Ma più fiera battitura così nella roba come nella fama Andrea ebbe a

rilevare nel disastro di Ponza, il quale meritando essere partitamente

raccontato, innanzi tratto è mestieri avvertire come Enrico II di

Francia, smanioso di appiccare lo incendio ai quattro canti del mondo

per ardervi dentro l'odiato Imperatore, serpentasse Solimano perchè anco

per quell'anno spedisse la sua flotta nel Mediterraneo, dove congiuntasi

con la sua che allestiva a Tolone, arieno potuto nabissare il reame di

Spagna non che Napoli e Sicilia; nè Solimano alle premurose istanze

dell'oratore francese diede ripulsa, all'opposto promise mandare

centocinquanta tra galee, e galeotte, e le mandò costituendone

ammiraglio generale Rustan pascià, e capitano della vanguardia Dragutte.

I primi doni questa armata recava alla Italia ardendo di colta la torre

del faro di Messina, e la chiesa della Madonna della Grotta; procedendo

oltre manda a ferro ed a fuoco Reggio, Policastro, Zainetto, insomma

tutte le terre dove potè allungare le branche. E perchè lo incendio per

difetto di alimento non avesse a illanguidire, o per crescerlo, la Corte

di Francia commise a Cesare Mormile fuoruscito napolitano, di fazione

popolare, si recasse in Italia a scrivere fanti e cavalli e concertarsi

in tutto e per tutto coll'Arimon, che navigava su la flotta turchesca,

fornendolo a questo uopo di danari in copia e di credenziali amplissime,

quali appena si affidano ai più provati ministri, voglio dire, carte

bianche col nome in fondo, testimonio di levità di cui le dava, non di

merito per quello che le riceveva. Tanto struggimento poteva bastare, e

sembrare anco troppo, ma non se ne contentarono, e come avviene sempre,

il soverchio ruppe il coperchio, imperciocchè in Corte di Francia

considerando come il Mormile, per essere popolesco, co' baroni di Napoli

non avrebbe attecchito, pensarono affidare un carico in tutto pari al

suo al Sanseverino principe di Salerno, di già chiaritosi ribello allo

Imperatore, piuttosto spasimante che cupido di vendetta: di ciò

informato il Mormile si fece a trovare l'oratore di Cesare, e il

cardinale di Mendozza a Roma, ai quali profferse di rivelare la trama,

che si ordiva a danno di Napoli, e d'impedirne per quanto stava in lui

lo effetto: se costoro lo accogliessero con carezze a sgorgo, di

leggieri si comprende, e tanto più gli sbraciavano promesse quanto già

erano deliberati ad osservargliene meno. — Chiamava il Mormile in

testimonio Dio e i Santi, come lo movessero a questo non già astio

contro il Sanseverino deputato anch'egli a simile impresa, nè rancore

contro la Francia (la quale in mal punto dopo avere messo in costui

tanta fede, e tanto in mal punto gliela toglieva), nè manco voglia avara

di avere in guiderdone tutti o parte i beni del ribelle principe, o

cupidità di riacquistare i proprii, mai no; — ed ambi i Mendozza,

l'oratore e il cardinale rispondevano: — non ci è mestieri sacramenti,

capirsi da sè che lui infiammava unico il bel desío di tornarsi in

grazia al suo signore e padrone; lo amore suo per la Patria essere

tutt'oro di quaranta carati, e questo fargli desiderare di chiudere in

pace gli occhi nella terra che cuopre le ossa dei suoi, e dove al sacro

fonte fu redento cristiano: tuttavolta era certo, che lo Imperatore

nella sua magnanimità l'avrebbe costretto a tornare al possesso dei suoi

beni, e con la spoglia del servo traditore avrebbe vestito il servo

fedele; oltre tutto questo lui aspettare la riconoscenza dei cittadini

salvati, e la fama perenne della storia: questo gli mallevavano essi e

ci mettevano pegno. Al Mormile veramente sarebbe bastato molto meno, ma

quello che ebbe esporremo tra poco.

L'armata turca dopo le variate imprese surse a Ponza, ma non così da

starsi ferma su le áncore, che ora si tirava a Procida, ora alla punta

di Posilipo, ed altre volte altrove. Andrea per tenere ferme le cose di

Napoli minacciate da tanto sforzo di guerra palese e segreto, ebbe

ordine dallo Imperatore d'imbarcare duemila fanti tedeschi alla Spezia,

e trasportarli a Napoli su ventinove galee, e come gli fu comandato così

fece: poi si mise cauto a navigare costa costa, sperando in onta alla

vigilanza nemica sbarcarli a Gaeta, o in altro luogo più destro della

spiaggia napoletana: si fermò per fare acqua in foce di Tevere, e quivi,

investigate sottilmente quante persone gli occorsero, non gli venne

fatto di raccogliere novità alcuna, onde giudicando che il nemico

stanziasse a Procida inteso ad impedire, che Napoli li sovvenisse,

ordinava ai Comiti procedessero schivando monte Circello per tema

d'insidie, e adagio perchè le ciurme non si affaticassero risoluto di

scivolargli di sotto per le bocche di Capri. Però se le spie non

servivano a dovere il Doria, buono ufficio rendevano al Dragutte, sia

ch'egli ci adoperasse maggiore diligenza o più larghezza, sicchè costui

dello appressarsi dell'armata imperiale ebbe avviso, giusto mentre se ne

stava appiattato dietro monte Circello, e non gli parendo luogo adatto

cotesto ad opprimerlo, nè reputando senza lo sforzo dell'armata di

poterlo fare, quinci di cheto partissi, mandando innanzi un legno

sparvierato per avvertire il Rustan bascià a starsi ammannito. Andrea

finchè le forze gli valsero non si mosse di su il castello della galea a

specolare, ma essendosi messo il buio fitto, nè per vegliare che facesse

udendo attorno rumore alcuno, cedeva alla stanchezza raccomandando

sempre ai Comiti si tenessero al largo: e questi è da credersi non

trascurassero il debito, ma le correnti forse li trasportarono più, che

non volevano vicino a Ponza; tuttavia, nè manco avrebbe loro approdato a

starci discosto, imperciocchè l'armata turca si fosse distesa per modo

da circuirli anco in mare più aperto. La più parte degli storici narra

come Andrea, chiamato dal pericolo in coperta, non sapesse trovare altro

rimedio al subitaneo caso, eccetto quello di ordinare la fuga, ma havvi

tale che afferma avere Andrea mostrato buon viso alla fortuna, fermo in

tutto di combattere quantunque più di due volte inferiore al nemico, al

quale intento commise, le galee quanto meglio potevano si stringessero,

ad ora ad ora levassero i remi per aspettare le tarde, affinchè o tutte

si salvassero o si perdessero tutte. I Turchi pronti con le miccie

accese avere cominciato allora a balestrare un turbine di ferro e di

fuoco, in questa un gruppo di palle traversando lo spazio tra la

Capitana di Andrea e la Spagnuola, rasenta da vicino questa ultima, onde

gli Spagnuoli domandano con gran voce, che cosa si avessero a fare, e

Andrea instando sempre rispondeva: una galea facesse spalla, e remi ci

adoperassero e vela. — Di queste parole o non intesero o non vollero

intendere che l'ultima, per la quale cosa subito si levò, e si diffuse

il grido: _vela! vela!_

Comincia la fuga; Andrea visto andare tutto a rifascio, attende come gli

altri a salvarsi; gli tenne dietro la Capitana spagnuola con due altre;

i Turchi dettero la caccia, ma durante la notte non giunsero a mettere

mano se non sopra una galera sola; però continuandola con inestimabile

ardore fino alle cinque pomeridiane, arrivarono ad agguantarne alla

spicciolata fino a sette con entrovi settecento circa Tedeschi, i quali

furono dai Turchi, come quelli che pativano difetto di ciurma, immediate

messi al remo: vi cadde eziandio prigione il nipote del Cardinale di

Trento Colonnello Giorgio Madruzzi, giovane assai reputato nell'arme, il

quale condotto a Costantinopoli fu poi riscattato con larga taglia dallo

zio, adoperandosi molto alla liberazione di lui anco Monsignore di

Cognac oratore francese presso Solimano. Però non è affatto vero, che

riuscisse al Doria di passare co' rimanenti navigli, e ormeggiatili alla

costa napolitana mettere a terra le altre bande dei Tedeschi, egli al

contrario ebbe a tornare indietro, anzi, spinto da fortuna di mare, andò

fino in Sardegna, donde si ridusse a Genova, e quivi risarciti i legni

ripigliò da capo il cammino per Napoli. E' fu in questa occasione, che

rasentando le spiagge toscane, avvisato come i Sanesi assediando

Orbetello ci avessero ridotto a mal termine alcuni Spagnuoli lasciati di

presidio là dentro, sbarcò due compagnie di Spagnuoli che si era recati

a bordo in Genova a fine di completare il soccorso scemato dalla cattura

dei Tedeschi, e fece agevolmente risolvere l'assedio.

Ma Napoli oggimai non aveva più mestieri di soccorso, imperciocchè

quando sembrava inevitabile la ruina minacciata dai Turchi, e la gente

sbigottita non sapeva più a qual santo votarsi, di un tratto corse voce

che i Turchi se ne andavano, ed invero con maraviglia pari al contento

di tutti furono visti in breve dare le vele ai venti e allontanarsi:

questo avvenne per la industria del Mormile, il quale, valendosi

fellonescamente di uno dei fogli segnati in bianco, scrisse all'Arimone,

oratore, come fu detto, sopra l'armata turchesca per la parte di

Francia, che Sua Maestà cristianissima gli faceva sapere che fino ad un

altro anno alla impresa di Napoli non poteva più attendere, perciò

provvedesse ai casi suoi, negoziando destramente perchè l'armata turca

tornasse a Costantinopoli senza che Solimano avesse a inalberare; e

perchè il Rustano senza ciondolìo acconsentisse la partita, mandarongli

in dono duegentomila scudi per compensare lui e i compagni della perdita

delle prede, che si auguravano radunare se la guerra avesse tirato in

lungo. L'Arimone dette nella pania, non si potendo mai immaginare che il

Mormile ci volesse o potesse mettere duegento mila scudi di suo;

difatti, ce li mise, non però di suo, che gli furono dati cavandoli dal

donativo degli ottocentomila scudi largito dalla città di Napoli allo

Imperatore. Così il francese Arimone venne giuntato, e rese

irremediabile il danno a cagione dello zelo irrequieto, che ei pose a

disservire il Re, secondochè costumano quelli i quali si appellano

diplomatici, massime francesi, facendo e disfacendo senza darsi un

pensiero al mondo del bene dello stato, pure di aggradire chi in quel

momento fa da padrone, e paga. Al Mormile quando chiese il premio della

fellonia, dopo agguardatolo un pezzo a squarciasacco, dissero: si

votasse a Dio se gli lasciavano la testa sopra le spalle, e va bene. Il

Principe di Salerno, dopo alcuni giorni (il Costo scrive otto) che si fu

partita l'armata turca, giunse ad Ischia con la sua di ventisei galee

ottimamente provveduta di archibusieri guasconi, e se rimanesse

trasognato di non ci trovare i Turchi, pensatelo voi: avvertito della

frode, fece forza di remi per agguantarli, ed in vero gli raggiunse alla

Prevesa; ma, per quanto dicesse e pregasse, non persuase il Rustano a

tornare in dietro, sicchè per disperato lo seguitò fino a

Costantinopoli. —

Non tutta però l'armata turca se ne andava col Rustano; rimasero nel

Mediterraneo sessanta galee comandate dal Dragutte, il quale le condusse

a Scio, facendo le viste di volerci svernare: colà gli si congiunsero le

ventisei francesi venute col Principe di Salerno, e parve volessero

concedere almanco per qualche mese requie alle fortune afflitte

d'Italia, ma la natura del Dragutte non era di quelle, che nella pace

riposino; e Andrea Doria, che conosceva per prova di che pelo costui

portava chiazzata la coda, non rifiniva di avvisare la Signoria di

Genova perchè facesse intendere allo ufficio di San Giorgio, in cotesto

tempo principe di Corsica, tenesse di occhio le marine dell'isola,

principalmente Calvi e Bonifazio; si legge altresì che conformi avvisi

mandasse Cosimo di Firenze, principe quanto altri mai benissimo

informato; ma i Governatori del Banco di San Giorgio, inetti o avari,

non dettero mente, e il guaio accadde presto e più grave di quello

avesse presagito il Doria. Di fatti il Dragutte e il Pelino ammiraglio

delle galee francesi usciti di Scio, dopo avere messo a sacco la Elba e

tastato Portoferraio, si volsero alle coste di Siena, dove toltisi in

nave Monsignore di Thermes, il Duca di Somma, Giovanni di Torino,

Giordano Orsino, Aurelio Fregoso, Vincenzo Taddei con altri elettissimi

capitani, e duemilacinquecento fanti, li traghettò in Corsica; andava

con esso loro assieme con molti fuorusciti côrsi, quel sì famoso

Sampiero di Ornano, nemico mortale al nome genovese, e per virtù

militare da anteporsi ai più illustri dell'antichità che da paragonarsi

ai moderni; questi in breve capovolsero la isola così, che ai Genovesi

non rimasero altro che Bonifazio nelle parti meridionali, e Calvi nelle

occidentali della isola. Bonifazio, assalito con ferocia, virtuosamente

si difese: ben diciotto giorni resisterono le mura allo indefesso

fulminare delle batterie del Dragutte, e aperta la trincea, sebbene con

gara, io dirò piuttosto di ferocia che di onore, ci si avventassero

Francesi e Turchi, non la poterono spuntare: dicono, che la strenua

perseveranza in tutti i Bonafazini (e dico tutti perchè vecchi e

giovani, donne ed uomini, laici e chierici combatterono, non curati gli

anni, e nè anco le malattie) fosse mantenuta dalla fede di miracoli, e

sarà, che la religione può molto nei petti dei mortali, pure anco

l'amore della libertà è per sè solo capace di partorire miracoli; e le

storie narrano con bella lode Antonio Caneto commissario di Genova

preposto alle difese. Pure alla fine Bonifazio calò a patti, alcuni

dicono perchè ridotti allo estremo, altri perchè abbindolati: con parole

parche riferirò l'una opinione e l'altra. Affermano i primi, che il

Caneto facesse sapere all'Ufficio di San Giorgio come, venuto oggimai

allo stremo di ogni cosa, non avrebbe potuto resistere se nol

sovvenivano sollecitamente e gagliardamente, nè a questo, per vero dire,

l'Ufficio mancò, inviando costà Domenico Caraccioli con di parecchia

pecunia; e' sembra che la pecunia in coteste angustie a niente potesse

approdare, bensì ci fosse mestiero di vettovaglie, e di munizioni; ma i

Genovesi erano di quelli, che giudicano con la pecunia assettarsi ogni

cosa; di fatti il Colombo stesso, il quale fu sì pio, non dubitò

lasciare scritto, che per virtù di bei contanti si andava anco in

paradiso; il guaio fu che il danaro non giunse a salvamento; i Côrsi

colsero il Caraccioli per la via, e gli tolsero vita e moneta. Ciò gli

assedianti fecero sapere agli assediati per levarli di speranza, e al

punto stesso col mezzo di Altobello da Brando proposero loro di rendersi

a patti; avrebbono salve le robe e la vita, e se volessero condursi ad

abitare fuori della isola non troverebbero impedimento. Accettarono, ma

la capitolazione fu rotta o per avarizia dei Turchi, o per vendetta dei

Côrsi, o piuttosto per ambedue, che tremendissime passioni furono allora

e sono. Nè si rimasero al saccheggio, che messa mano nel sangue

ammazzarono duegento di cotesti valorosi uomini, gli altri mandarono al

remo, tra loro il pro-commissario Caneto. — Quelli che inclinano alla

diversa opinione raccontano, che il Banco di San Giorgio, avendo spedito

in diligenza un côrso, di cui tacciono il nome, al commissario Caneto,

con lettere ortatorie perchè s'ingegnasse quanto meglio per lui si

potesse tener fermo, stando in procinto di partire in suo aiuto il

rinforzo, costui cadde in potestà dei nemici, o sia che lo pigliassero,

ovvero tradisse. I Francesi subito pensarono di rendere allo Imperatore,

e a cui parteggiava per lui, la pariglia del Mormile, trovando modo di

falsificare le lettere, e in quella guisa alterate presentarle al

Commissario, il quale tanto meno le piglierebbe in sospetto se ci

vedesse apposto sopra il sigillo della repubblica, e questo argutamente

fu fatto togliendolo dalle lettere vere. Il Commissario, aggiungono,

avendo letto l'ordine di consegnare la terra cessando ogni resistenza, e

con quei patti che alla sua sagacia fosse riuscito ottenere men gravi,

si strinse nelle spalle, e capitolò; i Francesi, quando intesero che il

presidio domandava rendersi, circa a patti non istettero su lo

spilluzzico, e così cadde la terra in potestà di loro. Da simili

prosperi casi inanimato il Re di Francia mandava copia di vettovaglia e

di munizione da guerra, massime artiglierie a fornire i luoghi

acquistati; per suo comandamento fortificaronsi Ajaccio, e San Fiorenzo,

dove Giordano Orsino rimase a compire le opere e difenderle.

Certo le cose di Genova sopra la Corsica sembravano ormai del tutto

spacciate, ma come accadde, non le potendo più rimanere depresse, era

necessità che dovessero tornare in fiore. Di vero avendo i Francesi con

assai mal consiglio mandato oratori al Senato per chiarirlo, che

volentieri l'avrebbono nella potestà della Corsica restituito, quante

volte con la Francia si legasse, aprisse alle armate regie i suoi porti,

facesse insomma gli uffici, che tra nazioni amiche costumansi, esso, in

ciò sbracciandosi sopra tutto Andrea Doria, ragguagliò punto per punto

lo Imperatore di ogni cosa, spedendogli a tale effetto ambasciatori a

posta, e Andrea, nel suo particolare, gli mandò l'abate di Negro, prete

svelto e sottile; i quali tutti in sostanza avevano commissione di

rendere capace Cesare, come i francesi si fossero impadroniti della

Corsica col solo fine di staccare Genova dalla lega della Spagna, e

tornare come un tempo signori del Mediterraneo: avere i Genovesi

deliberato resistere finchè le forze gli aiutassero, ma soli non potere

lungamente sostenere lo impegno; mosso da questi sospetti l'Imperatore

concesse sul momento duemila Spagnuoli e duemila Tedeschi, ai quali

prepose per condurli maestro di campo Lorenzo Figheroa: e intanto che

allestirebbe soccorsi maggiori, ordinava al Doria sovvenisse con le

galee la Patria. Cosimo duca di Fiorenza, non si potendo dare pace

finchè non avesse allontanato cotesto incendio da casa sua, promise il

soccorso di duegento cavalleggeri e archibusieri a cavallo capitanati da

Carlotto Orsini, e da tre suoi luogotenenti venuti in fama di valorosi

soldati, che furono il conte Troilo dei Rossi, Greco da Rodi, e Paolo

Cerato, più le sue quattro galee pagate per quattro mesi, e tutti i

comodi che dal suo stato si potessero cavare: per simile conforto

ripreso animo i Genovesi assoldarono seimila fanti la più parte in

Toscana, a mille dei quali preposero Chiappino Vitelli, per servizi resi

al principato, promosso da Cosimo marchese di Cetona, cinquecento erano

Côrsi (che maledizione dei Côrsi fu non trovarsi mai in pace tra loro) e

li conduceva il Colonnello Angelo Santo delle Vie. Il carico di tutta la

impresa ebbe Andrea Doria a cui fu consegnato con solenne rito lo

stendardo grande della Repubblica in San Lorenzo. Precederono in Corsica

Andrea Doria, Cristofano Pallavicino, che con quattro galee e due

compagnie di eletti soldati andò a sovvenire Calvi perchè nella

devozione della Repubblica si mantenesse, ed Agostino Spinola, il quale,

trasportati sopra ventisette navi i quattromila fanti dell'Imperatore ad

Erbalunga, prese a devastare il paese disertando col ferro e col fuoco

case, colli e oliveti; gli Spagnuoli e i Tedeschi per ciò commettere non

avevano mestieri eccitamenti; pure i Genovesi gli eccitavano, tanto in

loro potendo la rabbia di vendetta da non conoscere che con mani barbare

si laceravano le proprie viscere; Andrea tiene dietro loro con quindici

navi onerarie e trentasei galee: andarono con lui Ludovico Vistarino di

Lodi maestro del campo, e commissari per le paghe Cattaneo Pinello e

Paolo Casanuova; Agostino Spinola ebbe titolo e grado di tenente

generale. Nelle storie è ricordo, come Andrea uscito la prima volta dal

porto, colto da furiosissima bufera, la quale durò senza intromissione

per bene diciotto giorni, tenne per ventura potercisi riparare da capo;

salpato poi l'otto novembre, dette fondo nel golfo di San Fiorenzo il

quindici del medesimo mese. Un dì stette specolando alla Mortella il

luogo acconcio per iscalare, poi varò il naviglio a Olchini e quivi

attese a mettere le milizie a terra, contrastanti invano gli

archibusieri francesi arripa, e pone il campo presso il convento di San

Francesco; colà avendolo raggiunto Agostino Spinola s'incominciò ad

assediare San Fiorenzo. — Stavano dentro la piazza Giordano Orsini,

Bernardino di Ornano parente di Sampiero, e Teramo di San Fiorenzo con

una mano di fuorusciti côrsi e napoletani, gente tutta di cuore;

sufficiente il presidio; scarso il fodero. Qui non occorre raccontare i

casi di cotesto assedio; ci furono opere del continuo disfatte dagli

assedianti, e con pari pertinacia dagli assediati rifatte, sortite

sanguinose e senza pro', guerra varia, promiscua, non interrotta mai,

sperpero così di uomini come di cose: più feroci accadevano le zuffe

presso la Chiesa di Santa Maria dove stavano trincerati gli Spagnuoli.

Andrea esaminando con diligenza tutte queste cose non menochè il terreno

pantanoso, e la difficoltà degli approcci, deliberò miglior consiglio

essere assicurare i passi e convertire l'assedio in blocco: a questo

scopo, ricinta la torre della Mortella di spaldi e spianate, fece

disperato lo appressarsi al golfo delle navi nemiche; rinforzò i

presidii agli sbocchi delle vie, con ispessi fortini li riparò, il paese

dintorno fece deserto: in certo modo strinse lega con la fame e con la

febbre: ciò fatto spicca dodici galee e dodici fuste con soldati parte

côrsi e parte spagnuoli ad assaltare Bastia; le conduceva Angelo Santo

delle Vie, il quale celere e animoso espugna prima la città, poi la

rocca; Andrea mandò a reggere la terra riacquistata un Luciano Spinola,

se mite non so, certo astuto, e capacissimo ad assonnare gli animi

crucciosi con le blandizie, e gli animi arrendevoli ammansire a servitù.

Il presidio côrso e francese di Bastia si ritirò a Furiani, donde

volendo snidarli la gente del Doria, baldanzosa oltre il dovere per la

riportata vittoria, viene due volte aspramente respinta. Il Thermes,

costretto a partirsi dallo assedio di Calvi sovvenuto a tempo, cammina

cauto e difilato a percotere di fianco Agostino Spinola, perchè Andrea

sia costretto di levare a sua posta l'assedio da San Fiorenzo: in questa

fazione si crebbe fama quel Giovanni da Torino, che anco allo assedio di

Firenze tante belle prove di valore operò in vantaggio della Repubblica,

perocchè, traversando terre pantanose, riuscì a entrare di straforo

nella città assediata portandoci alcune provvisioni, e mulini a braccia,

e poi ne sortiva alla scoperta, nè circondato volle posare le armi,

all'opposto sempre menando virtuosamente le mani si ridusse incolume tra

i suoi: nè questo fu l'unico assalto al campo genovese, bensì ogni

giorno Sampiero e il Thermes tribolavano il Doria; il quale, piuttosto

ostinato che costante, si era fitto in cuore di volere ad ogni modo

domare l'Orsino con la fame: dall'una parte e dall'altra non requie mai

nè posa, gli uni ad offendere, gli altri a prevenire le offese, ma quel

perpetuo aggirarsi di Sampiero e del Thermes non partorendo frutto

alcuno, l'Orsino ebbe a sgomentarsi, e poi cessare del tutto come

rifinito pel soverchio della fatica. Ritiraronsi a Corte perchè Carlotto

Orsini scorrazzava il paese dintorno co' suoi cavalleggieri, ed essi non

avevano da opporgli cavalleria, sicchè correvano pericolo di vedersi

scemi ora di questa, ora dell'altra banda tagliata fuori dal grosso

della gente. In quel torno comparve in Corsica Piero Strozzi con

diciassette galee, ma sovvenne poco le parti dei Côrsi e dei Francesi,

essendo la sua commissione per Siena; bensì vi lasciò una compagnia di

Côrsi, compagni del Sampiero nel Piemonte, e al tempo stesso consegnava

a questo côrso, di stupendo valore, le regie patenti, che lo creavano

maestro di campo generale degl'Italiani nella isola: prima di partire si

strinse a segreto colloquio col Thermes; quello che gli dicesse

ignoriamo, nè da veruno storico si accenna: forse, chi sa, che fin

d'allora non lo ammonisse ad allestirsi piano piano a lasciare l'isola

in balía di sè: usanza vecchia dei Francesi, i quali, a mo' degli

antichi sacerdoti, dorano le corna ed ornano di fettucce la fronte della

vittima, prima di darle della scure sul capo.

A San Fiorenzo quello che non seppe fare il valore, la fame potè; non

riuscirono a sovvenirlo gli amici, quando gli stavano attorno vigili a

cogliere la occasione; pensiamo, se adesso lontani; pane solo e poco

cibavano senza distinzione capitani e soldati: di acqua pativano

doloroso stremo: ma se le sorti volgevano agli assediati lacrimose, nè

anco gli assedianti le provavano liete: ai nostri giorni eziandio l'aere

intorno a San Fiorenzo si spande grave e maligno, allora poi molto più,

massime che le sconcie piogge, durate un mese, avevano ridotto la stanza

di cattiva pessima: le compagnie del Doria comparivano più che mezzo

scemate: le vendemmiava la morte. Il Sampiero di questi casi

ragguagliato, instava presso il Thermes perchè sortiti alla campagna con

subito impeto si assalisse il campo, che a lui, non uso a diffidare mai

della vittoria, pareva sicuro di romperlo, ma il Thermes, al quale non

garbava il partito, andavasi schermendo, e come suole dirsi gli girava

nel manico. Dall'altra parte i capitani della Repubblica non

tempestavano meno Andrea a levare il campo, se pure non volesse vedere

sepolti tutti sotto San Fiorenzo, ma egli vie più irrigidiva: lì vincere

o lì morire: taluni siffatta risoluzione lodano come testimonio di

costanza in Andrea, altri e sono i più lo accusano di caparbietà senile;

certo per ultimo gli venne in mano San Fiorenzo, ma e' parve si

aguzzasse il piolo sul ginocchio, imperciocchè si stima, che la perdita

delle vite sommasse a diecimila nel campo dei Genovesi, e quasi tutti

morti d'infermità: morironvi Imperiale Doria, Giustiniano Cicala,

Domenico dei Franchi, e Vincenzo Negrone, e comecchè Luciano Spinola e

Cattaneo Spinello si facessero di Corsica trasportare a Genova per

curarsi della febbre maligna, a nulla approdarono, che il morbo

attaccato loro nelle ossa li precipitò nel sepolcro. Sicchè, tutto bene

avvertito, la carne non valse il giunco, molto più, che oltre la prima

andata ci si ebbe a sciupare altra gente, e non poca. Genova mandò

compagnie di nuova leva, la Spagna quattromila fanti, e copia di

munizioni o vuoi da bocca o vuoi da guerra: anco la Francia non si

rimase da inviarci il Polino con la flotta, ma o sperimentasse la

fortuna contraria, o procedesse di male gambe, non fece frutto, e San

Fiorenzo ebbe a calare a patti.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 15 / 21 段