parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il
Doria. — Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio
di Solimano. — Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del
Dragutte per impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre
alla forza, ed anco questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo
riesce, e se ne fa signore; nè però la regge improvvido o
crudele. — Carlo V ordina la impresa dell'Affrica, e ci prepone
Andrea per le cose di mare, e Giovanni della Vega vicerè di
Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi degli
storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste
d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. —
Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con
la morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le
spiagge spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano.
Assedio dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina
invano; scalata al rivellino respinta; pretesti inutili per
onestare la disfatta. — Screzio tra il vicerè della Vega e don
Garzia di Toledo. — Le milizie sconfortate, i capi si rimettono
in Andrea, che manda a Genova e a Livorno a pigliarli; i quali
celeremente portati sollevano le speranze degli assediati. —
Disegni del Dragutte di assalire da due parti il campo; il della
Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che rotto
ripara alle navi. — Osservazioni su gli scrittori di varie
nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati
respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il
Doria inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è
verosimile che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. —
Gl'Italiani e i cavalieri di Rodi assaltano la terra e la
pigliano con la morte di tutti i Turchi. — I cristiani fanno
schiavi i cittadini e li vendono; — ma di ogni altra cosa si
trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al ritorno patisce
fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove
propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il
Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove
all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente
ributtato. — Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso
strattagemma che adoperò Annibale a Taranto. — Paolo Giovio
attribuisce il medesimo trovato a Consalvo Fernandez. — Dove e
quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua mutabilità. —
Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio si lega
con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa
Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita
del nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga
dello imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. —
Cosimo dei Medici e Piero Strozzi. — Andrea soccorre
languidamente Cosimo; alcuni dicono che salvasse, altri che
perdesse navi cariche di grano: come si accorda la discrepanza. —
Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge davanti Lione
Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non piglia
Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee
e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile;
che per astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria
tornando a Napoli libera Orbetello dallo assedio. — Lettere
falsate dal Mormile per rimandare l'armata turca, e corruzioni. —
Arimone oratore di Francia per troppo zelo dà nella pania. — La
guerra si volta tutta in Corsica. — Genova perde tutta la isola
tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile difesa di San Bonifazio:
si rende a patti: opinioni varie intorno alle cause della resa: i
patti non si osservano. — I Francesi rendono la pariglia allo
Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere. —
Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si
stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano
Cesare. — Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di
Firenze sovviene la impresa; provvisioni di guerra e condotte di
soldati che fa l'ufficio di San Giorgio. — Andrea eletto capitano
generale riceve lo stendardo di san Lorenzo. — Cristofano
Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; — Agostino Spinola
sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco. — Andrea
sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta il
medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta
l'assedio in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire
Bastia, e quegli piglia la città e la rôcca; volendo poi
stravincere a Furiani è battuto due volte. — Il Thermes tenta
offendere di fianco Agostino Spinola. — Bella azione di Giovanni
da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo, e poi n'esce alla
scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a rimanere
intorno San Fiorenzo in onta alla moría; — il Thermes e il
Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua
vigilanza, per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo
viene a patti; Andrea ne propone dei crudeli: ributtansi; alle
istanze dei suoi ricusa cedere in apparenza, ma in sostanza
concede si salvino i fuorusciti côrsi e napolitani; ma poi si
pente; e presi trentatrè côrsi gli mette al remo. — I Francesi
abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. — Andrea ha
da levarsi dalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a
Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato,
perde quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea
a Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a
traverso in prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante
trafitture di Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste
turche.
Quando i Romani videro Mario, il quale ormai vecchio di sessanta anni,
desiderando di andare a combattere Archelao e Neottolemo satrapi del re
Mitridate, industriavasi mantenersi gagliarde e bene disposte le membra
esercitandosi nella palestra coi giovani a maneggiare cavalli ed a
trattare armi, lo compassionavano come quello, che di povero diventato
ricco, e di piccolo grandissimo, dopo tanti trionfi e dopo tante gioie
godute non sapesse finire in pace la prospera ventura. Ciò che i Romani
avrieno detto adesso, considerando Andrea Doria, ignoro; questo so, che
come a me, ad altri deve riuscire stupendo contemplare un vecchio di
ottantaquattro anni (che tanti ne contava Andrea in quel torno),
condotto a quello estremo termine in cui la vita della più parte dei
mortali è conchiusa, o se da taluni è toccata, a sè procaccia fastidio,
in altrui mestizia per la ruina di animo e di corpo, che partorisce
strappare, per così dire, al sepolcro gli anni che avrebbe dovuto vivere
Giannettino, e correggendo l'errore della morte, aggiungerli alla
propria vita, riempiendone lo spazio tra sè e il nepote Giovannandrea;
la quale cosa avrebbe dovuto naturalmente fare il suo figliuolo adottivo
Giannettino: certo la volontà, comunque indomata, dell'uomo tanto non
può, e tuttavia, in parte, penso, che possa. Narriamo dunque le geste di
Andrea decrepito, mentre i suoi coetanei tutti, e dei discendenti i più,
da lunga stagione dormono il sonno eterno.
Chi fosse Dragutte narrammo, e come, caduto in podestà di Andrea, lo
francasse non già per cupidigia di taglia eccessiva, secondochè parecchi
fra gli antichi, e taluno moderno scrittore si ostina a rinfacciargli
(avendo dimostrato che la fu piuttostochè discreta meschina); bensì
perchè i Turchi si piegassero al costume di fare a buona guerra o
almanco non incrudelissero. Che poi il Rais turco fosse uomo di guerra
prestantissimo, veruno il seppe quanto Andrea, il quale così lo tenne in
pregio che volle perpetuarne la immagine sopra le proprie medaglie
dietro la sua: di fatti non si revoca in dubbio che ritragga il Dragutte
la testa che vediamo nel rovescio di quella disegnata nelle monete,
medaglie e sigilli dei principi Doria descritti ed illustrati da Antonio
Olivieri, ed è la prima della Tavola II[36]. Costui pertanto, dopo la
morte dell'ultimo Barbarossa, rimasto solo a vigilare le cose
dell'Affrica, spiando diligentissimo le occasioni per confermare od
ampliare il dominio del suo Signore, venne a sapere come nella città
modernamente chiamata Affrica e Media, ed in antico Lepti, ovvero
Afrodisio pel culto che dentro un solennissimo tempio vi professavano a
Venere dea, alcuni, congiurati insieme per odio alla tirannide, o
piuttosto, secondochè più spesso avviene, per voglia di farsi tiranni,
spento il principe la ressero, e bene, almeno su i primordi, come suole,
procurando metterla in fiore col ricoverarvi copia di Ebrei e di Arabi
cacciati via dalla Spagna e dal Portogallo, i quali vi trasportarono le
industrie loro e i commerci. Sembra che la città imperassero o tutti in
una volta, o con alterna vece quattro principali cittadini, dacchè
sappiamo che Dragut, essendosi propiziato co' doni uno fra essi chiamato
Brambara, chiese accettassero in Affrica come cittadino, persuaso che
volentieri glielo assentissero; e s'ingannò, imperciocchè quanto più si
sbracciava il Brambara a caldeggiare il partito, tanto meglio gli altri
si ostinavano a rigettarlo, conoscendo espresso che, entrato cittadino
in piccola terra il comandante di sessanta tra galee, galeotte e legni
minori, se dura un dì senza farsi tiranno gli è per miracolo. Andate
male le arti astute, si pose mano alle violente. Dragutte incollerito
bandiva, poichè compagni non avevano voluto diventargli, gli abitatori
dell'Affrica si apparecchiassero ad obbedirlo servi; se sapevano si
difendessero. Chiamato il Brambara in luogo segreto parecchie miglia
lontano della città, gli commette quanto egli abbia da fare dopo
consegnatigli cinquecento Turchi usi agli sbaragli; egli poi va con le
navi ad attelarsi dinanzi la città, briccolandoci di tratto in tratto
qualche palla, indi rinforza, all'ultimo piglia a bombardarla con
ruinoso fracasso. I terrazzani non temendo assalti dalla parte di terra
voltansi al mare, e nella zuffa si versano intensissimi, tanto più che
pareva loro di cavarla a bene; per le quali cose il Brambara ebbe agio,
sperto com'era dei luoghi, di accostarsi inosservato alle mura,
scalarle, e correre co' Turchi la città. Così l'Affrica cadde in potere
del Dragutte, che posto subito termine al saccheggio, la governò
prudente, la costituì emporio delle sue prede, arsenale delle navi,
arnese di guerra, così a difendere come ad offendere adattatissimo,
giacendo ella sopra una estrema lingua di terra proprio di rimpetto alla
Sicilia; donde però lo speculare continuo, lo spiccarsi istantaneo, e il
ripararsi sicuro. Carlo V, non potendo patire cotesto stecco su gli
occhi, mosso ancora dai prieghi dei popoli, ordinò a Giovanni della Vega
vicerè di Sicilia, e al Doria, di condursi a fare cotesta impresa,
preponendo il primo al comando della gente di terra, il secondo a quello
dell'armata.
Era mente dei capi che gli apparecchi così in segreto si ammannissero,
che nè anco un fumo ne traspirasse; comandi questi più facili a darsi
che ad ottenersi; in vero, di ciò tosto ragguagliato il Dragutte irrompe
a tempestare per le coste d'Italia; in ogni tempo per uscire in corso
gli saria bastato anco meno, adesso poi lo moveva causa giusta, e ce
n'era di avanzo, conciossiachè intendesse stornare la guerra
dall'Affrica. Gli storici contemporanei, che diluviano vituperii sopra
Dragutte, voglionsi compatire come quelli che trasporta la veemenza
delle passioni del tempo, ma noi che conosciamo oggi come Turchi e
Spagnuoli fossero belve pari, e del pari bramosi di preda, bene possiamo
riprendere il modo di condurre la guerra nel Dragutte, ma, oltrechè dal
modo col quale la conducevano gli Spagnuoli la sgarava di poco, dobbiamo
confessare, che quanto al fine, i Turchi miravano conquistare la Italia
su gli Spagnuoli, e gli Spagnuoli cacciare via i Turchi dall'Affrica;
entrambi ladri di terre altrui; e se noi altri Italiani dovevamo
scapitare o avvantaggiarci piuttosto con Maometto che con la
Inquisizione, o con questa piuttosto che con quello, è cosa che renunzio
a definire.
Dragutte pertanto, presa una nave genovese dei Caneti presso Trapani, la
spoglia del carico; poi fa correre voce: che, lacero dalle tempeste, gli
è forza rientrare nei porti. Il Doria tosto esce sul mare dove, cercato
invano il Dragutte, torna indietro per torsi su la nave Muleasse re di
Tunisi e traghettarlo per prezzo in Affrica: allora Dragutte sguizza
fuori dai nascondigli, e mena ruina lungo le riviere. Rapallo ne andò
sottosopra, e qui la tradizione racconta accadesse la strana avventura,
che forse non fie grave di leggere a sollievo della mente affaticata
dalla storia dei continui infortuni. Bartolommeo Magiocco, giovane
rapallese, ama una giovane donna e non è amato: già si crede che
formosissima ella fosse, ma bella o no piaceva al giovane e basta. Nel
buio della notte irrompono i Turchi, la gente atterrita dagli urli, dai
fuochi e dallo strepito delle armi, non fugge, vola: l'aspra cura di sè
vince ogni affetto; nè a padre, nè a congiunti pensano, o se ci pensano
non gli sovvengono; così lasciano in abbandono la ritrosa amata dal
Magiocco, che desta al rumore trema come foglia, e si rannicchia nel
buio; però al Magiocco bastò l'animo di volgere il viso colà dove tutti
voltavano le spalle, nè gli preme morire, dacchè tanto vivere senza
l'amor suo non pativa, e così sperimenta la fortuna cortese, che
inosservato penetra nella casa della giovane, lei svenuta si reca sopra
le spalle, e con esso seco si riduce a salvamento: affermano che a tanta
prova di affetto il cuore della giovane si squagliasse, e l'amò, e forse
lo amava anco prima, che in molte donne è natura mostrarsi superbe
quanto più si mirano attorno gli amanti devoti: e se taluna viene per
blandimenti propizia, ad altre all'opposto piace essere espugnata come
rocca nemica: ma ciò agl'intendenti.
Queste ed altrettali accortezze giovarono poco al Dragut, imperciocchè
Andrea, recatisi in nave nel golfo della Spezia mille Spagnuoli, quinci
sferrando con ventidue galee, venti sue e due del Visconte Cicala,
veleggia per Napoli e Sicilia, dove si aggiunge altre trentadue galee
imperiali tutte, togline tre del Papa comandate dal Priore di Lombardia,
e tre di Cosimo duca di Firenze cui era preposto Giordano Orsino; poi
tocca Trapani dove si reca a Capobuono già promontorio Mercurio. — Data
e ricevuta qualche batosta, su lo appressarsi della spiaggia fu
consiglio dei capitani occupare innanzi tratto Monastir terricciuola
prossima all'Affrica, la quale, per trovarsi povera di gente, Dragutte
aveva presidiata con un buon polso di Turchi, e parve ottimo partito,
essendo a temersi, che mentre essi si sarieno travagliati intorno
all'Affrica, Dragutte, che se ne stava fuori, colà raccogliesse lo
sforzo dei Turchi e degli Arabi dalla universa Barberia, e fatto impeto
improvviso sturbasse e ruinasse la impresa. La terra cadde in mano dei
nostri, e fu poca fatica: più duro intoppo oppose il castello, perchè
prima non si ebbe se non se ne ammazzarono tutti i difensori: dei nostri
ce ne rimase oltre sessanta, senza contare i feriti, e dei più
prestanti, come suole; una galera per lo stianto di un cannone si
sfasciò.
Dragutte, cruccioso per non avere potuto stornare le armi imperiali
dall'Affrica, imbizzarrisce su i mari, e dopo le liguri manda a fuoco e
a sacco le spiagge côrse, elbane, tosche, e poi si arrischia fino alle
spagnuole; a Valenza fa danno, lo ributtarono a Maiorca, ma invano, chè
Andrea fermo più che mai di starsi alla espugnazione di Media lo lascia
sfogare.
E' fu solo sul finire del giugno che don Giovanni della Vega, il quale,
dopo surrogato il figliuolo Alvaro a reggere come vicerè la Sicilia, si
condusse all'assedio di Media recando seco quattromila Spagnuoli, e
arnesi adatti per abbattere muraglie; compito in meno di due giorni lo
sbarco così della gente, come di ogni altra cosa necessaria al
campeggiare, manda don Garzia a mettere le tende su certo colle
soprastante alla città, egli si accampa poco oltre in luogo dilettevole,
postando due compagnie di Spagnuoli in certo ricetto fabbricato sul lido
a guardia e difesa delle munizioni.
Sorge la città di Media in cima di una lingua di terra su la costa di
Barberia a tramontana dalla Sicilia: dal lato di oriente guarda Malta e
l'isola di Gerbe, a ponente Tunisi e la Goletta; gira all'intorno
quattro miglia e più; da tre parti la circonda il mare, la quarta va
esposta agli assalti di terra: però dal mare non temeva offese o poco,
imperciocchè il basso fondo del mare, se togli in due anguste calanche,
non desse luogo si accostassero navi grosse; delle piccole non era a
farsi caso. Muraglie validissime, e rinforzate da cinque torri costruite
a uguali intervalli, la difendevano dalla parte di terra con un
rivellino più in alto sporgente in punta molto in fuori. Riconosciuta
per la seconda volta la terra, parve impresa più ardua di quella che
dapprima non comparisse, e giudicando impossibile batterla dal lato del
mare, ventilarono sul modo di assalirla per terra. Alcuni volevano si
battesse prima il rivellino, prevedendosi che i cannoni, di che appariva
munito, arieno malconcio qualunque si fosse attentato battere la
cortina: altri all'opposto opinavano si avesse a combattere addirittura
la cortina schermendosi dai fuochi del rivellino, sia bersagliando con
gli archibusieri chi stava attorno alle artiglierie, sia costruendo
terrapieni e travate. Prevalse in Consulta il secondo partito, però che
il buon costume di guerra persuadesse incominciare gli assalti dai
luoghi più deboli; e di vero procedendo altramente si corre pericolo,
che i soldati per la troppa resistenza si scorino, e più volte respinti
perdano la speranza del vincere. Tutto il giorno durarono a battere la
terra con ventitrè cannoni, ma le cortine furono rinvenute oltre
l'aspettativa gagliarde: fecero miglior prova contro il rivellino, dove
riusci agli archibusieri condurre tanto innanzi le trincee da
bersagliare a man salva chiunque si affacciasse al parapetto. Poichè
l'esito aveva mandato alla rovescia i presagi, per quel giorno si
rimasono; nella notte presero la deliberazione, comecchè paresse ostica,
di tentare la scalata al rivellino, e la tentarono sul fare del dì, che
fu il secondo di luglio, gli Spagnuoli del Terzo di Sicilia: la fortuna
non arrise al valore, o piuttosto gli Spagnuoli pari alla ferocia non
possedevano la spigliatezza necessaria a costesta maniera di fazioni:
fatto sta che dopo avere messo il piè su i parapetti ne furono
ributtati. Gli storici parziali agli Spagnuoli, e Spagnuoli raccontano,
che si trattennero spontanei da scendere giù dalle mura, avendoli per
carità avvertiti un Moro dabbene, che nol facessero perchè sarebbero
caduti dentro un fosso profondissimo tutto irto di acuti e di triboli,
dove gli aspettava morte certa non menochè ingloriosa: novelle di cui
gli uomini non patiscono penuria per onestare la disfatta, massime se
questi uomini nascono o di Spagna o di Francia. Oltre la pesantezza
delle milizie spagnuole, che fu la causa vera onde la scalata
sinistrasse, vuolsi in parte attribuire la colpa all'astio che si
portavano tra loro il Vega e il Toledo, il quale operò sì, che questi si
movesse quando il giorno era chiaro, e tardi e inopportuno lo
sovvenisse. Quantunque questa colpa del Toledo non sia facile a
provarsi, su ciò mi occorre notare, che veramente la invidia, peccato
assai comune negli uomini, è proprio vizio delle Corti, e poi lo screzio
tra i due capitani ci viene così concordemente testimoniato dagli
storici, che non si potrebbe con ragione mettere in dubbio.
Scemo il campo di combattenti, sconfortati i superstiti, le munizioni
logore, la inopia delle vettovaglie, che poche ed a stento si avevano a
cavare dalla Sicilia (dacchè il signor di Camorano, il quale doveva
tenere provveduto il campo e fornire certe squadre di cavalli, fallì le
promesse), le nuove del giorno, per gli apparecchi che si udiva
allestire il Dragut formidabili, sempre più paurose, ebbero virtù di
mettere il cervello dei capitani a partito, i quali fecero capo ad
Andrea perchè trovasse modo di spuntare la impresa; e questi spedì senza
frapporre indugio Marco Centurione con dieci galere a Genova a pigliarvi
milleduegento Spagnuoli levati da Milano, nuove artiglierie, e munizioni
provvedute dal Senato, e dall'Officio di San Giorgio: il duca di Firenze
dette due mila palle di ferro, e copia di polvere, che il Centurione
prese passando da Livorno. Questi rinforzi condotti al campo con
diligente prestezza ebbero virtù di rinfrancare gli spiriti: certo essi
capitarono in buon punto, perchè al Vega fu porto avviso da un moro di
don Luigi Perez Vergas governatore della Goletta[37], il quale era stato
chiamato per consiglio al campo, come Dragutte accorso in aiuto
dell'Affrica con quattordici vascelli, dopo averli messi in sicuro
dentro certo golfo lontano una trentina di miglia su quella costa, n'era
sceso con settecento Turchi di provato valore, a cui avendo aggiunto
molte bande di Arabi gratificatesi co' doni, ed anco con la fama della
sua prodezza, mulinava percotere il campo con qualche improvvisa
battitura da un lato, mentre dall'altro gli assediati, facendo impeto
subitaneo fuori delle porte, lo arieno tolto in mezzo quasi sicuri di
romperlo. Il Vergas da prudente capitano, non attese ad essere assalito
sotto le mura, esperto che chi assalta ha sempre vantaggio così per
l'animo concitato come per lo impeto che il corpo acquista col corpo: e
poi il combattere in luogo e punto medesimo due nemici gli è come
mettere tutto il suo sopra una posta sola: quindi, sotto pretesto di
legnare, spedì due compagnie di archibusieri spagnuoli in certo bosco a
ponente, e dopo breve intervallo seguitò egli con parecchie squadre, le
quali, camminato che ebbero forse due miglia, occorsero nei Mori e nei
Turchi affrettantisi allo assalto del campo: fu da una parte e
dall'altra combattuto con la solita rabbia che nè dà, nè spera
quartiere: prevalse al fine la virtù dei nostri, sicchè Dragutte, visti
i suoi o spenti o laceri da non potere più reggere le armi, riparò alle
navi, con le quali si ridusse alle Gerbe, e quivi stette ad aspettare la
caduta del suo fidato asilo dell'Affrica, cruccioso per non poterla,
come pure avrebbe voluto, sovvenire.
Gli assediati non avevano dal canto loro mancato al debito, e da tre
punti, sortendo, assaltarono il campo; ma la furia turca si ruppe contro
la costanza spagnuola, sicchè vennero aspramente respinti; ciò
nonostante le cose dello assedio non accennavano a sollecita
risoluzione, imperciocchè molta gente in tanti scontri di arme fosse
andata perduta, ed i ricordi dei tempi lamentano, tra gli altri, morto
un Ferdinando Toledo maestro del campo, cavaliere di molta prodezza; nè
gli assediati facevano punto vista di balenare, anzi vie più nella
difesa s'intoravano, animati da Hissè Rais nipote del Dragutte, giovane
ferocissimo, preposto loro come capo; ed hassi inoltre a notare, che,
sebbene per industria di Consalvo da Cordova, meritamente salutato col
nome di Gran capitano, le fanterie spagnuole fossero diventate tali da
reggere il paragone con le turche e superarle in campo aperto, per dare
gli assalti stavano di sotto alle italiane. L'arte delle artiglierie,
massime quella delle mine, aveva fatto con Piero Navarro notabili
progressi, pure non tanti da sfasciare agevolmente muraglie costruite
con sodezza e diligenza, e secondo il bisogno riparate: in ultimo, per
difendere fortezze, i Turchi furono tenuti sempre, e anco ai dì nostri
si reputano piuttosto singolari che rari. Già accostavasi settembre, e
se la impresa non si vinceva nel corso del mese, era da prevedersi che
la perversa stagione, repugnanti o volenti, avrebbe cacciati
gl'imperiali di costà. Quando Andrea Doria, per fuggire danno e
vergogna, propose in Consiglio: poichè le mine, le trincee, ed ogni
altro sforzo erano riusciti invano dalla parte di terra, si tentasse
l'assalto dal mare; a questo scopo egli mise fuori un suo nuovo trovato,
il quale fu questo: alleggerite due galere di zavorra, e di attrezzi, le
assicurò bene insieme con grosse catene, poi ci costruì sopra travate,
riempiendo di terra pesta gli spazii rimasti vuoti tra l'uno e l'altro
assito, e dietro a queste collocò i cannoni grossi da battere mura, non
però più di quattro: forse avrà anco aggiunto intorno al corpo delle
galee botti vuote, affinchè queste sporgessero più galleggianti su
l'acqua, ma non lo trovo scritto, epperò senza iattanza parmi si possa
dire, che quando don Barcelo, nel secolo passato, mise in opera nel
famoso assedio di Gibilterra le barche cannoniere descritte dal Botta
nel libro duodecimo della sua storia della Guerra Americana, non
inventava, bensì ricordò, ed adattò all'uopo. Il Brantôme, sempre
studioso di denigrare il Doria, tolto a questo il merito della
invenzione delle batterie galleggianti, l'attribuisce al Toledo, ed è
malignità francese, chè da lui in fuori veruno autore lo asserisce, e se
di tali bisogne Andrea si avesse ad intendere un po' meglio di don
Garzia lascio che giudichi ogni uomo di senno.