l'avarizia tirando un velo su lo intelletto, si attese a trasportare
mercanzie molte, uomini pochi; tuttavia, anco operando dirittamente, non
eravamo più a tempo. Ai dieci di maggio, due ore prima che tramontasse
il sole, arrivò a voga arrancata una sottile saettía, con lettere del
Granmaestro di Malta al Duca Medinaceli, annunziatrice della partita dal
Gozzo dell'armata Turchesca sei ore prima di lei in quel medesimo dì;
ponesse cura a badarsi, imperciocchè col mezzo di fidatissime spie
avesse saputo come il Piali bascià, ultimamente informato del numero
delle galee cristiane che si trovavano intorno alle Gerbe, delle
condizioni in cui si erano ridotte, non menochè dell'essere o con poco o
con verun presidio a cagione della milizia rimasta in terra, aveva
risoluto di ferire un gran colpo, e il cavaliere Capones apportatore del
dispaccio aggiunse: che passando presso la galea reale, ne aveva porto
avviso a Giovannandrea, il quale senza mettere tempo tra mezzo aveva
bandito il Consiglio dei capitani sopra la galea stessa, e per lui
mandava ferventemente a pregarlo ci si recasse difilato anch'egli. Al
Duca parendo che lo indugio pigliasse vizio, stava per moversi, quando
gli sembrò vedere, e vide certo contristarsi in volto i capitani che lo
circondavano, e ciò pel dubbio ch'egli partito una volta non fosse per
tornare indietro, per la quale cosa il Duca, che fu cortese non menochè
altero gentiluomo, su la fede di cavaliere cristiano promise loro
sarebbe tornato a torgli seco. Nella Consulta, come sempre nelle
angustie succede, infiniti i consigli e procellosi, e discordi. Dicesi
che in cotesta consulta Giovannandrea, quantunque giovane, senza
barbazzale rampognasse il Duca averlo a voce ammonito più volte, che se
la flotta turca, uscita da Costantinopoli con quaranta galee, avesse
preso seco il navilio dei Corsali sparso per l'Egeo, e l'altro del
Dragutte, potevano tenersi per giudicati, ed egli all'opposto averlo
spedito con parte delle galee in Sicilia ora a rimorchiare le navi
cariche di materiali per costruire il forte, ed ora a far provvista di
fodero; e sebbene ci avesse adoperato persone pratiche e di molta
autorità, non essere mai giunto ad ottenere credito presso di lui, uso a
disprezzare i consigli dei giovani; che se gli anni facessero bontà, il
miglior consigliere che uomo sapesse desiderare sarebbe di cerro, il
quale quanto più invecchia meglio prova fa; questo poi rammemorargli
adesso, non mica per causa di querimonia, bensì perchè in cotesto
frangente gli desse retta; e quindi assai lo confortava a non tornare in
terra, le milizie lasciate nell'isola potersi ottimamente difendere,
massime sostenute dal forte; eglino, solo che sapessero resistere ai
vulgari lamenti, tornerebbero in breve cresciuti di forze a più giusta
battaglia, salvando ad un punto la impresa, e quei dessi che ora
avrebbero dato loro fama di tradimento. Ma il Duca non la voleva
intendere, come quello, che avendo impegnato la sua fede di andare a
torre i Capitani alemanni, per cosa al mondo non pativa parere di fare a
fanciullo; onde Giovannandrea rincalzava, che per ciò non istesse, però
che egli sarebbe ito con due galee delle più sparvierate ad imbarcarli,
mentre il Duca con la rimanente armata trattosi al largo o si sarebbe
ridotto a golfo lanciato ai porti di Sicilia, ovvero gli avrebbe attesi
fermo su i remi, finchè fosse comparsa o no la squadra nemica; ed anco a
quel modo non ci era verso di farne restare capace il Duca, imperciocchè
da quel fiore di cavalleria, e da quel pessimo capitano ch'ei fu,
sosteneva che la fede data ai capitani era del pari impegnata ai
soldati, e sofisticare con cavilli appartenere a Farisei non già a
cavalieri; però stesse Giovannandrea contento di non si scostare con
l'armata, e procurando avacciarsi ammannisse gli schifi per essere in
punto la mattina su l'alba a pigliare la gente a bordo.
Giovannandrea, costretto ad obbedire, e confidando sempre di provvedere
in tempo, ordinò alle navi senza indugio partissero; il che fecero, e
con danno, che, quando la fortuna ti si volta contro, la sapienza
diventa follia, ed i prudenti consigli mucchi di cenere; di fatto i
pratichi delle fazioni marinaresche giudicano, che se si fosse trovato
con la massa di trenta navi e di tre galeoni, armate com'erano di gente
e di artiglierie dintorno a sè, avrebbe potuto forse vincere, e certo
resistere all'urto dei nemici. Il Duca sudava acqua e sangue per
istrigarsi, ma secondo il solito più annaspa e più arruffa: fino
all'ultimo ebbe disdetta, conciossiachè essendosi indettato col
commendatore Guimerano di andare con la galera di lui, salì nella
fregata, quivi aspettandolo oltre lo spazio di un'ora, ma il Guimerano
tra il buio e la confusione non trovando la fregata, si recò su di
un'altra barca alla galea: intanto si mise giorno, e col giorno si
scoperse precipitare di abbrivo la flotta turca; allora il Guimerano
scorta la fregata del Duca, affacciatosi alla paratia della galea, con
gran voce lo avvisava tornasse a terra, ruinare addosso il nemico. Di
cosiffatta sorpresa assai ne accagionarono Scipione Doria, il quale, in
cotesta notte, mandato fuori a speculare, si peritò di scostarsi troppo
dal grosso della flotta, sicchè nè poteva scoprire nè avvisare in tempo,
e i Turchi furono quasi al punto medesimo addosso a lui ed ai compagni
suoi.
Qui incomincia una dolente storia; le galee di Scipione Doria prime a
fuggire; non però salvaronsi, che anzi nella disonesta fuga malamente
implicandosi si persero tutte. Dei soldati in parte imbarcati su le
galee, vinti dal terrore, rimase veruno saldo, e gittatisi in mare
cercarono salute alla spiaggia: senonchè i Mori delle Gerbe, col cessare
della fortuna cessarono l'amicizia, anzi avendo ripreso il sopravvento
su l'animo loro l'avarizia e l'odio, su quanti cristiani ponevano le
mani addosso tanti ammazzavano e spogliavano; bene fu sollecito ad
accorrere Don Alvaro Sandè con molti archibugieri, ma se potè mettere
fine alla strage non ebbe del pari facoltà per impedire, che molta e
luttuosa se ne menasse. Parve al Duca savio partito spedire in diligenza
il Re del Carvan e lo infante di Tunisi a dolersi col Xeco della fede
tradita, e con minacce orribili spaventarlo perchè raffrenasse i suoi,
ma questi ebbero a ventura salvarsi dandosela a gambe, e per via di
persona fidata mandarono avvisi al Duca si badasse dal Xeco, e lo
tenesse come il suo più mortale nemico. Intanto i superstiti al
naufragio, e alle scimitarre dei Turchi, nudi, intirizziti dal freddo,
dallo spavento sbigottiti si raccoglievano dentro il forte, argomento al
presidio non pure di pietà ma di terrore. L'armata correva correva senza
governo in rotta, Giovannandrea, non si fidando nella galea reale per
essere vecchia e grave, la spinse a investire sopra la spiaggia, poi si
gittò dentro una barchetta; i forzati e gli schiavi, rotta la catena,
s'impadronirono della galea, ma per poco: prima ordinarono a quattro
galeotte delle nostre le si accostassero per buttarci dentro fuoco ed
arderla, ma non si attentando farlo, cascò nelle mani ai Turchi. Sette
sole galee per ventura si spinsero sotto il forte, ma così poco le
ciurme si pensavano salve, che vivevano come se si sentissero il taglio
della scimitarra sul collo. Il bascià Piali, tempestando sul mare, prese
quella mattina diciannove galee, quattro del Doria, cinque di Napoli,
due di Sicilia, una di Monaco, del marchese di Terranuova una, due del
Papa, e due del Duca di Firenze chiamate l'_Elbigina_ e la _Toscana_,
una di Antonio Doria, ed una finalmente dei Mari; un'altra del marchese
di Terranuova dette in secco sul lito, e i nostri ci appiccarono le
fiamme perchè non cascasse in mano ai Turchi. Delle navi ne furono
combattute in caccia e catturate venticinque.
Le altre galee, che si voltarono al mare, scamparono per la virtù del
Commendatore Antonio Maldonato capo delle galee di Malta, il quale
essendo conquiso dal suo pilota a ripararsi con le altre galee, passando
per lo canale, sotto il forte rispose: «Questo io non farò, perchè,
oltre allo essere codardo, parmi mal sicuro partito. Dio non ha mai
permesso, che la nostra bandiera cascasse in mano ai Turchi, e confido
nella sua bontà che non abbia voluto serbarmi in vita per contemplare un
tanto infortunio: ad ogni modo, se pure è fisso che ci abbia a cascare,
sta in noi valentuomini, che rimanga lunga e terribile presso i Turchi
la memoria del fatto.» Onde le galee che lo seguivano, a lui
accostandosi e obbedendolo e dietro al suo esempio governandosi, non
senza molta fatica si ridussero in salvo.
Un altro caso avvenne, ma questo pieno di pietà, il quale come mi riuscì
grato di raccogliere, così non mi sarà grave raccontare. Sopra la galea
capitana del Papa governata da Flaminio dell'Anguillara, capitano
eccellente e di molto giudizio nelle faccende navali, mentre la ciurma
invasa dal fernetico tira con supremo sforzo il sartiame, rompe l'albero
e l'antenna, i quali, cadendo con rovinoso fracasso, molti rematori e
molti remi infransero; a questo modo la galea impedita nel corso sarebbe
riuscito arduo salvare, e tuttavia, a renderne disperata la condizione,
fortuna volle che, tagliate le funi all'antenna per lasciarla in balía
del mare, ella venisse a invilupparsi nel timone, sicchè non si potendo
più governare, in breve fu sopraggiunta e presa dai nemici, i quali
saltativi su con le coltella in mano, la più parte misero in pezzi, e
fra i primi il misero Flaminio che, di colto ferito nella testa e nel
collo, rimase orribilmente calpestato; pochi serbarono in vita, e di
questi si rammenta Galeazzo Farnese nobile giovanetto, che prode fu, ma
non operò atti eroici, mentre la storia più che altri non crede, e a lei
stessa non paia, piaggiatrice, lascia innominato un paggio
dell'Anguillara, da lui con singolare benevolenza proseguito; visto egli
pertanto il suo diletto signore estinto, e sentendosi minacciato da uno
schiavo, che tra feroce e bestiale esclamava essere pur venuto il tempo,
che ridottolo in poter suo lo avrebbe straziato a suo libito: «ciò a Dio
non piaccia, rispose il paggio, che io venga in potestà di sì vile uomo,
e poichè il mio signore se n'è andato, io volentieri nella morte lo
seguito;» poi gittatosi capo volto nel mare vi rimase annegato.
Difficilmente occorre nelle storie capitano da paragonarsi nella
sventura al duca di Medinaceli, dacchè nè sapienza, nè diligenza gli
valsero, tutto doveva tornargli in capo funesto, perfino la pietà,
perfino la fede. Strana ventura di taluni uomini, cui una Nemesi avversa
pose negli occhi la morte, il guasto nelle dita. Contemplando egli
dall'alto del castello lo strazio dei suoi, poichè impedirlo non poteva,
gli venne voglia, se pure avesse potuto, di cavarne alcuna vendetta: al
quale scopo ordinò, che caricata una mezza colubrina si tirasse sopra le
più prossime galee del nemico, messoci fuoco, il pezzo schiantò con
tanta violenza, che le schegge ammazzarono dieci persone, fra le quali
tre famigliari del Duca, quanto a lui e' la scattò di un pelo, che un
frammento più grosso gli portasse via netto la testa.
La nuova della sconfitta dolorosa giunse con la celerità delle triste
novelle, e venne a percotere Andrea, mentre un filo sottilissimo di vita
lo attaccava appena alle cose del mondo. Un mal fato pareva gli avesse
tenuto così a lungo gli occhi aperti per vedere la mina dei suoi
ingenerosi disegni: dubitò Giovannandrea caduto in potestà dei Turchi:
forse gli corse un brivido per le ossa, temendo di sorte più funesta:
tuttavolta anco ridotto in ischiavitù, egli era come perduto, dacchè
Solimano costumasse dinegare il riscatto di persone di alto conto, e
ormai in casa non gli avanzava altro fiato da Pagano in fuori,
giovanetto incapace a schermirsi dalle insidie dei nemici, e ahimè! pur
troppo dalla non meno acerba cupidità degli amici; e poi la potenza,
interrotta nel quotidiano esercizio, tracolla; ventura sarebbe stata, e
grande, se renunziata ogni speranza di augumento, la casa sua così
com'era restasse. Quali pensieri, forse rimorsi, lo ingombrassero, a noi
non è dato conoscere. Certo ogni fondamento degli umani concetti vacilla
quaggiù, che tutte le cose nostre hanno lor morte siccome noi, ma lo
individuo proviamo troppo più caduco della famiglia e della città; però
l'uomo deve soltanto augurarsi di fabbricare eterno, o almanco durevole
per quanto viene concesso alle sue facoltà, edificando per la Patria e
per la Umanità. Lo spasimo supremo di Andrea durò tre giorni.
Per buona fortuna Giovannandrea non era perito nè caduto nelle mani ai
Turchi: dopo essersi salvo su la barchetta a terra, si strinse a
parlamento col Duca, don Alvaro Sandè, e il Commendatore Guimerano. Il
Vicerè ondeggiava tra il senso dei patiti infortuni e la superbia
spagnuola, la quale gli aveva persuaso di ributtare i consigli di
Giovannandrea non poco a lui dispari di grado, moltissimo di anni;
tuttavia adesso, comecchè riluttante, ci si piegava. Giovannandrea
pertanto disse, che al punto in cui essi si trovavano condotti, prudenza
suprema era non averne alcuna, doversi commettere in balía del caso per
tentare di uscire ad ogni modo di costà, e questo avere divisato di fare
col buttarsi dentro una sottile saettía, e cacciarsi in mezzo ai nemici;
non gli opponessero essere cotesto arrisicato partito; saperselo egli
primo; però non disperato, ed una via di salute lasciarla, mentre
restando lì chiusi, ed ogni giorno stremando, tornava lo stesso che
darsi per morti. Dove la fortuna secondasse il disegno di condurli
incolumi traverso l'armata turca, si saria dato d'intorno a raccogliere
le galee salvate, armarne due di suo rimaste a Malta, avvertire del
successo l'avo Andrea, perchè non istesse più in pensiero, e quante
galee erangli rimaste a Genova gli spedisse; parergli spediente, che il
Duca si studiasse di fare altrettanto in Sicilia, senza turbarsi dello
accaduto, perchè ogni diritto ha sempre il suo rovescio, e viceversa:
così l'audacia rimette in bilico la bilancia se pencola: dunque la
migliore delle consulte adesso stare in questo, che, tronco ogni
consultarsi, si gittasse il dado: o asso o sei. Don Alvaro Sandè,
riputatissimo uomo di guerra, pigliando a parlare dopo Giovannandrea,
disse con parole succinte, che il giovane principe aveva ragione da
vendere, per la quale cosa, buttati lì i ciondolii, si attese ad
ammannire la fregata e i rematori di maggiore lena.
Appena si sparse la fama di cosiffatta deliberazione, ecco una frotta di
uomini, non mica dei vulgari, bensì cavalieri di alto lignaggio e di
bella fama acquistatasi nella milizia, accalcarsi intorno al Duca,
smaniando per volere essere con lui: ci adoperavano umili preci, ma così
focose e smanianti, che bene si conosceva se respinte sariensi mutate in
minacce; solo stava in disparte don Alvaro senza far motto, e quando il
Vicerè gli ebbe domandato se anch'egli si volesse partire, il valentuomo
rispose queste nobilissime parole: «anzi, se così piace alla Eccellenza
vostra qui rimarrommi in servizio di Dio e del Re, e per non separarmi
dai compagni, i quali in questa come in altre imprese con tanta fede mi
hanno seguitato: fo voto a Dio, che mi parrebbe atto da marrano non già
da cavaliere lasciarli soli, senza guida in mezzo a pericoli così
manifesti: comuni avemmo sul cominciare della guerra le speranze, comuni
dobbiamo avere i rischi nel terminarla; pari fortuna ci salvi, o pari
fortuna ci spenga: però voi, mio signore, pensate, che dalla salute
vostra molto dipende che ci possiamo salvare anco noi.»
Queste parole, in altra occasione pronunziate, arieno senza fallo avuta
virtù di avvampare la faccia dei cavalieri spagnuoli, per costume
spavaldi piuttostochè alteri, ma in quel punto paura vinceva vergogna,
che l'uomo va decoroso per varia maniera di coraggi, nè quegli che più
si mostra avventato nelle zuffe, possiede maggior copia di cuore, e
molto in costui col raffreddarsi del sangue svapora l'animo.
L'effetto di questi tramestii fu, che invece di allestire una fregata se
n'ebbe ad apprestare nove, e quando nella notte si mise il buio fitto si
avventurarono alla rischiosa navigazione: procedevano cauti scansando
dalla lontana qualunque oggetto desse loro ombra, così dopo lungo
avvolgersi speculando dintorno, e poi riunendosi per avanzare di
conserva vennero a perdere gran parte della notte, per la quale cosa
Giovannandrea, misurando prossima l'alba, ordinava stornassero, e, come
a Dio piacque, afferrarono il lido due ore innanzi al dì: non per questo
egli si mostrava rimesso nell'animo: al contrario pieno di speranze
lietissime, perchè nel primo tentativo non gli si fosse parato dinanzi
ostacolo di sorte alcuna. La sera seguente nella medesima ora del giorno
prima tornarono ad imbarcarsi, e provando adesso la fortuna benigna
poterono, senza incontrare cosa molesta, ridursi a salvamento in Malta.
Lo scrittore della Monografia di questa sventurata impresa conchiude il
capitolo diciottesimo della sua narrativa con le seguenti
considerazioni, le quali non potendo io rinvenire più accomodate
all'uopo, nè sapendo con migliori parole significare, riporterò quasi a
capello: «qui si possono considerare quanto sieno instabili le cose
della fortuna, vedendo poco innanzi due Generali, uno di esercito di
terra, l'altro di un'armata di mare, essersi partiti dalla cristianità
con tante pompe, e poi essere giunti nel paese nemico, aver posto di
colta tanto terrore, che Re, e capi di provincie, et genti vennero, et
altri mandarono loro ambasciatori a sottomettersi a loro nome. Et adesso
in una piccola barchetta essere forzati a fuggirsene in pericolo di
annegarsi nel mare, et in pericolo di essere presi e fatti schiavi, non
solo dall'armata turchesca, che ivi era, ma da ogni piccolo corsaro,
ch'essi avessero incontrato per cammino.»
Mentre Andrea Doria a Genova, aggomitolato dentro un seggiolone a
bracciuoli, col capo chino sul petto, e gli occhi chiusi, pativa la
crudele battaglia, che gli toglieva le forze estreme della vita, nè per
altro sembrava vivo, che per un rado sollevarsi del seno, ed un
respirare a lunghi tratti affannoso, ecco fulminare dalla lontana un
corriero, che al portamento, e agli atti si accenna annunziatore di
liete novelle: i servi non attesero altro e si cacciano su difilati per
le scale, gli precorre un Antonio Piscina familiarissimo di Andrea, il
quale gli si accosta in punta di piedi, e toccandolo lieve lieve sopra
la spalla, gli susurra nell'orecchio: «un corriero...» Andrea sollevato
il capo spalanca gli occhi e domanda: «che nuove?» E il Piscina «per la
Dio grazia, buone.» Intanto sopraggiunto il corriero mette le lettere in
mano ad Andrea, da per sè egli le volle leggere, ma non gli bastando la
vista, le prese il Piscina, che in fretta gliene disse il contenuto:
allora gli astanti, attoniti per la maraviglia, mirarono Andrea levarsi
in piedi senza aiuto di persona, e udironlo, che alzate le mani al cielo
esclamava: «O Dio! O Dio! gran mercè!»
Poi ricadde sfinito. Il ventidue di novembre, non si trovando balía da
sorgere da letto, si volle acconciare delle cose, che si dicono
dell'anima: verso la mezzanotte del giorno ventiquattro, che fu
domenica, chiamato a sè dappresso il Piscina, gli mormorò con piccola
voce: «sentirsi venire manco, ed ormai non nutrire fiducia di rivedere
il nipote come avrebbe pur troppo desiderato, però egli da parte sua
come novissimo avvertimento tanto gli raccomandasse: non si partisse mai
dal servizio di sua maestà cattolica: avesse a cuore la Patria, ed in
qualunque tempo con ogni sua possa la servisse: il piccolo tosone di oro
gli ponesse accanto nella sepoltura, il grande poi riportasse in
Ispagna, così parendogli ben fatto.» Dopo queste parole tacque, e di
minuto in minuto venendo meno proprio come lampada cui l'olio manca, si
spense il lunedì venticinque novembre 1560 di novantatrè anni, undici
mesi e venticinque giorni.
Leggo nel Sigonio, come Andrea udisse quotidianamente la messa, e
recitasse l'ufficio della Madonna, e i sette salmi penitenziali; ed
altresì leggo nel medesimo scrittore, come le parole ultime bisbigliate
da lui fossero: «_super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis
leonem et draconem_.» Quelle desse, che papa Alessandro III si dice che
pronunziasse mettendo il piè sul collo a Federigo Barbarossa. Se così
fu, ipocrite erano le pratiche religiose, perchè persuase dalla volontà,
mentre l'anima presso a morte, ormai in balía di sè stessa, mulinava
concetti di superbia o feroci.
Il commendatore Figuerroa oratore di Spagna presso la Repubblica di
Genova, e Adamo Centurione, fecero aprire il testamento per sapere in
che modo gli avessero ad ordinare l'esequie, e trovarono sua volontà
essere, che di notte in san Matteo lo trasportassero, e senza pompa lo
seppellissero, e così eseguirono. Dopo tornato Giovannandrea a Genova,
la Signoria, con pubblico decreto, gli statuì funerali magnifici, dei
quali, se te ne piglia vaghezza, troverai la descrizione negli storici
dei tempi.
Costume di cui dettava vite fin qui, fu di mettere in fondo la notizia
delle qualità dell'uomo così fisiche come spirituali, e i detti o arguti
sentenziosi dei personaggi argomento delle loro scritture. Di Andrea
Doria, nel corso della presente storia, ne riportammo parecchi, cosicchè
noi ci possiamo passare di questo carico, senza tema di venirne
appuntati. Delle sue sembianze meglio delle parole assai ragguaglierà la
immagine, che, diligentemente incisa, verrà posta, mi giova crederlo, a
principio del libro; pure ricordo che fu alto, complesso e forte di
membra, di carne piuttosto scarso, e nello andare degli anni più
segaligno che mai: faccia ebbe pensosa, e mesta, e forse anco un po'
sinistra: aggrondate le sopracciglia, la bocca stretta, i labbri
sottili: favellava rado; le più volte breve, e se talora il suo modo di
ragionare più largo, nondimanco usciva sempre stringato, senza troppo,
come senza vano: della sua pretesa dottrina parlammo di già; fu vago di
arti a mo' di tutti i principi vissuti in quei tempi, ma non in guisa da
reggere il paragone co' Medici, co' D'Este, nè co' Farnesi: prodezza
ebbe molta, ma più che prodezza callidità, e s'intende, solo che tu
pensi, com'egli, facendo la guerra, ci mettesse galee di suo: però
vuolsi confessare che, dopo la tarda deliberazione, si mostrò sempre
nello eseguire prontissimo e audacissimo. Della sua sobrietà fanno
testimonianza i novantaquattro anni di vita vissuti senza quasi
malattia, virtù anco adesso tanto più notabile, quantochè i beneficati
dalla fortuna reputino lo stravizio quasi privilegio della loro
condizione, a quei tempi poi rarissimo e con esizio della propria salute
posero esempio d'intemperanza, oltre a Carlo V, il figliuol suo Filippo
II, a cui il sangue s'infracidò per maniera che morì di ftiriasi, male
pedicolare, e, per dirla più alla casalinga, i pidocchi se lo mangiarono
vivo; don Pietro da Toledo, quel desso che presumeva piantare a Napoli
la inquisizione di Spagna, venuto a Firenze in corte del duca Cosimo suo
genero, vi morì per indigestione di beccafichi, e lo stesso Emanuele
Filiberto, mangiando a macco, e bevendo vini fumosi di Spagna, di tanto
inaspriva la malattia di fegato ereditaria nella famiglia di Savoia, che
cessava di vivere a cinquantadue anni. Della pertinacia sua non parlo,
però che sia dote antica dei liguri; insomma gli arnesi per diventare
personaggio supremo, e liberatore della Patria, anzi redentore della
Italia, egli possedè tutti; gli mancò il concetto: scuse alla mancanza
forse gli sono, piuttosto gli possono essere, la gioventù logorata nel
servizio dei Principi, la mala opinione che nelle Corti si acquista
degli uomini e della umanità, la cura mordace non meno che vulgare dello
stato suo se non povero, assai prossimo alla povertà, in che nacque: e
quel doversi sempre appoggiare su gli altri per sostenersi o per
crescere. Quando poteva fare da sè, egli, come si dice, aveva messo il
tetto, che nel ventotto contava ormai sessantadue anni, e nel ventinove,
compiendo il suo palazzo in Fassuolo, si confessava (facendolo incidere
nella fasciatura marmorea, che tuttavia si vede traverso la facciata di
quello) dalle fatiche affranto: forse e senza forse questo non era vero;
vero piuttosto questo altro, che nè anco allora era padrone di sè, e gli
bisognava andare a' versi fuori di casa con Carlo V, e in casa con la
Signoria, e i Nobili potenti quanto lui, se non più di lui.