Andrea li propose infami e crudeli; pretendeva nientemeno libera facoltà

per dare alle forche quanti fuorusciti côrsi avrebbe trovato dentro a

difendere San Fiorenzo; i Napolitani gli premevano meno; per questi si

sarebbe contentato mandarli in galera a vita. Gli ributtò con parole

gravi Giordano Orsino, le quali, quanto procurarono onoranza al prode

gentiluomo, altrettanto avvilirono il rancoroso vecchio; e alle parole

l'Orsino aggiunse magnanimi fatti, imperciocchè raccolti i soldati, gli

fece giurare di morire tutti con le armi alla mano, prima di abbandonare

i compagni al fato che loro si minacciava, e i soldati giurarono. — I

capitani genovesi, a cui mal seppe la intempestiva ferocia di Andrea, e

piuttosto mostruosa che insolita tra gente presso la quale il mutuo

combattersi con prestanza, posate le armi, è argomento di lode non di

odio, con preghiere accesissime istarono, e comecchè reluttante,

condussero il fiero vecchio a più miti consigli: piega, ma in modo che

non aveva a comparire: tanto allo accostarsi del sepolcro piacque al

Doria la ferocia, che renunziata a forza la sostanza, volle conservarne

l'apparenza: però ordinava che nella convenzione si stipulasse i Côrsi

dovessero rimettersi impreteribilmente in sua potestà: solo assenti, che

prima di pigliare possesso di San Fiorenzo si cansassero; egli, facendo

le viste di non accorgersene, gli avrebbe lasciati passare: veramente

che il Doria volesse delle sue parole fare fango non era da temersi, o

poco; tuttavia i profughi, finchè non si conobbero in salvo, di tratto

in tratto si tastavano il collo; e non senza ragione, perchè Andrea,

parola o non parola, tanto a trentatrè di loro volle mettere le mani

addosso; però non li mandò a morte, bensì al remo; nell'animo del

genovese la ferocia venuta a contrasto con lo interesse, vinse lo

interesse, e non nocque, perchè dal remo si scampa, e si torna alla

vendetta. Tra perdonare e opprimere il nemico, meglio è il perdono, però

come perniciosissimo rigetta il partito che non opprime affatto, nè

affatto perdona il nemico.

Non cade qui in acconcio narrare i molteplici casi e pieni o di

grandezza o di furore, anzi di bestialità, che avvennero in cotesta

guerra; nella vita di Sampiero Ornano troveranno luogo opportuno; ora

basti avvertire come i Côrsi mentre agognano francarsi da un padrone

antico e domestico ce ne chiamano altri quattro nuovi, e forestieri i

più, francesi, turchi, spagnuoli e toscani, e dopo avere gustato le

dolcezze di tutti, dai Francesi, perpetui sommovitori di ribellioni in

casa altrui e in casa propria, dai Francesi che spedirono da Parigi al

Sampiero in Corsica la bandiera col motto ricamato a lettere di oro: —

_pugna pro Patria_ — furono restituiti accaprettati in virtù della pace

di Castello Cambrese nelle mani della offesa padrona; però profondo si

educarono in cuore gli antichi Côrsi l'odio contro lo straniero, e

contro chiunque parteggiasse per lui: anch'oggi, cessate le cause

dell'odio, gli amano poco: la passione nel cuore umano, come la

navicella sul lago, sebbene taccia la forza che prima la mise in moto,

quella dura, e questa corre più lungo e funesto, che non si penserebbe o

vorrebbe.

Andrea si levò di Corsica, dopo averla distrutta tutta e riconquistata

in parte. La lasciava, cruccioso di avere, in obbedienza agli ordini

dello Imperatore, a trasportare duemila Spagnuoli a Napoli, i quali

Cosimo duca di Firenze, prima chiese a Carlo per guardare le sue coste

dai Turchi e dai Francesi, e gli ottenne, ma ammonito dal cardinale di

Seguenza, che pericoli pari correvano i suoi stati della Italia

meridionale, glieli disdisse. A crescergli l'ira si aggiunse questo, che

veleggiando egli verso Calvi, quei delle Pievi circostanti alla torre di

Spano mandarongli a dire, che se avesse messo in terra un polso di gente

ci sarebbe stato verso d'impadronirsi della torre, imperciocchè il paese

vicino assai si professasse devoto alla Repubblica, ed anco si era

aperto un trattato con taluno del presidio della Torre per esservi messi

dentro a mano salva. Andrea abboccò l'amo, e s'indusse a sbarcare un

seicento fanti, ai quali ordinava s'inoltrassero nel cuore del paese,

scansassero gl'incontri, e cauti e coperti procedessero verso la torre;

ciò male gl'incolse, imperciocchè Giordano Orsino, che gli attendeva

alla posta con duegento Côrsi disperati, piombò loro addosso

sgominandoli a un tratto mentre non potevano avvisare Andrea dello

agguato, nè questi soccorrerli. Le Pievi circostanti si levarono pur

troppo, ma per cercare a morte i traditi, che presi dal terrore, gittate

le armi, non fuggono, volano alla spiaggia; la quale cosa contemplando

il Doria, o per la stizza che lo pigliasse o perchè in altra guisa non

potesse soccorrere fulminando il mucchio degl'inseguiti e dei

persecutori, giunse a ricovrare solo duegento dei suoi su le galee, e

conci così che mettevano pietà a vederli. Però è da credersi che da

tutte queste contrarietà inasprita la sua natura, abbastanza immansueta,

lo trasportasse oltre i suoi stessi confini, allorchè, costeggiando le

spiagge sanesi, udito che Cosimo duca di Firenze aveva preso Ottobuono

Fiesco, con focose istanze lo supplicò che a lui lo consegnasse: fu già

detto in altra parte di questa storia, che dopo chiuso dentro un sacco

lo fece senza misericordia mazzerare, e per giudicio degli uomini

prudenti cotesto caso è tale da deturpare nome anco più illustre di

quello che di Andrea Doria non sia.

Esponemmo già con modo sicuramente più figurato che a stile storico non

convenga, come Andrea si facesse quasi per forza erede degli anni del

suo figliuolo Giannettino per empirne la lacuna tra il suo nepote e sè,

ma aggiuntando la sua alla vita di Giovannandrea per continuare la

fortuna dei Doria, ebbe a patire il danno della sua troppa vecchiezza e

della troppa gioventù di lui. Di fatti conducendo il giovane nipote in

Corsica dodici galee con più spavalderia che prudenza, investì con una

nell'Elba, e vi perse anime e beni; proseguendo poi notte tempo con gran

vento, invece di entrare in Portovecchio sopra la costa orientale della

Corsica, dà a traverso con nove galee dentro una calanca,

dov'essendosegli sdrucite ebbe a patire inestimabile danno di uomini e

di cose. Se Andrea percosso da così duri e spessi colpi di fortuna

esclamasse come Carlo di Angiò: — Sire Dio, deh! fa che il mio calare

sia a piccoli passi — ignoro; ma certo deve avere sentito che il braccio

di Dio gli diventava grave sul capo; però dopo tanti infortunii un

conforto gli venne, e fu carezza della fortuna, la quale, per tribolarci

meglio, ci accende e ci agghiaccia con perpetua vicenda di speranza e di

paura: il nipote Giovannandrea, sul finire del medesimo anno 1556

andando con otto galee in Sicilia, incontrò sette fuste turche, e si

pose immantinente a combatterle: certo non fu grande sforzo cotesto,

cinque ne prese, gliene fuggirono due, tuttavia il cuore del vecchio si

sollevò nel presagio di cose maggiori.

CAPITOLO XI.

Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. —

Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e

fantasimi della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi

stati, meno lo impero; sua diceria in cotesta occasione solenne.

— Differenza tra la renunzia di Carlo V e quella del Washington:

magnanimità delle cause che mossero quest'ultimo. — Lettera dello

Imperatore al principe Doria; gli raccomanda il figliuolo. —

Andrea manda in dono a Carlo V una carta marina. — Incertezza

storica: affermano che Carlo, prima di partire per la Spagna,

renunziasse lo impero al fratello e non è vero: — affermano che

risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è

vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose

mondane, e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il

danaro pel suo sostentamento, e non è vero; che celebrasse

l'esequie a sè vivo, e non è certo; che non potendo accordare due

orologi insieme irridesse la sua presunzione di volere che tutti

i suoi sudditi pensassero ad un modo su le cose di religione, e

non è certo: certo il pentimento di non avere ammazzato Lutero

contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto la sua

ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli

eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra

di Roma contro Paolo IV, e a quella di Francia. — Andrea

raccomanda a Filippo II non sottoscriva la pace di Castello

Cambrese, se i Francesi non si obbligano a restituire la Corsica;

e si tenga San Quintino in pegno dello adempimento del patto, ed

è esaudito: — grave di 92 anni si ritira dal comando, e Filippo

accetta per suo luogotenente Giovannandrea figliuolo di

Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa

gentilizia di San Matteo. — Il granmaestro di Malta propone la

guerra contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di

Medinaceli vicerè di Sicilia, e il re Filippo accoglie la

proposta: diligenze e provvedimenti suoi. — Il duca di Medinaceli

è creato capitano della impresa; Andrea Doria approva la impresa

purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo di tutta la

flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli per la

parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano.

Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le

galee di Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano

i soldati alle navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e

gli altri mancano le paghe: ammottinamento sedato; disastri sul

principio del viaggio: la nave Spinola rompe sul lito con perdita

di uomini e di robe. — Quanta fosse l'armata, e quanto

l'esercito. — Ospitale militare in questa guerra ordinato come

non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un vescovo. —

Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. —

Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta;

naufragio di una galea del Doria; va a Malta, poi ne parte e

torna indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e

fatti gravi che ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda

navi mercantili; come le prede spartiscansi, ma non osservati gli

ordini si fa un raffa arraffa: non si attenta assalire due

galeotte turche su le quali andavano i doni del Dragutte a

Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo invio dell'armata turca. —

I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano

amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci

con lo esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo,

volendo fare acqua con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa

sconfitta. — Il mare e il vento procellosi respingono l'armata da

Tripoli; — moría fra i soldati e le ciurme; dopo molte consulte

l'armata dal Secco del Palo torna alle Gerbe. — Battaglia aperta

coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali così increscono agli

Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si dà mano alla

fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a

fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non

si fa frutto. — Granmaestro di Malta avvertito della prossima

venuta della flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma

vergognando poi ne rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a

sollecitare il compimento del forte, accade tumulto tra Mori e

Spagnuoli, con morte e ferite di una parte e dell'altra; si

riconciliano; cerimonie e patti della dedizione dell'isola al re

Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. — Avvisi

spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la

sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede

ai rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea

corrono parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non

vengono accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione

Doria, commesso a speculare la notte, per paura non si allarga,

sicchè al far del giorno la flotta turca prima che vista casca

addosso ai Cristiani. — Soldati e marinai cercano scampo col

buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata fede arrivati al lido

gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di Tunisi mandano

avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. —

Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento

se ne impadroniscono i forzati, poi casca in potestà dei Turchi.

— Perdita di galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù

dei commendatore Maldonato: — parole egregie di questo

valentuomo. — Morte di Flaminio dell'Anguillara. — Virtù del suo

buon paggio innominato. — Al duca di Medinaceli vanno tutte le

cose alla rovescia. — La notizia dello infortunio arriva ad

Andrea Doria; sue terribili ansietà. — Giovannandrea si salva in

terra; adunati a consulta i rimasti propone partiti estremi; il

Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare durante la

notte su di una fregata la flotta nemica; ma in molti sorge

veementissima l'agonia di seguirli; nobiltà di animo di Don

Alvaro Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove

fregate tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più

avventurati la seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni

di Alfonso Ulloa scrittore della monografia di questa impresa. —

Stato di Andrea Doria: arriva un corriero, vuole leggere da se le

lettere e non gli riesce: saputo lo scampo del nipote si leva

maravigliosamente in piedi, e ringrazia Dio. — Cade sfinito; si

acconcia dell'anima; consigli che manda a Giovannandrea; sue

ultime parole; ordina essere trasportato alla sepoltura senza

pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica. — Sue

qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime

considerazioni.

Quando l'ammiraglio di Sciatillon, oratore di Enrico II a Carlo V, gli

presentò le sue lettere di credenza, questi, versando dagli occhi fuori

alcuna stilla di amaro pianto, ebbe a dirgli: — Messere ammiraglio, deh!

vogliatemi in cortesia aprire coteste lettere, imperciocchè, mirate,

queste mie mani le quali pure, tante e tanto grandi cose hanno impreso e

compito, non conservano balía per rompere un suggello; ecco il frutto

che ho ricavato dai lunghi travagli per acquistare fama di glorioso e di

potente Imperatore! — E più volte fu udito con pari ambascia esclamare:

— Ah! La fortuna come donna vaga s'innamora dei giovani. — La quale

sentenza viene ad altri eziandio attribuita, massime al magno Trivulzio,

allorchè Francesco di Francia lo rimproverava di non aver vinto. Certo

con mani a stato così misero ridotte, volente o no, male si potevano

reggere in tempi ordinarii imperi sì vasti, così vari, ed in sè stessi

divisi; e tuttavia egli non gli lasciò volenteroso, anzi non depose mai

intera la regia potestà, come noi chiariremo in breve, onde non sembra,

che il Bryon potesse dirittamente mettere lo esempio di lui a contrasto

di Napoleone, cui fu strappata a forza la male conseguita potenza, che

gli faceva sfolgorare i pensieri a modo di fulmini.

Anco Andrea Vesalio medico ipocratico, e secondo il costume che correva

a quei tempi, astrologo di temuta dottrina, gli aveva prognosticato il

termine della vita prossima, e quasi tutti questi spaventi fossero

pochi, eccoti un predicatore andargli ogni dì a tempestare negli

orecchi: — Vicini pendergli sul capo l'ora della morte e il giudizio di

Dio, al quale avrebbe dovuto rendere conto di due maniere sangue; sangue

versato su tanti campi per sete di ambizione, e sangue risparmiato dai

roghi e dalle mannaie in pro' della santissima religione. — Anco per

un'anima sana dentro corpo sano ce ne sarebbe stato d'avanzo; pensiamo

se con uomo infermo di malattie proprie, e delle eredate dalla madre!

sicchè fantasimi strani e paurosi gli angosciavano non pure i sonni, ma

lui sveglio sconvolgevano la mente, e di tratto in tratto gli pareva

udire distinta la voce materna che per nome l'appellasse, per la quale

cosa egli, ad un punto intenerito e spaurito, rispondeva: — Signora

madre, vengo. — Statuiva pertanto risegnare lo scettro, e poichè per la

invitta repugnanza del fratello Ferdinando, ch'eletto re dei Romani non

volle consentire che egli lo deponesse nelle mani del figliuolo intero,

l'ebbe a spezzare, cedendo a Ferdinando lo impero, e al figliuolo gli

altri dominii della monarchia spagnuola.

Il dì venticinque ottobre millecinquecentocinquantacinque, nella grande

sala del palazzo regio di Brusselle, Carlo V, di cinquantasei anni nato,

sorreggendosi con la mano destra ad un bastone, e con la manca

appoggiato alla spalla di Guglielmo d'Orange, giovanissimo allora, e

sortito dai cieli a diventare più tardi il flagello della casa di

Austria, circondandolo i congiunti più prossimi, i cavalieri del Tosone

di oro, i grandi ufficiali della Corona, i consiglieri, e i principali

baroni così di Germania come di Fiandra, di Spagna e d'Italia, parlò di

sè parole umili ad un punto e superbe, ma più superbe, onde le prime o

non parvero sincere, o parvero strappate dal senso prepotente dei mali,

conchiudendo: — La crudele infermità, la quale avevalo percosso, torgli

ogni forza per durare alla fatica del regno, e già da molto tempo lui

essere deciso a renunziarlo, e lo avria fatto, se non contribuivano a

dissuaderlo, da una parte, lo stato infelice della madre sua, dall'altra

la giovanile inesperienza del figliuolo: remossi ormai da qualche tempo

questi ostacoli, non avanzargli scusa presso gli uomini nè verso Dio,

per tenere tale ufficio a cui di ora in ora diventava più inetto; e

confessati liberamente errori e colpe li buttava tutti su le spalle

della sua ignoranza, come se la sua ignoranza fosse stata qualità

distinta da lui, domandando di tutto perdono agli offesi, però che egli

non lo avesse fatto proprio a posta; di ristorare però i danni patiti

non accennava nè anco per ombra; per ultimo voltatosi a Filippo

soggiungeva: «Se i vasti dominii, che oggi nelle vostre mani commetto,

voi aveste raccolto per via di eredità, voi pure avreste a professarvene

profondamente grato, quanto dunque non ha da crescere l'obbligo vostro

venendovi, me sempre vivo, e per dono? Tuttavolta, per quanto a me paia

grande il debito vostro, io lo giudicherò saldato, solo che pigliate a

cuore il bene dei sudditi vostri. Regnate dunque in guisa da meritarvi

la benevolenza loro; come avete incominciato, proseguite; temete Dio,

siate giusto, osservate la legge, anteponete a tutto la religione, e

possa l'Onnipotente gratificarvi di un figliuolo, al quale voi, quando

vi sentirete sazio di giorni e dalle fatiche stanco, confidiate il regno

col medesimo animo col quale adesso io vi commetto il mio.» Qui il

figlio piegò il ginocchio dinanzi a lui, il padre lo benedisse, piansero

essi, e con loro gli astanti; forse erano sinceri, imperciocchè vi

abbiano corde dentro di noi, le quali, quantunque alterate dalle ree

passioni, vibrino sempre; forse anco no, che il pianto e il riso ponno

essere mossi da cause affatto materiali, e come lo sbadiglio e lo

starnuto, proviamo contagiosi; i cortigiani poi, per ogni

rappresentazione di corte tengono ammannite le sembianze diverse, anco

le lacrime come sul teatro le scene. Washington nel deporre la

presidenza chiedeva perdono delle colpe involontarie e degli errori, e

di corpo sano e di mente, pieno di vita, tornava ai campi, perchè il

troppo durare nel magistrato non educasse sè alla tirannide, altrui alla

servitù; tutti ne rimasero commossi, ed anco adesso, leggendo le

memorabili parole, a noi l'anima trema; gli Americani non pensarono a

piangere, nè ci pensiamo noi, conciossiachè là dove lo esempio eccelso e

l'ammirazione della virtù comprendano il nostro spirito, la pietà non

entri a inumidirci il ciglio con le lacrime dovute alla miseria umana.

Carlo scrisse, nel diciasette gennaio millecinquecentocinquantacinque,

lettere al Doria, con le quali, dopo avergli annunziato che la sua

partenza per la Spagna non avrebbe luogo prima della primavera, a

cagione della malattia che lo tartassava, e dei molti negozii, che

doveva mettere in sesto, finiva così: «Quanto a quello mi dite, circa al

desiderio di venirmi a trovare se la età e la salute nostre non si

opponessero, prima della mia partenza, ciò mi tornerebbe lietissimo,

sapendo la devozione vostra. Il piacere di conferire con voi mi

riuscirebbe così grande, che se la malattia me lo concedesse, vorrei

movermi io alla volta vostra. In difetto di che posso assicurarvi, che

come io ho causa profonda di essere soddisfatto della devozione vostra,

vigilanza e zelo co' quali vi adoperaste a servirmi, così vogliate

continuarli a fare verso il Serenissimo mio figliuolo: per questo modo

si conserverà in ambedue la memoria vivente di quello che meritate, e

non cessate meritare da noi per tanti rispetti. Desidero, che il Nostro

Signore vi colmi di felicità, e vi prolunghi la vita. Mi sarà di letizia

ricevere di tratto in tratto le vostre nuove.»

Di vero e' sembra, che la corrispondenza di Andrea con Carlo, anco

quando questi si fu ridotto a San Giusto, non rimanesse punto ricisa,

dacchè gli scrittori, che molti e minuti ci ragguagliano degli ultimi

giorni della vita di Carlo V, ci hanno tramandato la notizia che Andrea

gli spedisse in dono un'ampissima carta marina, ottimamente disegnata,

della quale lo Imperatore pigliava inestimabile diletto.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 16 / 21 段