La giustizia venne e fu questa: deponessero le armi; in tutto e per

tutto obbedissero al vicerè. Bandita in piazza, proruppe un tumulto

quale in cotesti paesi costuma; pareva il finimondo, e il Summonte con

molta piacevolezza ci narra che arrivò fino ad operare miracoli, dacchè

un Giovambattista Caraffa cavaliere gerosolomitano, il quale, per non

potersi più reggere in piedi a cagione della podagra, si era fatto

portare dai suoi famigli a braccia per udire la relazione del cavaliere

Sangro, tutto sottosopra dalla paura, guarito di un tratto salì

scappando in cima al campanile di San Lorenzo; non dimanco, dopo la

prima sfuriata, si accomodò anche questa, affermando il Sangro con

giuramento come la risposta acerba fosse accompagnata con istruzioni

tali, da rimandare tutti contenti come una pasqua a casa; e il popolo

insensato nella sua fede credè, e cesse le armi.

Il dì di San Lorenzo, di cui il martirio è per lo appunto simbolo della

vita del popolo, arrostito sempre, e non consumato mai, fu pubblicato

intero il regio indulto, il quale diceva: — la Inquisizione si mettesse

da parte, alla città le artiglierie si restituissero, e con le

artiglierie il titolo di fedelissima: dall'altro lato, in pena di avere

avuto ragione, pagasse di multa centomila ducati, ventiquattro capi del

tumulto dal perdono si eccettuassero; a cui il Vicerè, in grazia della

sua particolare munificenza, ne aggiunse altri trentasei, che in un

giorno furono condannati a morte con l'arrato della confisca dei beni:

ebbero ventura, che avvertiti in tempo, poterono mettersi in salvo. Al

principe di Salerno trattenuto in corte toccò sopportare di ogni maniera

strazi; alla fine dimesso tornò in patria a pigliarsene il resto; dove

invelenito con umiliazioni quotidiane, nelle sostanze afflitto, nella

vita insidiato conobbe quanto sia men sicuro ribellarsi a mezzo che

intero; imperciocchè ribellandoti intero tu il faccia quando te ne torna

il destro, e allora puoi vincere, o venire a patto; mentre ribellandoti

a mezzo ti converrà ribellarti intero quando meno ti cada in acconcio, e

ti troverai oppresso prima che tu ci possa mettere riparo. Da tutto

questo pel nostro argomento basti cavarne tanto, che Andrea Doria, col

farsi condottiero agli stipendii dell'Austria, non solo non rifuggì, ma

sollecito accorse a spegnere nel sangue ogni spirito di libertà in

Italia, e dopo i corpi, a incatenare gli spiriti, aiutando a piantarci

come un chiodo nel cuore la Inquisizione: però male, a nostro avviso, si

consiglia chiunque sostiene, che per esso la Italia serbò della libertà

quel tanto, che la condizione pessima dei tempi concedeva, dacchè rimane

chiarito che non istette per lui, se la patria non isprofondava

nell'inferno della servitù.

Esponendo la congiura del Fiesco notammo in qual modo Andrea della

venuta di Agostino Landi a Genova si approfittasse per mettere un po' di

addentellato alla vendetta, la quale sempre agognò, e in breve ottenne;

tuttavia non sembra vero, ch'ei fosse parte precipua nella strage di

Pierluigi Farnese, come l'Ulloa nelle vite di don Ferrante Gonzaga e di

Carlo V si industriò dare ad intendere; mi adopererò a investigare la

cosa affinchè tocchi ad ognuno la infamia che gli spetta: piace ai

potenti tuffare il braccio nel sangue e fino al gomito quando ci trovano

interesse, e poi si arrovellano a rovesciarne la colpa sul capo altrui;

così non ha da essere; chi bebbe il dolce (se dolce fu) gusti l'amaro.

Si trova come Andrea, accontatosi con don Giovanni di Lucca, ed in ciò

spinti dalle indefesse sollecitazioni del Gonzaga, pigliassero ad

infiammare l'animo di Cesare, affinchè non lasciasse impunito il Farnese

per le tante ingiurie arrecategli; e da questo ottennero lo assenso di

congiurargli contro, avendolo rinvenuto maravigliosamente disposto

adesso, che alle vecchie gozzaie aggiungevasi il favore manifesto fatto

a Piero Strozzi nel fuggirsi di Lombardia, e la congiura del Fiesco

istigata dal duca: del Doria poco all'imperatore importava, massime

adesso che era diventato vecchio, moltissimo di quel tramestio continuo

che i Farnesi facevano con la Francia per intorbidare le acque e

pescarvi dentro qualche altro brano di Italia, e ciò tanto più ora, che

le recenti vittorie di Germania, dandogli il capo giro, lo persuadevano

di tenersi ormai sicuro di agguantare il dominio universale della terra,

e però non è da dirsi quanto s'infellonisse contro chiunque egli

giudicava si mettesse tra mezzo la sua mano e il mondo.

Allora Andrea, o perchè il Girolamo Pallavicino conte di Cortemaggiore

avesse vincoli di parentela a Genova, o sia perchè riputasse avere pegno

sicuro in mano della fede di lui, prese a condurre pratiche per

ammazzare il Farnese con esso più da vicino che col Landi, e certo che

se gli altri nobili di Piacenza sentivano molestamente le offese nelle

sostanze e nelle giurisdizioni feudali, egli poi, oltre queste, ne

pativa un'altra più grave di tutte quante uomo possa arrecare ad altro

uomo. Sforza Pallavicino, essendo ad un punto nipote del Duca Pierluigi

per parte di Costanza sua sorella ed erede necessario di Girolamo, si

cacciò nella testa che egli avesse a morire senza successione, almanco

legittima, affinchè le sostanze di quello gli entrassero in casa, e lo

zio Duca s'impegnò di servirlo; ma a Girolamo, come succede, venne

prurito di moglie, giusto in quel punto che se la sentì vietata, e di

colta la prese; poi, pauroso della mala parata, sbiettò, e il Duca, cui

parve rimanere giuntato, occupa violentemente Cortemaggiore, nè qui si

ferma, che messe le mani addosso a Lodovica e a Cammilla, madre e moglie

di Girolamo, le getta in prigione; e comecchè dal nequissimo caso

turbati il cardinale Triulzio, i Veneziani, lo Imperatore e il Papa

s'interponessero per indurre il Duca a sensi più miti, ei non si volle

piegare, anzi incocciandosi si andava schermendo con ogni ragione

amminicoli, che ora imputava al Conte non so quanti omicidi, ed ora

pretendeva, che gli si umiliasse; non mancò perfino screditarlo presso

Carlo V come settatore delle parti di Francia. Ma cosa anco più strana

fu, che in onta di tutto questo, Cammilla si chiarì gravida; come ciò

accadesse, può essere e può non essere mistero secondochè il figliuolo

spettasse a Girolamo davvero, o assentisse a lasciar correre, che si

credesse suo: da prima perfidiano nel negare il fatto, ma il ventre

pregnante stava lì disperata testimonianza del vero: supplicato il Duca

perchè liberasse la donna, per tema che a cagione delle angustie

dell'animo sconciasse, invelenito rifiutò.

Girolamo pertanto, inteso anima e corpo a vendicarsi del Duca,

prometteva consegnare, mercè di suoi aderenti, una porta di Piacenza a

cui si fosse presentato ad occuparla, e Andrea, accettata la proposta,

ne scrisse allo Imperatore: questi però, che avendo provato il Gonzaga

arnese capacissimo di tirannide senza lui non moveva foglia in Italia,

ne ricercava il parere, e il Gonzaga segretissimamente così sul

declinare di luglio lo ammoniva: — potere anche egli impadronirsi di una

porta della città, ma questo non sembrargli partito sicuro giacendo

l'osso nella presa della cittadella: pericoloso poi servirsi di Girolamo

Pallavicino come quello, di cui massimamente sospettando il Duca, ne

faceva codiare i passi a Crema dov'erasi ridotto a vivere: avergli la

fortuna aperto una pratica, la quale egli giudicava sicurissima perchè

negoziata con uomo, che tenuto dal Duca in concetto di fedele, gli dava

adito di tradirlo a man salva, e però esortare lo Imperatore a mostrarsi

alieno dalle profferte del Doria, anco per non correre pericolo, che le

carte si avessero ad imbrogliare. È verosimile, che il Gonzaga operasse

a quel modo per gelosia di Andrea, o pel desiderio di non avere compagni

nella impresa, ed in fine perchè il suo disegno gli comparisse migliore

davvero, e più inteso al suo feroce proponimento; ed anco allo

Imperatore forse piacque non crescere il fascio dei suoi debiti verso

Andrea, mulinando fino d'allora tale concetto nella mente cui presagiva

non avrebbe dovuto garbare allo astuto genovese. Certo Andrea fin qui

non può sostenersi incolpevole della strage di Pierluigi, e nè anco dopo

si rimase da insidiarlo, ma la congiura che menò a morte quel gramo fu

tramata dal Gonzaga con l'accordo dello Imperatore, e questo sarà meglio

chiarito da quello che verrò esponendo.

Intanto giovi mettere alquante parole intorno al Duca di Piacenza.

Pierluigi Farnese fu figliuolo di papa Paolo III, che lo ebbe da certa

femmina romana, dicono di casa Ruffina, allorchè, essendo cardinale dei

Santi Cosimo e Damiano, andò legato per Alessandro VI nella marca di

Ancona, nè Pierluigi fu il solo figlio che rallegrasse la vita al buon

pontefice, il quale, se lasciò dubbi i posteri che ei fosse santo, circa

alla paternità sua desiderò non ci avessero a cascare dubbi; di fatti

oltre a Pierluigi gli si noverarono figliuoli Paolo, Ranuccio, Costanza,

e forse anco Isabella, nè mica tutti della sola Ruffina, bensì da altre

donne. Giulio II con la bolla dell'8 luglio 1505 legittimò Pierluigi e

Paolo, e poichè grande a cotesti tempi era la reputazione della casa

Farnese per aderenze e per facoltà, il cardinale dei santi Cosimo e

Damiano vide ambite le nozze del suo primogenito dalle prime tra le

famiglie principesche d'Italia; egli preferì alle altre la Orsina di

Pitigliano, e con la Girolama ammogliò Pierluigi giovancello di dodici

anni, cui la seconda moglie in breve partorì Alessandro, Ottavio,

Ranuccio, Orazio e Vittoria: un tempo esercitò la milizia, e non pure

senza gloria ma con infamia, imperciocchè di ventiquattro anni si

trovasse nello esercito del Borbone contro la Patria, e di conserva con

Sciarra e Cammillo Colonna, masnadieri piuttostochè capitani, empisse

Roma di rapine e di sangue: e quando da Clemente VII e da Carlo V venne

statuita la impresa di Firenze, costui, ci fu chiamato da Nocera dove

stanziava con duemila fanti; però comparve fra i primi a fare la massa

tra Fuligno e Spello; e perchè veruna specie d'infamia mancasse alla

vita di lui, dopo avere ferita la patria Roma, volle dare di una

lanciata anco in Firenze; ma ci si trattenne poco, che indi a breve fu

casso dal marchese del Vasto dalla milizia con ignominia; nè se ne

conosce la causa. Dei suoi costumi piglia vergogna a raccontare e

ribrezzo. Il Varchi, in fine delle storie, narra lo immane caso di

Cosimo Gheri vescovo di Fano, il quale lo stesso preposto Ludovico

Muratori non nega, quantunque ripigli il Varchi per averlo messo fuori;

ma il Muratori era prete e dei buoni, però sentiva passione al

divulgarsi di cosiffatte nefandigie, e di vero sarebbe bene celarle, se

col tacerle si emendassero le colpe. Altri poi cotesta scelleraggine

alla ricisa disdice, affermando il Varchi averla cavata fuori da

Pierpaolo Vergerio, che di vescovo di Capo d'Istria si fece luterano, e

allega in testimonio l'apologia dettata contro il Vergerio da monsignor

della Casa: gli è tempo perso, imperciocchè Pierluigi tanto non lo

trattenesse la vergogna, che in pubblico non se ne vantasse, e si citino

complici del fatto Giulio da Piè di Luco, e Nicolò conte di Pitigliano;

nè tolgono fede al racconto le infermità ond'era tutto guasto,

conoscendosi come esse non lo impedissero dallo sprofondarsi in ogni

maniera libidine. Tuttavolta i devoti della reputazione di Roma

contrastano l'avventura per un altro argomento, il quale è questo: il

Varchi, essi dicono, ci accerta come Pierluigi venisse assoluto dal

misfatto, in grazia di una bolla, e questa per quante ricerche

s'instituissero non riuscì rinvenire: al che si risponde, che il Varchi

notava altresì simile assoluzione essere accaduta in segreto, ed avere

composto la bolla il vescovo di Cesena Ottaviano Spiriti, e Jacopo

Cortese, per la quale cosa, potendo cotesta carta essere agevolmente

soppressa, non abbiano mancato di farlo per torre di mezzo un testimonio

di vergogna; anzi tu crederai addirittura così, se consideri, che se

nello inventario delle bolle, conservato in Castello Santo Angiolo, la

bolla di cui è discorso non occorre, nè manco si trovano in esso notate

due altre bolle, che si ricordano nello inventario custodito in Ancona,

e compilato nel 1532, dove, sotto la rubrica di scritture nuove raccolte

da Sebastiano Gandulfo, tu vedi la bolla dell'assoluzione generale del

Duca, e l'altra per la colpa del contrabbando del sale, e nondimanco

chiusa con la clausula: _e per ogni altro eccesso_. Ora chi può dire,

che l'assoluzione dell'atroce violenza esercitata a danno del mitissimo

vescovo di Fano non si trovasse insinuata così di straforo alla coda

della frode del sale? Di questi tiri Roma costuma; e di bene altri

ancora. Oltre a ciò, se vuoi prova della mostruosa libidine di costui,

ad ogni piè sospinto tu ne incontri un fascio: singolarissime queste.

Pierluigi, compiacendo all'andazzo dei tempi, ed alla superstizione

propria, in capo di ogni anno ordinava al suo astrologo (il quale, ad un

punto faceva ufficio da medico) il prognostico: di questi ne rimangono,

a me noti, sette dal 1537 al 1544; quello del 1537 gli presagisce

settanta anni di vita, o circa, e morte naturale per copia di umori o

_soverchio di coito dopo il bagordo_; nel trentotto lo ammonisce a non

incappare nella _peste_, e gl'indovina che procederà _carnalaccio_

secondo il solito, e così di seguito crescendo sempre le previsioni dei

mali, che, a quanto sembra, non avevano virtù di renderlo meno cavallino

di prima[15]. Dimostrazione del costume non pure dell'uomo, ma altresì

del tempo te la somministra certa lettera di Marco Braccio, scritta da

Roma a messere Francesco del Riccio, che racconta una bestial caccia di

Pierluigi ad un giovane famigliare del cardinale Farnese di Ferrara, e

il giudizio, che di cotesto fatto porgeva lo scrittore[16], messa in

brani perfino la ipocrisia, ultimo e disperato velo del pudore. —

Astutezza egli ebbe e molta, pregio vulgare in ogni età, e all'ultimo,

in cui ci si fida, esiziale, sicchè i nostri antichi solevano ammonire,

in pellicceria andare a far capo meno pelli di asino, che di volpe; e

poichè le gherminelle alla lunga irretiscono cui le tende, così se resti

preso, invece di misericordia provochi le beffe, e ben ti sta, che chi

trova diletto di far frode non si deve lamentare se altri lo inganna. Nè

Pierluigi camminava così insidioso fuori di casa, ma nelle mura

domestiche altresì co' famigliari suoi e con gli stessi segretari: ed

era in virtù di cosiffatto vezzo, che, mentre egli stava negoziando la

lega con la Francia, fingeva acconsentire allo Imperatore, e ciò con

l'Annibal Caro suo segretario, usando tenere parechi ministri, all'uno

dei quali confidava quello, che nascondeva gelosamente all'altro. Tale

fu l'uomo che Paolo III pontefice massimo elesse per fondamento della

propria famiglia, e forse tanto più lo ebbe caro, quanto lo meritava

meno; da prima lo assunse duca di Castro, conferendogli ad un punto il

gonfalonierato della Chiesa, poi gli ottenne dallo Imperatore il

marchesato di Novara; per ultimo intendeva procurargli anco la signoria

di Milano, ma qui fu dove gli si troncarono i disegni. I Veneziani, un

giorno inflessibili a conservare incontaminato il libro di oro, oggi

ridotti a cercare salute con la viltà, scrivevano sopra l'albo dei

nobili il nome di Pierluigi bastardo.

Ottavio figliuolo di Pierluigi da prima ebbe Nepi; poi Camerino,

retaggio antico dei Varano, usurpato a danno di Giulia da Varano, e di

Guidubaldo Feltrico della Rovere suo marito, il quale dai Veneziani,

paurosi che il Papa cessasse da sovvenirli nella guerra contro il Turco,

fu derelitto.

Il Papa, sempre studioso di promovere la grandezza di casa sua, venne in

pensiero di conferire in feudo a Pierluigi Parma e Piacenza: veramente

coteste due città appartennero sempre al ducato di Milano, ma la Chiesa,

tenacissima a tenere, non cessò mai di pretendere, che formavano parte

dello esarcato. Giulio II le ridusse in sua potestà e le occupò finchè

visse; lui morto si tolsero alla Chiesa, le ripigliò Leone X per cederle

da capo al re di Francia conquistatore di Milano; all'ultimo le

ricuperava la Chiesa. Lo impero non poteva razionalmente mettere innanzi

sopra le medesime diritto di sorte alcuna, imperciocchè lo imperatore

Massimiliano con ispeciale capitolo avesse ceduto a papa Giulio

Piacenza, consenziente Ferdinando il Cattolico, che poi lo stesso Carlo

V nel 1521 confermò: quanto a Parma spettava alla Chiesa per tutte le

medesime ragioni di Piacenza, anzi con qualcheduna di più: almeno si

afferma così nella scrittura intorno alle cose di Piacenza, dettata

dall'Annibal Caro in nome del Cardinale Farnese, quando, dopo morto

Pierluigi, avendo il Gonzaga occupato la città a nome dello Imperatore,

questi con ogni maniera amminicoli si scansava restituirla, proponendo,

tra le altre cose, assegnare in iscambio di Parma e Piacenza

quarantamila scudi di entrata pei nipoti del Papa.

Ora, per tornare al nostro racconto, il cardinale Gambara studiandosi

andare a' versi del Pontefice, saltò su a proporre al Collegio dei

Cardinali s'infeudassero in Pierluigi Farnese Parma e Piacenza come

ducati dipendenti dalla Santa Sede: giudicava il Papa sarebbe stato dai

Cardinali bene accolto il partito, dacchè a conti fatti, tenuto a

calcolo le spese di mantenimento delle fortezze vecchie, della fabbrica

delle nuove, dei presidii, non che delle munizioni, poco civanzo ne

faceva la Chiesa; tuttavolta non accadde così; allora per ispuntarla con

la opposizione del Sacro Collegio, offerse in baratto Camerino e Nepi

togliendoli al nipote: ripreso il negoziato a questo modo potè andare,

sempre però con inciampi e non pochi, chè qualche Cardinale si asteneva

da comparire in Concistoro, qualche altro protestò contro, e il Caraffa

fu visto in quel dì visitare le sette chiese come si costuma per la

espiazione di qualche grosso peccato.

Giustizia vuole, che per noi si dica come Pierluigi, investito di

cotesti ducati, non si comportasse già contro i popoli tiranno, anzi

attendesse, per quanto lo concedevano i tempi, a felicitarli: forse

operò così, a norma dell'arte nota ai Principi nuovi, di gratificarsi il

popolo per opprimere i signori, e questi vinti, venire destramente a

capo dello incauto aiutatore; o forse lo persuase a mitezza lo stesso

consiglio, che induce il villano ad ingrassare il bue; tuttavia la

storia gliene deve tener conto, imperciocchè allora vissero principi, e

non hanno cessato anco adesso, i quali non seppero reggere i popoli nè

manco con l'arte che adoperano i contadini a governare le bestie.

Ad abbattere pertanto i feudatari, avvezzi sotto la Chiesa a vivere

secondo il libito proprio, egli ordinò che, cessato il vivere dentro

alle castella, dove imbestiavano la vita, si riducessero ad abitare le

città, mutava la elezione del consiglio e degli altri ufficiali, tolse

via i privilegi, ed istituendo la milizia, affrancò i popoli dal

vassallaggio, dacchè una volta arrolati, non dovessero servire altri

tranne il Duca e i Capitani preposti da lui; quello poi che soprattutto

gli fece nimico giurato Agostino Landi, fu il partito preso di privarlo

dei feudi di Bardi e di Campiano.

Ferdinando Gonzaga, poichè tentati gli umori li trovò più che disposti a

dargli mano, ecco come ammanniva la trama, e ciò moltissimo per

compiacere all'odio proprio contro ai Farnesi, e molto altresì

all'imperiale padrone, il quale mentr'egli si portava a pigliare il

governo di Milano, gli fece sapere, che morto il Papa, intendeva

rimettere le mani sopra Parma e Piacenza[17]: nel febbraio del 1547

Ferdinando avvisa lo Imperatore, come Pierluigi, fidandosi di soverchio

nel Papa, non si guardava con le debite diligenze, quindi agevole

sorprenderlo; per la quale cosa lo supplicava, così per suo governo, a

fargli sapere, se capitando il destro di _rubargli_ alcuna delle due

terre volesse _restare servita_. Carlo, che di casa di Austria era,

risponde: magari! ma desiderava esserne avvisato prima: allora il

Gonzaga riscrive avere rinvenuto un modo acconcio a _rubare_

Piacenza[18]: _Sa_ Vostra Maestà, che nel _robbare_ (almanco chiamava le

cose col suo vero nome costui, e scrivendo allo Imperatore di Austria

gli canta in faccia, che il modo del rubare ei lo ha a sapere) un luogo,

la maggiore difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza

scandalo, che hanno a fare il furto: ora la comodità si presenterebbe

col mettere insieme gente per Montobbio (però s'ingannava, che la

batteva da pirata e corsaro, e il Duca, il quale teneva, più ch'ei non

sospettasse, occhio alla penna, aveva preso fumo ed ordinato fino

dall'aprile di mettere sentinelle alla custodia dei confini per

diligenza di Francesco Clerici castellano di Campiano) e così gittare

della polvere negli occhi al Duca. Presa una porta, per suo avviso

sarebbe caduta la terra, a patto, che ci si fosse potuto intromettere di

colta buona mano di gente; a questo fine farebbe, che un suo servitore

insultasse certo fidato di lui; _questi fingesse_ mettersi in salvo a

Crema, donde avrebbe spedito cartelli di sfida; egli Gonzaga,

_fingendosi_ offeso per siffatti cartelli, _fingerebbe_ mandare sicarii

a sbertire il suo fidato, il quale _fingendo_ scoprire la trama,

riparerebbe a Piacenza, donde rinnoverebbe sfide, e cartelli, e si

metterebbe attorno otto o dieci uomini raunati sotto pretesto di

guardarsi la vita: per la notte poi che si avesse a dare esecuzione al

trattato, egli invierebbe altri quindici uomini senza che uno sapesse

dell'altro, e così si troverebbero in venticinque ad occupare la porta:

in tanto spargerebbe voce di raccogliere trecento fanti per aiutare

l'assedio di Montobbio, ma in verità avrieno ad essere più di seicento:

e siccome da Lodi, dov'ei ne farebbe la mostra, per giungere a Piacenza

bisogna passare il Po, ordinerebbe al suo maestro di casa comperasse

legna od altro in quel contorno, e mandasse barche per levarle: egli poi

cavalcherebbe fino a Lodi sotto colore di recarsi a Mantova per complire

il fratello; se nonchè, appena avvisato del caso, piegherebbe con

diligenza costà in compagnia dei suoi gentiluomini, e darebbe sesto al

negozio: in breve messi dentro alla terra duemila fanti, e cento cavalli

manderebbe fuori un bando terribile, che chi si attentasse in qualunque

modo sovvenire il Duca, guai! I gentiluomini piacentini tastati da lui

non si opporrebbero: uno aiuterebbe alla scoperta; però al fine, che la

impresa tornasse proprio a profitto, sarebbe mestieri impadronirsi anco

di Parma, e questo si potrebbe fare appostando un trecento cavalli su

quel di Cremona, e seguito lo effetto di Piacenza, passare il Po alla

volta di Parma, minacciando ferro e fuoco a cui si movesse: inoltre, a

seconda della congiuntura, metterà in opera partiti, che si potranno

allora meglio fare, che ora dire: vorriasi altresì tirare dalla nostra

il conte di San Secondo, ma con costui bisognerebbe ungere; e se la

Maestà Sua lo facultasse a spendere, supplicarla a credere, ch'egli

starebbe su lo stringato più che si potesse. Adesso che Sua Maestà è

chiarita, ordini quanto reputa prudente, però si desidererebbe sollecita

risposta perchè bisogneria _fare lo effetto_ la prima domenica dopo

Pasqua. — Tutto questo il buono Imperatore Carlo V ordinava a danno del

padre del suo genero; senonchè, a dir vero, per questa volta egli

rispondeva: piacergli riavere Parma e Piacenza, ma non gli garbare il

modo.

Don Ferrante, che non era uomo da sgomentarsi per poco, persistendo

nella pratica, propone allo Imperatore ch'ei procuri barattare Siena con

Parma e Piacenza, e pauroso che un senso di onestà venisse

importunamente a trattenere il suo augusto padrone (anco a quei tempi si

chiamavano augusti), ovviava al pericolo dicendo: che quanto al

mantenere la fede ai Sanesi non ci era da pensarci nè manco, essendosi

eglino mostrati per lo addietro tanto contumaci; e poi si lasciasse

servire, ch'egli avrebbe condotto la pratica con tale ragione, che

mutandosi i tempi, la Maestà Sua potrebbe rigettarla a beneplacito, e

conchiude la lettera con queste notabilissime parole: — Sapendo la poca

carità che passa tra il Papa e me, può ben credere ch'io non mi muova a

questo per volontà di fargli servitio. —

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 9 / 21 段