Al nostro argomento non fa più mestieri cotesto Imperatore e noi

possiamo buttarlo da canto; tuttavia per mostrare al lettore quanta

tribolazione incolga allo storiografo per bene chiarire i casi che

racconta, basti esporre le varie opinioni che corrono intorno agli

ultimi giorni di lui; dove non fosse altro, questo ci frutterà,

speriamo, venia, se dopo avere messo ogni fatica per appurare un fatto,

siamo costretti poi, nel riferirlo, ad usare forme dubitative assai più

spesso che non vorremmo. Corre la opinione comune che lo Imperatore

Carlo, innanzi di partire per la Spagna, renunziasse lo impero al

fratello Ferdinando, e questo non è vero, avendolo al contrario ad

istanza di lui ritenuto finchè non avesse disposto gli animi degli

elettori e dei popoli a consentire il trapasso. Ancora, sembra certo,

che il tempo del rito solenne della renunzia degli altri stati a Filippo

fosse quello avvertito da noi, cioè il venticinque ottobre 1555, e

quello della stipulazione dell'atto il sedici gennaio 1556, e tuttavia

da parecchi si sostengono queste due date erronee: vi ha chi dice, che

una volta ridottosi al suo romitorio di San Giusto tutto ei si chiudesse

in Dio spogliandosi di ogni cura mondana, mentre al contrario si trova

che di consigli continui sovvenisse al figliuolo, sollecito di

consultarlo nelle faccende di grave momento, e dei minimi particolari

del governo di lui egli desiderasse essere informato; sul quale

proposito narrano come, al Corriero che gli recò la novella della

giornata di San Quintino, domandasse: — Il Re è già entrato a Parigi? —

E poichè quegli gli rispose di no, aborrendo leggere il dispaccio lo

scaraventava sul fuoco. Inoltre affermano in obrobrio di Filippo II,

come dai centomila ducati riserbatisi da Carlo per provvedere al proprio

sostentamento, prima ne levasse i due terzi, e l'altro gli facesse

stentare così, che spesso ebbe a patire penuria. Ora da carte autentiche

si ricava come lo Imperatore da prima si assegnasse sedicimila ducati, i

quali trovando poi scarsi se gli accrebbe fino a ventimila; ed è di più

manifesto che, invece di cavare danari da Filippo, egli con premurosa

sollecitudine gliene procurava, in ciò molto valendosi della Camera di

commercio di Siviglia. Il Robertson ed altri, prima e dopo di lui,

raccontano la strana avventura dell'esequie ch'ei fece celebrare a sè

vivo, dello essersi steso dentro la bara nel mezzo della chiesa, e

quinci avere risposto alle antifone dell'ufficio dei morti; e tuttavia

non mancano scrittori, i quali negano alla recisa cotesto funerale

spettacoloso. Per ultimo in tutto il mondo corre famoso l'aneddoto, che

pigliando egli mirabile diletto nel fabbricare e tenere orologi, ogni dì

al mezzogiorno gli rimetteva, e poichè conobbe nel rimetterli, che uno

non accordava coll'altro, egli ebbe ad irridere la sua prosunzione di

avere voluto che tutti i suoi sudditi, in fatto di fede, credessero ad

un modo, mentre nel nove settembre, e così soli dodici giorni innanzi di

morire, aggiunse un codicillo al suo testamento col quale supplicava il

suo figliuolo, in virtù della obbedienza che gli doveva, di estirpare

gli eretici senza rispetto alcuno, raccomandandogli come rimedio

efficacissimo all'uopo la santa Inquisizione; a questo patto

gl'impartiva la paterna benedizione, e gli prometteva l'aiuto divino; di

una cosa sola pentendosi, e chiedendo perdono a Dio; ed era essersi

lasciato scappare di mano Lutero, osservandogli la fede del

salvocondotto[42]. Ma forse questi due fatti possono accordarsi insieme,

che altro è l'uomo digiuno, ed altro sazio di cibo e di bevanda, e la

mente nostra non alterata dai dolori del corpo accoglie volonterosa la

luce della filosofia, mentre si abbuia nell'ombra della morte resa più

fitta dall'avara crudeltà dei sacerdoti. Ad ogni modo la certezza

storica hassi a reputare una arduissima cosa.

Occorrerebbe qui tenere discorso della guerra che imprese Filippo II

contro la Chiesa di Roma, che morto Giulio III, retta per pochi giorni

da Marcello II, cadde in potestà di Paolo IV, il quale fu cardinale

Caraffa, o teatino, avendo con un Gaetano da Tiene fondato certo ordine

di religiosi, che si appellò dei Teatini; ma poichè Andrea Doria non

prese parte in cotesta guerra, eccettochè col mandare le sue galee nel

regno di Napoli alla custodia delle coste, e per trasporto delle milizie

o dei foderi dove ne appariva il bisogno, così me ne passo, che meglio

forse ci cadrà in acconcio raccontarla altrove, come meglio altrove la

guerra di Francia, e la celebre rotta di San Quintino, onde salì in

tanta fama Emanuele Filiberto duca di Savoia. Quello che a noi preme

riferire si è, che mentre si negoziava la pace del Castello Cambrese,

Andrea Doria scrisse a Filippo II fervidissime istanze, supplicandolo a

non accordarsi co' Francesi se questi prima non si obbligavano a

restituire a Genova la isola di Corsica e mettere per patto, che non si

sarebbe reso San Quintino finchè per loro la Corsica non si consegnasse.

Non ci era pericolo che Andrea facesse a fidarsi troppo! Come il Doria

volle, così fu fatto; seguíta la pace, Andrea, sentendosi grave di quasi

novantadue anni, mandò in Ispagna il nipote Giovannandrea affinchè si

profferisse al re Filippo come luogotenente dell'avo, e a farlo persuaso

che lo avria servito con la medesima devozione di lui. Accolto con

benigna fronte dal Re, venne assai agevolmente confermato nell'ufficio,

che per tanti anni esercitò Andrea, e col medesimo grado di lui, non

senza adoperarvi di quelle parole, che la interessosa cortesia dei re sa

mettere in bocca loro, quando hanno bisogno.

Andrea, dopo che ebbe dato a tutte queste faccende ricapito, i senili

ozii andava svagando coll'adornare la chiesa di San Matteo, dimora

ultima della sua gente e di sè: oggimai egli si reputava ridotto in

porto, dove procella di fortuna non lo potesse toccare, e s'ingannava,

imperciocchè ella gli apparecchiasse un'altra batosta, ultima è vero, ma

forse la più fiera ed affannosa di tutte.

Per la pace di Castello Cambrese essendo stata fatta abilità a Filippo

II di reprimere, e se gli fosse riuscito, stiantare le barbare scorrerie

con le quali i Turchi desolavano quotidianamente la Cristianità, Fra

Giovanni Della Valletta, granmaestro dell'ordine Gerosolimitano, mise

pratica con Don Giovanni Bellalerda, duca di Medinaceli e vicerè di

Sicilia, per non lasciarsi fuggire di mano la prospera occasione, nel

quale parere con grande animo correndo il Duca, aggiunse le sue alle

lettere ortatorie inviate dal Granmaestro al re Filippo, affinchè fosse

contento di pigliarsi il carico di cotesta impresa, tanto dalla

Cristianità tutta desiderata; e nè anco a determinare il Re ci furono

mestieri troppi conforti, imperciocchè per lunghissimo tratto il mare

Mediterraneo bagnasse i suoi stati, e questi abbisognassero di continua

difesa, onde i mercanti di ogni nazione gli stavano attorno con perpetua

ressa, molto più ora, che avevano sentito trovarsi il Dragutte a Tripoli

di Barberia con cinquecento o pochi più Turchi, e però facile

opprimerlo; e gli Arabi del Re del Carvan, se non amici ai Cristiani,

certo infelloniti contro Turchi in guisa, che con qualche carezza e

qualche dono si sarebbero potuti ottenere efficaci aiutatori della

impresa. Dalle quali cose mosso il re Filippo, mandava attorno lettere

circolari ai governatori dei suoi stati, perchè le forze raccogliessero

ed ordinassero; costituì il duca di Medinaceli capitano generale della

impresa, e al Granmaestro di Malta concesse grande balía, commettendosi

nella esperienza e prestanza sue; ordinò al governatore di Milano

spedisse duemila uomini del Terzo di Lombardia in Sicilia, al vicerè di

Napoli del pari provvedesse duemila Spagnuoli; a Don Sancio da Leiva si

recasse a militare in Affrica, e con esso lui si partisse il pro

capitano Don Alvaro di Sandè, il quale doveva essere capo degli

Spagnuoli tratti da Milano. Andrea Doria, il quale consultato in tempo

approvava la impresa, a patto però che postergate le lungaggini

spagnuole, con solerte diligenza si conducesse, volle preposto

all'armata intera, conferendogli eziandio facoltà di dare il suo parere

su le mosse dello esercito, e Andrea, al consiglio aggiungendo lo

esempio, inviò celerissimo lettere al nipote Giovannandrea, affinchè si

mettesse senza indugio al servizio del Generale, e questo Giovannandrea

fece, appena gli giunsero le lettere dell'avo a Messina; dove conferito

il tenore di quelle col Duca, questi, per avvantaggiarsi di tempo, lo

persuase a mettersi di mezzo sollecitatore di Don Giovanni Mendozza,

ammiraglio delle galee di Spagna stanziate in quel torno a Napoli,

affinchè anch'egli si riducesse a Messina, e sovvenisse la impresa; e

Giovannandrea, a cui parve ottimo partito, ci si adoperò con tutti i

nervi, ma invano, perocchè avendo l'ammiraglio ricevuti ordini

pressantissimi di tornarsene in Ispagna per la parte del Re, a cui

sembrava che le galee di Italia avessero a bastare, gli toccò a

obbedire. Un altro ostacolo venne dal lato del governatore di Milano, il

quale, per la morte a quei giorni accaduta di Enrico II re di Francia,

temendo non si avessero ad arruffare le faccende, negò i duemila

Spagnuoli, e solo s'indusse a consentirli più tardi quando fu chiaro che

nonostante la morte del Re, la Francia repugnasse avventurarsi in nuova

guerra. Intanto il Figuerroa, oratore di Spagna a Genova, per isgravarsi

di spesa, licenziava le navi noleggiate a trasportare il Terzo degli

Spagnuoli di Lombardia, dacchè il Governatore non riputava sicuro

mandarli: quando poi gli mandò, mancarono le navi: onde e' fu mestieri

alloggiarli per diverse terre della riviera. Alla fine altre navi si

poterono avere, e allora mancarono le paghe, nè ci era verso, senza la

moneta, d'indurre le milizie a salire in nave; di qui confusione e

tafferuglio; al commissario Meruto, entrato pei mezzi a sedare la cosa,

dettero di una labarda sul capo: poi ritta su una bandiera ripigliano

insieme il cammino di Lombardia: erano potute andare innanzi forse una

diecina di miglia, quando vennero raggiunte da Don Alvaro Sandè e da

Lorenzo di Figuerroa, i quali con buone parole, e meglio col saldarle di

presente di quattro paghe, e promettendo prossimo il pagamento del

resto, le abbonirono, sicchè ricondottele a Genova, le imbarcarono.

Bisogna però avvertire, che oltre i duemila Spagnuoli del Terzo di

Lombardia, erano stati, per la diligenza di Don Alvaro Sandè, arrolate

alcune bande di Germani e d'Italiani, che s'imbarcarono ultime sopra una

grossa nave vocata Spinola, con funesti presagi, imperciocchè, appena

uscita di porto, sbattuta dal temporale, dava di traverso in terra;

parecchi, atterriti, si tuffarono in mare, e, per paura di morire,

persero la vita, molte armi andarono a fondo nè si poterono più

ripescare, le robe guastaronsi tutte, onde bisognò tornare a rifarsi da

capo con gli allestimenti, e logorare un tempo prezioso a risarcire il

naviglio.

Anche da Napoli mossero le difficoltà, imperciocchè essendo stato

riferito (e non era vero) al Vicerè, come l'armata Turca stanziata alla

Vallona facesse le viste di venir via, e le terre di Puglia fossero mal

fornite di presidio, puntava i piedi perchè gli Spagnuoli non

lasciassero Napoli, affermandoli necessari alla difesa del Regno. Così

tra impedimenti infiniti, i quali ci chiariscono della stupenda

imperfezione dell'ordinamento degli eserciti, quantunque corressero

tempi famosi per guerre, e per battaglie memorabili nelle storie, la

malavoglia degli uomini, l'emulazione e i dispetti, essendosi raccolte

tardi le genti e le provviste, l'armata si trovò in punto a Messina sul

finire dell'ottobre.

Fatta la generale rassegna furono contati quattordicimila uomini da

combattere, e chiunque li vide ebbe a giudicarli fior di gente, e messa

benissimo in ordine; quarantasette bandiere erano di Spagnuoli,

trentacinque d'Italiani, e quattro di Tedeschi. L'armata sommò a

centoventidue legni, ventotto navi grosse, due galeoni, dodici

_scorcapini_ e _grippi_, sette brigantini, e sedici fregate. Delle galee

tredici spettavano al principe Andrea Doria: sette a Don Sancio da

Leiva; a Scipion Doria cinque; dieci alla Sicilia, comprese due del

marchese di Terranuova; al Giustiniano di Monaco due: due al Cigala; al

Papa tre; quattro al duca di Firenze; alla Religione di Malta cinque, e

più una galeotta; due al Bandinello Sauli; due al capitano generale duca

di Medinaceli, e per ultimo una a Don Luigi Osoni, ed una a Federigo

Staite.

Merita particolare attenzione uno istituto, nelle precedenti guerre

negletto affatto, o mediocremente curato, e fu l'ospedale abbastanza

copioso di cerusichi, di arnesi e di farmachi, e ci preposero il vescovo

eletto di Maiorca, nobile ufficio, e veramente adattato a cui fa

professione del sacerdozio. Le munizioni pareva avessero a bastare,

perchè ammannite per trentamila uomini, e per la durata di quattro mesi;

e nondimanco la gente ebbe a patire lo strazio della fame, e a cui si

cibò incolse peggio, conciossiachè occorra scritto nell'Adriani, che

essendo stato commesso il carico delle più importanti bisogne dello

esercito ai ministri genovesi, «gente naturalmente avara e crudele, i

quali oltre i molti danari, che si toglievano, avevano fatto buona parte

di biscotto di sì cattiva materia, ed in tal modo mischiatolo, che in

breve di ora si era muffato, e corrottosi convenne gittarne in mare una

buona quantità.» E queste affermazioni io per me giudico maligne o

intristite assai, però che il fodero fosse cavato per la più parte di

Sicilia e di Napoli, come luoghi meglio copiosi di viveri, e pei

trasporti destrissimi. Convenuta l'universa armata nel seno di Siracusa,

si provò, come si narra, più volte a uscire dal porto, e sempre invano,

respingendola indietro i tempi burrascosi e contrarii, per modo che una

delle galee del Doria si perse anime e corpi; e fu danno doloroso, ma lo

auspicio peggio; finalmente come piacque a Dio le galee, passato Capo

Passero, di voga stanca arrivarono a Malta; con verun profitto però, che

fu mestieri rimandarle in dietro parte per rimorchiare le navi, che

andando a vela co' venti contrari non potevano fare cammino, e parte per

rifornirsi di biscotto a Siracusa. Nè su le navi le faccende procederono

di quieto. I Siciliani sul galeone del Cigala ammottinaronsi, e ucciso

il sergente loro, rubarono le robe, le artiglierie inchiodarono, poi

buttatisi nelle barche salvaronsi a terra; — però, non si trovando le

barche capaci di contenerli tutti, ne lasciarono sul legno trenta con

giuramento che, tosto scesi alla spiaggia, avrieno mandato indietro le

barche a levarli, e non lo attennero; onde ai rimasti cascò il cuore, e

i marinari, ripreso animo, saltarono addosso a quei trenta, che forse

erano i meno rei, e pagarono, come succede, per tutti; tre impiccarono,

gli altri misero al remo: lo stesso accadde in altra nave con migliore

fortuna degli ammottinati; i quali pure erano Siciliani, imperciocchè

dopo messo il capitano in camicia, e rubato il legno scamparono tutti;

men peggio in una terza nave, dove i soldati vollero bensì che il

capitano li conducesse in Calabria, ma posti a terra andaronsi con Dio,

astenendosi da qualsivoglia altro peccato. Non era agevole cosa guidare

gente siffatta a cotesti tempi, e mirabile a dirsi, non si poteva anco

affermare cominciata la impresa, e rinnovata la rassegna a Malta dei

quattordicimila soldati, che furono annoverati a Messina, ormai se ne

rinvennero ottomila appena, essendo in parte fuggiti, e in parte morti.

Declinando il febbraio, le galee arrivarono alla Isola delle Gerbe, dove

di colta sorpresero due navi turchesce, che venivano, di Alessandria, le

quali postergato ogni pensiero di pubblica utilità, i nostri corsero a

predare; la prima sorgeva alla bocca della Cantara dentro il Canale,

dove, paurosi di dare in secco, peritavansi tutti ad inoltrarsi, eccetto

Don Sancio di Leiva, che avendo a bordo pilota turco pratichissimo dei

luoghi, lo condusse per un sentiero fondo; dell'altra, che aveva gittata

l'áncora presso la Rocchetta, s'impadronì Scipione Doria. Costume, per

generale consentimento dai marini osservato, era, che quale galea di

armata prendesse legno nemico, su questo la propria bandiera inalzasse

per fare intendere alle altre, che dovevano starsene lontane; dopo si

spartiva la preda con questa ragione; al Capitano Generale assegnavansi

due parti con una gioia per giunta; alla galea che era stata la prima a

mettere la mano addosso al nemico, oltre la parte le si dà la mancia;

ogni restante si divide a rate uguali fra tutte le galee della flotta:

in questa occasione non furono osservati regola nè modo, chi araffò

araffò, onde contese infinite, e talvolta sanguinose. Nel fondo del

Canale, ormeggiato su le ancore, in prossimità del Ponte pel quale

l'isola delle Gerbe si unisce con la terra ferma, stavano due galeotte

turche, e queste il Capitano Generale ordinò pigliassero e ardessersi,

ma Giovannandrea, che si giaceva infermo sopra la Capitana, non potendo

adoperarsi con la persona, ne commise lo incarico altrui, e lo servirono

tardi e male, intantochè i Turchi sbarcata l'artiglieria, e riparatala

dietro certa trincea di terra ammannita in fretta, si posero in istato

di difenderle in guisa, che i nostri giudicarono spediente lasciarli

stare. Da ciò nacque danno inestimabile, e forse la ruina di tutta la

impresa, perchè, non tenuto conto come in esse si trovassero danari, e

gioie, i quali il Dragutte mandava in presente a Solimano, ed ai

principali Bascià; non badando, che le conduceva quell'Uccialy, ora

temuto corsale, e più tardi famoso ammiraglio, il quale o sarebbe caduto

in potere dei Cristiani o lo avrieno potuto spengere, e' fu per esse,

che a Costantinopoli si portò lo avviso del nuovo sforzo di Spagna

contro la Barberia, e le accesissime istanze del Dragutte al Solimano,

affinchè, con lo immediato invio della flotta nel Mediterraneo, le

fortune turche pericolanti nell'Affrica sovvenisse.

I Mori dell'isola, che quando i nostri erano lontani si profferirono

amici, adesso, vedendoseli in casa, si scopersero avversi, tantochè per

fare acqua i nostri ebbero a mettere tutto l'esercito in terra ed

ordinarlo come a giornata campale. Di fatti e' fu mestieri combattere

tutto il giorno, e se male peggiore non incolse, se ne deve merito alla

solerte prudenza del Duca. Poichè si furono partiti i nostri dalla isola

per girsene al Secco del Palo, ecco sopraggiungervi altre otto galee

rimaste indietro, le quali volendo pure fare acqua, e non temendo guai

od avendoci manco riguardo, ne rilevarono una dolorosa sconfitta con

oltre a duegento morti senza contare i prigioni e i feriti. Così, poichè

con tanto travaglio si fu la nostra armata riunita al Secco del Palo,

mentre sta per isferrare alla volta di Tripoli, il vento e il mare

ridivengono tempestosi, non rimettendo lo impeto loro notte nè giorno,

per modo che, arrivato ormai il mezzo del mese, nè facendo punto le

viste di smettere, il Duca se ne stava di pessima voglia, molto più, che

pei disegni della navigazione, il cibo pessimo e l'acqua poca e

salmastrosa, vedeva raddoppiare le febbri, alle quali non sovvenendo

riparo che approdasse, pigliavano indole affatto pestifera; e i molti

morti che ogni dì si avevano a buttare in mare, come intristivano dei

casi presenti, sgomentavano dei futuri.

Il Capitano Generale pertanto, siccome sempre accade quando le cose

vanno per la peggio, intimò la Consulta dei capitani minori, a cui non

potendo, a cagione d'infermità, Giovannandrea assistere, ci mandò in sua

vece messere Plinio Tommacello bolognese, col consiglio del quale molto

si governava; molti i pareri e diversi; conclusione veruna. Rinnovossi

la Consulta il giorno di poi, e fu deliberato, se il tempo si mettesse

al buono, si andasse a Tripoli, se no si stornasse alle Gerbe; ma poichè

la stagione, invece di calmarsi, diventò sempre più rea, e le sventure,

per essere state alcune navi cariche di vettovaglie respinte indietro,

crebbero, e la Imperiale capitana delle navi ruppe con la perdita delle

robe tutte e di non pochi marinari, fu preso partito di tornare alle

Gerbe.

Qui gli aspettavano gli estremi infortunii, che i Mori, diventati alla

scoperta nemici, intimarono ai nostri sgombrassero dalla isola,

guastarono i pozzi, con infiniti tranelli insidiaronli; per ultimo

ruppero a manifesta battaglia. Prevalse la virtù dei nostri, ma il danno

parve troppo maggiore del benefizio, sicchè il Generale se ne stava

tutto maninconoso, quando cominciarono a comparire alla lontana certi

Mori, i quali, dopo avere piantate in terra talune banderuole, si

dileguarono: curioso di sapere che cosa questi atti significassero,

taluno si avventurò di andarne a pigliare, e presele ci trovarono

scritto, che i Mori conosciuto l'errore commesso, avevano del tutto

deliberato posare le armi, sariensi ridotti a devozione di Spagna, a cui

promettevano tributo annuo, e intantochè si accordassero i patti,

avrebbono dato ostaggi e messo presidio spagnuolo dentro il castello;

non parve vera la offerta, e dopo qualche lustra per non parere, si

accettò a braccia quadre. Era proprio provvidenza cotesta, e pure così

l'avarizia acceca, che a parecchi febbricitanti nella cupidità della

rapina, che ormai si facevano sicura, sembrò l'accordo tradimento

espresso; anzi uno spagnuolo (e qui nota la matta fortuna, la quale

mentre tanti uomini illustri per bontà e per dottrina precipita interi

nell'oblio, di questo ribaldo ci conserva il nome) chiamato Ordenez ne

venne in tanto furore, che non potendo far peggio, con le proprie mani

si ammazzò. Le leggi allora mandavano alla forca chi rubava, costui per

non potere rubare s'impiccò.

Venuto in podestà dei nostri il castello della Isola, il Duca,

considerando la importanza di bene assicurare nella podestà del Re un

luogo così atto alle difese come alle offese, deliberò rinforzarlo e

accrescerlo: a questo scopo commise il disegno ad Antonio Conti, a cui

in qualità di consultori aggiunse Don Sancio da Leiva, e Don Bernardo di

Aldana; fatto ed approvato il disegno, si pensò a metterlo senza indugio

in esecuzione, e per sollecitarlo meglio, venne quasi a istituirsi una

gara fra le diverse nazioni del campo per costruire i lavori; gli

Alemanni, dacchè si conobbe che dopo un po' di terra si saria trovato

masso, presero ad aprire il fosso co' picconi, Don Alvaro di Sandè si

accollò la cura di una cortina, dei quattro cavalieri uno tolsero a fare

gli Italiani, uno il Capitano Generale, uno il Commendatore Guimerano di

Malta, il quarto Giovannandrea, che, sempre infermo, prepose all'opera

Quirico Spinola suo colonnello: il Capitano Duca come l'esterno del

castello provvide di cavalieri, e di cortine, e di altre opere di arte,

così corredava il di dentro con magazzini, quartieri e cisterne, dove

raccomandava mettessero copia di fodero, ed acqua raccolta nell'isola, e

in parte da raccattarsi dalle navi mercantili, che pei loro traffici

capitavano nell'isola, se nonchè poco vantaggio se n'ebbe a cavare, a

cagione, scrive lo autore della Monografia della Impresa di Tripoli[43]

(donde in gran parte estraggo questi particolari), — dell'avarizia dei

mercanti, i _quali attendevano più a caricare lane et oglio et altre

mercantie, che in mettere acqua dentro le cisterne_. —

Intanto il Granmaestro di Malta, essendo stato in diligenza avvertito

come a Costantinopoli si apparecchiasse la flotta per venire nel

Mediterraneo ai danni della Cristianità, spedì lettere al Capitano

Generale perchè fosse contento di dare licenza alle galee ed al galeone

dell'Ordine, affinchè tornassero a custodire le faccende di casa; alle

quali lettere il Duca non diede risposta; solo, mostrandole al

Commendatore, disse per lui non istava se remanessero o partissero, e

partirono, e poichè per la loro andata restava in asso il cavaliere

commesso al Commendatore Guimerano, Don Pietro d'Urias si tolse il

carico di compirlo per conto di lui. Tuttavia il Granmaestro, quando si

vide comparire le galee e il galeone a casa, senza nè anco un motto per

la parte del Duca, temendo che dal ritirarsi affatto da una impresa, la

quale era stata principalmente promossa da lui, gliene avesse a venire

biasimo grande, rimandò indietro tre galee col Commendatore Maldonato,

affinchè stessero a posta del Capitano Generale.

Spesseggiando da ogni parte le nuove dello appressarsi dei Turchi, il

Duca si dava dintorno a tutto uomo perchè il forte si conducesse a

termine, con intenzione, compito ch'ei fosse, di prendere il giuramento

dal signore del luogo, e ripararsi con la flotta in Sicilia; se non che

le cose nostre in gran parte governa il fato, il quale sforza in virtù

di contingenze che non si possono prevedere nè prevenire; di vero, a

cagione di un aspro, che vale quanto presso noi un quattrino, un moro ed

uno spagnuolo vennero a contesa, dato di piglio all'arme rimase morto lo

spagnuolo, di qui andava a rumore tutta la terra, rubarono il Bazar, o

vogliamo dire il mercato dei Mori, con uccisione di parecchi tra loro, e

fu causa che lo imbarco si ritardasse: alla fine, blanditi gli animi,

reso il mal tolto, e per soddisfazione scambievole lo Xeco (o Sciac, che

si deva dire) della Isola, fatto giustiziare il moro, causa prima della

rissa, e il Duca un soldato, che doveva morire per altre colpe, ma fu

sparsa voce per omicidio dei Mori, si venne alla cerimonia del

giuramento, la quale il Duca volle seguisse con molta solennità credendo

forse che la pompa dei riti valesse a cementare più forte la fede degli

Affricani; ma troppo maggiore legame ci vuole per tenersi stretta quella

stirpe infedele. Lo Xeco giurò, stesa la destra sul Corano, poi se la

pose al cuore, all'ultimo preso lo stendardo del Re cattolico, lo

sollevò tre volte: i patti non furono imposti gravi, epperò si sperava

gli avrebbero osservati; pagherebbero quei delle Gerbe, per ogni capo

dell'anno, al re Filippo seimila scudi di oro, quattro struzzi, quattro

gazzelle, quattro falconi, ed un cammello. Terminato il rito, sparsa la

moneta di oro e di argento in copia al popolo, il Duca mandò un bando

dintorno, perchè ogni uomo più presto che fosse possibile attendesse ad

imbarcarsi; gli schifi alle navi niente altro trasportassero salvo che

uomini.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 17 / 21 段