Tutti questi tramestii non si erano potuti condurre, senzachè ne

scappasse fuori un qualche odore, però che un segreto in due,

difficilmente, ma pure si custodisce, di rado in tre, disperato poi in

quattro; e mosso per avventura da particolari avvisi, il Papa non

rifiniva mai sollecitare il Duca a costruire la cittadella di Piacenza,

e Antonfrancesco Rainieri per commissione di lui scriveva nel 27 maggio

1547 al Duca: — il Papa non dice altro se non se si elegga un prospero

giorno nel quale si getti la prima pietra della fabbrica, la quale la

Sua Santità felicita col segno della sua santissima benedizione. —

Veramente il Duca in questa parte non assonnava, imperciocchè l'avesse

già posta tre giorni prima: tuttavia fece buon viso alla benedizione,

quantunque serotina, e ne cavò tutto il partito che si può cavare dalle

benedizioni papali per tirare su le mura di una cittadella: quindi

facendo lavorare indefesso grandissima quantità di muratori, Pierluigi

l'ebbe dentro piccolo spazio di tempo condotta a termine di difesa; dal

quale fatto i congiurati pigliavano argomento di venire alla

conchiusione del negozio, avvertendo essi, che una volta ultimata, le

difficoltà sarebbero loro cresciute nelle mani due cotanti: il Gonzaga

non aveva mestiere gli facessero dintorno calca, tuttavia serpentato

serpentava Carlo V, e mettendoci di suo non poca mazza avvertiva, i

gentiluomini piacentini essere ormai disposti di levarsi a rumore contro

il Duca; solo a cose fatte domandare soccorso, e sostegno: per

_honestare_ il negozio, dopo seguíto il colpo manderebbero uomini a

posta per significargli, che non gli accettando egli, nella sua qualità

di vicerè di Milano, come uomini dello Imperatore, si sarebbero dati al

re di Francia. Laddove Sua Maestà non si voglia scoprire subito, si

tengono capaci di durare otto mesi o un anno, ma dentro questo tempo

bisogna, ch'ei si pigli Piacenza a patto di non la rendere ai Farnesi; e

qualora egli ricusi il partito, e' si confessano costretti di fare la

cosa ad ogni modo, perchè il Duca lavora di forza intorno alla fortezza,

e intende averla fornita in ottobre, che se questo avvenisse, e' si

dovrieno tenere per ispacciati; molto più, che il Papa negozia il

parentado col re di Francia a condizione, che pigli la difesa del

Ducato; consideri con la usata diligenza questa deliberazione di volere

mandare a compimento in ogni modo la impresa, e il pericolo che si

possano voltarsi alla Francia: questa occasione perduta, pensi che per

tempo lunghissimo non si presenterebbe un'altra pari in bontà. — Lo

Imperatore rispondeva a tale informazione del Gonzaga con la lettera del

12 luglio 1547; mediante cui, accettando il trattato, raccomandava un

mondo di cautele perchè non capitasse male la impresa, e soprattutto non

si mettessero le mani addosso a Pierluigi Farnese. —

Dacchè di poche trame ci rimanga così continuo e patente il filo come di

questa, non fia grave a chi legge conoscere come Ferrante Gonzaga le

volontà del suo padrone intendesse, e come altrui le interpretasse, e si

chiarirà che, anco con meno, un sacramento potria convertirsi in peccato

mortale: sacramenti poi non erano le parole, nè le intenzioni dello

Imperatore: pertanto il Gonzaga faceva capire ai congiurati tali essere

le volontà di Carlo: — desiderare lo Imperatore, per alquanti dì si

soprassedesse, ma poi in ciò rimettersene a loro: non si muova foglia

senza sicurezza dell'esito: la persona del Duca non si guasti, solo si

cacci fuori dalla terra libero: però egli Gonzaga non si può dissimulare

punto come lo indugio sia pieno di pericolo, e prudentissima la

prigionia del Farnese. Fatto il colpo, il conte Giovanni Anguissola ed i

compagni suoi mandino subito ad offerirgli la città a questi patti:

1.º Dentro un giorno risolvasi a tenerla o a lasciarla, imperciocchè,

avendolo a fare contro un nemico potente, non possono stare senza

padrone; _aliter_ darannosi in balía di altri signori. 2.º Tutti i

feudatarii del Ducato, senza eccezione, vengano a fare omaggio a Sua

Maestà, e mancando, confischinsi loro i beni. 3.º Non si liberi il Duca

pel razionale sospetto, che liberato non corra a Parma per tentare di

rifarsi. 4.º Il ducato riducasi a devozione di Sua Maestà. 5.º Tengasi

il Duca imprigionato finchè anco Parma non venga in potere dello

Imperatore. 6.º Di quanto accadde in cotesto dì, sia di _omicidii_, sia

di _guadagni_, non si abbia a cercare, nè inquisire, reputandosi il

tutto fatto e acquistato in buona guerra.

Dopo spedite simili istruzioni ai congiurati, il Gonzaga, scrivendo allo

Imperatore, nel ragguagliarlo dell'operato, vantavasi del tiro furbesco

di farsi mandare dai congiurati i capitoli, con la intimazione ricisa di

accettarli o ricusarli dentro ventiquattro ore: per cotesto modo, egli

avvertiva, si toglie via il pericolo di lasciare la città nelle mani dei

congiurati, e si riversa sul capo a costoro l'odio della prigionia del

Duca, come quella che dallo Imperatore era stata dissentita, e da lui

Gonzaga assentita per forza.

Ma se ai congiurati premeva far presto, premeva altresì di non fare a

fidanza: però aggiunsero per patto: le rendite della città si

riducessero come ai tempi dei duchi di Milano e dei Papi; le cause da

mille scudi in giù si decidano a Piacenza: il Gonzaga, non prevedendo

questo intoppo, mancava di facoltà per assentire simili concessioni,

onde dichiarò averne a riferire allo Imperatore; forse anco poteva

concedere, ma pensò che, mettendo i congiurati alle strette, non si

sarieno gingillati a badare il nodo nel giunco, e prese errore; di qui

nuovo ritardo. Carlo V informato delle nuove pretensioni, nicchia per

parere, ma poi promette: quanto allo attendere, il tempo darebbe

consiglio.

In questo tempo Ottavio Farnese, partendosi allo improvviso dalla corte

del socero, s'incammina verso Piacenza per visitare suo padre: e da capo

la matassa si arruffa. Il Gonzaga, traendo dal caso argomento di

profitto pel suo odio, così ne scrive allo Imperatore: — dargli molestia

il proposito dei congiurati di volere in ogni modo ammazzare Pierluigi,

il che è _contro la mente di Vostra Maestà_, ma questo non è tutto

ancora, perchè alla fine, morto ch'egli fosse, mi _parria che poco caso

si havesse a fare di lui_, quanto che, essendo venuto ora il Duca

Ottavio, verosimilmente si havrà a trovare in questo conflitto dov'essi

non mi possono assicurare di salvarlo come da loro ho cercato, perchè in

un caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile

potere assicurare di persona et massimamente quando, egli si mettesse su

le difese. —

Nonostante questo avviso, Carlo V non trattenne i congiurati; al

contrario, esigendo essi nuova conferma del capitolo della impunità per

qualsivoglia _omicidio_ e _guadagno_ commesso o fatto in quel dì, non si

rimase dal darla; nè Carlo era tal uomo da non sapere, che cosa cotesto

capitolo adombrasse: inutili allora coteste ipocrisie, inutili anco

adesso; pure non si smisero, nè si smetteranno: conosce la sua

pedanteria anco la frode.

E non mancarono gli avvisi al duca Pierluigi che si badasse;

conciossiachè, lasciando da parte quelli, i quali soglionsi fabbricare

per ordinario dopo il fatto dalla prosunzione, e dal volgo si credono (e

tutti siamo volgo un po') per sete di cose strane, gli è certo che

Annibal Caro scrisse il 17 di luglio al Farnese: come in Milano

corressero mille _pazzie_; quivi i servitori del Duca vivere odiati e

sospetti; da don Ferrante non si potere cavare nulla, come quello che

soleva camminare coperto, ma dagli altri conoscersi manifesto l'animo

avverso, e se potessero fare _rubberia_, per suo avviso lo farebbono.

Anco più aperto del Caro, Vincenzo Boncambi d'Augusta, dove stanziava

residente del Duca, il 9 del medesimo mese lo ammonì avergli domandato

l'oratore Veneziano se in Piacenza si fossero scoperte congiure; e

dettogli di no, quegli averlo fiducialmente avvertito, essere capitato

costà da Milano due volte in posta Niccolò Sacco capitano di giustizia,

nè ciò aversi a giudicare senza cagione: anzi costui essersi sbilanciato

fino a svertare, che se gli riuscisse certo tratto, il quale allora gli

stava per le mani, si saria accomodato per sempre; con essolui

accontarsi il capitano Sacco, accompagnatisi insieme da Trento dove si

erano dati la posta per arrivare di conserva a corte: ambedue cagnotti

di don Ferrante, e dei peggio: tanto per suo governo, ed egli ci

pensasse su con la consueta prudenza. Anco Paolo Giorgio così mandava da

Roma il quattro Agosto al Duca: — essere in cotesto anno 1547 trascorso

uno assai _capriccioso_ pianeta causatore di ribellioni per lo che si

conchiude, che la volontà degli uomini può assai, ma più il cielo — ed

aggiunse poi — questo influsso maligno, avere messo il Burlamacchi a

Lucca in isbaraglio di novità fortunose, il conte Fiesco in esizio della

sua casa, e la Lupa Foiosa a ributtare la guardia da Siena. — Nel

Gosellini, e nel Villa si legge riportato un altro annunzio venutogli da

Cremona il 9; e ci ha perfino chi afferma, tra gli altri Giovanni

Sleidano, il Papa avere spedito a Pierluigi un prognostico nel quale si

ammoniva a guardarsi dal dieci settembre come da giorno _uziaco_[19]; ma

questo è falso, ed i parziali della curia Romana lo fecero per

isdebitare il Papa, il quale, nel giorno stesso in cui gli trucidavano

il figliuolo, baldanzoso oltre l'usato, per soffiargli, com'egli

giudicava, la fortuna in filo di ruota, sè diceva avventuroso e felice

da disgradarne lo imperatore Tiberio; e qui tu nota: che tra Tiberio e

parecchi Papi così antichi come moderni non ci corra divario, tutti

sanno; ma che Paolo III lo dicesse da sè, non si capisce. Di questo poi

occorre testimonianze in copia, fra le altre una, della verità della

quale non è permesso dubitare[20].

Nel dì 10 settembre, forse nell'ora in cui il Papa si vantava

beatissimo, il conte Giovanni Anguissola verso le ore quindici si

presenta in compagnia di due fidati nell'anticamera del Duca nel palazzo

che si era murato in cittadella; altri quivi attendeva, chè Pierluigi

stava a mensa, ed erano Cammillo Fogliani, e Giulio Coppellati dottore:

l'Anguissola si mise a passeggiare con esso loro alternando colloquio:

quando il Duca fece avvertire gli attendenti che potevano entrare, il

Fogliani e il Coppellati dichiararono cedere il passo al potente conte

Giovanni, ma questi nol consentì, studioso di mostrare deferenza al

sacro carattere che vestivano entrambi, essendo sacerdoti: il Conte non

aveva anco sentito il segno, che in breve venne a rintronare il palazzo,

avendo stabilito tra loro, che giunto il momento di far faccende,

Agostino Landi sparasse una pistola; allora l'Anguissola fatto impeto

nella stanza del Duca gli trasse di una coltellata sul capo, ed un'altra

nel petto; poi gli altri sconciamente lo lacerarono; nè si rimasero a

lui, che o presi dalla ubbriachezza del sangue, o perchè li temessero

testimoni, o per altra causa a noi ignota, finirono anco i due preti. Il

Confalonieri co' suoi assalse di repente la famiglia del Duca, che poca,

per essersi sbandata come gente che vive senza sospetto, e colta alla

sprovvista, si lasciò sopraffare; con impeto pari il Landi, con gli

altri, che in numero maggiore gli stavano dintorno, presero a menare

strage dei Lanzi, di cui ammazzarono a man salva otto o dieci avendo le

armi discoste. Levasi nella cittadella orribile rumore che, propagandosi

nella città, comincia a far bollire il popolo; i congiurati, accorrendo

al riparo, si attaccano alle catene del ponte levatoio e lo sollevano.

Le altre guardie della cittadella qua e là disperse, inermi e

sbigottite, agevolmente sommettono. Intanto il popolo, ingrossando,

infuria; se per amore al padrone, o per odio ai feudatarii, è incerto;

e, poichè faceva le viste di scalare i muri, gli omicidii a sbaldanzirlo

gittano giù i due cadaveri dei preti nel fosso; quello del Duca legano

penzoloni fuori di finestra per un piede; ma il popolo imperversa vie

più gridando: Duca! Duca! perocchè in cotesto corpo straziato non

ravvisasse il suo signore: allora, tagliata la fune, buttano anco quello

nel fosso; al popolo cascò il cuore, e poi di corto avrà pensato, che

tanto di padroni non ne mancano mai, onde sarà tornato tranquillo alle

case e botteghe sue. I soldati non mancarono al debito, senonchè

Alessandro da Terni capitano preposto a tutti, giudicando zaroso tenere

la città senza la cittadella, statuì recarsi ad afforzare Parma co'

fanti del conte di Santafiora, e già ci si era avviato Sforza

Pallavicino co' cavalli. I congiurati, dopo presa la porta al Po, con le

artiglierie della cittadella diedero il segno alle vicine città di Lodi

e di Cremona, secondo il concertato, e Ferdinando Gonzaga, il quale si

trovava in questa ultima città, per cose, come dice lo ingenuo Ulloa,

che toccavano lo Stato, mandò gente ad occupare Piacenza[21], parte con

Alvaro di Luna pel Po e parte da Pavia col capitano Ruschino: così

Piacenza venne nelle mani dello Imperatore, consegnatagli

fellonescamente da una mano di patrizi insanguinati e ladri, contro la

volontà del popolo[22].

Il Priore, gli Anziani, e i Richiesti della città, mentre più infuriava

il tumulto, radunatisi, scrissero lettere dolentissime al Papa e al

Cardinale Farnese protestando la città incolpevole, e sè disposti a

perseverare in fede, ma non valse, chè la tirannide, cupida di onestare

le opere sue quanto più inique, costrinse la città a fingere che gli si

sottoponesse volontariamente in virtù di certi patti, ch'egli di leggeri

accettò. Questi capitoli si conservano tuttora, e fanno prova che

vecchie durano fra noi la viltà e la prepotenza; nè le antiche vincono

le moderne, nè queste quelle: potrieno riportarsi, ma a qual pro?

Infelice conforto è conoscere, che i nostri padri furono poco meno di

noi ipocriti, e codardi[23].

Per tutto questo non dubito affermare che Andrea Doria non va debitore

presso Dio e gli uomini dell'omicidio di Pierluigi Farnese, tranne che

per la mala intenzione; però iniquamente l'Ulloa, per cause a noi

ignote, dichiara dubbie le pratiche del Gonzaga per ammazzare il Duca, e

rubargli la città, e meglio soddisfarlo quello che ha detto dei concerti

del Principe Doria co' congiurati, che molti furono e potenti, e poi ne

nacque parentela fra loro[24]. Anco il Gosellino, segretario di Don

Ferrante, nella vita che scrisse di lui, attesta l'Imperatore e il

Gonzaga, come spiriti eletti e di natura magnanima, avere rifuggito

dalla strage di Pierluigi Farnese, anzi essersi messa ogni opera per

loro a salvarlo, raccomandando in ispecie ai congiurati di tenerlo in

vita. Più sincero il Campana, nella vita di Filippo II, aggiunge: questo

andare perfettamente, senonchè aveva posto la clausola: _se pure è

possibile_; e a lui era noto come i congiurati intendessero ammazzarlo

ad ogni modo, e rubarlo; per la quale cosa chiesero ed ottennero

impunità: anco l'Ulloa, scrivendo dei gesti di Carlo V, narra, come

l'Imperatore scrivesse al Gonzaga, che, _dovendosi trucidare il

Farnese_, e' si destreggiasse in modo di trovarsi in luogo per dare

subito soccorso alla città ed ai cittadini; meglio della opinione dei

cortigiani storiografi ce ne hanno chiarito le scritture allegate.

L'Ulloa[25] ci conta altresì, come il Gonzaga facesse trarre il corpo

fuori del fosso, e, postolo dentro una cassa coperta di velluto nero,

ordinò _pietosamente_ lo depositassero dentro una chiesa, _affinchè il

popolo non lo vituperasse_. Ora sappiamo se il popolo volle vituperare

le reliquie dello sciaguratissimo; nè gli fu pio il Gonzaga, bensì

Barnaba da Porro dottore di legge, e priore del Comune, che, andato co'

suoi servitori a levarlo, lo portò nella vicina chiesa di Santa Maria

degli Speroni detta San Fermo, dove lo fece tenere tutta notte a porte

chiuse, e la mattina dipoi, acconciatolo dentro una cassa di legno, lo

seppellì: certo prima cura del Gonzaga fu ricercare del cadavere

dell'odiato Duca, e volle lo levassero di sotto terra, e sconficcata la

cassa, si piacque contemplarvi le membra lacere; dopo ciò lo chiuse in

altra cassa, col proprio sigillo la suggellò, e la commise in custodia

dei Minori Osservanti della Chiesa della Madonna in Campagna. Creda chi

vuole alla pietà del Gonzaga; massime se pensi, che gli furono a cotesta

opera compagni Girolamo Pallavicino e Oliviero Casabianca, nemici

mortalissimi del morto: forse fu voluttà di vendetta, ed anco cautela

non solo di verificare bene la strage, ma sì, che in seguito non si

levassero novità, dando per dubbia la strage di lui. Il Gonzaga (e

nessuno dei moderni si vanti vincere di simulazione i nostri padri) si

attentò perfino scrivere lettere di condoglianza al cardinale Farnese, e

si leggono fra quelle dei Principi[26]: il Cardinale e Ottavio gli

risposero studiando, finchè ei visse, l'arte di spengerlo a ghiado;

senonchè il Gonzaga, da quello sparvierato ch'era, se ne schermì sempre,

e giunse a morire nel suo letto.

Lo Imperatore, finchè regnò, tenne Piacenza per sè; i congiurati

protesse; il genero Ottavio, figliuolo a Pierluigi, costrinse a dargli

sicurtà di non gli offendere, nè solo per sè, ma pei suoi fratelli

cardinali Alessandro e Santo Angiolo. Questi si andarono lungamente

schermendo con la scusa, che per essere gente di Chiesa, non faceva

mestieri, dacchè il perdono per gli ecclesiastici non costituisce

fondamento principale del sacro loro istituto? Quando poi non si fidando

alle parole ebbero a promettere, non lo vollero fare che a tempo, da

prima sei mesi, poi tira tira vennero all'anno[27]; da tanto, che come

preti si sentivano disposti a perdonare! Tempestato lo Imperatore dalla

figliuola e dal genero a rendere loro Piacenza, se ne scansò ora con

questo pretesto, ed ora con quell'altro[28]: apparisce, che certa volta

fosse proposto da lui, si rendesse Piacenza, ma nel punto medesimo,

Parma con Siena si barattasse; nè per quanto si ricava dalle lettere del

cardinale Farnese, sembra si facesse alla pratica il viso dell'uomo di

arme[29]; però vuolsi credere le fossero tutte lustre per parere, e

menare le cose per le lunghe. Di fatti Carlo cesse lo impero, nè rese

Piacenza, nè Parma barattò con Siena, solo nove anni dopo Filippo II,

per istaccare i Farnesi dalle parti di Francia, restituiva le mal tolte

provincie con certe condizioni, che qui non importa discorrere.

Il Gonzaga, nello intento di sminuire a sè e allo Imperatore la infamia

che loro fruttò cotesto tradimento, mise le mani addosso ad Apollonio

Filareto segretario del Duca, il quale il dì della sua morte lo aveva

lasciato per assistere a non so quale banchetto da nozze, e insieme con

lui presero il vice-segretario, e asprissimamente li tormentarono,

dicendo, volerne ricavare il vero circa i disegni di Pierluigi, e se

avesse tenuto mano nella congiura del Fiesco, non che su la pratica di

mettere lo esercito francese nel Piacentino; ma in sostanza, fossero o

no queste cose vere, poco importava, bastava bensì le confessassero;

tuttavia essi tacquero o per costanza di animo, o perchè ignari dei più

riposti consigli del Duca; durò il Filareto prigione tre anni; e poichè

il carcere a pochi è cote, dove la virtù si affina, a molti scoglio dove

rompe ogni parte virile dell'anima, uscitone condusse divotamente la

rimanente sua vita rifuggendo ogni commercio umano. Il padre Ireneo Affò

afferma che per poco non agguantarono Annibal Caro, e che gli fu ventura

essersi trovato a villeggiare fuori della città: questo non è vero. Il

Caro, descrivendo nelle sue lettere il caso, racconta, come accaduta la

strage del Duca, egli si tirasse da parte recandosi a Rivolta presso il

conte Giulio Landi, mentre il suo amico Spina, oltre a salvargli le sue

robe a Piacenza, gli otteneva il salvocondotto dal Gonzaga di ridursi a

Parma; ma indi a breve il Gonzaga si pentì e volle anco lui; ed egli,

fidandosi poco, non prese già la via di Crema, dov'erano già comparse le

genti da Cremona, nè tenne verso la montagna a cagione delle strade

rotte, bensì traghettato subito il Po, si dilungava su per lo Cremonese,

e pel Mantovano; poi ripassato il Po a Brescello, si condusse a Parma:

nondimanco i cavalleggeri mandatigli dietro lo fallirono di poco, chè la

sera medesima essi albergarono nella città di Cremona, ed egli nei

borghi presso ai frati del convento di San Gismondo.

Gli scrittori parziali al Papato, copiosissimi allora e di parecchi anco

adesso, narrano come la nuova del caso fosse portata a papa Paolo mentre

si tratteneva a Perugia; uditala parve mediocremente si commovesse, anzi

con romana costanza esclamasse averne sospettato più volte, e che ciò

era incolto al Duca per la soverchia incuria: aggiungono il cardinale

Caraffa, che poi fu Paolo IV, gravemente lo ammonisse, e Ridolfo Pio

cardinale di Carpi, della utilità della Chiesa zelatore, non si ristasse

da rinfacciargli avergli predetto, che quelle due città, come si

toglievano alla Chiesa, così non le avrebbe godute nè la Chiesa nè il

Duca, e del suo consiglio non essersi approdato; per le quali cose,

essendo comparso al cospetto del Papa il cardinale Gambara, promotore

del mal sortito disegno, ne fu respinto a vituperio, di che egli

fieramente sconvolto si chiuse in casa, dove pochi giorni dopo morì non

dicendo parole se non queste: «che egli bene aveva istruito il Papa e

Pierluigi del come il Papa e Pierluigi potessero avere Parma e Piacenza,

ma non avere già insegnato al Duca a vivere senza guardia, e diverso dal

costume de' principi.» Gli scrittori ligi allo Imperatore affermano come

il Pontefice nei suoi discorsi non tassava Carlo nè gli ministri suoi

partecipi della congiura, e l'Adriani aggiunge: ch'egli venne in

sospetto di questo, solo allorquando il Gonzaga fece sapere al conte di

Santafiora si astenesse da moversi contro Piacenza, perchè sarebbe come

un contraffare allo Imperatore; per ordine suo essendoci entrato, ed a

suo nome tenerla. Arduo a credersi è questo, molto più che nel

concistoro, tenuto pochi giorni dopo la triste ventura, il Papa

annunziava ai Cardinali aver scoperto Ferdinando autore della trama[30],

e nel concistoro medesimo disse altresì: «di Pierluigi Farnese duca di

Parma e di Piacenza io Alessandro padre di lui non piglierò mai

vendetta, ma sì come Paolo III pontefice massimo, e capo della Chiesa,

di Pierluigi figlio e gonfaloniere di Santa Chiesa farò vendetta a tutto

mio potere, sebbene mi credessi andare al martirio come molti altri.»

Senonchè la vendetta contro gli Imperatori è più facile desiderare che

eseguire. Paolo non si potè vendicare, e nè manco ebbe facoltà di

rendere Parma alla Chiesa, come pure intendeva di fare: gli si

rovesciarono contro come aspidi i nipoti da lui sperimentati fino a

cotesto punto ossequentissimi; il cardinale Alessandro pel primo; e

siccome egli ostinavasi ad ogni modo spuntarla, ebbe il dolore di

sentire come Ottavio, figliuolo del tradito, stesse in procinto di

stringere lega col traditore Gonzaga per contrastare ai suoi disegni:

questo lo accorava così, che in breve tratto di tempo ne moriva di

affanno, non si potendo capacitare, egli così esperto degli umori degli

uomini, che se i nepoti lo avevano obbedito, ciò era stato solo perchè

ne avesse del continuo promosso la grandezza, e che nei tempi appellati

civili si perdona più agevolmente chi ti ammazza il padre, che chi ti

porta via, o ti menoma la roba; e questo ha scritto Macchiavello, e noi

dopo lui più volte, perchè lo abbiamo trovato tremendamente vero.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 10 / 21 段