allo annunzio della strage di Pierluigi tanta gioia assalisse Andrea da
non capire in sè medesimo, epperò, cercato il breve col quale il Papa,
usando lo stile bugiardamente pomposo che si costuma nella Curia romana,
erasi con esso lui doluto per la strage di Giannettino, e trovatolo,
dopo averlo fatto con molto studio ricopiare, glielo rinviò tale e
quale, mutati i nomi e quanto era da mutarsi; solo per maggiore strazio
toccò degli uffici della parentela spirituale, dacchè quando ad Ottavio
figliuolo di Pierluigi nacquero da Margherita austriaca due gemelli, gli
levassero al sacro fonte tre compari, il duca di Firenze, il marchese
del Vasto, e il Giannettino Doria. Se per me si dettassero adesso libri
a modo di dramma, io piglierei questo fatto senza troppo approfondare la
cosa, ma componendo storie io devo dire, che mi sembra poco verosimile,
avuto riguardo alla consueta natura di Andrea, la quale fu chiusa, e per
la età, e pel bisogno simulatrice e dissimulatrice; massime poi che in
questi giorni medesimi viveva in travaglio grande per la sua vita,
dimodochè io penso, che, invece di provocare, avrebbe messo pegno se lo
lasciavano in pace. Infatti ci rimane di Andrea Doria a Ferdinando
Gonzaga una lettera scritta nel medesimo dì in cui cadeva trucidato
Pierluigi, con la quale gli racconta per disteso le vie che si tentavano
dal re di Francia di levarlo dal mondo: a questo uopo, egli afferma,
essere stati eletti quattro sicarii al borgo di Valditaro, ed otto alla
Mirandola da un Galeotto da Pico, cui avevano dato il carico di
assaltarlo mentre andava al palazzo; però egli stava a buona guardia, e
metteva fiducia di salvarsi prima in Dio, e poi nell'ordine di usare
sottile diligenza, affinchè veruna persona sconosciuta o forestiera
entrasse in città; affermava eziandio avere saputo, e forse glielo
avranno dato ad intendere, essersi formata un'altra trama, la quale
consisteva nel mandare, sopra la galea del Fiesco, un ducento
archibusieri, sotto la condotta di Cornelio Bentivoglio, a Genova nel
mezzo della notte, e assalire la sua casa, e combatterla, finchè i
banditi genovesi ingrossati ai confini non fossero giunti con
celerissimi passi ad occupare la città per consegnarla ai Francesi.
Tuttavia vuolsi notare, che a mo' delle molle di acciaio, le quali
quando sono da maggiore forza compresse, dove di un tratto sprigioninsi,
vibrano con maravigliosa veemenza, così accade della natura umana, e se
gli animi ritenuti irrompono, lo fanno con impeto metuendo e terribile:
di questo possiamo vederne un esempio nel medesimo Andrea Doria, quando
ormai co' piedi nella fossa, ordinò che sotto i suoi occhi si mazzerasse
Ottobuono Fiesco. Checchè di ciò sia, la lettera spedita da Andrea a
Paolo III intorno alla strage del figliuolo io non vidi, nè credo che
altri abbia visto mai.
Laudatori della iniqua opera non difettarono; tra scelleraggine e virtù
una sola la distinzione per loro, se prospera o infelice. Il barone
Sisnech ne scriveva al Gonzaga congratulazioni, come se gli fosse nato
un figliuolo, e giova riportare in parte cotesta lettera nel preciso
linguaggio, pur desiderando, che le barbare cose non incontrino mai
linguaggio meno barbaro di quello, però che per essa molte menzogne dei
sicarii di penna di cotesto tempo vengano fatte palesi: «a qui havemo
inteso la morte del signor Pietro Aluisio, ed io non ho visto niguno che
havesse piansuto, se non generalmente hanno dato la sententia, ch'el è
stato pagato secondo gli suoi meriti, ed che vostra Excellentia s'ha
gubernato nel ditto caso da valoroso et prudente come quel savio
principe, ch'è.»
Di lui a mille doppi più indegno il Bonfadio, che, educato nelle umane
lettere, doveva da ogni bruttezza morale aborrire: costui pertanto, che
nei suoi Annali poche pagine prima giudicò la congiura del Fiesco
parricidio, adesso scrivendo del macello del duca Farnese, per andare a'
versi dei padroni, racconta come il conte Giovanni Anguissola con tre o
quattro dei suoi, che secondo il solito lo accompagnavano, entrato in
castello, e udito appena il segno convenuto tra loro, con _incredibile
grandezza di animo_ fece l'ufficio suo; e fu, siccome abbiamo veduto,
ammazzare alla sprovvista un uomo stroppio, e due preti incolpevoli,
forse all'Anguissola ignoti, e certo non contrastanti: paura fu questa
di assassino, e lusso di ferocia!
Scrivendo talora libri, nei quali, ai fatti veramente accaduti, andai di
tratto in tratto innestando uomini e casi immaginati, udii spesso
appormi l'accusa di viziato vagheggiatore ed espositore di ogni maniera
efferatezze: ora che mi sono condotto a raccontare storie affatto vere,
o che le si reputano tali, non vedo quale civanzo ne sia venuto a me, nè
ad altrui; all'opposto parmi averci scapitato e di molto: imperciocchè
nella mia immaginativa allato dell'uomo iniquo io potessi mettere il
virtuoso; dove lasciava l'orma la scelleraggine farci mettere il piede
alla pena umana qualchevolta, e sempre alla divina; alternare insomma
veleni e antidoti, demoni ed angioli; ora non è più così; il morto giace
su la bara, e mi tocca di colpa trapassare in colpa, sicchè, per lo
immenso laberinto di opere fraudolenti e di sangue, l'anima sbigottisce,
e lo stesso giudizio per incertezza balena. Tanto mi scappò quasi a
forza, considerando come dopo due congiure adesso mi occorra raccontare
la terza, e forse la più lamentevole di tutte.
Ricciarda Malaspina nacque figliuola primogenita del marchese Alberico
di Massa e Carrara. Rimasta erede dello stato dopo la morte paterna
condusse a marito Lorenzo Cibo, che fu nipote per sorella di Lione X, e
pronipote di Innocenzo VIII; da questo matrimonio ebbe due figliuoli
Giulio e Alberico; essendo ella di natura piuttosto superba, che altera,
quantunque celebrassero il suo consorte perfettissimo cavaliere, pure
vivevasi a Roma separata da lui, donde per via di Vicari governava il
suo stato, che del marito, per quanto si ha ricordo, poco caso faceva o
nessuno. Questa divisione di corpi, e più di animi, doveva partorire
pessimi frutti in famiglia, e di vero li partorì; dei figli il maggiore,
mostrandosi inchinevole al padre di preferenza che alla madre, da questa
fu preso in uggia, la quale per contrasto fece sua delizia del figliuolo
minore ossequentissimo a lei. Di qui il sospetto in Giulio, che la madre
tentasse ogni via di privarlo del marchesato al quale lo chiamava erede
il testamento dell'avo Alberico: si trova altresì che la madre
Ricciarda, largheggiando di danaro col figliuolo minore, lasciasse
sovente nella inopia Giulio, dicendogli che se ne facesse dare da suo
padre, il quale per natura generoso anco troppo, invece di poterne
somministrare altrui, sovente aveva mestieri accattarne per esso. Finchè
Lorenzo visse, le cose rimasero in termini di una cotale quiete torbida,
che non è guerra, nè può chiamarsi pace; ma non sì tosto ebbe cessato di
vivere, che Giulio, giovane appena dicianovenne, sovvenuto dai vassalli,
i quali se molto aborrivano la marchesa lontana, adesso ch'era venuta a
stanziare fra loro non la potevano soffrire, s'impadronì dello stato, e
lei, e il cardinale Cibo suo zio (quel desso tanto famoso a cui Filippo
Strozzi lasciava, morendo, il suo sangue perchè se ne facesse un
migliaccio) imprigionò; ma cotesta impresa, come quella ch'era stata
condotta piuttosto con impeto che con discorso, capitò subito male, onde
Ricciarda, agevolmente liberatasi, riparò in Castello, e Giulio ebbe a
ventura di salvarsi con la fuga, riparando presso il marchese Malaspina
di Fosdinuovo. Ricciarda usò della vittoria conforme le persuadeva
l'indole di mala femmina, e per di più inviperita; nè il cognato prete è
da credersi buttasse acqua su quel fuoco; bandiva pertanto i ribelli, ne
atterrava le case, le fortezze per via di opere murarie rinforzava, di
munizione le forniva; tuttavolta, interponendosi pacieri i parenti, a
malincuore la donna perdona al figliuolo, e di corto, preposto il
cardinale al governo dello stato, vassi a Roma.
Giulio, rimasto a Massa, ebbe odore, che la marchesa, partendo,
lasciasse ordine al Castellano, che, in caso di bisogno, avesse a
chiedere aiuto al Duca di Ferrara; e morta lei, guardasse la fortezza e
lo stato pel suo figliuolo Alberico: ora essendo questi disegni fatti
palesi ad Andrea Doria e a Cosimo duca di Firenze, accadde, che nè l'uno
nè l'altro ci trovassero il proprio conto; non Andrea, perchè fosse in
trattato di maritare la Peretta sorella di Giannettino con Giulio, come
poi veramente condusse in matrimonio; non Cosimo, che emulo del duca di
Ferrara, sentiva venirsi i brividi addosso al solo pensiero di averlo a
sofferire vicino; però ambedue di accordo sbracciaronsi a tutto uomo per
aizzare il giovane Giulio, affinchè occupasse da capo lo stato materno:
questi, che aveva bisogno piuttosto di freno che di sperone, non è a
credersi se ora, che alle parole quei due astutissimi aggiungevano
fatti, ci camminasse di buone gambe. Giannettino Doria lo accomodò di
ottocento fanti e di quattro pezzi di artiglieria, Cosimo di munizioni e
di bombardieri per abbattere la Rocca; ma non ce ne fu mestieri,
imperciocchè i sicarii di Giulio ammazzassero a tradimento il Castellano
co' suoi figliuoli; allora Giulio ci mise dentro a guardarla Paolo da
Castello soldato di Cosimo, e questo merita nota, perchè da un lato
testimonia la levità del giudizio del marchese, e dall'altro la
manifesta complicità di Cosimo. Levossi per simile immanità rumore
infinito, e la Ricciarda in Roma mosse subito lite davanti ai Tribunali
a fine di diseredare il figliuolo per causa d'ingratitudine; meglio
avvisata poi, le parve più spediente ricorrere allo Imperatore, che
cotesti modi spicci non tollerava, bene intesi in altrui, pretendendo
che gli uomini vassalli allo impero non rifiatassero, io sto per dire,
senza il suo consenso, ed oggi avendolo le vittorie germaniche
imbaldanzito, così che per pigliarsi il mondo, pensava gli avesse a
bastare di stendere le braccia; ordinava pertanto: sgombrisi da ogni
soldato Massa e subito; si depositi nelle sue mani la Rocca; la
custodisca presidio spagnuolo a cui preponeva il cardinale Cibo. Giulio,
comecchè per essere stato nudrito in Corte dello Imperatore fosse uso a
tenerlo in reverenza grande, tuttavia ad obbedire cotesti comandamenti
ricalcitrava, e diceva a cui non lo voleva sapere sè essere disposto a
mettersi in isbaraglio per difendere il fatto suo, ma avendo Carlo
commesso per lo appunto ad Andrea Doria ed a Cosimo di ridurre il
giovane a partito, questi con lo zelo stemperato di servi, i quali
paurosi di avere perduto la grazia del padrone si mettono in quattro per
ricuperarla, tirano lo improvvido giovane a Pisa, e quivi gli fanno
capire, che o con le buone o con le cattive bisogna che si adatti; anzi
occorrono scrittori, il Cappelloni e il Sigonio tra gli altri, che
attestano Cosimo averlo fatto addirittura prigione: a me è mancato modo
di chiarirlo, ma devo confessare che per siffatti tiri Cosimo pareva
fatto a posta, che nella sua natura ci entrava del principe, ma del
bargello troppo più. Aggiungono che Cosimo si movesse a ciò per le
ardentissime istanze del cardinale Cibo; e può darsi, chè il Cardinale
in confronto a Cosimo non iscapitava di un pelo; ma io non lo credo:
bastava a Cosimo il bisogno di tenersi bene edificato lo Imperatore per
fare quello e peggio. Poi per iscusarsi, così Andrea come Cosimo,
mandarono voce dintorno, che Giulio, prevedendo contraria la sentenza
che stava per dare Ferdinando Gonzaga eletto giudice dallo Imperatore
nella controversia tra lui e la madre, avesse di già messo pratica col
cardinale di Lorena, e con gli Strozzi di ribellare Genova, e dopo,
imprigionato Andrea, consegnarla ai Francesi, e questo aveva rivelato
certo Paolino di Arezzo, grande famigliare di Giulio; trovati tutti nè
verosimili, nè veri. Giulio, uscito salvo dalle accoglienze dell'ospite
toscano, va a Roma, dove s'ingegna tornare in grazia alla madre, e par
che ci riesca, compiacendola con la renunzia dei suoi diritti sul
marchesato, dal quale già lo aveva dichiarato, come si presagiva,
decaduto la sentenza di Ferrante Gonzaga; la madre in compenso gli pagò
certa quantità di moneta. Giulio sembra si confermasse più che mai a
tentare cose nuove in Genova o altrove, e certo avevano troppa virtù a
dargli la pinta il giovanile bollore, il tempo pravo, gli esempi
nequissimi e il cruccio delle ingiurie patite, dacchè lo vediamo adesso
intento a raccogliere da ogni lato pecunia; a tale scopo egli si adoperò
ritirare anco la dote della moglie Peretta; ma Andrea diritto,
subodorata la cosa, si andò con varie giravolte scansando; e questo
sicuramente non valse a blandire l'animo del giovane. Quantunque le
sieno cose difficili a provare per vie di scritture, puossi
razionalmente credere, se guardiamo alla qualità degli uomini e delle
passioni loro, che non mancassero al Marchese i conforti dei cardinali
di Bellay e di Guisa, e nè manco quelli del Papa o degli attenenti del
Papa: leggo eziandio, che gli venissero stimoli anco da Scipione Fiesco,
il quale la marchesana Ricciarda aveva come parente accolto nelle sue
case di Roma; ma ciò giudico fosse fatto per apparecchiare un pretesto
d'infierire, come su gli altri Fieschi, su lui, imperciocchè troppo egli
fosse giovanetto in quel tempo: questo altro credo piuttosto, che
Giulio, nel quale non sembra la prudenza andasse a pari con l'animo
irrequieto e macchinatore, gli facesse sapere cose, che svertate poi dal
garzone, gli dessero il tracollo. Concertatosi pertanto il conte Giulio
con la fazione francese di tentare che Genova si ribellasse e Andrea si
togliesse di mezzo, sia coll'ammazzarlo o altrimenti, volendola filare
troppo sottile, si condusse a visitare Don Diego Mendozza oratore
cesareo a Roma e gli disse: «i Francesi tentarlo di entrare ai loro
servizi, e se fosse con buona grazia di lui, egli fingerebbe trovarsi
disposto a contentarli, promettendogli, che dove questo fosse accaduto,
egli s'ingegnerebbe in modo di mettere nelle mani dì Sua Maestà qualche
piazza forte presidiata dai Francesi nel Piemonte.» Il Mendozza, che era
tristo, e volpe vecchia, gli rispose: «rimettersi in tutto e per tutto
nelle sue braccia;» e l'altro: «ci pensasse bene, perchè non voleva
ch'egli poi venisse in sospetto di lui, se gli riportassero il bazzicare
che avrebbe fatto co' Francesi;» e il Mendozza da capo: «nè manco per
ombra:» onde il giovane, che aveva presunzione molta, e senno poco,
riputando essersi messo lo Spagnuolo in tasca, procedè meno rispettivo
di quello che forse avria, senza cotesta arcata, adoperato.
Assicuratosi, come credeva, da questa parte, si recò a Venezia, dove
venuto a mezza spada co' congiurati, rimase stabilito fra loro:
mandassersi ad avvisare gli aderenti dì Genova, che ci chiamassero
quanti più uomini potessero, introducendoli uno alla volta e sotto vesti
mentite; il conte Ottobuono Fiesco in Valditaro, che fu suo feudo,
radunasse i sudditi rimasti fedeli su le mosse, per non lasciare solo
nel repentaglio il conte Giulio; egli poi, tornato a Genova sotto colore
di visitare la moglie, menasse copiosa compagnia; gli dettero lettere
commendatizie pei parenti dei banditi, lo fornirono di danaro;
procurasse, che in certo determinato giorno la guardia del palazzo del
Doge si trovasse tutta, e nella massima parte composta di gente amica; e
poichè a lui, come congiunto, era facile lo ingresso in ogni tempo al
Principe, lo ammazzasse senza riguardo, e con esso lui l'oratore
imperiale con otto o dieci dei maggiorenti della città; agli aiuti di
Ottobuono Fiesco arieno tenuto prossimamente dietro i Francesi dal
Piemonte, dalla Mirandola e da Parma. L'oratore di Francia a Genova gli
dette il contrassegno per monsignore di Chental, che si doveva tenere
pronto a sovvenire la impresa con duemila fanti, e dicono, che fosse:
_il Re Artu con tutti i cavalieri della tavola tonda_; a questo modo
disposta ogni cosa, mosse da Roma per Genova, in compagnia di Alessandro
Tommasi sanese, con molta pecunia addosso, e carte bianche col nome di
Ottobuono Fiesco per gli partigiani suoi. Dicono, che la madre,
accortasi delle pratiche di Giulio, lo tradisse porgendone avviso
all'Oratore di Sua Maestà, ma io credo piuttosto lo facesse intendere al
Cardinale perchè si guardasse; e da questo n'ebbe contezza l'Oratore:
così mi gioverebbe potere affermare per carità di questa nostra umana
natura, ma forse il rimedio è peggiore del male; chè zio paterno essendo
il prete, stava in luogo del padre; se nonchè come prete, non era
obbligato a sentire le voci del sangue; nè a nulla che sappia di umano.
Ormai i passi del giovane Conte sono contati: giunto a Pontremoli,
intanto che muta cavalli alla posta, ecco circondarlo una mano di
soldati spagnuoli condotti dal capitano Pietro Dureto, ed intimargli
l'arresto: opponendosi egli, mentre tenta levare i terrazzani a rumore,
come quelli che serbavano grata memoria di casa Fiesca, si mette mano
alle armi, dove dopo avere rilevato due ferite casca in terra; preso e
legato lo imprigionano nel castello di Milano: colà ricercato
sottilmente da Niccolò Sacco capitano di giustizia, confessa parte a
parte quanto di colpa compì, e quanto disegnava eseguire: lo condannano
a morte: per alcun tempo non se ne parla più, e parve lo dimenticassero,
un bel giorno, e fu di sabato, trovaronlo su la piazza del castello
tagliato in due tocchi, tramezzo a due torchi accesi. A Genova
sostennero parecchi in prigione, e dacchè, dopo minuta indagine, non si
rinvenne in loro peccato, si contentarono bandirli, uno solo più gramo
degli altri decapitarono; si chiamava Ottaviano Zini, e si tenne per
comune opinione, che tale adoperassero per non parere che avessero
straziato tanti cittadini senza fondamento di verità; cosa praticata
prima di allora, e dopo; costumando la tirannide, dove trova offesa,
farla pagare a quanti scopre colpevoli; dove la sospetta soltanto, ed
anco ad uno per tutti: sono la paura, e il sospetto reati di cui glieli
desta nel cuore.
Così ho narrato, perchè in altro modo non mi occorse, per ricerche
instituite, trovare scritto. Che in parte più o meno grave la colpa
fosse vera, apparisce probabile, considerata la natura umana, la
impazienza giovanile, e le varie acerbissime offese con le quali lo
avevano invelenito: però tutto a quel modo non deve essere passato, e di
questo ogni uomo si persuaderà di leggieri dove pensi, che Jacopo
Bonfadio, il quale per trovarsi in Genova, e allato a' Doria, doveva
pure sapere di quel caso ben dentro, afferma che Giulio non ebbe mai
intenzione di ammazzare Andrea, e che quanto confessò fu per forza di
tormenti, che gli stessi storici venduti dicono crudelissimi: e se vuoi
saggio d'ipocrisie vecchie, per farne confronto con le ipocrisie nuove,
leggi quanto scrive Alfonso Ulloa, nella vita di Don Ferrante Gonzaga,
intorno ad Alberigo fratello di Giulio ed al Gonzaga, di cui al primo
cotesta morte approdò, e il secondo ordinò. «Cotesta morte dolse
_internamente_ al signore Alberigo, ed a tutti gli amici suoi, e
principalmente a Don Ferrante, che conosceva, che quello incauto e mal
consigliato cavaliere (che da fanciullo era stato messo ai servigi
dell'Imperatore) era stato ingannato, e trattato diversamente di quello
che il suo valoroso animo, ed altri pensieri ricercavano.» Misero! e non
gli valse tutto questo almeno per non essere esposto, fatto a tocchi,
sopra una pubblica piazza!
Amico Platone, più amica la verità, disse l'antico, e Carlo, e con esso
lui quanti reggono despoti ripetono: amici quanti travagliansi, e si
fanno ammazzare per noi, più amica la nostra potenza; così egli nel
concetto della monarchia universale mirando a sottomettersi intieramente
Genova, riputata, come veramente ella è, porto d'Italia, intendeva
rifabbricarci quella stessa fortezza che già murarono i Francesi e
dissero _Briglia_, quasi per tenere in freno la città, e secondo il suo
vecchio costume presidiarla con soldati spagnuoli. A questo fine
l'Oratore imperiale si industriava scalzare l'animo di Andrea Doria,
dimostrandogli da un lato le insidie dei Francesi inviperiti, potenti, e
prossimi in guisa da temere di vederseli ruinare addosso con improvvisa
scorreria, e dall'altra i nemici della Patria domi sì non estirpati, e
scemi non già di maltalento, bensì di forze, le quali col tempo si
rifanno; lui troppo esperto per ignorare che gli amici, massime
politici, non rallegransi di tutte le contentezze degli amici, nè di
tutte le disdette intristisconsi. Ai nobili vecchi il partito di
fabbricare la fortezza non isgarbava, usi dalla propria sicurtà in fuori
non vedere, o curare nella Patria altro interesse; e poi, secondo il
costume antico, si adattavano meglio a servire da una parte per dominare
dall'altra, che vivere civilmente con uguaglianza sotto la legge. Andrea
le cose esposte dall'Oratore aveva veduto prima di lui, ed altre
parecchie che a lui erano sfuggite, onde in quella subita perturbazione
dell'animo, e vinto altresì dalle istanze dei suoi settatori si lasciò
andare per modo, da farsi intendere che alla fabbrica non si sarebbe
mostrato contrario; allora questi, colta la palla al balzo, mandarono
Adamo Centurione in Ispagna per negoziare il trattato.
Ma non si potendo le cose segretamente condurre, che in parte non
trasparissero, il Comune di Genova, avuto odore del pericolo, si reca al
Doria, e con preghiere la libertà della Patria gli raccomanda, che ormai
in Italia non servire in tutto e per tutto gli stranieri appellavasi
libertà, e lo supplica a rispettare la sua fama; pensi, a lui vecchio e
senza figliuoli non potere concedere la fortuna maggiore onoranza quanto
morire libero nella Patria per la sua virtù liberata, nè già sperasse
che i cittadini di quieto sofferissero Genova ridotta alla odiosa
servitù; che avrieno tolto innanzi mandarla a fuoco e a fiamme. Al
Doria, rimosso alquanto il pericolo e rinfrancato l'animo, tornarono gli
antichi concetti a galla, di porre sè, la sua famiglia, e i suoi tra
Genova e Spagna; serva la Patria a Carlo ma di seconda mano; e forse,
anco, io lo voglio credere. Andrea in quel punto maledì in cuore suo la
colpa antica di avere screduto, che la Italia potesse rivendicarsi a
libertà: breve, promise non avrebbe avuto Genova nè fortezza, nè
Spagnuoli; e mandata ogni pratica a monte, dalla osservanza delle
promesse fatte ai cittadini nè per minacce, nè per blandizie si remosse:
con lui d'insidie maestro, le insidie tornarono corte; nè la congiura
del Fiesco fa caso, che il giovane conte di simulazione e di
dissimulazione fu miracolo.
E le insidie ci furono e potentissime, imperciocchè il duca di Alva,
sotto colore di venire in Italia per cercarvi Massimiliano nipote di
Carlo V e condurlo in Ispagna, avesse comandamento da questo Imperatore
dabbene di concertarsi col vicerè di Milano Ferdinando Gonzaga, e con
Cosimo duca di Firenze, di occupare Genova per sorpresa nella occasione
della fermata che ci avrebbe fatto il principe don Filippo suo figliuolo
nel prossimo viaggio per le terre d'Italia; questi personaggi, dopo
essersi data la posta a Piacenza, reputarono opportuno convenirci
mediante loro ministri per non mettere il campo a rumore; i quali
difatti, adunatisi, vi fermarono quello che in breve esporrò. Il papa
che, scottato già dall'acqua calda temeva la fredda, stando su l'avviso
presentì primo la trama, e facendo dal governatore di Parma Carlo Orsino
instituire sottile indagine, questi venne in cognizione come un certo,
del consiglio segreto del Gonzaga, avesse svertato di cotali parole:
tenere adesso le mani in pasta, la quale rimestata a dovere avrebbe dato
bene altro pane, che quello di Piacenza; gli bucinarono altresì negli
orecchi come alcuni colonnelli dello Imperatore avessero avuto ordine
segreto di avvicinarsi verso i confini di Genova, e ne riferì a Roma,
dove o per bontà di amico, o per commissione segreta della Corte,
pigliatane lingua Lionardo Strata, gentiluomo genovese, questi fu a
tempo di porgere consigli salutari alla Patria. Il Senato, o Comune di
Genova, senza stare, visto il lupo a cercare l'orma, provvide secondo
gli antichi ordinamenti, forse caduti in disuso, si deputassero quaranta
nobili, i quali, descritte quaranta compagnie di duecento cinquanta
uomini l'una, di buone armi le armassero, e le tenessero bene edificate
per eseguire quanto venisse loro commesso di fare.