In amore non esiste una rosa dei
venti.
Il diretto della mezzanotte arrivò con un'ora di ritardo. Sotto
la tettoia della stazione non eravamo ad attenderlo che io, il
capostazione, e due facchini assonnati.
Uscì poi qualcunaltro, quando il treno fu per arrivare.
Io avrei voluto vedere senza esser veduto e cercavo un angolo nel quale
nascondermi; ma non mi riuscì di prendere il mio gran batticore e di
infilarlo nel buio; fui costretto a tenerlo in mostra sotto i fiochi
fanali stillanti acqua. Però mi ritirai nell'angolo più remoto della
tettoia ed attesi trepidando.
Il fragore si avvicinava fulmineo nella notte; già le lucide rotaie
vibravano sotto l'impeto sopraggiungente; poi ad un tratto, in una
folata di vento, tra il fumo e le rosse scintille, la vaporiera entrò
nella stazione e in pochi metri fu ferma.
Si aprirono pochi sportelli. Scesero due vecchi da una terza classe
e una scomposta signora la quale si dette a gridare: — Facchino?
facchino? — nello stordimento di esser sbalestrata, a quell'ora, per
l'ignoto mondo. E Giacometta? La mia piccina non c'era; forse... chi
sa?... non sarebbe ritornata mai più!
E già mi sentivo serrare alla gola dall'angoscia, quando avvertii
una rapida corsa alle mie spalle, nè ebbi tempo di rivolgermi che due
braccia mi si strinsero al collo e una fresca bocca si posò sulla mia
guancia in un grande bacio. Ed io non te lo restituii quel tuo bacio,
Giacometta! A me, la improvvisa gioia ha fatto sempre un effetto
catalettico: mi ha impietrito. Fra le altre disgrazie anche questa
doveva toccarmi dal buon Dio.
Ma, ditemi voi: come potevo io orientarmi dal nord al sud con sì
grande velocità? Quando mi sarei logicamente atteso una tutt'altra
accoglienza?... Quando ero già nel tristissimo convincimento ch'ella
non sarebbe ritornata nè quella notte nè mai?
Rimasi adunque, con la mia gioia serrata, a guardarla in una estasi
immobile la quale non era adatta alla pioggia che scrosciava.
Ella aveva imprigionato il mattino, con quei suoi capelli biondi, e
lo portava con sè come l'anima di questo coso pensante, noto al secolo
col nome di Francesco Balduino. Tu discendevi dalla notte, attraverso
l'uggia, il freddo, il vento e la pioggia, simile a una radiosità
che non può spegnersi, che non soffre mutamento. E chi non ti avesse
veduta ancora, era costretto ad averti chiusa nella sua memoria, con
la nostalgica malinconia che lasciano le cose troppo belle che non
si potranno mai possedere. Tu piccina, esile, diritta, armoniosa,
illuminata dai tuoi grandi occhi celesti e dai capelli biondi. Tu, con
la tua giovinezza stellare, sola nel mondo, perchè ti si poteva essere
accanto accanto senza essere in te.
E, dopo il bacio, le sue piccole mani inguantate sulle mie spalle, gli
occhi negli occhi, mi parlava ridendo, affannata come s'io fossi stato
davvero il suo grande amore, nel cuore di quella notte piovosa.
— Franzi!... Ah, Franzi come hai fatto bene a venire!... Dunque pensavi
che Giacometta sarebbe ritornata un giorno o l'altro?
Sospirai:
— Se ci pensavo!
Veniva innanzi, fra le lampade fioche, nella sua lunghezza sbilenca,
accompagnato da un facchino carico di valige, lo zio Pertica. Aveva un
berretto da viaggio calzato fino alle orecchie e un ombrello sotto il
braccio, benchè piovesse a dirotto.
Non appena mi vide mi salutò senza scomporsi.
— Buonasera, signor Balduino.
— Buonasera.
E Giacometta continuava a parlare.
— Sai?... Siamo stati a Firenze, poi a Siena, poi a Pisa. Da Pisa lo
zio voleva arrivare a Roma ma non ho voluto; e sai perchè?
— Perchè?
— Come?... non indovini?... Ma perchè avevo un gran desiderio di
rivederti. Ti ho telegrafato. Hai avuto il mio telegramma?
— No.
— Peccato! Ho da dirti tante cose. Quando verrai a trovarmi?
Domattina?... Sì, domattina. Vieni verso le dieci. Franzi... hai
pensato a me?
— Sempre!
— Anch'io, sai?... Anch'io! Povero Franzi, ti ho fatto soffrire?
— Ho pensato al suicidio.
— Non esagerare.
— Giacometta, ti dico che ci ho pensato!...
Uscimmo dalla stazione. Tutti si voltavano a guardarci. Il meno
commosso era sempre lo zio Pertica il quale sa il diavolo qual tordo
o qual beccafico si pensasse. Il certo si è ch'egli non si occupava di
Giacometta la quale mi si era appesa al braccio e continuava a ridere
e a cinguettare.
Quando fummo vicini all'automobile e feci per accomiatarmi, Giacometta
disse:
— No, vieni con noi.
— Salga, signor Balduino — soggiunse lo zio Pertica. — Ormai ella può
considerarsi della famiglia.
Io ero, quella notte, come l'ombelico del mondo, come il triangolo
mistico, come la divina colomba, ero al di sopra di ogni cosa umana e
di ogni vita: astro fra gli astri, costellazione fra le costellazioni,
l'amore fra tutti gli amori.
Io, Francesco Balduino.