia nonna doveva andare a nozze. Era un

matrimonio d'amore ch'ella faceva. Si chiamava Tatiana questa mia

antenata ed era di un paese lontano lontano, in fondo alle steppe

della Siberia. Nonna Tatiana era discesa in Italia per accompagnarvi

sua madre, malata di petto. Era una giovinetta bionda con dei grandi

occhi turchini. Dicono mi assomigliasse. Ne giudicherai. Ti farò vedere

una sua miniatura. Dunque nonna Tatiana era diretta a Bordighera. In

quel tempo usavano ancora le diligenze. Volle il caso che nella stessa

diligenza in cui viaggiava nonna Tatiana, si trovasse anche nonno

Felice il quale, giusto in quei giorni, era partito per recarsi ad una

fiera a Lione. Ora avvenne che, ad un certo punto, in uno svolto brusco

della strada costiera, uno dei cavalli della diligenza adombrasse e si

imbizzarrisse tanto da rovesciar tutto, giù per una scarpata. Nonno

Felice uscì dal disastro con le ossa peste e nonna Tatiana anche; ma

chi rimase moribonda sul colpo fu la madre di lei. Conveniva ricoverare

la povera donna in qualche luogo per apprestarle le cure più urgenti.

Giusto nelle vicinanze sorgeva una vecchia villa disabitata. Nonno

Felice andò, pagò il guardiano, si fece aprire la villa e vi raccolse

la ferita la quale poche ore dopo moriva. Ecco Tatiana sola, con uno

sconosciuto. Ho sempre sentito raccontare che, quella notte, la passò

come se fosse impietrita. Non pianse, non parlò, sedette accanto al

letto della morta e stette per ore ed ore, gli occhi sbarrati contro

l'ombra. Nonno Felice rispettò quel dolore, in disparte, raccolto

nell'angolo più buio della stanza. Poi doveva essere ciò che fu. I due

giovani andarono insieme a Bordighera. Ivi la nonna si fermò e il nonno

proseguì per Lione con la promessa di ritornare. E ritornò perchè era

innamorato. Gli zii mi hanno raccontato poi che Tatiana non voleva

saperne di matrimonio; era una tartara selvaggia e voleva ritornare

fra le sue steppe desolate. Amava l'Italia ma sentiva il doloroso

incantesimo del suo triste paese. Nonno Felice non volle lasciarla.

Partirono insieme e Tatiana non fu sua...

Io ascoltavo allibendo. Non riviveva l'anima della remota antenata in

quella di Giacometta?

— ... Tatiana non fu sua. Era una giovinetta gagliarda e fiera tanto

da non temere di rimaner sola anche con dieci giovani. Sapeva volere e

sapeva difendersi. Quando un uomo si imbatte in una simile creatura può

dirsi perduto.

«... Andarono, viaggiarono per più di un anno, durante il quale nonno

Felice non dette mai notizie di sè alla famiglia. E a casa lo credevano

già sperduto o morto fra le steppe della Siberia quando un bel giorno

di aprile del 1820, una vettura si fermò dinnanzi a questa casa e ne

discesero nonna Tatiana e nonno Felice. Ancora non avevano sposato e

Tatiana non era stata di chi l'amava...

«Però si era decisa ormai e nonno Felice la presentò come fidanzata.

Ora, dall'arrivo alle nozze, non doveva correre più di una settimana

perchè nonno Felice aveva molta fretta...

— ... Aveva molta fretta e combinò tutto in modo che non potessero

sorgere impedimenti improvvisi. Però Tatiana non parlava mai. Giusto

in quei giorni fu presa da una fra quelle grandi tristezze alle quali

andava soggetta di quando in quando e nonno Felice, nonostante tutto

il suo amore, non poteva trarla dalla profonda lontananza nella quale

affondava...»

Eravamo arrivati, camminando così passo passo, al muro del gelsomino

di Spagna e Giacometta mi invitò a sedere vicino a lei sulla minuscola

panchina.

La storia mi interessava ormai troppo perchè avessi la mente ad altro.

— Da quel tempo — riprese Giacometta con la voce più spenta e gli

occhi semichiusi — da quel tempo nulla è mutato qui. I lunghi anni han

lasciato le cose come erano. Anche allora c'era questo muro e lo stesso

gelsomino. Tu hai veduto, in casa, la stanza dei nonni; la stanza

verde, stile impero; nessuno l'ha toccata da quel tempo. Sono passati

ormai tanti anni eppure dentro il canterale, nel primo cassetto, vi

sono ancora dei gelsomini secchi. Li raccolse certo la nonna in un

giorno della sua remota primavera e li lasciò là con la sua memoria. Io

ho pensato tanto alla mia avola alla quale assomiglio. Certo qualcosa

dell'anima di lei è in me! Però debbo raccontarti un altro episodio

perchè tu capisca ciò che voglio dirti e tu mi comprenda in ciò che

sono per fare.»

Raccolse il volto fra le piccole palme aperte e si concentrò nella

lontananza dei ricordi. La guardavo, preso dal suo fascino oscuro. Ella

non era più presente come palpito e desiderio; il suo sangue si era di

un subito acquetato. Vedevo come i suoi occhi celesti si smarrissero

in una grandissima ombra quasi che ella comunicasse con l'ultravisibile

e fosse, ad un tempo, vicina e lontana: nella profondità del mistero e

con me, accanto a me nella tepida primavera d'amore.

Incominciò una capinera a cantare sommessamente da una macchia di lillà.

— Io non son nata qui — riprese. — Nacqui a Madera, nell'inverno di

un triste anno che doveva lasciarmi al mondo senza nessuno. Mio padre

era in America allora. La mamma morì pochi mesi dopo avermi partorito

e il babbo volle seguirla a breve distanza, laggiù, nelle pampas

dell'Argentina. Vissi a Madera fino ai cinque anni. Di quel mio tempo

quasi di sogno non ricordo che una sivigliana, una giovane sivigliana

che aveva il colore dell'ambra. Questa giovane mi raccontava certe

storie che mi facevano abbrividire ed erano sempre storie d'amore e

di sangue. Così, bambina com'ero, mi ci appassionavo tanto che volevo

stare sempre con lei e sentirla parlare. Se vi ripenso, ho ancora nella

mente la sua voce fonda, il volto malinconico e forte, i suoi occhi

che lampeggiavano. Questa donna mi fece provare i primi brividi; tolse

l'anima mia bambina dalla sua inconsapevole serenità.

Giusto in quel tempo dovetti partire. Gli zii vennero a prendermi

a Madera. Mi ricordo che piansi come una disperata e che non volevo

saperne di seguirli. Ne avevo paura. Erano sempre serii. Mi parlavano,

fin da allora, come se fossi stata una donna. Tu non li conosci

bene; sono tanto buoni ma hanno attraversato la vita come due minori

osservanti senza sapere niente di niente all'infuori delle loro cacce.

Non hanno avuto mai un cuore di donna vicino; e la loro casa, come

l'anima loro, manca di quella intimità, di quell'amorosa penombra che

può portare solo una innamorata... Allora ne avevo paura. Se vollero

condurmi con loro furono costretti a sobbarcarsi al peso di Paquita.

Diversamente non avrei abbandonata l'isola dolce dove ho trascorsi i

primi cinque anni del mio sogno terreno.

Arrivammo in questo paese che era d'inverno. Un grigiore infinito; un

gran freddo. Mi ricordo che, per i primi mesi, non feci che piangere.

Abbracciavo stretta stretta Paquita e volevo mi riconducesse al bel

sole della mia isola lontana. Non avevo veduto mai la neve; non avevo

tremato mai dal freddo; e, al mio primo arrivo in questa casa, non

vidi che neve ed ebbi a soffrire per il freddo che mi tormentava

giorno e notte. Poi finii per abituarmi a tutto. Gli zii erano molto

buoni benchè non si occupassero di me se non per dirmi buongiorno e

buonasera. Così rimasi nella tua piccola città malinconica. Dopo un

anno Paquita si ammalò e volle ritornare a Madera. La vidi partire

quasi con indifferenza. Non piansi. La mia malinconia rimase serrata

dentro di me; senza parole. Quando ci separammo, avevo incominciato

a poter vivere tranquilla nella mia solitudine. Ho avuto una serietà

precoce, Franzi, ho pensato e sofferto in quell'età in cui le bambine

non conoscono che il riso e il sonno. A sette anni ebbi un'altra

compagna: una istitutrice inglese; ma non mi piacque fin dal primo

giorno e la trattai come una nemica. Fin da allora ero padrona di me

stessa. Gli zii mi davano sempre ragione e mi lasciavano fare ciò che

volevo. Ciò mi fece pensare prima del tempo. E diventai scontrosa;

chiusi in me la mia tristezza; stetti giornate intiere senza uscire di

camera o dispersa negli angoli più remoti del giardino. Poi incominciai

a voler conoscere la mia vecchia casa dai tetti alle cantine; e girai,

frugai, interrogai. Volli sapere tutto di tutto.

«C'era allora, in casa, un vecchio servo che era venuto fanciullo al

servizio dei Maldi e sapeva punto per punto la storia della famiglia,

da cento anni a questa parte. Si chiamava Lorenzo e fu Lorenzo che mi

illuminò circa un passato che apparve prodigioso agli occhi miei di

bambina. C'era qualcosa di romantico e di misterioso nella storia della

famiglia mia. Questo bastava per appassionarmi. Fu allora che conobbi

nonna Tatiana.»

Tacque e mi guardò senza levare il volto ma volgendo appena gli occhi

dalla mia parte, mi domandò:

— Ti annoio?

Le risposi invitandola a proseguire; dopodichè riprese:

— Nonna Tatiana fu la compagna de' miei silenzi. Per lunghe ore restavo

estatica innanzi al suo ritratto, o chiusa nella camera verde dove ella

aveva compiuta la sua breve gioia. Ormai non avevo che una ardente

curiosità e cioè quella di conoscere fino in fondo la vita della

mia misteriosa antenata. Lorenzo, toltone i fatti più salienti, non

poteva darmi se non accenni vaghi e questo non mi soddisfaceva ormai

più. Volevo saper tutto. Come ti ho detto c'era, e c'è ancora, nella

stanza della nonna, un grande canterale, di cui, nel tempo del quale ti

parlo, non potevo trovar la chiave. Un presentimento mi avvertiva che,

nel segreto del vecchio mobile, doveva trovarsi qualcosa che avrebbe

soddisfatta la mia inesausta curiosità di sapere. Come al solito, gli

zii non ricordavano che fosse mai esistita una chiave di quel canterale

e non si occupavano della faccenda più che io non mi occupassi della

loro caccia. Eppure volevo venire a capo del mio desiderio; ma senza

che altri sapesse ciò che intendevo fare; senza che altri assistesse

alla mia ansiosa ricerca. Ricordo che un giorno mi feci sanguinare

le mani nei tentativi di forzare le robuste serrature. Poi mi decisi

ad andar alla ricerca di un fabbro il quale, con un grimaldello ebbe,

in breve, ragione del vecchio mobile cocciuto. Quando rimasi sola, mi

chiusi nella grande oscura stanza e la mia gioia non ebbe più limiti.

Parlavo ad alta voce, ridevo, piangevo; mi pareva che nonna Tatiana,

rinata mistero delle sue memorie, mi stesse vicina e mi dicesse: —

Sì, bambina, sì... tu sei la mia cara figliuola... tu mi assomigli...

il mio cuore è il tuo cuore!... — Mi passavan fra le mani, gioielli,

vesti, piccoli libri scritti in una lingua che non capivo, nastri,

lettere, fiori secchi; tutto ciò che nasconde una creatura innamorata e

triste, in fondo a un cassetto che nessuno aprirà. Trovai, fra l'altre

cose, una lettera spedita da Tatiana a nonno Felice. Era scritta in

italiano. Diceva, fra l'altro: — _... tu ti ostini sulla mia strada

e non sai dove potrà riuscire. Io ti ho detto che il mio amore non

può soffrire vincoli umani. Bisognava lasciarlo libero per il suo

ignoto destino; non bisognava cercare di ridurlo alla misura comune.

Hai insistito, hai pianto, hai corso la terra dietro le tracce di

questa creatura sperduta, hai rinunziato al tuo mondo, ti dici pronto

a rinunziare a tutto.. e sia come vuoi! Purchè tu sappia che Tatiana

ti vuol bene, viene con te, ti segue nel paese del sole, farà ciò

che desideri, ma la sua strada, che incomincia dall'immensità di una

steppa, non potrà finire nella riposata quiete di un piccolo giardino

in fondo alla tua provincia; la sua strada, povero amore, dovrà

ritornare all'infinito dal quale si è partita. Ogni anima ha il suo

destino segnato e gli uomini, con tutte le loro morali e le loro leggi,

son meno che niente di fronte al destino di un'anima. Ti ricordi che

cosa ti dissi la prima volta, quando l'amore fu con noi? Lo ricordi?

Io ti dissi:-Non promettermi niente, non parlare, cerca di essere solo

con me, sola, all'infuori di tutto ciò che gli uomini hanno detto e

fatto e inventato per avvelenare questo attimo divino. La mia libertà e

il mio amore non soffrono leggi; sono come il vento della steppa. E tu

prendimi perchè io voglio essere tutta quanta tua; prendimi e macerami

e fammi soffrire nel tuo amore maschio. Io sono arrivata dall'ignoto

per amarti e per farti il dono di tutta me stessa ma non promettermi

niente e non chiedermi di più!... — Io ti dissi questo, allora, e tu

non mi volesti capire. Tu eri e sei troppo schiavo del tuo misero mondo

e delle sue convenzioni meschine. Tu vivi troppo «PER GLI ALTRI» e il

mio amore non può vivere che nella più selvaggia libertà, per morire

e dileguare quando la sua ora sia giunta come per tutte le cose del

mondo..._»

E la voce di Giacometta si spense. Il sole discendeva fra le nuvole

dell'aprile attardandosi nel gorgo del cielo, come innamorato.

E che stava accadendo mai nella mia anima di sognatore? Giacometta

mi aveva affascinato con la sua voce e col suo singolare racconto

tanto che mi pareva di essere ad un tempo presente ed assente in una

immensità di mistero. Sprofondavo nell'impensato con la velocità di

un bolide. Io, Francesco Balduino, creatura senza alcun valore, come

avevo potuto mai entrare in un mondo tanto strano e impadronirmi di un

cuore così moltiplicato nell'inverosimile? Perchè mi aveva prescelto

Giacometta? Che poteva vedere e trovare in me, nipote della signora

Adalgisa?

Poi ella riprese a parlare, un po' stanca e disciolta in una perduta

dolcezza.

— Così incominciai a conoscere il cuore di nonna Tatiana. D'improvviso

tutto il buio si diradava e mi vedevo dinnanzi quella che non mi aveva

sorriso se non dai grandi ritratti e mi spiegavo la luce perdutamente

triste e fiera di quei grandi occhi celesti dietro una lontananza

infinita.

«Ormai ti racconto tutto, Franzi mio. Prima di arrivare al particolare

per il quale sono risalita nelle mie memorie, voglio tu sappia chi

sono, da chi discendo, come ho vissuto perchè un giorno tu mi possa

perdonare. Io non ti conosco bene eppure un istinto mi guida. _Io sento

che tu non sei come gli altri..._»

E, per la prima volta, la sua mano lieve mi sfiorò il volto in una

carezza.

Signore mie, allora avevo diciannove anni e non vi meraviglierete se

due lacrime mi scesero per la faccia ruzzolando precipitosamente. Avevo

diciannove anni, signore mie, e un cuore che non conosceva la volgarità

e mi commovevo e mi entusiasmavo perchè mi piaceva di regalare me

stesso, non avendo proprio niente altro da regalare. Pensate a questo,

prima di giudicarmi severamente, perchè, se piansi allora, vi giuro

che avevo ragione. Forse potrete rimproverarmi la facilità con la

quale prendevo tutto troppo sul serio; ma che ci potevo fare io se,

in quel punto, Giacometta era sincera? Perchè Giacometta era sempre

sincera e sempre al di là del bene e del male e se non aveva una linea

continuativa, se non voleva essere e non poteva addimostrarsi eterna

nelle cose sue, come piacerebbe alla vostra sentimentalità, care

signore, ebbene la colpa non era nè sua nè mia.

— Pensa adunque, Franzi, in quale orgasmo io vivessi. Guarda, è

la prima volta che ne parlo... tu sei il primo al quale confido il

segreto della mia fanciullezza ed ora che, per parlarti, mi costringo a

rivivere le sensazioni di quei giorni, mi sento avvincere dallo stesso

fascino, tanto che non so più se tutto ciò sia avvenuto nei pochi

anni di questa mia vita o in un punto indeterminato nelle lontananze

del tempo, quando non ero quella che oggi sono, qui, in quest'ora di

aprile... accanto a te che mi vuoi bene.

«Siccome in un giorno solo non potevo vedere e saper tutto quanto

era racchiuso nei cassetti del vecchio canterale, presi l'abitudine

di chiudere a chiave la stanza di nonna Tatiana e di non abbandonare

detta chiave neppure nel sonno. Ogni giorno ritornavo nel mio sacrario

e mi vi rinserravo. Così potei scorrere tutte le lettere scambiate fra

nonna Tatiana e nonno Felice e così mi capitò sottomano un libriccino

rilegato, nel quale la nonna scriveva il suo diario. Capii che Tatiana

si era negata a nonno Felice fino al giorno delle nozze, ma nonno

Felice non aveva saputo o voluto prenderla. Ciò che piaceva alla

giovinetta selvaggia non entrava nella mente dell'uomo abituato a

vivere nel fondo di una quieta provincia dove tutto si cristallizza,

nei secoli, in dogmi ferrei e la mente, cresciuta sotto il peso di tali

dogmi, perde l'elasticità, la bellezza creativa, il senso della libertà

e della gioia. L'amore di nonno Felice era grande ma vestiva il costume

del suo tempo, povero amore! E nonna Tatiana, fin dai suoi primi

anni, aveva imparato a crear la sua libera vita fra i pericoli, fra

gli ardimenti, sola col suo istinto, la sua fierezza e la sua giovine

forza dominatrice. Fra i due c'era, in realtà, un abisso. Così all'una

sarebbe piaciuto di esser subitamente ghermita da un bell'uomo predace,

simile allo sparviero, mentre all'altro piaceva la santità dell'imene.

«Ritornando al diario di nonna Tatiana, il punto che più può

interessarti, ora che ti ho raccontato tutto, è quello che precede

di qualche giorno la celebrazione del matrimonio. Io so a memoria

il piccolo diario. Ora in una pagina che porta la data del 20 maggio

1820 è scritto: — _Fra quattro giorni crederanno di aver fatto di me

una povera cosa nel ritmo della loro pallida vita; fra quattro giorni

crederanno di avermi vincolata per sempre. E perchè? Quale parte mia

potranno vincolare che io non voglia? Chi è questa gente? Quando mai

mi è stata VICINA? Ho detto a Felice: «Perchè vuoi questo? Non ti

accontenti del mio amore? Non hai paura di ucciderlo facendolo passare

fra la polvere di queste strade?» Ma Felice non mi ha intesa. Egli non

vede che per gli occhi dei suoi; non agisce che per mantenersi ligio

agli usi de' suoi borghigiani. ED IO? Crede egli di non potermi perdere

quando mi abbia sposata? E crede ancora che mi deciderò a sposarlo

se prima non avrà ubbidito al rito della mia gente e non mi avrà

dimostrato di essere sempre padrone dell'anima sua e del suo coraggio?

Questa notte gli parlerò. Ho veduto, in fondo al giardino, un muro con

una pianta di gelsomini in fiore. Là intesserò la mia piccola ghirlanda

ch'egli dovrà conquistare e riconquistare di notte in notte finchè

non lo chiami e non gli dica:«Ora sono tua anche attraverso alle tue_

_consuetudini e per le tue grige strade piene di polvere e di vento..._

«In un'altra pagina che reca la data del 22 maggio 1820, nonna

Tatiana scriveva: — _Oggi, sul tramonto, siamo scesi in giardino.

Ho accompagnato Felice al muro dei gelsomini ed ho intessuto la

ghirlandella. Egli mi guardava fare senza aprir bocca. Fiore per

fiore ho pronunziato la parola rituale, poi ho fatto appendere la

piccola ghirlanda, in cima in cima al più alto ramo di una betulla. Se

domattina il vento non l'avrà fatta cadere e il mio destino mi avrà

detto, così, ch'io devo affrontare questa avventura, incomincierà la

prova di Felice. Ho fatto rimandare il matrimonio di venti giorni..._

«Ahi, scarno Felice!.. Io stavo, ora, come chi si sente preso dal più

grande vortice oceanico, là dove si incrociano le immense correnti.»

Ma Giacometta continuava a parlare e dovevo ben conoscere le oscure

fasi della prova alla quale dovette sottostare nonno Felice.

— Da questo punto — continuò Giacometta — il diario di nonna Tatiana

non è più particolareggiato ma prosegue per sommi capi, accennando a

qualche fatto incomprensibile. Vi è una pagina, che reca la data del

2 giugno 1820, la quale dice: — _Ho passato una notte in grandissima

pena. Felice non è ritornato che verso l'alba. Quando mi è comparso

innanzi era stravolto e aveva le mani e la faccia insanguinate._ — Poi,

al 5 giugno, scriveva: — _Ha vinto! È mio! Tutto ciò che ha compiuto

resterà nel mistero. Nessuna legge potrà colpirlo. Poi il mio amore è

grande e lo difende._ — Questa è l'ultima giornata del diario di nonna

Tatiana.

— E... sposarono? — domandai.

— Sì, sposarono. Ebbero tre figli; ma dopo cinque anni di vita comune,

nonna Tatiana scomparve e nessuno ne seppe più niente.

«Si eclissò il giorno in cui credette di non essere più amata come

voleva. Questa la storia che ti volevo raccontare: un po' perchè ti

fosse nota la vita di questa stramba Giacometta che tu giudicherai

chissà come; un po' perchè tu sapessi la ragione di ciò che pretendo da

te per amarti compiutamente. Un giorno, la prima volta che ci parlammo,

mi pare, ti dissi che in questo stesso luogo io avrei intessuta una

ghirlandella di gelsomini. Ora vedremo che mi dirà il destino; ma sono

certa della risposta perchè ti voglio bene. Ti voglio bene e non ti

sposerò appunto per questo.

— È giusto. Ma... come mai ti son potuto piacere? Proprio io che sono

un povero giovine senza alcun valore?...

— Perchè non mi hai chiesto niente e non mi avresti mai chiesto niente.

Non è forse vero?

— Oh, questo è verissimo!

— Appunto! La scelta è stata mia e non tua. D'altra parte _sentivo_ che

tu non eri come gli altri.

Dopo aver tanto parlato, Giacometta rimase per un poco assorta, il

volto nascosto fra le piccole mani. Poi si riscosse e si levò.

Volgeva l'ora più soave del giorno, quando il sole si affaccia un

po' più lontano e cammina sulle grandi strade dietro l'ombre che lo

fuggono.

Si udiva Principina cantare da una serra lontana. Si vide Girolamo

attraversare un viale e scomparire, a testa bassa, fra i fiori che

faceva nascere.

Giacometta raccoglieva, ora, lunghi tralci di gelsomino e ne distaccava

i fiori che lasciava cadere nelle mie mani congiunte a giumella. Quando

le mani mie furono colme, si guardò intorno a cercare un luogo nel

quale riporre la raccolta; poi sedette sull'erba e mi fece cenno di

lasciarle cadere sul grembo la bianca messe. Io continuai l'opera ed

ella, frattanto, componeva lentamente una spessa ghirlandella.

Piegati a cerchio varii tralci di gelsomino e di vitalba e

intrecciatili fra di loro, trasceglieva tra i fiori che aveva sul

grembo, quelli che eran più grandi e sbocciati, e li fissava fra le

connessure del fusto, tanto vicini da non lasciar il benchè minimo

spazio fra l'uno e l'altro. Le nasceva così una bianca e soave

ghirlanda. Si era ella composta sul verde prato, in un atto soave, il

volto un poco inchino, soccallate le palpebre, ma appena, sì che le

lunghe ciglia, leggermente arcuate, le raccoglievan nell'orbita un più

oscuro colore che rammentava quello delle violette. Ed aveva il sole

sui capelli ad onde, e a sommo del volto, e sulla persona sottile che

si stagliava così, fra i fiori e le piante, in una aggraziata levità da

core.

Poi, a questa grazia, una nuova se ne aggiunse che nacque improvvisa.

Si riudì di molto lontano il canto di Principina e allora anche

Giacometta incominciò a cantare.

Ora il sole era già presso al tramonto quando Giacometta balzò in un

grido festoso.

— Franzi, Franzi, questa piccola cosa nata dal nostro amore dovrà

indicarci la strada nostra!

Poi, posata la ghirlandella sui capelli riprese sorridendo:

— Ora baciami!

E la baciai sulla bocca.

Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella! · 第 14 / 51 题