Andrea, come altrove dicemmo, sortito per sua rea fortuna ad essere

soprassagliente, ed albergatore di principi stranieri in Italia,

imbarcava a Rosas, altri afferma a Barcellona, ma erra, Filippo per

Genova, dopo avere condotto Massimiliano in Ispagna; chi nota

cinquantotto essere, chi sessanta le galee capitanate allora da Andrea,

sicule la più parte, e napolitane, o spagnuole; due di Antonio Doria,

del Grimaldo di Monaco due, due del visconte Cicala, diciannove di

Andrea, fra cui la quinquereme in cotesti tempi reputata cosa stupenda:

quaranta navi onerarie seguivano. Quale e quanto il corteo, gli arnesi

preziosi, le vesti sfoggiate, gli arazzi, le bandiere, i suoni, altri

racconti: hacci un volume e grosso che ricorda i minuti particolari di

questo viaggio, chi ne ha voglia lo legga: lo scrisse l'_Estrella_

spagnuolo[31]. A noi basti saperne tanto, che su le navi Filippo portava

seco il vasellame della corte per comparire nei conviti onorevole,

valutato un milione di oro[32]. Tuttavia notisi, ch'ei lo portava per

farlo vedere, e quasi per richiamo, come costuma chi uccella, perchè a

veruno donò, se togli femmine[33], da tutti prese, massime in Italia, e

più gli Spagnuoli insaccavano, e meno pareva loro che gli dessero, che

davvero l'_avara crudeltà di Catalogna_ da nessuno fu vinta, se ne togli

la odierna austriaca, la quale è pure consorte di quella.

Veleggiavano per le coste d'Italia su la medesima galera Andrea, il

principe Filippo, il duca di Alva, il Madruzzo cardinale di Trento, don

Luigi Davila commendatore di Alcantara, don Gomez Figuerroa, capitano

della guardia, Guittierez Lopez di Padiglia maggiordomo ed altri

personaggi preposti a tali e tante così svariate cariche, che troppo

sarebbe lungo riferire: a vederli parevano sviscerati amici, tanto non

rifinavano avvicendarsi oneste accoglienze e liete; più di tutti

Filippo, il quale un dì arringava Andrea, rendendogli grazie non pure

grandi, maravigliose, e nella sua orazione piena di concetti superlativi

paragonò prima il padre Carlo a Giulio Cesare e a Filippo macedonio, poi

più modestamente sè ad Alessandro magno. Gli Spagnuoli, tenendo ormai di

aver agguindolato Andrea, comecchè urbanamente, lo proverbiavano, e lo

davano a divedere, Andrea al contrario affatto sicuro della solerzia

ligure lasciava dire mostrando di non addarsene.

Intanto chi di loro due si apponesse si chiariva da questo. Don

Ferrante, giusto nel punto in che l'armata salpava da Rosas, aveva

scritto al Senato: essere il principe Don Filippo partito di Spagna, ma

siccome, venendo per mare, gli era tolto condurre seco accompagnatura

dicevole alla grandezza sua, così dimandargli stanza per duemila cavalli

e duemila fanti, co' quali egli si proponeva onorare in Genova la

presenza del suo signore e padrone. Rispondeva il Senato: non la potere

concedere, se non dopo informato del numero e della qualità degli uomini

che traeva seco il principe Don Filippo; allora piglierebbe consiglio;

replicava insistendo il Gonzaga: la guardia aversi a trovare sul posto

appunto mentre il Principe scendeva a terra; gl'indugi sbandissero, ed i

più tristi sospetti; ma il Senato pertinace ammoniva alla scoperta: dal

poco fidarsi non essergliene capitato mai danno: venisse in compagnia di

venti compagni e gli aprirebbero; se con più gli chiuderebbero le porte

in faccia.

Allora la collera del Gonzaga, come colui che vedeva il male esito dei

suoi tiri furbeschi, rotti gli argini dette di fuori e di rinfacci mandò

giù un diluvio. Di qua e di là si avvicendarono proteste; all'ultimo il

Senato, per non tirare di soverchio la corda, consentiva alloggiasse il

Gonzaga a Sestri con duecento cavalli e trecento fanti.

Quanto a Cosimo ci occorre buona ragione per crederlo di voglie mutate,

e lo argomentiamo da questo: premuroso di difendere e di crescere lo

stato, egli aveva scritto allo Imperatore come Piombino, in mano di

donna vedova e di garzone pupillo, male reggerebbe agli assalti nemici,

e meno l'Elba per essere luogo aperto; desse a lui Piombino,

spodestandone i signori vecchi, e gli consentisse fortificare la

seconda, ed egli entrare mallevadore che sarieno entrambi rimasti illesi

dagli sforzi dei Francesi. Piacque il partito allo Imperatore per molte

cause, di cui non ultima, per non dire principale, quella di arruffare i

principi italiani fra loro, e tenerseli come fili attaccati al dito. Gli

Appiani pertanto si cacciarono via, e Piombino, consegnato a Cosimo, si

munisce da lui con gagliardissimi baluardi; così eziandio l'Elba, e

l'opere che ci furono fatte ammirò nel passato secolo il Vauban, ed anco

nel nostro si tengono in pregio. I Genovesi, commossi per tale novità,

come quelli che vivevano in inquietudine di Cosimo non meno ansiosa che

dell'Imperatore, però che se questi superava quello in potenza, quegli

vinceva questo di solerzia, e stando loro da canto poteva côrre a volo

le occasioni, presero a levare infinite querimonie, e stette a un pelo

che, saltati a tumulto su le galee, non uscissero a mettere sottosopra

le muraglie fabbricate di fresco; ventura fu che Andrea, accorrendo,

ordinasse le galee si sferrassero dal porto, e si discostassero in mare;

allora il popolo, vistosi tronco il cammino, si placò alle promesse del

Doria, il quale lo mallevava, che lo Imperatore informato gli avrebbe

tolto cotesto spino dall'occhio. Cesare Pallavicino fu subito spedito a

Corte, non si sa con quali argomenti (comecchè si sappia i Genovesi

avere sempre fatto capitale su gli scudi di oro), tirarono dalla loro un

certo frate domenicano Multedo confessore dello Imperatore; di cotanto

più facile riesciva al Pallavicino cattivarsi il padre domenicano,

quanto, che questi avesse ruggine contra Cosimo per la soppressione

ch'ei fece dei Frati di san Marco in odio del culto da loro serbato pel

Savonarola. Il Multedo non omise mettere a scrupolo di coscienza del suo

imperiale penitente lo spoglio iniquo consumato in suo nome a danno

della vedova e del pupillo; uno storico qui nota e bene, che il frate

operò da quel valentuomo ch'egli era; per altro bisognava confessare,

che avrebbe fatto meglio, dacchè era entrato su questo tasto, a

mettergli a scrupolo di coscienza tutto il rimanente, ed era troppo più,

che egli si teneva, come i cani cuccioli, con ingiustizia anco maggiore

usurpato. A Cesare, cui bastava che Piombino fosse stato munito co'

danari di Cosimo, non parve vero, sotto pretesto di giustizia, far

sentire al tirannello fiorentino che aveva la rosa una stretta di mano;

e poi trovò utile alla sua politica le gozzaie fra i principi a lui

sottoposti inasprire speculando su la discordia per allungare gli

ugnoli; quindi a Giovanni De Luna, e al Mendozza commetteva, che preso

possesso di Piombino, con soldati spagnuoli lo presidiassero. Cosimo al

quale sembrò, com'era difatti, essere giuntato, si risentiva; e Cesare

all'opposto lo tassava d'ingratitudine, avendogli, secondochè gli

rinfacciava, ottenuto dai Genovesi non senza molta fatica il quieto

possesso delle fortezze della isola d'Elba ai Genovesi molestissime,

perchè da loro temute minaccie e pericolo per la prossima Corsica;

nondimanco Cosimo imbroncito non si mosse da Firenze per complire don

Filippo al suo arrivo a Genova; dicono ch'ei mandasse il figliuolo

Francesco in compagnia di un vescovo Ricasoli, scusandosi, narra

Giambattista Cini nella vita di Cosimo, col travaglio, che gli davano le

cose di Genova da lui vigilate pel servizio dello Imperatore, ma invece

perchè lo smacco di Piombino gli si era fitto nel cuore, e però aveva

seco stesso deliberato non volere tanto precipitare la sua reputazione,

che ogni cenno dello Imperatore lo avesse sempre, e a qualunque sua

voglia a movere: amando per sè e per la rimanente Italia l'amicizia di

Cesare non la servitù, mentre a questa egli si mostrava piuttosto

stupidamente cupido che a diritto sollecito ridurre; e queste sono le

parole che possono parere generose, ma insomma le proverai inani, perchè

come un duca di Fiorenza potesse pigliare queste arie con lo Imperatore

non si capisce, se non che barcamenandosi con la Francia; ma allora,

invece di vendicarsi in libertà, si sottometteva a due dipendenze;

invece i Medici, e gli altri piccoli principi italiani, avendo

sperimentato di tale ragione politica, trovarono che egli era come

cacciarsi tra la incudine e il martello. Non senza cagione poi ho

scritto dicono che andasse Francesco a complire il principe Filippo,

però che simile novella venga smentita dal Cantini, altro spositore

della vita di Cosimo, insieme con la giunta dei centomila scudi di oro

portati dall'erede di Cosimo in dono a Filippo, non parendo verosimile,

che il duca, tanto per natura e per abito sospettoso, volesse

avventurare in cotesti tempi torbi il figliuolo unico, e fanciullino di

sette anni, e per di più presentare di tante monete l'erede di colui,

che con sì gravi ingiurie lo aveva di recente angustiato. Su di che, se

da un lato è da dirsi, che gli scrittori contemporanei, e vissuti in

Firenze, pei fatti che videro meritano fede su quelli che vissero ai

tempi nostri, dall'altro poi bisogna persuaderci che lo inverosimile, e

nè manco lo strano somministrano motivo plausibile per discredere le

azioni degli uomini.

Se durante il viaggio, ovvero dopo toccato il lido accadesse questo

altro caso che trovo scritto ed io riporto, non mi è noto; però

sembrerebbe più certo che avvenisse in cammino. Avendo il principe

spagnuolo richiesto Andrea del luogo dov'egli credeva ben fatto, ch'egli

pigliasse stanza, quegli accorto rispose: in casa sua, che tale

veramente doveva considerare il palazzo di Fassuolo, avendolo egli

donato allo Imperatore Carlo, il quale benignamente accettatolo, glielo

aveva restituito, affinchè lo custodisse e tenesse in punto per sè e

suoi in occasione che si dovessero fermare a Genova; e siccome Filippo

si avvide che volteggiando non si accostava, andò diritto col

domandargli in qual modo gli venisse dissentito albergare nel palazzo

della Signoria; alla quale recisa domanda Andrea rispose reciso: cotesta

essere la sede del Governo, nè potere il Governo trasferirsi altrove

senza scapito di reputazione. Mentre così le cose passavano tra pirata e

corsaro, e gli Spagnuoli, sicuri dell'esito di cotesta scherma, ne

pigliavano sollazzo, ecco appressarsi una galea sottile, spedita da

Ferrante Gonzaga, annunziatrice essere le argute insidie andate

all'aria; all'erta il Senato, l'ingresso della città alla gente in armi

disdetto; guaste le insidie, se si potesse adoperarci la forza, si

facesse; altrimenti mettessero l'animo in pace.

Filippo, il quale alle stupende qualità di fingere sortite dalla natura

non aveva anco dato l'ultima mano col freno dell'arte, sdegnoso dichiara

non volere più oltre andarsene a Genova; gitterebbe l'áncora a Savona;

lo dissuadeva il duca di Alva; però mutato animo, accoglieva cortese

quattro ambasciatori della repubblica a Ventimiglia, donde poi avendo

con esso loro mosso a Savona, colà lo raggiunsero a complirlo altri otto

oratori con a capo Agostino Lomellino; poi l'ospitava Benedetta Spinola,

e n'ebbe fama di gentile e di magnifica; dopo due giorni pigliava stanza

nel palazzo di Fassuolo: però prima di entrare, quasi ammonimento della

Provvidenza, a due miglia dalla lanterna, la galea Lione di Napoli ruppe

dentro uno scoglio a fior d'acqua aprendosi da cima in fondo: comecchè

fossero prontamente soccorsi, a stento poterono salvarsi quelli che ci

erano su. Don Alonzo Osorio ci perse tutte le sue robe, e don Luigi

della Cerda le robe e quasi la vita, imperciocchè tanto restasse in mare

che sebbene si reggesse a noto, per la spossatezza o pel freddo stava lì

per dare gli ultimi tratti. Su questa galea andavano i fornimenti della

cappella del Principe, di valore non lieve, e ne patirono gran danno.

Della gente accorsa in frotta dalla universa Italia a far prova di

abiezione, o per agonia di comodi da lungo sollecitati e non conseguiti

mai, o per isperanza di ottenerne dei nuovi, o per paura di perdere

quelli già avuti, si tace. Andrea superò in isplendidezza la stessa

aspettativa degli Spagnuoli magnifici molto, e più che magnifici

ostentatori di magnificenza, studioso com'era di abbondare nelle mostre,

quanto più fermo di niente cedere nella sostanza.

Lo storico Bonfadio, cui io non saprei a che cosa paragonare, ove non

fosse ai rei scrittori di diari che oggidì appellansi officiali, narra

come, durante i quindici giorni passati da Filippo a Genova, ogni cosa

procedesse quietissimamente (adesso direbbesi _regnò l'ordine più

perfetto_) e dovunque con plauso infinito lo accogliessero; però nacque

un tumulto; dunque le cose non passarono quietissimamente; di fatti non

uno, due furono i tumulti. La notte del 3 dicembre, levatosi allo

improvviso romore, si udì il grido: _ammazza! ammazza!_ e il popolo

traendo fuori imperversato irrompe al molo, dove per le taverne cerca

gli Spagnuoli, gli sostiene prigioni, li minaccia, e trascorreva a

peggio; se non che a comporre il disordine accorse prontissimo con gente

armata il colonnello Spinola, e subito dopo il Doria stesso, i quali,

riscattati non senza molta fatica gli Spagnuoli dalle mani del popolo,

li fece scortare alle navi; troppo più grave fu il caso che avvenne tre

giorni dopo.

Essendo giunto a notizia del Principe come si trovasse rifuggito a

Genova don Antonio d'Arze gentiluomo spagnuolo, condannato a morte per

avere affogato dentro la vasca del suo giardino il proprio nipote,

fanciullo di otto anni, per iniqua ingordigia della sostanza di lui,

mandò a mettergli le mani addosso il suo Auditore Migliacca o Minciacca,

il quale chiese in grazia al Senato di pigliarlo in deposito nella torre

del palazzo, cosa che gli venne di leggieri consentita: il giorno dopo

il Migliacca, sotto pretesto di andarlo a levare per ispedirlo a

Vagliadolidde, dove gli avevano a mozzare la testa, ci si condusse in

compagnia di ottanta archibusieri, i quali portavano le micce accese.

Forse l'Auditore cotale adoperò per sospetto che gli amici del

gentiluomo non glielo cavassero di sotto, ma i Genovesi per natura

acerbi, dal vecchio odio inviperiti, e tuttavia mareggianti per la

fresca ingiuria, nonmenochè ombrosi di qualche nuova violenza, vista

tanta gente, chiusero i rastrelli del palazzo e fecero sapere, che

dentro non avrebbero messo che pochi, gli altri aspettassero alle porte;

e avevano ragione: gli archibusieri, arrecandosene, si avvisarono fare

impeto, e i Genovesi, non meno risoluti, aspramente li respinsero.

Dapprima schiamazzi e minacce, poi, come suole, batoste, e per ultimo

archibugiate con ferite e morte di parecchi Spagnuoli. In un attimo la

terra andò sossopra: le strade asserragliansi, il popolo subito abbranca

le armi allestite, queste mancate, quelle che il furore ministra. — La

scattò proprio di un pelo che la città non corresse sangue; tuttavia

anco questa volta i maggiorenti, versandosi per le strade con preghiere

e con lacrime giunsero a placare il popolo. Furono visti avvolgersi fra

la plebe il Doge e Andrea Doria, che inetto per la troppa età ai

solleciti moti, si faceva trasportare in lettiga là dove il pericolo

stringeva maggiore.

La mattina di poi il Senato fu sollecito di mandare una solenne

ambasceria al Principe perchè scusasse l'accaduto, la quale dopo avere

dato amplissimo torto al popolo, e alla guardia del palazzo, con

promessa di cavarne quel castigo esemplare, che pur troppo meritavano,

non mancò di riprendere i modi adoperati dagli archibusieri nel fare

violenza al palazzo. Siccome da un lato e dall'altro a bisticciarsi la

perdita era sicura, il negozio presto si accomodò. Dopo pochi giorni

Filippo, con molta istanza supplicato, visitava Genova. Anco qui taccio

gli arazzi, le donne, i drappi, i patrizii sciorinati, e i fiori, e le

iscrizioni, e le statue, e i sonetti, proprio nel modo che si costuma

anche oggi, perocchè la piaggeria come cosa goffa non sa inventare nulla

di nuovo[34], e Dio, che volle senza confino la generosità del cuore,

mise un termine all'abiezione. Solo però tornerà curioso ricordare come

Filippo, appunto su la entratura della porta di Vacca, incontrasse poste

in luogo eminente due statue, una delle quali rappresentava la Fede, e

l'altra la Libertà, entrambe in atto di raccomandarsi a lui, ed erano

bene raccomandate per Dio! Alla Fede ci provvide con la Inquisizione;

alla Libertà troncando il capo alla _Giustizia_ di Arragona[35]. Però se

non lava, attenua la ignominia italiana il vituperio di Fiandra,

imperciocchè delle terre di cotesto paese, che Filippo empì di ruina e

di morte, quando egli prima le visitò, una, Arras, scrisse sopra la

porta donde Filippo entrava: _Clementia firmabitur thronus eius_, ed

un'altra, Dordrect, ci pose la seguente non meno strana: _Te duce

Libertas tranquilla pace beabit!_ — Filippo scortato da duegento

archibusieri recossi in san Lorenzo a messa, carezzò le femmine, se le

gratificò co' doni, e piacque; nè veramente ei fu a quei giorni di

sgradevole aspetto: biondo, e pallido, con occhi cerulei, sopraccigli

quasi uniti, il labbro inferiore tumido, e la mascella sporgente,

entrambi segni, dicono, di superbia e di lascivia; di persona

ottimamente formato, danzatore egregio, giostratore non imperito.

Andato a male il tiro della fortezza a Genova, non gli rimaneva a farci

altro; però se ne partiva; e vuolsi credere che i Genovesi gli

mandassero dietro un subbisso di benedizioni. Andrea ebbe merito, se non

di avere ributtato sempre la proposta della fortezza e del presidio,

certo poi di avere sconcio il disegno un po' con la resistenza aperta, e

un po' coll'accortezza, conciossiachè se egli si sbracciava a sedare i

tumulti, questo non significa mica che egli non gli avesse sottomano

eccitati; il fare fuoco nell'orcio, tra le arti di governo, fu in ogni

tempo giudicata facilmente la prima.

Poco dopo successe l'altro caso di Giovambattista Fornari ch'era stato

doge, sostenuto per accusa di pratiche segrete con la Francia, allo

scopo di ribellarla allo Imperatore. Don Ferrante Gonzaga, tenendole

addirittura per provate perchè estorte per via di tormento di bocca ad

un Clemente provenzale, frate francescano, e perchè gli tornava

crederle, imponeva si decollasse il Fornari, e su la necessità di

costruire la fortezza in Genova, e metterci dentro presidio spagnuolo,

tornava più pertinace che mai. Contro la pertinacia del Gonzaga ostava

quella del Doria, lima contro lima, il quale alla ricisa gli fece

sapere, che insomma di fortezza e di presidio spagnuolo non ne voleva

sapere, ed avesselo per inteso. Poco dianzi io giudicai avere mosso

Andrea a cosiffatta risoluzione l'antico concetto, che mi parve norma

delle sue azioni; voglio dire, tenere sì Genova sottoposta allo Impero,

ma a mediazione dei suoi e sua: forse ci entrò rinterzato un po' di

amore di non vedere la Patria del tutto serva, e forse in maggior copia

l'odio contro gli Spagnuoli ladri, che già gliel'avevano manomessa; ma

comunque di ciò fosse, io mi confermo nella opinione, che di questa

corda il maggior filo era l'utile proprio. E qui mi occorre ammonire,

che il Prescott, storico americano di virtù insigne, nella storia del

regno di Ferdinando il cattolico e d'Isabella riprenda i politici

italiani, massime quelli del secolo decimosesto, perchè inclinarono a

riferire le cause degli atti umani piuttosto alle ree ed interessate,

che alle generose passioni, donde ricava indizio infelice per la morale

del nostro paese. Ciò parmi non retto, chè porre la utilità propria a

principio delle nostre azioni è cosa naturale, e meno d'ogni altro

l'arebbe a contrastare un americano, e questo non merita biasimo nè lode

finchè lo studio della propria utilità così proceda, che alla utilità

altrui non giovi nè noccia: merita all'opposto commendazione grandissima

quando procura ed ottiene procedere congiunta con la utilità altrui;

degna è di biasimo se la utilità dei terzi od offenda o distrugga. Nel

secolo sedicesimo i costumi perversi persuadevano per ordinario, che un

principe, di tanto si credesse avvantaggiato, di quanto danneggiava

popoli e stati, sicchè i nostri storici e politici, quello che videro

notarono: non creavano già essi la morale pubblica; solo ne porgevano

testimonianza, pur deplorando che tanto la fosse scaduta, e molti

adoperandosi a migliorarla.

Terminerò questo capitolo toccando della riforma introdotta per opera di

Andrea Doria nelle leggi statuite da lui nel 1528: di cattive ei le rese

pessime, e dall'aristocrazia tirò lo Stato all'oligarchico. Se ci

avverrà di dettare la Vita di Ambrogio Spinola, ne chiariremo a parte a

parte le colpe, e gli errori, imperciocchè, e lo avvertimmo di già, lo

Spinola le avversasse con tutti i nervi nel 1575 contro i conati non

meno estremi di Giovannandrea Doria a mantenerle. Lasciato stare il modo

della composizione del Consiglio grande, e il numero dei componenti, il

Doria gli tolse la facoltà di dare il Doge alla Repubblica secondo le

forme consuete; il Consiglietto di ora in poi non estrassero più a sorte

dal Consiglio grande, bensì elessero a voti fra i membri del medesimo,

con l'arroto degli otto Priori del Banco di San Giorgio, dei Sette del

Magistrato degli Straordinari, e dei cinque Sindacatori, o Censori

supremi, ossia da quattrocentoventi cittadini. Il Consiglietto mandava a

partito ventotto uomini fra i suoi componenti, e a questi davano balía

di nominare il Doge e i Governatori. Tale la riforma nota col nome del

_Garibetto_, perocchè Andrea costumasse servirsi di cotesta voce per

significare come egli alle antiche leggi decretate da lui, o a sua

insinuazione, egli avesse compartito garbo e grazia; e ad Andrea

aristocratico fino alla cima dei capelli doveva parere così; ma noi, che

torniamo sopra le orme della storia per emendare i giudizii che ci

compaiono errati, ne caveremo argomento per confermarci nella sentenza

che Andrea non si piacque mai della libertà, nè mai la largiva al suo

popolo: Genova amò come l'accorto colono ama il podere.

CAPITOLO X.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 12 / 21 段