A Genova basti che Andrea Doria fu tale uomo, di cui ogni città potrebbe

meritamente gloriarsi, siccome andarne altero qualunque lignaggio, ma

non si dica Padre della Patria, nè restauratore della Libertà: questa

laude divina è dovuta a pochi, per lo più infelici nei magnanimi conati;

i quali pagarono l'alto ardimento con la vita, e, dolore troppo più

acerbo! con la lunga infamia dal secolo servile imprecata alla loro

memoria. Carità pertanto non che giustizia vogliono, che questo lauro

con religioso zelo si educhi unicamente sopra la tomba di quelli. Ospite

grato a Genova, non penso demeritare di lei, togliendo, giusta la mia

estimativa, quello che ad Andrea Doria non si deve, e largamente

consentendogli il dovuto. Troppo oggi i Liguri intendono libertà che

sia, e sanno insegnare altrui com'essa consista principalmente, dentro,

nello esercizio dei diritti civili comuni a tutti i cittadini, e fuori,

nella potenza della Italia unita sotto un governo solo senza pure ombra

di miscuglio di signoria straniera, perchè piglino in mala parte il

niego che faccio di liberatore della Patria ad Andrea Doria, che Genova

mise in mano all'aristocrazia, e nè manco a tutta, e la rese, se non

serva, vassalla di Austria e di Spagna, per sovvenirle, pagato, a

mantenere in servitù popoli e stati così italiani come fuori d'Italia.

Toccarono ad Andrea i premi della vita, dovizie, gaudio del comando,

sorriso dei padroni, piaggerie di servi, vendette su i nemici; giusto è

che non usurpi agl'infelici più magnanimi di lui i premii della morte.

FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.

NOTE:

[1] Il Sagro fu un pezzo di artiglieria da campo; gittava da otto a

dodici libbre di palla; chiamavasi ancora quarto di cannone, e il nome,

siccome alla più parte delle artiglierie di allora, gli veniva da un

uccello di rapina.

[2] Brantôme, _Vie d'André Doria_: — «Jeannetin Doria qui de son temps

feut le plus diligent capitaine de mer que on eust sceu voir.» —

[3] Ho reputato spediente sopprimere le citazioni della più parte degli

scrittori e delle carte donde ricavo i fatti per tessere questa storia;

ma, venendo ora la lode della virtù del Doria da persona certo non ligia

nè dipendente, mi sembra bene riportarla.

Alfonso Ulloa nella _Storia di Carlo V e de' suoi tempi_ così racconta:

— Nel che si vide chiaro il valore e la fede di quel principe, il quale

havrebbe potuto salvare tutti i suoi legni, senza perderne pure uno;

anzi, se bene vide la fortuna, non volle mai che le sue galee si

movessero da cotesta spiaggia, acciocchè lo Imperatore non fosse

abbandonato in terra e così commise a Giannettino Doria, che per niente

non si movesse da quel luogo, sebben sapesse perirvi con tutte le galee,

ma che stesse saldo mentrechè lo Imperatore era in terra; epperò gli

toccò quel gran danno, essendosi potuto rimediare, andando alla volta di

Busia come fecero molti. — Venezia, 1606, p. 117 retro.

[4] Siccome io scrivo pel popolo, così mi sembra fare opera meritoria

strappare di dosso ai superbi l'ammanto di gloria di cui i viventi

codardi, e la storia mentitrice anch'essa gli hanno coperti per

mostrarli nella loro meschina nudità. Già altrove notai come questo

magno imperatore tremasse alla vista di un topo; ed anco ho detto come

lo agguindolasse l'astrologo Cornelio Agrippa; ora udiamo della sua

ghiottornia: — Nel mangiare ha S. Maestà sempre eccesso.... la mattina

svegliata ella pigliava una scodella di cappone pesto col latte,

zucchero e speziarie, poi tornava a riposare. A mezzogiorno desinava

molte varietà di vivande, et poco presso vespero merendava, et all'hora

di notte se ne andava alla cena mangiando cose tutte da generare humori

grossi et viscosi. — Badovaro, _Notizie delli Stati e Corti di Carlo V

imperatore et del re cattolico_ ms.; e altrove: — disse una volta al

maggiordomo Monfalconetto con sdegno, che aveva corrotto il giudizio con

dare ordine a' cuochi perchè tutti i cibi erano insipidi, dal quale le

fu risposto: — Non so come dovere trovare più modi da compiacere alla

Maestà vostra, se io non fo prova di farle una nuova vivanda di

_potaggio_ di rilogi (minestra di orologi), il che la mosse a quel

maggiore et più lungo riso che mai sia stato veduto in lei. — Badovaro,

_loc. cit._ — Ho detto eziandio che l'abuso della cioccolata, rara cosa

a quei tempi per guisa che la chiamassero _teobroma_ o bevanda degli

Dei, valse non poco ad affrettare la demenza malinconica che lo sorprese

negli ultimi anni della sua vita, ingenita in lui per gli umori di sua

madre Giovanna la _matta_. — Invano il cardinale Loaysa, con onorevole

franchezza, assai lo riprendeva in confessione di questa sua

ghiottoneria, affermandogli che gioverebbe troppo più alla salute

dell'anima astenendosi da questo peccato, che col darsi la disciplina.

Miseranda cosa era vedere come Carlo, in onta a questo maligno appetito,

ottenesse agevolmente la dispensa di digiunare; e non si sforzasse di

risparmiare più alle sue spalle castigando da vantaggio lo stomaco;

innocenti quelle; questo peccatore. Avido di alici, di pasticci di

ranocchi e di anguille, ne mangiava a sazietà sotto gli occhi del

medico. — Così il Prescott nella vita di Filippo II al cap. _Ultimi

giorni di Carlo V_. Emularono i Borboni questa gloria di casa di Austria

e la superarono. Luigi XIV teneva cibi da divorare in ogni stanza del

suo palazzo, ed eziandio nelle camere da letto delle sue regie

baldracche: il suo _en cas_ non differiva dalla colazione di Carlo V,

dacchè dopo cena ei si facesse apparecchiare una ciotola di brodo

ristretto, un cappone, ed una boccia di vino accanto il letto, caso mai

nella notte lo pigliasse un po' di languore.

[5] Si fa testimonianza eziandio di un terzo assalto; qui fu, che venne

in fama Segurana, donna del popolo, per le sue mirabili prove di valore;

era di età matura; 37 anni ella contava, forte di corpo, ma brutta,

sicchè l'appellavano _donna maufacia_; ciò non vieta che poeti e pittori

la possano anzi la devano abbellire. Ella di mano propria presa una

insegna francese la piantò a ritroso su le mura; tanto fece una donna

italiana, e appena si rammenta: trecento diciassette anni dopo un conte

piemontese, Cammillo Cavour, di mano propria piantava sopra le medesime

mura pel suo verso la medesima insegna; e lo invidiavano tutti: e questo

si chiamò rigenerare l'Italia. Ahi Dio! Il Monfort non capitolò, bensì

si chiuse nel castello col Simeoni scansando armi, munizioni, e perfino

le campane dalla città.

[6] Egli si trovava nel 1535 a Tunisi, e fu tra i principali a

impadronirsi del Castello, e a ributtarne il Barbarossa; onde rimase

agevolata la vittoria dello Imperatore.

[7] Di qui si conosce quanto sia falsa l'accusa che mette innanzi il

Brantôme quando afferma che il Barbarossa non volle assalire Andrea

quando con _quattro_ galee andò a traverso su la spiaggia di

Villafranca, nonostante le supplicazioni del Polino, allegando non si

potere a cagione dello scilocco contrario, e ciò per rendergli la

pariglia per avergli Andrea fatto spalla alla Prevesa.

[8] Questo afferma unico il Sigonio nella vita di Andrea, ed aggiunge

che ne accattò dagli amici genovesi.

[9] _Cariatidi_ sono le figure, che si pongono sotto gli architravi; di

queste narra Vitruvio come Caria città dei Peloponneso per essersi

collegata co' barbari contro i Greci, questi per vendetta la

espugnassero, e trucidati gli uomini menarono le donne in servitù. Gli

architetti del tempo per eternarne la infamia posero le immagini delle

medesime nei pubblici edifizii a sostenere architravi o simili in

atteggiamento di cui si tribola sotto un peso soverchio.

[10] Gli scrittori parziali al Doria, per attribuire alla congiura di

Gianluigi cause prave, lo assicurano povero. Lo Scarabelli dice aver

letto nello archivio mediceo una lettera di B. Buoninsegni del 16 Giugno

1547 donde resulta, che la casa Fiesca non godesse di rendita annua

oltre agli ottomila scudi di oro: le sono fandonie; ebbe dominio su

trentatrè castella, e la madre massaia, vissuta durante la minorità dei

figliuoli a Montobbio, con gli avanzi fatti pagò i debiti creati dal

marito per menare larga vita, tra gli altri quello di dodicimila scudi

d'oro pagati al duca Francesco Maria Sforza per la investitura di

Pontremoli.

[11] Lettere stampate dal signore A. Olivieri bibliotecario della

Università di Genova in appendice alla congiura di Gianluigi Fiesco

dettata da Lorenzo Cappelloni; la quale insomma è frammento della vita

scritta dal medesimo autore di Andrea Doria: le si hanno meritamente in

molto pregio, e più l'avrebbero se fossero ridotte a buona lezione.

Questo il tratto a cui si allude. Lettera di Raffaello Sacco al

magnifico messere Pierfrancesco Robio Grimaldo del 9 luglio 1547, 3

giorni prima il supplizio del conte Girolamo, del Verrina, e del

Cangialancia: — ho inteso che Verrina vuol persuadere, ch'io sia stato

l'autore del disordine seguito, e non lui, parendogli che per la comune

inclinazione si ha contro i Savonesi gli sarà facile, giusto che vede

esser morto Vincenzo Calcagno qual poteva ben chiarire la verità, e che

io sono assente. — E qui si offre mostrare la innocenza sua, e la colpa

del Verrina.

[12] Da una lettera di Gianluigi Fiesco al duca di Piacenza del 17

aprile 1546 si ricava: «essere venuto di certo Giannettino dove a suo

giudizio deve averlo disservito presso l'Imperatore, perchè il principe

Doria gli ha partecipato la maraviglia di Cesare per l'acquisto delle

galere _senza sua licenza_, e il divieto di mandare la quarta in corso,

e tutto ciò perchè non possono patire ch'ei sia servo del Duca, e lo

insidiano per recargli danno.»

[13] Fed. Federici. Della famiglia Fiesco, Genova, Faroni.

[14] Veramente nella vita di Cosimo scritta dal CINI trovo, che da lui

furono date prove più splendide di devozione: — «il duca al primo avviso

ha spedito quattro colonnelli, Otto da Montauto, Chiappino Vitelli,

Giordano Orsino, e Lucantonio Luppano per soldare 4000 fanti scelti; e

già avendone la metà imbarcati con la reputazione di quelle armi e con

la offerta di maggiori forze, bisognando, fu non piccola cagione di

spaventare i Napoletani dal persistere nella quasi cominciata

ribellione.» — Lib. III, pag. 149. Giunti.

[15] «Saturnus genitor dominus ab Jove receptus tibi annos pollicetur 70

vel _circiter_... mors tua erit _naturalis_, sed proveniet ex nimia

humorum ubertate, seu catharrali suffocatione _ob nimium coitum post

crapulam_. — Luna cum nodom eridiano in signo Scorpii praecavendum

admonet, ne in _scabiem gallicam_ dilabaris. Eris ad venereas illecebras

solito proclivior. — Ad _quamlibet venerem solito proclivior_. — Venus

tibi gaudia et corporis salubritatem solito robustiorem pollicetur,

dummodo nimiam bibitionem, crapulam crebram, sive nimium coitum effugias

— ne in alterationem incidas, aut gonoream, idest humani seminis

effusionem, et cruciatus renales, cum aliquali dolore podagrico.»

[16] La lettera è del 14 gennaio 1540; si conserva nello Archivio

mediceo, filza I, in sesto 1540, — nè manco voglio lassar di contarvi

uno amorazzo nuovo, che come sapete venendo trionfalmente il

reverendissimo Ferrara in qua, et essendo di un paese che produce assai

belli figliuoli, fra li altri Sua Signoria ne menò seco uno che alli

occhi del nostro illustrissimo signore Duca di Castro li sia, et è

piaciuto extremamente di modo chil povero signore non trovava posa.

Deliberato sua Excellentia sfogar questo suo appetito desiderato, provò

con imbasciate, e mezzani di vedere, se e possiva ridurre il giovane

alla sua voglia, e veduto la obstinatione del giovane, quale dubitando

non l'intervenissi ad lui come le intervenuto a molti altri, e quasi

alla più parte, e forse informato et advertito del tutto, mai ha volsuto

acconsentire, dimodo che entrata Sua Excellentia, spinto dal furore di

Cupido, in gran collera si diliberò in ogni evento di haverlo et

appostato chil praticava in casa di non so che signora, insieme con

certi sua fidati li dette la battaglia alla casa, e così entrato, il

buon giovane veduto non haveva rimedio si lassò calare da una finestra,

e così scampò la furia per quella volta. In altra fiata se li messe

dietro e così dandoli la caccia si fuggì il povero figliuolo in casa di

certi mercanti genovesi, dove che temendo ancora la caccia dietro prese

per expediente più presto volere morire di cascata, che come il _povero

vescovo di Fano_, e così di nuovo arripuit fugam e si gittò a terra di

un'altra finestra, e scampato il pericolo se ne tornò a casa mezzo

morto, e di nuovo sapendo il comandamento che aveva ordinato a circa

quaranta persone, che lo pigliassino, e li fossi condotto per forza lo

conferì al Cardinale suo, quale lho ha mandato in Lombardia per poste, e

_certo ne stato biasimato, che doveva pur fare compiacere un tanto

Signore se Cupido lho aveva preso, e non fare che sia ito allo stato

come disperato_.

Questo tratto di lettera si legge in nota a pag. 263 della _Guerra degli

Spagnuoli contro Papa Paolo IV_ del Nores, pubblicata per cura di L.

Scarabelli. Dopo ciò sembra, che non abbiano valore di sorta le

avvertenze scritte dal signor Arbib nella edizione per lui fatta a

Firenze delle Storie del Varchi intorno al caso di Cosimo Gheri.

[17] Lettera di F. Gonzaga al suo segretario Natale Musi.

[18] Lettera del medesimo: del 6 maggio 1547.

[19] Giorno _uziaco_, ovvero _oziaco_, vale malurioso, e infausto; gli è

corruzione di egiziaco; il Varchi afferma essere voce di volgo

florentino, lib. II della Storia fior.; pure per tale non si registra

dal Vocabolario della Crusca, e occorre adoperata da forbiti scrittori.

[20] Nella lettera scritta dal Mendozza oratore di Cesare a Roma il 18

Settembre 1547 si legge: «gastò la mayor parte del tempo en contar suas

felicidades per compararse a Tiberio imperador.» Tra le favole dei

presagi che annunziarono la morte di Pierluigi, registro anco questa: un

buffone, si dice, averlo consigliato di guardarsi da _Plac_; volendo

indicare prima il luogo dove sarebbe accaduta la strage, dacchè su le

monete del Duca _Piacenza_ con parola latina abbreviata si segnasse

_Plac_; e poi i nomi dei congiurati con la lettera iniziale che

gl'incomincia, perocchè si chiamassero _Pallavicino_, _Landi_,

_Anguissola_ e _Confalonieri_. In questa medesima maniera gli oziosi

formarono la _Cabal_ consorteria, che governò la Inghilterra dopo la

caduta del Clarendon traendola dalle iniziali dei cinque ministri

Clifford, Arlington, Bukingam, Ashley, Lauderdale; e i Gesuiti di

trastulli solenni inventori composero _Prope_, sigla comprensiva la gran

riforma, e l'avviamento della loro vita propria su la via del paradiso

_Povertà_, _Ritiro_, _Orazione_, _Penitenza_, _Esami_, come si legge

nella vita del padre Segneri, la quale regola però non fece ostacolo a

cotesto buon gesuita, come si ricava dalle sue lettere, di chiedere al

granduca Cosimo ottimo vino, e di accettare da lui e dal Papa casse di

cioccolatte, e conserve preziose, e bacili di ortolani e trote di libbre

25 l'una, ed altre coserelle per cui i gesuiti, che se ne intendono,

dicono, che chi fa _buona vita_ fa _buona morte_.

[21] Il padre Affò dichiara falso quanto afferma il Campi circa allo

essersi condotto Don Ferrante a Cremona prima del 10 Settembre, ed

allega in prova certa lettera scritta lo stesso dì da Milano a Genova a

Diana Cardona promessa sposa di Cesare figliuolo di Don Ferrante. Ho

preferito il Campi, perchè l'Ulloa, contemporaneo, nelle vite di Carlo

V, e di Don Ferrante si accorda con lui; ed è più verosimile, sia per lo

ingegno, ormai palese del Gonzaga, sia per la importanza dei solleciti

partiti, affinchè la trama non capitasse male.

[22] Costoro (Alvaro Luna e il capitano Ruschino) furono posti a guardia

della cittadella già spogliata delle preziose suppellettili, danari, e

gioie del Duca. CAMPANA, _Vita di Filippo II_, l. I.

[23] Questo documento incomincia così: _Capitoli ricercati per la

magnifica comunità di Placentia et stabiliti per l'Ill. et Ex. S.

Ferdinando Gonzaga capitano generale et locotenente de la Cesarea Maestà

in Italia. Alli XII di Septembre in Placentia._

«_L'affetionatissima_, città di Placentia essendo per _ritornare alla

desiderata obedientia_ de la Cesarea Maestà e stato di Milano, così come

_voluntariamente_ se gli sottopone, così in segno et memoria del bono

animo et sincera fidelità supplica etc.» e il Gonzaga per naturale

sequela concede ogni cosa — attesa la _devozione voluntariamente

dimostrata_ etc. E' pare proprio, che avessero bisogno di far comparire

_volontaria_ la dedizione di Piacenza.

[24] Di fatti Andrea quanto promise mantenne, ed una figliuola di

Giannettino andò sposa al figlio di Agostino Landi.

[25] Vita di Don Ferrante Gonzaga.

[26] Vol. I, c. 164.

[27] Lettera di Annibal Caro scritta a nome del Cardinale Farnese del 6

settembre 1558.

[28] In quei tempi corse per la Italia un tetrastico attribuito

all'Annibal Caro, il quale diceva così:

«Cæsaris injussu Farnesius occiditur heros,

Sed data sunt jussu præmia sicariis.

Tres sunt heredes: Dux, Margheretha, gemelli.

Hunc socer, hanc genitor, hos spoliavit avus.»

Nolente Cesare si trucida l'eroe Farnese: volente poi si danno premii ai

sicari; tre sono gli eredi, il duca, Margherita, e i gemelli; quello il

suocero, questa il padre, e questi altri spoglia il nonno.

[29] Lettere dell'Annibal Caro scritte a nome del Cardinale Farnese.

[30] Compertum habemus Ferdinandum esse auctorem.

[31] Il _felicissimo_ (notisi che appena salpò da Rosas lo assalse la

fortuna di mare) «viage del Principe Don Phelipe desde Espana â sus

Tierras de la Baja Alemania.»

[32] E' fu per comandamento espresso dello Imperatore Carlo V, che

Filippo cominciò in questo suo viaggio a banchettare in pubblico con

fasto asiatico, e circondato da cantanti e sonatori. Quale fosse lo

impulso per tali esempi dato al costume italiano si cava da questo:

certo contadino, visto passare un uomo gallonato con arnesi coperti da

mantellina di seta cremisi, in compagnia di quattro staffieri, che

portavano torce di cera bianca accese, si genuflesse pensando fosse il

SS. Sacramento; e s'ingannava, era lo stufato che portavano in tavola a

Gabrio Serbelloni governatore di Milano.

[33] Però alle femmine donò da magnifico signore: alla moglie del

governatore di Milano un anello di diamanti del valsente di 5000 ducati

e alla sua figliuola una collana di rubini di 3000.

[34] Però non sarà male mettere qui in nota l'acconciamento della casa

di Andrea, non fosse altro, per chiarire la magnificenza sua e i costumi

del tempo: «la stanza dove il Principe alloggiò haveva una gran sala

apparata di ricchissimi arazzi di oro e di argento e dove si vedevano

con maraviglioso ingegno lavorate e tessute tutte le favole, che i Poeti

fingono di Giove. Vi era un baldacchino di velluto pagonazzo con frange

di oro, in mezzo al quale si vedeva lo scudo imperiale con le armi

regali ricamate di oro e di argento. Più indietro vi era un'anticamera,

e camera, e retrocamera acconce et ornate maravigliosamente, alcune di

ricchissimi panni di broccato di oro, altre di tela di oro e di argento,

et di velluto a liste, co' letti forniti del medesimo. Tutto lo apparato

della casa, in ogni banda che si entrava, era degno di ammiratione. La

stanza dove albergò il duca di Alva era anch'essa parata di ricchissimi

arazzi di oro e di tela, con letti forniti del medesimo, con molte sedie

ricchissime di appoggio fornite alla spagnuola di velluto cremisino con

borchie e frange di oro; et di questo modo stesso erano parate le stanze

di don Antonio di Toledo e di don Antonio di Rogias. Si vedevano quelle

stanze con tanto bell'ordine e ricchezza parate, che non arebbono potuto

tenere più anticamente quei grandi Principi degli Assiri e dei Persi. Si

vedeva più la grandezza et magnificenzia del principe Doria nel grande

apparato per servire et ricreare il Principe, e dar piacere alla Sua

corte, e nel bell'ordine che in servire la tavola di Sua Altezza aveva

provveduto; imperciocchè non volle che in casa sua si portasse nulla di

fuori eccetto quello, ch'egli aveva tanto magnificamente ordinato. Fece

anco tavola al Duca di Alva splendidissima, et a tutti quelli ch'erano

alloggiati in palazzo, con tanto silenzio et ordine, che non si sentiva

pure uomo di quelli che a ciò attendevano, ma che pareva, che il

servizio si facesse da sè come favolosamente si legge, che si servivano

le tavole per incanto. Di questa maniera fu servito il Principe tutto il

tempo che fu in Genova che fu quindici dì. Si fecero dinanzi al palazzo

molte feste et giuochi sì di fuochi come di altre maniere spassi et di

grande inventione et ingegno, e fra le altre cose si vedeva la figura e

rotondità del mondo a modo di un globo dinanzi il palazzo con una corona

d'oro sopra, dal quale, sempre che alcun principe o gran signore entrava

in palazzo, uscivano tante rocchette con tanto rumore, che pareva si

sparasse l'artiglieria...» Così lo Ulloa spagnuolo cortese nel l. IV

della Vita di Carlo V, il quale continuando nella sua cortesia per

piacere alle donne genovesi scrive, che quando Filippo entrò in Genova:

«per le finestre si vedevano molte e bellissime donne, che naturalmente

in quella città avanzano tutte le altre donne di bellezza,» e più oltre:

«ch'egli andava andagio, di che oltre la gran moltitudine di gente n'era

cagione la somma bellezza e gentilezza delle molte donne riccamente

adorne.» Il Principe poi doveva fare assai orrevole mostra di sè però

che cavalcasse «un bellissimo giannettino di Spagna tutto bianco, con

fornimento di tela di argento; portava addosso un saio di velluto nero

foderato di velluto bianco listato di frange et vergato di argento, et

alcuni intertagli, e fiocchi di seta bianca et oro di maravigliosa

fattura. Le calze, e il giuppone erano di raso bianco, e la cappa di

saia negra fiorentina con gli stessi fornimenti. Le scarpe erano dì

velluto bianco tagliate et imbottite alla spagnuola, et in testa haveva

una berretta di velluto negro con un pennacchio bianco.»

[35] Magistrato supremo, ed era Giovanni della Nuça. MIGNET. _Antonio

Perez e Filippo II._

[36] Con ingeneroso consiglio Andrea ordinò o consentì che la

scolpissero circondata di catene.

[37] Adoperandosi gli scrittori di storie a comporre la vita di Andrea

Doria, voglionsi considerare attentamente due cose, lo stato loro e la

nazione alla quale appartengono: i Genovesi, e per ordinario gli

Spagnuoli, levano a cielo Andrea dove possono, dove no, o tacciono i

fatti o gli alterano; tutto il contrario costumano i Francesi e i

Fiorentini, i primi per astio di avere perduto la prevalenza su i mari

dopo che gli ebbe abbandonati il Doria, i secondi per rancore che egli

pigliasse parte a ridurli in servitù. Così l'Adriani, che pure dettò

storie sotto il Principato ed è storico assai modesto, tuttavia procede

acerbo contra il Doria, e coglie ogni occasione per aggravare le sue

colpe, e diminuire la sua virtù, e in questo luogo, per torgli il pregio

delia diligenza, afferma che Andrea portò il soccorso dopo la fazione

terrestre combattuta contro il Dragutte, il che non pare vero; come anco

le discordie, che furono causa di molti danni, mette tra il Doria e il

Vega, mentre non ce ne furono o ci furono comuni con gli altri capitani;

anzi a dubitare che tra Andrea e il Vega ci potessero correre, basti

avvertire che Andrea ebbe titolo di capitano supremo ma pel mare, mentre

le cose di terra governava il Vega. Occasione di lite poteva darsi tra

il Toledo e il Vega, imperciocchè quantunque quegli avesse il comando

delle galee napoletane, pure gli fu commessa la condotta delle fanterie

di Napoli.

[38] Combattendo guerre non proprie e per conto altrui, ogni momento ci

tocca per fino bisticciarci per vendicare lo infelice onore di avere

sparso il nostro sangue in pro' di Spagna, di Francia, o dello Impero.

Nella vita di Carlo V lo spagnuolo Ulloa afferma — che dato l'assalto

dagli Spagnuoli e dai Cavalieri di Rodi, fu presa la città — e non è

vero; la fanteria spagnuola non aveva pari in fermezza, almeno dopo che

fu disciplinata dal Consalvo: in agilità, e nei subiti moti la

superavano i fanti italiani delle Bande nere, dello Alviano, e in

generale tutte. La battaglia del Garigliano fu vinta massime dalla

speditezza delle nostre milizie; e comecchè fino dai tempi di Ferdinando

il Cattolico gli Spagnuoli avessero una banda di _escaladores_, che

condotti da Ortenga fecero buona prova nelle guerre di Granata, pure

dopo le loro conquiste d'Italia commisero la impresa di assaltare le

mura nemiche preferibilmente agl'Italiani.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 19 / 21 段