Sopra tutte truce la fine di Ottobuono Fiesco: la sorte il condusse a

militare in Siena fra le armi francesi; caduta Siena, con valorosi

uomini si chiuse in Porto Ercole; mille in tutti; e gli assalirono il

marchese di Marignano, e Chiappino Vitelli con cinquemila fanti, fiore

di soldati, e Andrea Doria ci andò, per comando dello Imperatore, con

trentotto galee a circondarlo dal lato del mare: non pareva, e veramente

non era cotesta impresa da sostenersi, ma ci comandava Piero Strozzi,

per antico costume uso a non cedere, se prima non mirava la disperazione

proprio in faccia; in fatti presto li ridussero al verde, in grazia

delle artiglierie, che il Doria prestò al marchese di Marignano; ruinati

i forti, i difensori più prodi uccisi, Piero diè voce di andare con una

galea contro l'armata turchesca per affrettarla alla riscossa; ad altri

altre novelle; partì nè più si rivide, e ai rimasti toccò rendersi a

discrezione; i soldati, spogli dell'arme, e di ogni valsente che

portavano addosso, ebbero licenza di andare con Dio; i ribelli

consegnansi al Doria, affinchè sopra le galee li trasportasse a Livorno;

tra questi, agognata preda da lui, Ottobuono Fiesco. Andrea lo fece

riporre dentro a un sacco, e poi con lunga vece ora tuffare, ora trarre

fuora dall'acqua perchè si sentisse morire. Gli scrittori dei gesti del

Doria tacciono del caso e a dritto; dacchè si comprenda il cruccio di un

uomo, il quale, inteso durante tutta la vita a fondare la grandezza

della propria famiglia, miri un dì schiantato l'erede su cui si appoggia

tutta la sua speranza; anco in parte lo scusano i tempi, e gli esempi

tristissimi; lo giustifica in certa guisa il costume di esercitarsi tra

gente barbara: e tuttociò considerato pure non puoi astenerti da sentire

raccapriccio per un uomo che, dopo otto anni dalla congiura Fiesco, su

lo estremo della decrepitezza (così che da un punto all'altro doveva

aspettare la chiamata per comparire alla presenza di Dio) non rifuggiva

spaventare il mondo con lo spettacolo dell'odio che non perdona mai. E

nondimanco anco in me riarde implacabile l'odio, non già contro Andrea

Doria, bensì contro i vituperosi scrittori, i quali si attentarono

salutarlo magnanimo. Da un altro fatto si palesa eziandio, come l'odio,

più che ogni altra forza, valesse a tenere tanto lungamente unita

l'anima al corpo del Doria, il quale è questo, che, comunque decrepito,

volle farsi ritrattare, in sembianza di percotere con la verga un gatto,

che fu l'arme dei Fiesco, quasi per tenere sempre dinanzi agli occhi una

immagine, che gli ricordasse il cómpito di sterminare la casa Fiesca,

finchè gli bastasse il fiato.

Romanzieri e Tragedi fantasticarono intorno alla Leonora Cybo, moglie di

Gianluigi, strane cose e false. Lo Schiller finse che, aggirandosi ella

durante la notte della congiura per le vie di Genova in traccia del

marito, rinvenisse il mantello rosso che costumava portare Giannettino

Doria, e in quello per celarsi nella baruffa si avvolgesse, onde poi

Gianluigi, scambiandola in mezzo al tumulto pel suo nemico, miseramente

la trucidasse; diverso il Tedaldi Fores (che se la morte non lo mieteva

immaturo sarebbe cresciuto bella fama italiana) ci mostra la Leonora sul

lido pazza pel dolore del perduto consorte: ora di tutto questo è

niente: Eleonora si consolò e presto. In certo libro manoscritto, che si

conserva nella biblioteca civica di Genova, dettato da un Buonarroti ed

ha per titolo: _Alberi genealogici_ di diverse famiglie genovesi,

occorre notato, com'ella si maritasse in seconde nozze con Chiappino

Vitelli marchese di Cetona, soldato di Cosimo duca di Firenze, immane,

dicono, per corpulenza in guisa, che una sua coscia superasse in

grossezza la vita della moglie; e, quello che spaventa di più, esecutore

dei truci comandi in danno della famiglia del suo primo marito:

apparisce altresì, che cotesta donna, se difettava di tenerezza, non

patisse mancanza di solerzia pei suoi interessi, dacchè troviamo

com'ella accomodasse nel 1549 grossi capitali sopra i banchi di San

Giorgio. Dalle quali notizie sbalza fuori una considerazione, che parci

buona, ed è, che gli uomini, invece di sbraciare alle donne virtù che

non possiedono, farebbero molto bene a rispettare quelle che hanno.

Adesso, affinchè conchiudiamo convenientemente questa parte della vita

di Andrea Doria, rimane a vedere se la congiura di Gianluigi Fiesco

potesse approdare o no. I panegiristi di Andrea affermano risoluti, che,

come scellerata, ella fu pazza, non si potendo reggere per cause interne

ed esterne; e discorrendo le interne, dicono come il Conte non potesse

fare capitale sopra veruno ordine di cittadini; non su i nobili alieni

da mutare stato, epperò impedimento inerte, se non tocchi; nemici

potentissimi ed operosi, se offesi; non su i borghesi, come quelli che

lo arieno tolto in odio come oppressore della libertà, e perturbatore

dei traffici, quali desiderano sempre, e sia qualunque, quiete; forse

tutto al più poteva sperare di rinvenire seguito nel popolo minuto; ma

questo all'ultimo poteva difficilmente tenersi da offendere i cittadini

nella roba o nella persona, onde gli offesi, stretti in lega pel comune

pericolo, avrebbero respinto la forza con la forza, e così la città

sarebbe caduta in guerra civile e moltiplice e infinita; e nè anco

compariva che Gianluigi avesse preso accerto dei disegni del Verrina, nè

pegno dei fatti suoi. Arrogi i torbidi pel caro della vittovaglia in cui

allora si versava la città, di che non si sarebbe mancato attribuire la

colpa al Conte; e poi, o come voleva fare Gianluigi a reggere, Andrea

vivo? E morto, come resistere agli sforzi palesi o segreti di tanti

amici, consorti e collegati suoi? Come alle insidie di Carlo imperatore,

alla fortuna, e alle armi di lui?

Inani cose tutte per piaggeria o per errore, ma più per piaggeria,

perocchè i nobili, come vedemmo, fra loro si odiassero a morte, parendo

ai nobili nuovi essere rimasti soperchiati con le leggi messe fuori dal

Doria, e ai vecchi con la violenza dei nuovi; i borghesi, secondo il

solito, stupidi, la più parte, e disposti al basto, purchè uno; se due

forse si sarebbero risentiti; ma in qual modo sariasi comportato

Gianluigi non si poteva sapere, ed è da credere bene, almanco su i

primordii; del popolo non era a dubitarsi, compiacendo egli al proprio

genio e dalle lusinghe vinto, e dai doni: lasciatolo un po' sfogare da

principio, si poteva facilmente ridurre a partito, che co' tumulti verun

governo dura, e Gianluigi, a quanto sembra, non era uomo da farsi

tagliare le legna addosso; rispetto poi al Verrina, checchè altri abbia

fantasticato di lui, egli si mostrò sempre fedele alla fortuna dei

Fiesco, con loro si perigliò, con loro morì. Andrea, rotto come si

trovava dagli anni, accasciato dalle infermità, vinto dall'angoscia,

avrebbe avuto per ventura essersi messo in salvo con la fuga; gli amici

e consorti, e i collegati suoi egli avrebbe sperimentato, nello

infortunio, simili in tutto agli amici, ai consorti e ai collegati dei

Fiesco; quelli, come questi, sariensi stretti in folla attorno l'albero

caduto per levarne le schiappe; e sopra ogni altro te ne faccia prova lo

Imperatore Carlo V, il quale, sprofondato nella guerra dei luterani in

Germania, e atterrito dai tumulti di Napoli, essendogli corso il grido

che il rivolgimento di Genova aveva preso piega favorevole al Fiesco,

spedì in diligenza a Ferdinando Gonzaga, affinchè s'industriasse con

ogni argomento tenersi in divozione Gianluigi, promettendogli in modo

solenne che, qualunque patto avesse convenuto con lui, egli lo avrebbe

senza fallo osservato.

A questo si riduce l'amicizia dei Principi; e a cui ci si fida toccano

per ordinario le beffe e il danno; nè più ha forza presso di loro la

parentela, e il caso di Pierluigi Farnese lo chiarirà fra poco; nè credo

già, che possa maravigliarsene alcuno, imperciocchè tra le arti di regno

si annoveri precipua la ragione di Stato, la quale viene costituita dal

rinnegamento di ogni senso morale, dall'oblio dell'amicizia, della

consanguineità e dello stesso amore. Affilata del continuo su la cote

del più acerbo interesse, l'anima dei re diventa alla per fine un

rasoio.

CAPITOLO IX.

Quali i concetti di Ferdinando il Cattolico nello istituire la

Inquisizione di Spagna: procura estenderla a Napoli ma poi se ne

rimane, e perchè. — Piero di Toledo vuole introdurla a Napoli; il

Papa prima per interesse si oppone, e poi per interesse

acconsente; lo tenta due volte invano; alla terza contrasta un

Bozzuto poi arcivescovo di Avignone ed in ultimo cardinale; il

Vicerè ricorre alla forza, ed è vinto. I rispettivi si mettono

tra mezzo tra il popolo e il Vicerè, e persuadono i Napolitani di

mandare deputati a Cesare, e rimettersene al suo giudizio. —

Principe di Salerno eletto deputato domanda parere; consigli del

Martelli e di Bernardo Tasso stampati. — Dialogo di Torquato

Tasso del Piacere onesto su questo proposito. — Giannone

giudicando il principe di Salerno sè condanna. — Soccorsi del

Doria e di Cosimo duca di Firenze al Toledo; il quale inorgoglito

mette le mani addosso a cinque giovani nobili, e i giudici

ricusandosi condannarli, il boia decapitarli, ne fa scannare tre

da un suo moro affricano. — Popolo dà nelle furie; lo quieta

Pasquale Caracciolo; lo inviperisce Scipione della Somma e come;

i rispettivi sempre lì a tagliare i nervi al popolo. — Giustizia

dello Imperatore quale: nuovo tumulto e miracolo della paura. —

La Inquisizione si mette da parte, ma i Napolitani pagano cara la

vittoria; multe, e condanne; al principe di Salerno tocca

chiarirsi ribelle. — Considerazioni sul Doria. — Se Andrea

pigliasse parte nella congiura contro Pierluigi Farnese e quanta;

prima pratica appiccata dal Doria col Landi; seconda pratica con

Girolamo Pallavicino; strana persecuzione di Pierluigi contro

questo barone, e strano caso, che mostra potenza di femmina a che

arrivi. — Don Ferrante Gonzaga presentito dallo Imperatore

scredita il trattato di Andrea, e lo assume per sè. Particolari

sopra Pierluigi Farnese bastardo di Paolo III; legittimato per

concessione di Giulio II; si ammoglia con la Girolama Orsina;

milita contro Roma insieme al Borbone e piglia parte allo eccidio

della Patria; — sotto Firenze è casso dalla milizia con infamia.

— Caso nefando del vescovo di Fano; se vero; obiezioni contro il

Varchi confutate; — prognostici del suo astrologo; — bestial

caccia di un giovane famigliare del cardinale di Ferrara. —

Astutezza di Pierluigi, e modi da lui praticati co' suoi

segretari; — è fatto duca di Castro, e gonfaloniere della Chiesa;

poi marchese di Novara; il Papa vorrebbe procurargli la signoria

di Milano; ma non riesce; — i Veneziani lo scrivono sul libro di

oro. — Giulia da Varano spogliata dal papa di Camerino per darlo

al nepote Ottavio. — Di Parma e Piacenza, e loro fortuna; il Papa

propone infeudarle a Pierluigi; trovando contrasto in concistoro

le baratta con Camerino e Nepi; i cardinali a mala pena

consentono; qualcheduno nega sempre. — Pierluigi governa

civilmente, promuove il bene del popolo, abbatte i feudatarii;

suoi ordinamenti. — Il Gonzaga tenta i feudatari piacentini. —

Sua corrispondenza con lo Imperatore; ed esquisite fraudolenze di

lui. — Pierluigi con incredibile celerità costruisce la

cittadella di Piacenza. — Altra corrispondenza del Gonzaga con lo

Imperatore, il quale accetta la congiura; solo raccomanda non si

mettano le mani addosso al Farnese. — Come il Gonzaga interpetri

la volontà di Cesare ai congiurati; — questi mettono fuori nuove

pretensioni; si tentenna a concederle e perchè. — Ottavio genero

di Carlo visita il padre Pierluigi: nuovo intoppo alla congiura.

— Il Gonzaga avvisa l'Imperatore alla scoperta che i congiurati

intendono ammazzare il Duca; e Carlo approva. — Avvisi dati al

duca dal Caro, dal Buoncambi e dal Giovio; non è vero lo

avvertisse il Papa; questi il dì che gli trucidavano il figliuolo

si vantava felice più di _Tiberio_, _Plac_, _Cabal e Prope_. Il

gesuita Segneri. — Modo tenuto nello ammazzare Pierluigi; con

esso lui si scannano due preti. — Il popolo infuria e vuole il

Duca; gli buttano i corpi dei preti; il Duca legano fuori di

finestra per un piede; non lo ravvisando il popolo buttano giù

anco lui. — I soldati del morto Duca cedono alla fortuna e vanno

a salvare Parma; i congiurati, dato il segno con le artiglierie,

il Gonzaga muove da Cremona per occupare Piacenza. — La città si

protesta incolpevole, e manda lettere al Papa a profferirsegli

devota; per prepotenza poi è costretta a dichiarare che si

sottopone spontanea a Cesare. — Chi desse al Duca sepoltura

cristiana; se lo facesse diseppellire il Gonzaga, e per quali

cause. — Cesare tiene Piacenza e finchè regna non la vuole

rendere. — Se ci sia bisogno di obbligare i preti al perdono; e

come lo concedano essi. — Tetrastico contro lo Imperatore. —

Filippo II rende Piacenza ai Farnesi e perchè. — Apollonio

Filareto segretario del Duca col vice-segretario sono sostenuti e

messi al tormento; quali le cagioni. — Annibal Caro altro

segretario del Duca con buono accorgimento si salva. — Come il

Papa sentisse la nuova della strage del figliuolo: novelle degli

scrittori chiesastici; altre novelle e peggiori degl'imperiali;

quello, che ci è di vero. — Il Papa volendo rendere Parma alla

Chiesa scopre nemici tutti i suoi; e Ottavio in procinto di

legarsi coll'omicida di suo padre per contrastargli; di ciò si

accuora e muore. — Andrea Doria esulta della morte di Pierluigi;

s'è vero, che rimandasse a consolare il Papa la lettera stessa,

che questi gli aveva scritto in occasione della morte di

Giannettino. — Giannettino compare di Pierluigi. — Sospetti di

Andrea per la sua vita. — Congiura di Giulio Cibo: cause di

discordia tra la marchesa Ricciarda e il figliuolo Giulio; questi

usurpa lo Stato alla madre; gli tocca a lasciarlo; lo ripiglia

sovvenuto dal Doria, e da Cosimo dei Medici. — Carlo V ordina lo

restituisca, e commette a Cosimo e al Doria lo costringano. —

Insidie di Cosimo. — Giulio inasprito congiura ribellare Genova

ai Francesi; nelle sue reti irretisce; è preso, martoriato, e

fatto in due tocchi a Milano. — Considerazioni su questo caso. —

Ipocrisie di scrittori venali. — Carlo V disegna fabbricare una

fortezza a Genova; pratiche dell'oratore cesareo col Doria. — Ai

nobili vecchi la proposta piace e perchè, — e Andrea ci

acconsente — pei conforti del Senato si ricrede, e non crolla

più. Insidie spagnuole. — Il Papa dà la sveglia a Genova: accorte

provvidenze e animose. — Viaggio del principe Don Filippo di

Spagna in Italia. — Lusso smodato e sequele dello esempio nei

costumi spagnuoli. — Stupidità di scrittori venali. — I

cortigiani straziano Andrea pensando averlo agguindolato, ed egli

finge non avvedersene. — Arti del Gonzaga. — Se sia verosimile

che Cosimo duca di Firenze partecipasse alle insidie, e se,

partecipandovi prima, vi persistesse poi; perchè non andasse a

Genova per complirvi Filippo; se verosimile ci mandasse il

figliuolo Francesco col donativo di 100,000 ducati. — Filippo

tenta pigliare albergo nel palazzo del Doge, e risposta di

Andrea. — Mentre gli Spagnuoli si tengono sicuri di occupare

Genova, il Gonzaga manda avvisi essere andati all'aria i disegni;

— sdegno di Filippo sedato dal duca di Alva; — piglia terra a

Ventimiglia, tocca Savona, arriva a Genova. — Menzogne di

scrittori venali. — Tumulti di Genova per le soverchierie degli

Spagnuoli. — Ingresso, che ci fa Filippo: viltà antica e moderna.

— Caso del Fornari; e nuova insistenza del Gonzaga su la

fortezza. — Se giusti i rimproveri dell'americano Prescott su i

giudizii dei politici italiani, massime del secolo decimosesto. —

Riforma del Garibetto che fosse; la legge del 1528 di cattiva

diventa pessima.

Che i carnefici di Cristo si spartissero lacerata la tunica di lui gli è

fatto vero, e tuttavia potrebbe essere simbolo di questo, che gli

oppressori dei popoli si prevalsero sempre della religione per onestare

truci proponimenti: così Ferdinando il Cattolico, a torre via fin le

radici delle sette moresca ed ebrea, le quali facessero rifiorire con la

libertà della coscienza la libertà civile, instituì nella Spagna la

Inquisizione; e non mica al modo praticato fin lì dalla Chiesa, sibbene

perfidamente insidiosa, e ladramente omicida; però che dove, con la

sentenza del giudice, quantunque corrottissimo, disperava arrivare

cotesto Re si ripromise giungere con la mano del frate armata di corda e

di fiamma; nella quale cosa avendo egli, o piuttosto parendogli avere

trovato il conto, si avvisò piantarla anco in mezzo di Napoli. Senonchè,

a contrastare le intenzioni regie, sorsero i baroni atterriti, i quali

dimostrarono quivi non essere Arabi nè Ebrei; il popolo tutto di una

legge e di un sangue; cotesto arnese in mano ai frati capacissimo a

sconvolgere lo Stato, schiantando le sostanze, e le vite delle

principali famiglie; molto più poi, che presso i Napoletani si teneva in

poca riverenza la religione del giuramento, e il falso testimonio comune

così, da non parere, come pur troppo era, peccato enorme contro a Dio.

Il Cattolico per queste, che, comunque strane, pure si provarono

verissime, e per altre più cause, giudicò prudente rimanersi da fare

novità circa alle faccende della Inquisizione. Più tardi, governando

Napoli in qualità di Vicerè Pietro di Toledo marchese di Villafranca,

costui, un po' per abbassare i baroni, dai quali si sapeva aborrito, e

un po' per compiacere al genio di Carlo V, che intendendo alla

dominazione assoluta perseguitava in un paese la democrazia, e in un

altro l'aristocrazia, s'industriò intromettervela per via di straforo. A

tale scopo il cardinale di Burgos, fratello come dicono del Toledo, e

certo della famiglia di lui, fece pratiche in corte di Roma per ottenere

la facultà, ma non ne venne a capo, imperciocchè Paolo III astutissimo,

considerato bene il negozio, non estimò spediente consentire

l'abbassamento della baronia napoletana, la quale co' suoi umori,

impediva che il dominio spagnuolo oltrapotesse nel regno, e nella

Italia; ma più tardi, atterrito della dottrina dei Luterani, che per le

terre italiane si allargava ad occhio, e serpentato dal cardinale

Giovampietro Caraffa, alla perfine si lasciò andare.

Qui l'argomento non comporta, che da noi si narrino le fortune di

cotesto successo; basti tanto, che, malgrado l'accordo del Papa col

Vicerè, fu mestieri tentare di mettere la Inquisizione dentro Napoli per

bene due volte, e artatamente; pure non riescì; alla terza poi buttarono

giù buffa; ma come il primo conato e il secondo cascarono dinanzi al

mormorio dei cittadini, e alle parole franche del medico Pessa, e

Antonio Grisone, così il terzo rimase vinto dal furore del popolo, e

dallo ardimento di Annibale Bozzuto, che, bandito più tardi per cotesta

colpa, riparò a Roma dove Giulio III in premio della dottrina, e della

bontà sua lo creò arcivescovo di Avignone, e Pio IV lo promosse

cardinale.

Il Vicerè, venutigli meno i tiri furbeschi, ricorse alle armi, non

risparmiando le stragi promiscue, nè il fulminare dai castelli la città

in fascio; nè i fuochi lavorati, nè il briccolare di pentole

incendiarie, nè gli altri argomenti che la tirannide, vinta sul campo

della giustizia, adopera su quello della prepotenza, e n'ebbe la peggio.

Se in cotesto giorno si fosse lasciato libero il corso all'ira del

popolo, forse era finita per la signoria spagnuola nel regno di Napoli,

senonchè, a guastare ogni cosa, si rizzarono su, come suole, gli uomini

dei mezzani partiti, i quali, quantunque predicassero la resistenza

giusta, e savio ammannire le armi, tuttavia scongiurando il popolo a

perseverare nella divozione di Cesare, lo consigliavano a eleggere

deputati, che a lui recassero con le querele la istanza di definire la

causa tra il popolo e il Vicerè. Il popolo, invece di pigliare a sassi

cotesti sciagurati, lasciatosi, come suole, abbindolare da loro, elesse

deputati allo imperatore Ferdinando Sanseverino principe di Salerno, suo

consorte per via della madre, Maria di Arragona, che fu nipote di

Ferdinando il Cattolico, e Placido Sangro cavaliere di molto seguito.

Il principe di Salerno, prima di accettare quel carico, sembrandogli

come pur troppo fu cagione di guai, volle consultare il parere dei

cortigiani, tra i quali precipui Vincenzo Martelli maggiordomo, e

Bernardo Tasso segretario; fu il consiglio del primo più cauto, meglio

generoso quello del secondo, e per ventura ci rimangono entrambi

stampati nelle opere loro, anzi Torquato Tasso gli pigliò ad argomento

del suo dialogo del _Gonzaga_, ovvero del _Piacere onesto_. Il Giannone

appuntò nella sua storia civile il Principe di leggerezza per essersi

messo a cotesto cimento, ma se lo studio del proprio comodo avesse a

somministrare la misura della bontà delle azioni umane, mal giudizio si

dovrebbe portare sul senno dello storico napoletano; imperciocchè, se

egli si fosse provvidamente astenuto dall'offendere la Curia romana, non

avrebbe provato la miseria, lo esilio, e per ultimo la dodicenne

prigionia in cui lo tenne, con ingiustizia pari alla slealtà, un Carlo

Emanuele re di Sardegna per avvantaggiare i suoi interessi con Roma.

Il vicerè Toledo, poichè sentendosi debole gli toccava rodere il freno,

disse si contenterebbe ad aspettare la risoluzione di Cesare, e intanto

spediva messi su messi agl'imperiali cagnotti in Italia, chiedendo armi

e soldati per isgararla col popolo. Principale tra questi Andrea Doria,

che allestite subito le galee, e inviatele alla Spezia, v'imbarcò mille

Spagnuoli forniti dal Gonzaga vicerè di Milano, ed altrettanti Italiani

da Cosimo duca di Firenze, i quali giunsero a tempo in Napoli per

servire ministri ai furori del Toledo[14]. La storia rammenta, che per

la parte di Andrea Doria andaronci altresì Marco Centurione luogotenente

delle sue galee, ed Antonio Doria capitano dei presidii. Ora il vicerè,

tra per questi ed altri aiuti che gli vennero da Sicilia e da Roma,

salito in superbia fece mettere le mani addosso a cinque giovani nobili,

per un po' di rumore che menarono in piazza contro gli sbirri, tre dei

quali ordinò che ad ogni patto si condannassero a morte, nonostante che

un Lappedo presidente del Consiglio negasse sottoscrivere la sentenza,

più che il terrore del delitto potendo in lui la lusinga, che la

moltitudine sbigottita dalla strage quetasse, siccome gliene porgeva

speranza Scipione di Somma consigliere di guerra con lo esempio fresco

del Focillo, e dei susurroni suoi compagni, strozzati i quali, il

tumulto per le gabelle cessò. E' sembra, che anco al boia l'infame

beccheria repugnasse, dacchè troviamo che il Toledo, impaziente

d'indugio, facesse scannare quei miseri da un suo moro affricano dinanzi

al largo del castello sopra un tappeto di panno nero; nè pago di tanto,

salì a cavallo, e scorrazzando su e giù la città, bravava il popolo. —

Certo e' non l'avria contata, ma anco lì i soliti rispettivi a fare

delle braccia croce, affinchè il popolo non desse nei mazzi, e a

scongiurarlo che un negozio tanto bene avviato non arruffasse da capo,

nella giustizia dello imperatore ponesse fiducia intera; e Pasquale

Caracciolo aggiungeva: — a fine dei conti i tre scannati gentiluomini

erano di noi altri, però il popolo non si ha da pigliare tanta smania

dei fatti nostri; lasci ritirare le gambe a cui scottano i piedi. — Per

le quali parole il popolo immelensito perse la balía di menare le mani e

si strinse solo a negare il saluto al vicerè; però Scipione di Somma

avendo ardito voltarsi alla moltitudine per dirle: — ti sieno troncati i

piedi e le mani — questa divampando gli si strinse addosso con gli urli:

— a te troncati il collo, i piedi, e le mani, e a quanti traditori della

Patria ci sono: — tuttavolta i respettivi, sbracciandovisi attorno, non

senza sudarci acqua e sangue, giunsero a rimettere incolume il vicerè in

castello: dopo ciò, sembrando loro avere salvata la Patria, attesero

tranquilli gli effetti della sperimentata giustizia imperiale.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 8 / 21 段