scappasse fuori un qualche odore, però che un segreto in due,
difficilmente, ma pure si custodisce, di rado in tre, disperato poi in
quattro; e mosso per avventura da particolari avvisi, il Papa non
rifiniva mai sollecitare il Duca a costruire la cittadella di Piacenza,
e Antonfrancesco Rainieri per commissione di lui scriveva nel 27 maggio
1547 al Duca: — il Papa non dice altro se non se si elegga un prospero
giorno nel quale si getti la prima pietra della fabbrica, la quale la
Sua Santità felicita col segno della sua santissima benedizione. —
Veramente il Duca in questa parte non assonnava, imperciocchè l'avesse
già posta tre giorni prima: tuttavia fece buon viso alla benedizione,
quantunque serotina, e ne cavò tutto il partito che si può cavare dalle
benedizioni papali per tirare su le mura di una cittadella: quindi
facendo lavorare indefesso grandissima quantità di muratori, Pierluigi
l'ebbe dentro piccolo spazio di tempo condotta a termine di difesa; dal
quale fatto i congiurati pigliavano argomento di venire alla
conchiusione del negozio, avvertendo essi, che una volta ultimata, le
difficoltà sarebbero loro cresciute nelle mani due cotanti: il Gonzaga
non aveva mestiere gli facessero dintorno calca, tuttavia serpentato
serpentava Carlo V, e mettendoci di suo non poca mazza avvertiva, i
gentiluomini piacentini essere ormai disposti di levarsi a rumore contro
il Duca; solo a cose fatte domandare soccorso, e sostegno: per
_honestare_ il negozio, dopo seguíto il colpo manderebbero uomini a
posta per significargli, che non gli accettando egli, nella sua qualità
di vicerè di Milano, come uomini dello Imperatore, si sarebbero dati al
re di Francia. Laddove Sua Maestà non si voglia scoprire subito, si
tengono capaci di durare otto mesi o un anno, ma dentro questo tempo
bisogna, ch'ei si pigli Piacenza a patto di non la rendere ai Farnesi; e
qualora egli ricusi il partito, e' si confessano costretti di fare la
cosa ad ogni modo, perchè il Duca lavora di forza intorno alla fortezza,
e intende averla fornita in ottobre, che se questo avvenisse, e' si
dovrieno tenere per ispacciati; molto più, che il Papa negozia il
parentado col re di Francia a condizione, che pigli la difesa del
Ducato; consideri con la usata diligenza questa deliberazione di volere
mandare a compimento in ogni modo la impresa, e il pericolo che si
possano voltarsi alla Francia: questa occasione perduta, pensi che per
tempo lunghissimo non si presenterebbe un'altra pari in bontà. — Lo
Imperatore rispondeva a tale informazione del Gonzaga con la lettera del
12 luglio 1547; mediante cui, accettando il trattato, raccomandava un
mondo di cautele perchè non capitasse male la impresa, e soprattutto non
si mettessero le mani addosso a Pierluigi Farnese. —
Dacchè di poche trame ci rimanga così continuo e patente il filo come di
questa, non fia grave a chi legge conoscere come Ferrante Gonzaga le
volontà del suo padrone intendesse, e come altrui le interpretasse, e si
chiarirà che, anco con meno, un sacramento potria convertirsi in peccato
mortale: sacramenti poi non erano le parole, nè le intenzioni dello
Imperatore: pertanto il Gonzaga faceva capire ai congiurati tali essere
le volontà di Carlo: — desiderare lo Imperatore, per alquanti dì si
soprassedesse, ma poi in ciò rimettersene a loro: non si muova foglia
senza sicurezza dell'esito: la persona del Duca non si guasti, solo si
cacci fuori dalla terra libero: però egli Gonzaga non si può dissimulare
punto come lo indugio sia pieno di pericolo, e prudentissima la
prigionia del Farnese. Fatto il colpo, il conte Giovanni Anguissola ed i
compagni suoi mandino subito ad offerirgli la città a questi patti:
1.º Dentro un giorno risolvasi a tenerla o a lasciarla, imperciocchè,
avendolo a fare contro un nemico potente, non possono stare senza
padrone; _aliter_ darannosi in balía di altri signori. 2.º Tutti i
feudatarii del Ducato, senza eccezione, vengano a fare omaggio a Sua
Maestà, e mancando, confischinsi loro i beni. 3.º Non si liberi il Duca
pel razionale sospetto, che liberato non corra a Parma per tentare di
rifarsi. 4.º Il ducato riducasi a devozione di Sua Maestà. 5.º Tengasi
il Duca imprigionato finchè anco Parma non venga in potere dello
Imperatore. 6.º Di quanto accadde in cotesto dì, sia di _omicidii_, sia
di _guadagni_, non si abbia a cercare, nè inquisire, reputandosi il
tutto fatto e acquistato in buona guerra.
Dopo spedite simili istruzioni ai congiurati, il Gonzaga, scrivendo allo
Imperatore, nel ragguagliarlo dell'operato, vantavasi del tiro furbesco
di farsi mandare dai congiurati i capitoli, con la intimazione ricisa di
accettarli o ricusarli dentro ventiquattro ore: per cotesto modo, egli
avvertiva, si toglie via il pericolo di lasciare la città nelle mani dei
congiurati, e si riversa sul capo a costoro l'odio della prigionia del
Duca, come quella che dallo Imperatore era stata dissentita, e da lui
Gonzaga assentita per forza.
Ma se ai congiurati premeva far presto, premeva altresì di non fare a
fidanza: però aggiunsero per patto: le rendite della città si
riducessero come ai tempi dei duchi di Milano e dei Papi; le cause da
mille scudi in giù si decidano a Piacenza: il Gonzaga, non prevedendo
questo intoppo, mancava di facoltà per assentire simili concessioni,
onde dichiarò averne a riferire allo Imperatore; forse anco poteva
concedere, ma pensò che, mettendo i congiurati alle strette, non si
sarieno gingillati a badare il nodo nel giunco, e prese errore; di qui
nuovo ritardo. Carlo V informato delle nuove pretensioni, nicchia per
parere, ma poi promette: quanto allo attendere, il tempo darebbe
consiglio.
In questo tempo Ottavio Farnese, partendosi allo improvviso dalla corte
del socero, s'incammina verso Piacenza per visitare suo padre: e da capo
la matassa si arruffa. Il Gonzaga, traendo dal caso argomento di
profitto pel suo odio, così ne scrive allo Imperatore: — dargli molestia
il proposito dei congiurati di volere in ogni modo ammazzare Pierluigi,
il che è _contro la mente di Vostra Maestà_, ma questo non è tutto
ancora, perchè alla fine, morto ch'egli fosse, mi _parria che poco caso
si havesse a fare di lui_, quanto che, essendo venuto ora il Duca
Ottavio, verosimilmente si havrà a trovare in questo conflitto dov'essi
non mi possono assicurare di salvarlo come da loro ho cercato, perchè in
un caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile
potere assicurare di persona et massimamente quando, egli si mettesse su
le difese. —
Nonostante questo avviso, Carlo V non trattenne i congiurati; al
contrario, esigendo essi nuova conferma del capitolo della impunità per
qualsivoglia _omicidio_ e _guadagno_ commesso o fatto in quel dì, non si
rimase dal darla; nè Carlo era tal uomo da non sapere, che cosa cotesto
capitolo adombrasse: inutili allora coteste ipocrisie, inutili anco
adesso; pure non si smisero, nè si smetteranno: conosce la sua
pedanteria anco la frode.
E non mancarono gli avvisi al duca Pierluigi che si badasse;
conciossiachè, lasciando da parte quelli, i quali soglionsi fabbricare
per ordinario dopo il fatto dalla prosunzione, e dal volgo si credono (e
tutti siamo volgo un po') per sete di cose strane, gli è certo che
Annibal Caro scrisse il 17 di luglio al Farnese: come in Milano
corressero mille _pazzie_; quivi i servitori del Duca vivere odiati e
sospetti; da don Ferrante non si potere cavare nulla, come quello che
soleva camminare coperto, ma dagli altri conoscersi manifesto l'animo
avverso, e se potessero fare _rubberia_, per suo avviso lo farebbono.
Anco più aperto del Caro, Vincenzo Boncambi d'Augusta, dove stanziava
residente del Duca, il 9 del medesimo mese lo ammonì avergli domandato
l'oratore Veneziano se in Piacenza si fossero scoperte congiure; e
dettogli di no, quegli averlo fiducialmente avvertito, essere capitato
costà da Milano due volte in posta Niccolò Sacco capitano di giustizia,
nè ciò aversi a giudicare senza cagione: anzi costui essersi sbilanciato
fino a svertare, che se gli riuscisse certo tratto, il quale allora gli
stava per le mani, si saria accomodato per sempre; con essolui
accontarsi il capitano Sacco, accompagnatisi insieme da Trento dove si
erano dati la posta per arrivare di conserva a corte: ambedue cagnotti
di don Ferrante, e dei peggio: tanto per suo governo, ed egli ci
pensasse su con la consueta prudenza. Anco Paolo Giorgio così mandava da
Roma il quattro Agosto al Duca: — essere in cotesto anno 1547 trascorso
uno assai _capriccioso_ pianeta causatore di ribellioni per lo che si
conchiude, che la volontà degli uomini può assai, ma più il cielo — ed
aggiunse poi — questo influsso maligno, avere messo il Burlamacchi a
Lucca in isbaraglio di novità fortunose, il conte Fiesco in esizio della
sua casa, e la Lupa Foiosa a ributtare la guardia da Siena. — Nel
Gosellini, e nel Villa si legge riportato un altro annunzio venutogli da
Cremona il 9; e ci ha perfino chi afferma, tra gli altri Giovanni
Sleidano, il Papa avere spedito a Pierluigi un prognostico nel quale si
ammoniva a guardarsi dal dieci settembre come da giorno _uziaco_[19]; ma
questo è falso, ed i parziali della curia Romana lo fecero per
isdebitare il Papa, il quale, nel giorno stesso in cui gli trucidavano
il figliuolo, baldanzoso oltre l'usato, per soffiargli, com'egli
giudicava, la fortuna in filo di ruota, sè diceva avventuroso e felice
da disgradarne lo imperatore Tiberio; e qui tu nota: che tra Tiberio e
parecchi Papi così antichi come moderni non ci corra divario, tutti
sanno; ma che Paolo III lo dicesse da sè, non si capisce. Di questo poi
occorre testimonianze in copia, fra le altre una, della verità della
quale non è permesso dubitare[20].
Nel dì 10 settembre, forse nell'ora in cui il Papa si vantava
beatissimo, il conte Giovanni Anguissola verso le ore quindici si
presenta in compagnia di due fidati nell'anticamera del Duca nel palazzo
che si era murato in cittadella; altri quivi attendeva, chè Pierluigi
stava a mensa, ed erano Cammillo Fogliani, e Giulio Coppellati dottore:
l'Anguissola si mise a passeggiare con esso loro alternando colloquio:
quando il Duca fece avvertire gli attendenti che potevano entrare, il
Fogliani e il Coppellati dichiararono cedere il passo al potente conte
Giovanni, ma questi nol consentì, studioso di mostrare deferenza al
sacro carattere che vestivano entrambi, essendo sacerdoti: il Conte non
aveva anco sentito il segno, che in breve venne a rintronare il palazzo,
avendo stabilito tra loro, che giunto il momento di far faccende,
Agostino Landi sparasse una pistola; allora l'Anguissola fatto impeto
nella stanza del Duca gli trasse di una coltellata sul capo, ed un'altra
nel petto; poi gli altri sconciamente lo lacerarono; nè si rimasero a
lui, che o presi dalla ubbriachezza del sangue, o perchè li temessero
testimoni, o per altra causa a noi ignota, finirono anco i due preti. Il
Confalonieri co' suoi assalse di repente la famiglia del Duca, che poca,
per essersi sbandata come gente che vive senza sospetto, e colta alla
sprovvista, si lasciò sopraffare; con impeto pari il Landi, con gli
altri, che in numero maggiore gli stavano dintorno, presero a menare
strage dei Lanzi, di cui ammazzarono a man salva otto o dieci avendo le
armi discoste. Levasi nella cittadella orribile rumore che, propagandosi
nella città, comincia a far bollire il popolo; i congiurati, accorrendo
al riparo, si attaccano alle catene del ponte levatoio e lo sollevano.
Le altre guardie della cittadella qua e là disperse, inermi e
sbigottite, agevolmente sommettono. Intanto il popolo, ingrossando,
infuria; se per amore al padrone, o per odio ai feudatarii, è incerto;
e, poichè faceva le viste di scalare i muri, gli omicidii a sbaldanzirlo
gittano giù i due cadaveri dei preti nel fosso; quello del Duca legano
penzoloni fuori di finestra per un piede; ma il popolo imperversa vie
più gridando: Duca! Duca! perocchè in cotesto corpo straziato non
ravvisasse il suo signore: allora, tagliata la fune, buttano anco quello
nel fosso; al popolo cascò il cuore, e poi di corto avrà pensato, che
tanto di padroni non ne mancano mai, onde sarà tornato tranquillo alle
case e botteghe sue. I soldati non mancarono al debito, senonchè
Alessandro da Terni capitano preposto a tutti, giudicando zaroso tenere
la città senza la cittadella, statuì recarsi ad afforzare Parma co'
fanti del conte di Santafiora, e già ci si era avviato Sforza
Pallavicino co' cavalli. I congiurati, dopo presa la porta al Po, con le
artiglierie della cittadella diedero il segno alle vicine città di Lodi
e di Cremona, secondo il concertato, e Ferdinando Gonzaga, il quale si
trovava in questa ultima città, per cose, come dice lo ingenuo Ulloa,
che toccavano lo Stato, mandò gente ad occupare Piacenza[21], parte con
Alvaro di Luna pel Po e parte da Pavia col capitano Ruschino: così
Piacenza venne nelle mani dello Imperatore, consegnatagli
fellonescamente da una mano di patrizi insanguinati e ladri, contro la
volontà del popolo[22].
Il Priore, gli Anziani, e i Richiesti della città, mentre più infuriava
il tumulto, radunatisi, scrissero lettere dolentissime al Papa e al
Cardinale Farnese protestando la città incolpevole, e sè disposti a
perseverare in fede, ma non valse, chè la tirannide, cupida di onestare
le opere sue quanto più inique, costrinse la città a fingere che gli si
sottoponesse volontariamente in virtù di certi patti, ch'egli di leggeri
accettò. Questi capitoli si conservano tuttora, e fanno prova che
vecchie durano fra noi la viltà e la prepotenza; nè le antiche vincono
le moderne, nè queste quelle: potrieno riportarsi, ma a qual pro?
Infelice conforto è conoscere, che i nostri padri furono poco meno di
noi ipocriti, e codardi[23].
Per tutto questo non dubito affermare che Andrea Doria non va debitore
presso Dio e gli uomini dell'omicidio di Pierluigi Farnese, tranne che
per la mala intenzione; però iniquamente l'Ulloa, per cause a noi
ignote, dichiara dubbie le pratiche del Gonzaga per ammazzare il Duca, e
rubargli la città, e meglio soddisfarlo quello che ha detto dei concerti
del Principe Doria co' congiurati, che molti furono e potenti, e poi ne
nacque parentela fra loro[24]. Anco il Gosellino, segretario di Don
Ferrante, nella vita che scrisse di lui, attesta l'Imperatore e il
Gonzaga, come spiriti eletti e di natura magnanima, avere rifuggito
dalla strage di Pierluigi Farnese, anzi essersi messa ogni opera per
loro a salvarlo, raccomandando in ispecie ai congiurati di tenerlo in
vita. Più sincero il Campana, nella vita di Filippo II, aggiunge: questo
andare perfettamente, senonchè aveva posto la clausola: _se pure è
possibile_; e a lui era noto come i congiurati intendessero ammazzarlo
ad ogni modo, e rubarlo; per la quale cosa chiesero ed ottennero
impunità: anco l'Ulloa, scrivendo dei gesti di Carlo V, narra, come
l'Imperatore scrivesse al Gonzaga, che, _dovendosi trucidare il
Farnese_, e' si destreggiasse in modo di trovarsi in luogo per dare
subito soccorso alla città ed ai cittadini; meglio della opinione dei
cortigiani storiografi ce ne hanno chiarito le scritture allegate.
L'Ulloa[25] ci conta altresì, come il Gonzaga facesse trarre il corpo
fuori del fosso, e, postolo dentro una cassa coperta di velluto nero,
ordinò _pietosamente_ lo depositassero dentro una chiesa, _affinchè il
popolo non lo vituperasse_. Ora sappiamo se il popolo volle vituperare
le reliquie dello sciaguratissimo; nè gli fu pio il Gonzaga, bensì
Barnaba da Porro dottore di legge, e priore del Comune, che, andato co'
suoi servitori a levarlo, lo portò nella vicina chiesa di Santa Maria
degli Speroni detta San Fermo, dove lo fece tenere tutta notte a porte
chiuse, e la mattina dipoi, acconciatolo dentro una cassa di legno, lo
seppellì: certo prima cura del Gonzaga fu ricercare del cadavere
dell'odiato Duca, e volle lo levassero di sotto terra, e sconficcata la
cassa, si piacque contemplarvi le membra lacere; dopo ciò lo chiuse in
altra cassa, col proprio sigillo la suggellò, e la commise in custodia
dei Minori Osservanti della Chiesa della Madonna in Campagna. Creda chi
vuole alla pietà del Gonzaga; massime se pensi, che gli furono a cotesta
opera compagni Girolamo Pallavicino e Oliviero Casabianca, nemici
mortalissimi del morto: forse fu voluttà di vendetta, ed anco cautela
non solo di verificare bene la strage, ma sì, che in seguito non si
levassero novità, dando per dubbia la strage di lui. Il Gonzaga (e
nessuno dei moderni si vanti vincere di simulazione i nostri padri) si
attentò perfino scrivere lettere di condoglianza al cardinale Farnese, e
si leggono fra quelle dei Principi[26]: il Cardinale e Ottavio gli
risposero studiando, finchè ei visse, l'arte di spengerlo a ghiado;
senonchè il Gonzaga, da quello sparvierato ch'era, se ne schermì sempre,
e giunse a morire nel suo letto.
Lo Imperatore, finchè regnò, tenne Piacenza per sè; i congiurati
protesse; il genero Ottavio, figliuolo a Pierluigi, costrinse a dargli
sicurtà di non gli offendere, nè solo per sè, ma pei suoi fratelli
cardinali Alessandro e Santo Angiolo. Questi si andarono lungamente
schermendo con la scusa, che per essere gente di Chiesa, non faceva
mestieri, dacchè il perdono per gli ecclesiastici non costituisce
fondamento principale del sacro loro istituto? Quando poi non si fidando
alle parole ebbero a promettere, non lo vollero fare che a tempo, da
prima sei mesi, poi tira tira vennero all'anno[27]; da tanto, che come
preti si sentivano disposti a perdonare! Tempestato lo Imperatore dalla
figliuola e dal genero a rendere loro Piacenza, se ne scansò ora con
questo pretesto, ed ora con quell'altro[28]: apparisce, che certa volta
fosse proposto da lui, si rendesse Piacenza, ma nel punto medesimo,
Parma con Siena si barattasse; nè per quanto si ricava dalle lettere del
cardinale Farnese, sembra si facesse alla pratica il viso dell'uomo di
arme[29]; però vuolsi credere le fossero tutte lustre per parere, e
menare le cose per le lunghe. Di fatti Carlo cesse lo impero, nè rese
Piacenza, nè Parma barattò con Siena, solo nove anni dopo Filippo II,
per istaccare i Farnesi dalle parti di Francia, restituiva le mal tolte
provincie con certe condizioni, che qui non importa discorrere.
Il Gonzaga, nello intento di sminuire a sè e allo Imperatore la infamia
che loro fruttò cotesto tradimento, mise le mani addosso ad Apollonio
Filareto segretario del Duca, il quale il dì della sua morte lo aveva
lasciato per assistere a non so quale banchetto da nozze, e insieme con
lui presero il vice-segretario, e asprissimamente li tormentarono,
dicendo, volerne ricavare il vero circa i disegni di Pierluigi, e se
avesse tenuto mano nella congiura del Fiesco, non che su la pratica di
mettere lo esercito francese nel Piacentino; ma in sostanza, fossero o
no queste cose vere, poco importava, bastava bensì le confessassero;
tuttavia essi tacquero o per costanza di animo, o perchè ignari dei più
riposti consigli del Duca; durò il Filareto prigione tre anni; e poichè
il carcere a pochi è cote, dove la virtù si affina, a molti scoglio dove
rompe ogni parte virile dell'anima, uscitone condusse divotamente la
rimanente sua vita rifuggendo ogni commercio umano. Il padre Ireneo Affò
afferma che per poco non agguantarono Annibal Caro, e che gli fu ventura
essersi trovato a villeggiare fuori della città: questo non è vero. Il
Caro, descrivendo nelle sue lettere il caso, racconta, come accaduta la
strage del Duca, egli si tirasse da parte recandosi a Rivolta presso il
conte Giulio Landi, mentre il suo amico Spina, oltre a salvargli le sue
robe a Piacenza, gli otteneva il salvocondotto dal Gonzaga di ridursi a
Parma; ma indi a breve il Gonzaga si pentì e volle anco lui; ed egli,
fidandosi poco, non prese già la via di Crema, dov'erano già comparse le
genti da Cremona, nè tenne verso la montagna a cagione delle strade
rotte, bensì traghettato subito il Po, si dilungava su per lo Cremonese,
e pel Mantovano; poi ripassato il Po a Brescello, si condusse a Parma:
nondimanco i cavalleggeri mandatigli dietro lo fallirono di poco, chè la
sera medesima essi albergarono nella città di Cremona, ed egli nei
borghi presso ai frati del convento di San Gismondo.
Gli scrittori parziali al Papato, copiosissimi allora e di parecchi anco
adesso, narrano come la nuova del caso fosse portata a papa Paolo mentre
si tratteneva a Perugia; uditala parve mediocremente si commovesse, anzi
con romana costanza esclamasse averne sospettato più volte, e che ciò
era incolto al Duca per la soverchia incuria: aggiungono il cardinale
Caraffa, che poi fu Paolo IV, gravemente lo ammonisse, e Ridolfo Pio
cardinale di Carpi, della utilità della Chiesa zelatore, non si ristasse
da rinfacciargli avergli predetto, che quelle due città, come si
toglievano alla Chiesa, così non le avrebbe godute nè la Chiesa nè il
Duca, e del suo consiglio non essersi approdato; per le quali cose,
essendo comparso al cospetto del Papa il cardinale Gambara, promotore
del mal sortito disegno, ne fu respinto a vituperio, di che egli
fieramente sconvolto si chiuse in casa, dove pochi giorni dopo morì non
dicendo parole se non queste: «che egli bene aveva istruito il Papa e
Pierluigi del come il Papa e Pierluigi potessero avere Parma e Piacenza,
ma non avere già insegnato al Duca a vivere senza guardia, e diverso dal
costume de' principi.» Gli scrittori ligi allo Imperatore affermano come
il Pontefice nei suoi discorsi non tassava Carlo nè gli ministri suoi
partecipi della congiura, e l'Adriani aggiunge: ch'egli venne in
sospetto di questo, solo allorquando il Gonzaga fece sapere al conte di
Santafiora si astenesse da moversi contro Piacenza, perchè sarebbe come
un contraffare allo Imperatore; per ordine suo essendoci entrato, ed a
suo nome tenerla. Arduo a credersi è questo, molto più che nel
concistoro, tenuto pochi giorni dopo la triste ventura, il Papa
annunziava ai Cardinali aver scoperto Ferdinando autore della trama[30],
e nel concistoro medesimo disse altresì: «di Pierluigi Farnese duca di
Parma e di Piacenza io Alessandro padre di lui non piglierò mai
vendetta, ma sì come Paolo III pontefice massimo, e capo della Chiesa,
di Pierluigi figlio e gonfaloniere di Santa Chiesa farò vendetta a tutto
mio potere, sebbene mi credessi andare al martirio come molti altri.»
Senonchè la vendetta contro gli Imperatori è più facile desiderare che
eseguire. Paolo non si potè vendicare, e nè manco ebbe facoltà di
rendere Parma alla Chiesa, come pure intendeva di fare: gli si
rovesciarono contro come aspidi i nipoti da lui sperimentati fino a
cotesto punto ossequentissimi; il cardinale Alessandro pel primo; e
siccome egli ostinavasi ad ogni modo spuntarla, ebbe il dolore di
sentire come Ottavio, figliuolo del tradito, stesse in procinto di
stringere lega col traditore Gonzaga per contrastare ai suoi disegni:
questo lo accorava così, che in breve tratto di tempo ne moriva di
affanno, non si potendo capacitare, egli così esperto degli umori degli
uomini, che se i nepoti lo avevano obbedito, ciò era stato solo perchè
ne avesse del continuo promosso la grandezza, e che nei tempi appellati
civili si perdona più agevolmente chi ti ammazza il padre, che chi ti
porta via, o ti menoma la roba; e questo ha scritto Macchiavello, e noi
dopo lui più volte, perchè lo abbiamo trovato tremendamente vero.