Il dieci di settembre pertanto, rimorchiate le batterie quanto meglio si

potè presso le mura, cominciarono a bombardarle, e trovatele da questo

lato deboli oltre l'aspettativa, che chi prima le fabbricò, non avendo

immaginato che la terra da questa parte potesse ricevere offesa,

trascurava di farle più forti, in breve n'ebbero abbattute per di molte

braccia: e come fu per industria italiana che si fece la breccia, così

per valore italiano si compì l'assalto: con gl'Italiani andarono i

cavalieri di Rodi, non secondi mai ad alcuno nel cimentarsi alle più

disperate fazioni, e ce ne rimase morti diciassette. Giordano Orsino ne

rilevò un'archibugiata in un braccio, e assai ci si distinse Astorre

Baglione, che poi fu generale dei Veneziani nella guerra di Cipro[38]. I

Turchi non chiesero i patti, forse presaghi che non l'arieno ottenuti,

ma contesero la terra palmo a palmo, e combatterono fintantochè caddero

tutti morti; dei paesani menarono schiavi quanti poterono agguantare, di

cui il numero giunse a ben diecimila, e gli menarono a vendere in

Sicilia, dove, nota uno storico, le donne andavano, per così dire, a

nulla, ed i fanciulli si davano per giunta; il saccheggio ci fu menato

peggio che se le mani dell'uomo si fossero convertite in falci fienaie,

e tuttavia l'avara crudeltà dei ladroni rimase delusa, o perchè i

terrazzani avessero trovato modo di cansare altrove le robe, o perchè,

come credo piuttosto, le industrie, quantunque ci avessero attecchito

bene, non ci fossero anco venute in fiore. Se toccarono gravi al Dragut

i danni del perdere, nè anco il Doria provò copiosi gli utili della

vittoria; se quegli pianse il prode nipote miseramente ammazzato, questi

pianse la morte della moglie Peretta, che giusto allora cessò di vivere,

e tanto più amaro quanto che le rimaneva sola compagna delle antiche

venture, e consigliera fidatissima: per modo che o tu consideri lo

acquisto dei beni terreni, o le passioni dell'animo, qui pure trovò

intera l'applicazione il dettato: che tra corsaro e pirata non ci

corrono che i barili vuoti.

Rilevati i muri, messoci dentro presidio spagnuolo, e scarsamente

fornitolo di munizioni e di viveri, gli assedianti tornano di malo umore

in Italia; a crescerne la scontentezza li prese a travagliare la

fortuna, onde per più di trabalzati su le onde stettero in dubbio della

vita. Dragutte vassi a Costantinopoli non senza trepidazione, chè

infelice capitano o colpevole fu un tempo la stessa cosa pei Turchi, nè

pei Turchi soltanto; ma Solimano propiziato prima co' doni, e poi con

parole accorte persuaso, crebbe di grazia al Dragutte, e lo promosse a

Sangiacco di tutta la Barberia.

Adesso troviamo attestato da parecchi storici, che scrissero dei gesti

di Andrea, com'egli avvertito del pericolo, che correva l'Affrica per

gli assalti imminenti che il Dragutte stava allestendo a mezzo il verno,

andasse dirittamente a rifornirla; la quale cosa per opinione mia non è

vera, dacchè il Dragutte essendosi ridotto alla isola delle Gerbe per

racconciarvi il naviglio, riusciva agevole con un po' di ricerca sapere,

che fino a primavera non sarebbe stato in punto di tentare cose nuove,

nè poteva supporsi, che il novello Sangiacco volesse imprendere fazioni

zarose prima dei rinforzi che attendeva da Costantinopoli: certo è

questo altro, che Andrea sul principio di marzo, studioso di opprimere

il Dragutte prima dello arrivo degli aiuti, salpò da Genova con ventitrè

galee remigando a golfo lanciato colà dove costui stava riparando le

navi. Circondano l'isola delle Gerbe bassi fondi ond'ella poco sporge

fuori dal mare; in sè non contiene colli: bensì lievi eminenze, e tutte

terra; solo da un lato ci si accostano le navi entrando per mezzo di uno

angusto canale dentro certo golfo poco anch'esso capace; il Dragutte,

comecchè colto alla sprovvista, ritrasse sollecitamente dentro al golfo

le navi; rinforzò di artiglierie una torre, che sorgeva alla bocca del

golfo, e di qua e di là la munì di trincee da campagna condotte in

fretta con la zappa, munendole di bersagliatori capaci a tenerne lontane

le fregate, le saettie, ed altri legni minori, che delle galee, stante

il molto immergersi di loro nell'acqua, egli non temeva. — Il Doria,

riconosciuto per bene tutto il luogo dintorno, si persuase come fosse

più agevole vedere, che pigliare il Dragutte; però si rivolse al signore

dell'isola Solimano Schecchi, e con preghiere e profferte miste a

minaccie assai lo stimolava perchè glielo consegnasse a man salva, e gli

diceva non essere il Dragut soldato, sibbene ladrone di mari, infesto

così ai Turchi come ai Cristiani; ma l'onesto Moro gli rispondeva:

queste medesime cose il Dragutte dirgli per lo appunto di lui; ospite il

Dragutte, sè non traditore; indegno sollecitare altrui di tradimento:

aspettasse il suo nemico in alto mare, e con virtù lo vincesse: i prodi

uomini desiderano vincere gli emuli in battaglia, non pretendono averli

in mano come bestie da macello. Dura lezione e meritata. Allora Andrea,

non potendo fare di meglio, si mise con sottile vigilanza a custodire

l'uscita del porto, e sicuro che non gli potesse sguizzare di mano,

attese ad averlo per fame.

Di fatti pareva non ci fosse proprio verso di sfuggire di sotto al

Doria, molto più che il Moro signore della Isola aveva fatto conoscere

al Dragutte tuttodì scemarsi la vittovaglia, e necessità non ha legge;

pensasse pertanto ai casi suoi. Il Dragutte ci pensò, e la necessità, la

quale come è suprema suaditrice di mali, così proviamo madre dei più

stupendi trovati, gl'insegnò il modo di cavarsi dallo impaccio;

quantunque sia più che verosimile, che il Dragutte non leggesse mai Tito

Livio, anzi non lo udisse ricordare nè manco, immaginò lo stesso

strattagemma, in virtù del quale Annibale tratte fuori dal porto, o seno

di mare dei Tarentini, le navi sicule, e varatele in mare, le oppose

alle Romane impedendo a quel modo, che la Rocca di Taranto venisse

rifornita vie via di vettovaglia, e costringendola a rendersi per fame,

che altrimenti se ne giudicava disperato l'acquisto[39]. Raccolti

pertanto, quanti più potè, marraioli, ed allettatili con larghi salari,

il Dragutte fece spianare sentieri, colmare valli, abbattere alberi,

rendere insomma agevole la via; poi per forza di argani tirate le navi

in terra, e accomodatole sopra cilindri, le spinse in mare dalla parte

opposta del Golfo. Taluno racconta ch'egli ciò conseguisse non mica nel

modo che ho esposto, bensì scavando un lungo canale fino all'altro lato

della isola: troppo dura opera sarebbe stata questa e piena di

difficoltà; però non ci sentiamo disposti a prestarci fede: anzi

dubitiamo, che invece di trainare le navi per lo appunto su la contraria

sponda della isola, siasi contentato di trasportarle in parte dove

potesse andare inavvertito, anzi si avrebbe addirittura giudicare che la

cosa stesse così, se dobbiamo credere quanto ne riporta il Campana nella

vita di Filippo II, il quale attesta come le navi fossero trainate circa

mezzo miglio più oltre dal luogo dove si trovavano prima; comunque però

andasse, fatto sta che il Dragutte giunse a sguizzare di mano al Doria,

che mentre, vigilata la bocca del porto, vive sicuro di pigliarlo da un

momento all'altro, sel vede allo improvviso riuscirgli alle spalle e

impadronirsi quasi su gli occhi suoi della buona galea la _Galifa_ da

lui poco dianzi spedita a Napoli ed in Sicilia per cavarne provvisioni.

Per cotesto evento scemò la reputazione del Doria, il quale apprese, e

veramente aveva atteso ad impararlo un po' tardi, come, quando si mette

il nemico alla disperazione, bisogna stare parati ai partiti ed agli

sforzi stupendi che consiglia la necessità; crebbe all'opposto la fama

del Dragutte di accorto non meno che di valoroso capitano, il quale indi

a poco congiuntosi al Sinam Bascià si volse a combattere Malta e non la

potè pigliare; ma era nei fati che cotesta terra gli avesse a riuscire

funesta, imperciocchè tornato ad assalirla, e adoperandocisi dintorno

con la solita prodezza, colto da una scheggia di pietra nel capo cessò

di vivere con infinita allegrezza della Cristianità, che per la morte di

lui si sentì come sollevata, dimostrando così in quanto pregio ella

avesse la prestanza di questo capitano: però questo accadde più tardi,

nel 1564, e dopo ch'egli ebbe percosso la Cristianità di fiere battiture

e sè onorato con nobili gesti di guerra.

Niccolò Macchiavello, nel libro terzo delle Storie, racconta come Piero

degli Albizzi avendo messo convito a molti cittadini, taluno o suo amico

per ammonirlo, o nemico per minacciarlo della istabilità della fortuna

gli mandasse, dentro un nappo di confetti, un chiodo, volendo

significargli che si provasse con quello a conficcarne la ruota. Di

fatti la esperienza dimostra come tutte le umane cose, toccato che

abbiano la cima, o con violenza o gradatamente, forza è che calino, e

questo sanno tutti; ma poichè natura ci creava non contentabili mai, e

noi non sappiamo o non vogliamo conoscere quando siamo giunti al colmo,

e cerchiamo irrequieti di arrivare più in su, accade che veruno uomo,

comecchè sapientissimo, trovi tempo opportuno per dire a sè stesso:

basta! Però il tempo che non sa trovare egli, la provvidenza lo trova,

cui poi serve ministra quella, che da noi si suole chiamare fortuna:

allora i nemici che tenevi sotto i piedi, te li scottano come se fossero

diventati carboni accesi, il senno diventa follía, la forza debolezza,

gli amici stessi non sai se più ti nuocono abbandonandoti alla tua

sorte, ovvero quando si affrettano a sovvenirti; insoliti mostri ti

opprimono, il mare non avrà altro che tempeste per te, rigori la estate,

il verno arsura. La comune degli uomini sotto il fascio dei mali presto

si ripiega, e così in fondo, che incontrando qualche volta una creatura

tutta peritosa, ombratile, piena di ambagi, di ogni più lieve

contrarietà intollerante, tu non sai persuaderti com'ella sia quella

dessa ch'ebbe fama un dì di risoluta nei consigli, di prestante nelle

opere[40]: alcuno, ma raro, offre contrastando mirabile spettacolo di

sè, tuttavia all'ultimo infranto anch'egli curva il capo e mormora

fremendo: un Dio avverso mi opprime. Di questo ci dava testimonio

solenne la nostra età; e nei tempi di cui favelliamo ce lo porse Carlo V

ed invano: imperciocchè nonostante lo esempio e i moniti paterni,

Filippo II rinnovò la prova con potenza ed ingegno molto minori di lui,

epperò con esito più infelice.

Cominciava a dargli fastidio Parma quasi favilla accenditrice di alto

incendio, che il cardinale del Monte promise, se fosse stato eletto

pontefice, di rendere ad Ottavio Farnese, ed eletto principalmente per

opera dei settatori di questa casa, quantunque prete, osservò la

promessa, e non fu poco. Il Gonzaga, a cui l'aspra ragione delle

ingiurie fatte imponeva l'obbligo di farne sempre di nuove, onestando

l'odio e la paura sotto colore di pubblica utilità (ed in questo lo

sovveniva con molto calore il Mendozza, oratore cesareo in corte di

Roma, o per soverchio zelo pel suo signore, o per altra passione a noi

ignota), esponeva allo Imperatore come consiglio di buona politica fosse

i nemici offesi aversi a placare co' benefizii, ovvero opprimerli; però

ad Ottavio o togliesse anco Piacenza o restituisse Parma: via di mezzo

non sapere vederci, nè esserci; a Carlo austriaco piacque naturalmente

dei due partiti il primo, nulla badando al vincolo di sangue; epperò

commise al Gonzaga adoperasse la sua industria per ispogliare il genero.

Ottavio, presentite le insidie, ricorre al Papa, perchè pigli in mano la

difesa del feudo della Chiesa, senonchè il Papa aborriva spendere, e il

danaro se lo teneva per sè; e poi dello Imperatore egli tremava a verga,

per la quale cosa gli rispose: si aiutasse, lo aiuterebbe anco Dio; e

siccome Ottavio gli faceva notare come Dio non lo potesse, secondo ogni

verosimiglianza, sovvenire altramente, che con la lega di Francia, il

Papa stringendosi nelle spalle non seppe dire altro: ci badasse due

volte, avvertisse bene a quello che faceva. Ottavio reputando queste

parole consenso, o per lo manco facoltà di provvedere al fatto suo come

meglio gli paresse, si legò con la Francia. Di qui una guerra lunga e

promiscua, dove all'ultimo prese parte anco il Papa, non già a difesa,

bensì ad offesa di Parma, dove unite le sue alle armi imperiali, perse

pecunia, reputazione, la pace dell'animo, e più di tutto amaro, la vita

del nipote Giovambattista dal Monte, uomo chiaro per bontà e per valore.

Intanto che il Gonzaga, acceso da troppa voglia di ridurre a mal partito

Parma, sprovvede di milizie la parte del Piemonte occupata dalle armi

imperiali, il Brissac succeduto al principe di Melfi, nell'altra parte

tenuta dai Francesi, procura alla sordina di far massa di gente

traendone grossa mano di Francia a cui fece passare le Alpi alla

sfilata, e raccoltane quanta gli parve bastevole al suo disegno,

assaltava allo improvviso e prendeva Chieri e San Damiano, onde al

Gonzaga, messo da parte ogni pensiero di Parma e della Mirandola, toccò

tornare indietro più che di passo per impedire che i Francesi si

allargassero.

Più fiero nembo si addensava in Germania, dove Enrico II di Francia,

stretta lega co' principi protestanti sotto colore di rivendicare in

libertà il Langravio, mosse contro Cesare tutto lo impero; e fu in

questa guerra, che accadde la vergognosa fuga dello Imperatore e di

Ferdinando re dei Romani suo fratello, imperciocchè standosi eglino ad

Jnspruk a sicurezza con la corte e gli oratori dei principi stranieri,

Maurizio duca di Sassonia, capo dei confederati alemanni, indettatosi

segretissimamente co' soli Guglielmo di Assia primogenito del Langravio,

e Giovanni Alberto duca di Mechlenburgo, così si spinse subitaneo contro

cotesta terra, che fu gran ventura a tutti quei personaggi potersi

salvare nel fitto della notte, per mezzo pioggie rovinose, fra sentieri

fangosi, dove si procedeva appena a lume di torce. Principi di corona,

duchi, e marchesi vedevansi a gran stento movere passi affondando le

gambe fino al ginocchio nel pantano: per Carlo già guasto del male di

gotte trovarono una lettiga, donde di tratto in tratto sporto il capo

mostrava lieto sembiante, ed ai tristi che gli trottavano attorno

diceva: non si sgomentassero, avrebbe, prima che fosse molto, saputo ben

egli tirare solenne castigo da cotesto più pazzo che fellone, che con

tanta temerarietà si era mosso contro di lui. — Parole inani con le

quali ostentava simulare l'acerbità del cruccio per la patita

umiliazione, e più di questo doloroso assai il senso della propria

decadenza: riparò a Villaco, castello su la Drava, dove udendo che i

Veneziani radunavano milizie, entrò in sospetto di avere fuggito l'acqua

sotto le grondaie, senonchè avendogli inviato la Repubblica oratori per

confortarlo a starsi di buona voglia, si sentì tutto ricreare.

E poichè, come suol dirsi, ad albero che casca, accetta, accetta, anche

a Siena, tocca dal contagio, saltò in testa di ribellarsi, e cacciati

via gli Spagnuoli, accolse in vece di quelli i Francesi, che il mutare

basti (lo avvertii altrove e lo ripeto adesso) fu detto un tempo in

Italia riacquistare libertà, e piaccia a Dio, che anche ora non sia

così. Colà la guerra crebbe grossa e terribile, conciossiachè Cosimo dei

Medici e Piero Strozzi se facessero quasi un campo chiuso per

combattervi un duello a morte. Cosimo combattè con le industrie, le

provvisioni, e i consigli accorti, l'altro con la prestanza del braccio,

e le imprese arrisicate; prevalse il primo, e a dritto, perchè

giudicarono ottimamente Piero Strozzi quelli che dissero di lui essere

diligentissimo e valorosissimo capitano, celere a pigliare partiti, e

più pronto altresì a mandarli in esecuzione; dei comandamenti altrui se

buoni miglioratore, se tristi emendatore, però più fortunato a uscire e

ad entrare dove voleva, e a camminare per piani, per monti, e per paesi

nemici in ogni tempo, che in combattere.

In questa guerra di Siena, certo non per deliberazione dell'animo,

Andrea anzichè combattere contro la libertà si travagliava in favore

della tirannide, però che i Francesi e lo Strozzi il vivere libero

conoscessero poco ed amassero meno, e in Siena tornasse con loro

l'apparenza non la sostanza della libertà; solo procedeva sincero il

popolo, come suole, e come suole non godè della libertà e patì per la

tirannide; tuttavia Andrea vi andò di male gambe, e quando più tardi

ebbe a levare di Corsica ottocento Spagnuoli per traghettarli sopra le

coste sanesi, ei gli condusse a Livorno, scusandosi con la necessità di

recarsi presto a Genova, ma Cosimo, sospettoso sempre, tenne per fermo

che tale operasse in odio del suo incremento, o per vedersi scemato lo

aiuto degl'imperiali nella guerra di Corsica; i quali sospetti crebbero

a dismisura alloraquando Andrea, trovandosi a Portoferraio, non volle

impedire che i Francesi soccorressero Portercole, e si lasciò pigliare

quasi su gli occhi sette navi cariche di grano[41] protestando che con

l'armata scema di diciannove galee spedite poco prima a Napoli egli era

un giocare da disperati: più tardi, o cedendo alle istanze di Cosimo, o

come credo piuttosto obbedendo ai comandi di Carlo, mandò il nipote

Giovannandrea in compagnia di Bernardino Mendozza con venticinque galee

al servizio degl'imperiali in Maremma, ma nè anco adesso Cosimo ebbe a

sperimentarlo cedevole ai suoi desideri, però che avendo loro ordinato,

che s'ingegnassero pigliare Castiglione della Pescaia per impedire che

venisse a Grosseto l'aiuto dal mare, se ne tirarono indietro allegando

che i soldati spagnuoli si ricusavano di fare la fazione se prima non si

saldavano delle paghe; e poichè parendo, come infatti era, ostico a

Cosimo avere a pagare i debiti altrui, propose che se gli Spagnuoli non

volevano combattere, gli mettessero a terra, e invece loro imbarcassero

altrettanti archibusieri dei suoi: essi lo fecero, ma in luogo di

assalire Castiglione della Pescaia pigliarono Talamone, e non fu impresa

degna di poema nè di storia, chè soli quaranta Francesi vi stavano di

presidio.

Cosimo ordinò le fazioni, ma il Doria tirava l'acqua al suo mulino,

perchè trovandosi con le ciurme scarse, quanti prigioni agguantava,

tanti senza misericordia metteva al remo.

Non contenti i Francesi di tenere sollevate le cose di Siena, si volsero

alla Corsica e quasi tutta la occuparono, levandola di sotto alla

devozione di Genova; prima però di esporre cotesti successi mi occorre

toccare di taluni rivolgimenti donde Andrea ebbe ad accorgersi che,

satellite dell'astro imperiale, come lo aveva seguitato al meriggio così

doveva accompagnarlo al tramonto. Lione Strozzi priore di Capua,

ammiraglio peritissimo non menochè prode, il quale fu fratello a Piero

Strozzi, e in questa guerra di Siena morì di un'archibugiata nel fianco

a Scarlino, avendo sentito come Andrea sferrasse con l'armata da Genova

per la Spagna, a levarne Massimiliano re di Boemia con la reina sua

moglie e condurlo in Italia, donde restituirsi in Lamagna, deliberò

andare ad incontrarlo e combatterlo: per la quale cosa uscito dal porto

di Marsilia con ventitrè galee ed una galeotta, si pose ad aspettarlo

verso le isole Jeres. Andavano con Andrea ventisette galee, ma, come

taluno affermò, avendo scoperto l'armata nemica alla distanza di cinque

miglia, o come tal altro assicura, essendo stato avvertito da un

capitano nizzardo, non si attentò d'ingaggiare battaglia; all'opposto a

furia di remi si riparava nel porto di Villafranca. Chi cerca per la

storia, qualche volta ha motivo piuttosto di giocondarsi che no su la

miseria umana, e adesso argomento di riso lo somministra il molto

affaccendarsi che fanno i parziali del Doria, per iscusare cotesta fuga;

e chi asserisce ch'egli a quel modo operasse a cagione del trovarsi le

sue galee mal fornite, come se, dove ciò fosse stato, non gli si dovesse

ascrivere a colpa, e meriti fede andando a levare personaggi di tanta

importanza per traghettarli lungo coste e per mari infestati da' nemici:

altri poi ci fa intendere, che Andrea, mancando di ordine per parte

dello Imperatore, si astenne da combattere, come se le occasioni di

menare le mani non fossero lasciate in arbitrio del Capitano; più

bugiardo di tutti il Sigonio accerta che Andrea, arringati i suoi

soldati, e confortatili a portarsi da valentuomini, mosse contro il

Priore, senonchè il vento lo allargò nel mare, e rinforzando tutta notte

lo spinse a Villafranca, mentre all'opposto il Cappelloni, più verecondo

di ogni altro, passò in silenzio il caso.

Lione, poichè inseguito un tratto il Doria conobbe non lo potere

agguantare, tornò a Marsilia dove artatamente fece correre voce volere

condursi in Affrica contro i Pirati, ma trattosi in alto mare trasformò

le sue galee, nell'alberatura, negli ornati, nelle bandiere come in ogni

altra cosa, in guisa da parere anco agli occhi dei meglio esperti

spagnuole, poi si volse risoluto a Barcellona, dove comparso allo

improvviso nel dì di San Bartolomeo empì di confusione e di paura

l'universale, e si tiene generalmente per certo, ch'egli se la sarebbe

recata in mano, se i suoi fossero stati meno vaghi di gloria, che di

bottino: di vero la preda che menarono si ricorda grandissima; sette

navi cariche di merci, altri legni minori, ed una galea fornita di tutto

punto vennero in potestà dei vincitori, e questa per curiosa vicenda,

che scambiato Lione per Andrea si era condotta a salutarlo fuori del

porto oltre un miglio; i cavalieri, le donne, e anco i borghesi che si

trovarono sopra la galea, Lione lasciò andare assai cortesemente senza

riscatto, il popolo no; lo mandò al remo. Andrea più tardi quando seppe

libero il mare e rinforzato dalle tre galee del Duca di Firenze, andò in

Ispagna, donde trasferito il Re di Boemia a Genova, quivi secondo il

consueto nel proprio palazzo con regale magnificenza ospitò.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 14 / 21 段