il duca Pier Luigi Farnese non volendo scomparire di petto al suo
beatissimo padre, agguantati certi forzati fuggiti dalle galere del
Doria, glieli fece ricapitare con un diluvio di proteste; nè contento di
tanto gli mandò tre ambasciatori a Genova per condolersi del caso, tra i
quali fu il conte Agostino Landi: questi ambasciatori esposero come
della congiura il Papa e il Duca non avessero non pure colpa ma odore
alcuno, scrupolosi come erano stati sempre ed erano di fuggire da cosa
capace di recare dispiacere a principe tanto benemerito della
cristianità; e se avevano sparso novelle in contrario, doversi
attribuire tutto a gente perversa, che malignando godono seminare
zizzania tra persone nate per amarsi, e stimarsi. Andrea rispose in
pubblico non essere mestieri proteste; da per sè stessa dimostrarsi la
cosa, non potere il padre dei fedeli desiderare se non opere buone, e il
Duca alunno di tanto degna scuola, altresì; intanto profferire ad
ambedue umilissime grazie, e proprio col cuore. In segreto prese a
negoziare con gli ambasciatori, massime col conte Agostino Landi, come
potesse ammazzare il Duca, e rendere a quel modo al vecchio Papa pane
per focaccia; e per modo egli seppe industriarsi col Landi, che prima
che ei partisse da Genova, gli promise di attendere sul serio a vedere
se ci fosse verso di ammazzare il Duca, e mettere Piacenza nelle mani
dello Imperatore; il quale trattato avendo effetto, Andrea si obbligava
a dare una figliuola di Giannettino in moglie al suo figliuolo, e
provvedere in guisa che la maestà di Carlo V rimunerasse da pari suo un
servizio tanto qualificato. Gli oratori, tornando fecero fede al Duca,
che Andrea non aveva pur ombra di sospetto contro di lui; solo dolersi
della sua sorte, e della ingratitudine del Fiesco; e il Duca se la
bevve. Mirabile questo, come si facciano di leggieri agguindolare i
fraudulenti, onde il popolo significando il caso per via di proverbio ha
detto: in pellicceria non ci hanno pelli che di volpe.
Siccome poi al duca Farnese premesse troppo più lo Imperatore, che
Andrea, così egli spediva in diligenza Ottavio Baiardo al vicerè di
Milano con proteste, e profferte larghissime così della persona come
dello Stato, e Ferdinando Gonzaga, ch'era diritto, pigliatolo in parola
accettava. Sarebbe curioso seguire i ghirigori delle sottigliezze, con
le quali il Duca si schermì dal Gonzaga, dacchè adesso le carte ci sono
scoperte, e si conosca che il Papa, con lettere del 7 gennaio 1547
scritte dal Copollatto, gli vietasse soccorrere in ogni maniera il
Gonzaga, ma qui non è luogo opportuno per questo. Il Duca un po' per
simulazione, un po' per cupidità di dominio, che divorando cresce, sotto
colore di fellonia occupò i castelli dei Fiesco sul Piacentino
Calestano, e Valditaro, dove si erano rinchiusi Cornelio e Scipione, ma
poi lasciò in Valditaro a guardarlo Cornelio. Dopo averli presidiati da
non temere sorprese, commise da capo al Baiardo andasse a Milano, e
facesse capace il Gonzaga corrergli debito confiscare i due castelli a
cagione della fellonia del Conte, per cui eglino erano ricaduti alla
Camera imperiale; al che rispose il Gonzaga, tutto questo camminare pei
suoi piedi, ma non comprendere qual diritto avesse il Duca di castigare,
e meno poi come si sostituisse alla Camera imperiale all'effetto
d'impadronirsi dei castelli. Il Duca oppose le sue ragioni, il Gonzaga
contrappose le sue; da una parte e dall'altra corsero proteste; chi
aveva in mano lo strinse.
Lo imperatore, oltre alle lettere, mandò al Doria Don Rodrigo Mendozza
principale in corte, perchè gli manifestasse quale e quanto il cordoglio
dell'animo suo; non presumere che agguagliasse quello di lui, padre
orbato del figlio della sua predilezione; ma correrci poco; come sincero
costui chiariremo fra poco.
Cosimo duca di Firenze, che fece provvisioni grandissime mandando gente
ad assoldare fanterie, raccogliendo tutte le ordinanze della milizia, e
mettendole in punto di movere; a Pisa adunò i suoi cavalli guidati da
Chiappino Vitelli, da Roma chiamò Stefano Colonna generale delle sue
armi perchè incontanente si partisse; spedì celeri messi a Giovan della
Vega ambasciatore di Carlo a Roma, al Toledo vicerè di Napoli, affinchè
inviassero senza indugio le galee di Sicilia e di Napoli verso il mare
ligustico; mirabile sollecitudine di principe atterrito da un'alba di
libertà! — Quando le seconde notizie gli levarono il peso del cuore,
mise Jacopo dei Medici a dolersi, e a congratularsi con Andrea; forse
unico sincero perchè ci andava del proprio interesse.
Gravissimi i danni di Andrea, però che le sue galee si avessero a
rifornire da capo a fondo di attrezzi; mettere le mani addosso ai ladri
forse avrebbe menato a niente, certo poi a lungo; ed era da temersi che
partorisse scompiglio nella plebe, la quale, se per allora quietava, era
miracolo. Andrea, trovandosi a secco di pecunia, gliela somministrò
Adamo Centurione, col quale rimasero d'accordo, non dissentendo lo
Imperatore, di preporre Marco figliuolo di lui alla condotta
dell'armata, finchè non fosse giunto a conveniente età Giovannandrea
nipote di entrambi. Durante cotesto anno, ed anco quello dopo, fu
mestieri compire le ciurme pagando galeotti _buone voglie_; indi a poi
il delitto, e la preda somministrarono forzati e schiavi di avanzo. Ma
quando pure fossero stati cotesti danni mille volte maggiori, Andrea se
ne ristorava con usura, però che della sostanza dei Fieschi gli
riuscisse agguantare ben quattordici castelli; nella patente
d'investitura data in Augusta da Carlo V il 19 giugno 1548 si legge, che
furono Terriglia, Carega, Montavante, Calice, Veppio, Cremonte,
Grondona, Croce, Val di Trebbia, Garbagna, Vargo, Mentaguto, Marsalaria,
e Vivolone; e poichè all'arbore caduto ognuno corre per legna, il duca
Pierluigi, non contento di Calestano e Val di Taro dopo demolite la
Rocca, e le mura, volle anco Montobbio. Il Papa, non potendo ghermire
altro, si prese le tre galee rimaste nel porto di Civitavecchia; poi tra
padre e figliuolo si saranno aggiustati; nè i Fiesco si attentarono
aprire bocca, non sapendo dinanzi qual tribunale portare le ragioni
loro, oltrechè non avevano finito di pagarle; nè potevano trovare modo
per farlo. Giulio Landi castellano di Varese, nel 22 gennaio 1547,
dichiarò al Doria essere parato a renderlo, con un patto, e fu che si
donasse a lui. Andrea gli rispose il castello appartenere al comune di
Genova, e quanto più presto glielo restituisse meglio farebbe.
Pontremoli lo Imperatore tenne per sè, e dicono per consigli di Andrea,
dacchè chi l'occupa sta come a cavallo tra Lombardia e Toscana; ed in
quei tempi era un calcio in gola anco al duca Pierluigi. Genova a Varese
aggiunse Roccatagliata, e Nirone; gli altri andarono divisi tra il
comune di Genova, Antonio e Agostino Doria, ed Ettore Fiesco; il feudo
toccato in sorte ad Antonio trovo si chiamasse Santo Stefano Davanto;
degli altri non mi capitò rintracciarne il nome. Val di Taro più tardi
ebbe Agostino Landi, e meritò titolo di _acedelma_ o campo di sangue, ma
lo Imperatore lo battezzò principato. Del palagio di _Vialata_ già
dicemmo non rimase pietra sopra pietra; una lapide colà messa portava
inciso il decreto col quale si proibiva murare case su l'area maledetta;
oggi la sola tradizione può indicare il luogo dove la nobile magione
sorgesse.
Il Verrina, il Calcagno, e parecchi compagni, da Marsiglia, si
condussero traverso il Piemonte a raggiungere il conte Girolamo Fiesco
che attendeva a radunare genti; ed a munire gagliardamente Montobbio;
Giovanfrancesco Nicelli presidiava il castello di Cariseto; Andrea
intanto con le sue molte aderenze e con le sue ardentissime esortazioni
instava perchè i patti convenuti dal Senato co' Fiesco non si
osservassero: da un lato mostrava la repubblica non potere con
sicurezza, nè con decoro sopportare il fumo negli occhi di Montobbio a
dieci miglia da Genova; da cotesto lato la porta sempre aperta a
repentini assalti, o ad invasioni di guerra ordinate; e fin qui diceva
bene; aggiungeva poi non doversi osservare fede ai ribelli; sostenevalo
in questo la scienza infelice dei giureconsulti, usi per ordinario a
trovare sembianza di ragione a qualsivoglia scelleratezza, tra gli altri
un tale di cui il nome non merita essere tratto fuori dall'oblío;
costoro, consultati rispondevano senza discrepanza: — la fede pubblica
insufficiente a impedire il castigo di misfatti sì atroci, nè potersi
affermare impegnata la fede pubblica, conciossiachè il partito non fosse
stato proposto, nè discusso, nè vinto da numero legittimo di Senatori a
seconda delle costumanze della repubblica: vulgata cosa in diritto le
promesse estorte dalla paura non fare obbligo, e quivi (nota sofisma)
essere caduta suprema violenza, avendo sforzato non un individuo, od una
famiglia, bensì la intera repubblica; necessità il supplizio dei
parricidi, che tramarono lo eccidio della Patria, non solo per vendetta,
quanto, e più per salutare terrore dei superstiti.
I padri da un lato consapevoli da qual parte tirasse il vento, e
dall'altro repugnanti a ravvilupparsi in una guerra contro il Papa, il
Duca di Piacenza, e la Francia, mentre lo Imperatore lontano, con tante
legna su le braccia non inspirava fiducia di sollecita nè di efficace
difesa: considerando inoltre i Fiesco, e i settatori loro andare e
venire con sicurtà per gli Stati della Chiesa, argomentavano ciò non
potere succedere senza permesso della Corte romana, e forse sapevano
averglielo dato il Cardinale Alessandro; non ignoravano Cornelio,
Scipione, fuggiti dopo il caso a Piacenza, essere stati scortati dai
cavalli del Duca fino alla Mirandola, e Pierluigi avere notte tempo
conferito lungamente con loro; il Papa, è vero, in pubblico ricusò
ricevere Scipione, ma in privato lo accolse; ancora Pierluigi aveva
fatto dire a Maria madre dei Fiesco, sgombrasse da Piacenza dove erasi
ridotta, ma ella continuava a starci. Montobbio a quel tempo reputato
validissimo a sostenere lungo assedio, presidiato da buoni archibusieri,
e munito di artiglierie. Nè gl'indizii della parzialità del Duca pei
Fiesco finivano qui; quantunque il castello di Valditaro si reggesse per
lui, tuttavia ci mise dentro per castellano Giammaria Manara compare di
Girolamo, e questi, come da sua creatura, cavava dal Manara ora
provvisioni, ed ora archibugeri dei migliori per difesa della torre. Per
ultimo quando il Gonzaga volle levare fanti in Monticelli e in
Castelvetro, ne fu ributtato, e siccome insisteva, Marchio, e Faustino,
commissarii in cotesti luoghi pel Duca, gli fecero sapere non poterlo
consentire; dover eglino osservare gli ordini del signore senza pigliare
servitù. Da tutte queste cause a noi note, e forse da altre, che
ignoriamo, mosso il Senato, nonostante il conquidere indefesso del
Doria, e degli aderenti suoi, giudicò proporre patti al conte Girolamo
per mezzo di Paolo Panza a cui commise di offerirgli fino a
cinquantamila ducati perchè cedesse Montobbio, e si levasse di su le
terre della repubblica a tribolarle con la guerra. Se questo fosse
successo, al Senato pareva avrebbe fatto un buon negozio, dacchè nella
spesa trovava compenso, e si cavava fuori dal ginestraio; quelle
medesime cause che persuadevano il Senato a umiliarsi, aumentavano la
superbia di Girolamo, e dei compagni suoi; i quali, levati ad alte
speranze, non solo per gli aiuti del Duca, ma altresì per quelli
altamente poderosi del re di Francia, si ricusarono di netto. Allora
vinse il partito di Andrea, e i cinquantamila scudi si stanziarono per
la guerra.
Paolo Moneglia, e Paolo Centurione si fecero ad assalire Varese e con
facile vittoria se ne impadronirono. Cariseto resistè due giorni, se
nonchè la torre, battuta furiosamente, tracollando, gli assediati
calarono a patti, i quali negò il capitano Garofolo Boniforte, o non
volesse, o non potesse, e ciò con poca reputazione di lui, e manco
vantaggio, perchè Giovanfrancesco Nicelli castellano, notte tempo uscito
co' soldati e co' terrazzani tutti, uomini e donne, si mise in salvo sul
contado di Piacenza.
Per andare contro Montobbio si ammannirono con grosse provvisioni;
levarono duemila fanti, massime côrsi, confidandone la condotta a due
colonnelli Francesco e Domenico Doria; al comando delle universe milizie
preposero Filippino Doria, commissarii di guerra elessero Cristofano
Grimaldo, quel desso che nel 1535 fu Doge, e Lionardo Cattaneo: capitano
generale di tutta la impresa elessero Agostino Spinola. Andarono custodi
dei confini Lamba Doria, Bernardo Lomellino, e Gabriele Moneglia, però
che corresse voce tutta la gente di Nura stare in procinto di prendere
l'arme, e si sapeva, che il duca di Piacenza, difettando di archibugi,
per mezzo del Valerio Armiano suo oratore a Venezia aveva richiesto al
Senato la facoltà di cavarne ottomila da Brescia, e la ottenne solo per
cinque, e più assai del Duca stessero in sospetto dei Francesi stanziati
grossi nel Piemonte. E' fu dura cosa carreggiare le artiglierie per
coteste aspre giogaie, e non meno difficile piantarle per modo che
potessero fare buon frutto, sorgendo Montobbio isolato da tre punti
sopra un colle ricinto da due torrenti; ci si sale da un lato solo, da
tramontana; ma qui naturalmente i ripari erano maggiori, con mura spesse
ben quindici piedi, e con una Rocca acconcissima alle difese come alle
offese. Dato mano al trarre, ben si conobbe quanto premesse agli
assalitori di terminare presto la impresa, imperciocchè nel corso di
pochi dì sparassero ben diecimila cannonate, e senza costrutto; anzi dei
cannoni parecchi troppo arroventiti spaccaronsi con morte, e ferite
degli artiglieri che ci stavano attorno: poco dopo il tempo ruppe in
isconci acquazzoni con molestia infinita dei soldati privi di ricovero,
e bisognò smettere. Forse i Genovesi, a cui la feroce improntitudine del
vecchio Doria già tornava sazievole, sariensi affatto remossi dalla
impresa, se due casi di fresco accaduti non gli avessero confermati
nella statuita deliberazione; il primo fu la morte di Francesco re di
Francia, onde si presagì, e bene, che il successore su quelle novellizie
del regno si sarebbe astenuto da partiti arrisicati, il secondo i
soccorsi che oltre la speranza giungevano in fretta dalla parte del duca
di Firenze, e del vicerè di Milano: di fatti questi mandò quattrocento
fanti, quegli parecchie bande di archibugieri con Paolo da Castello, e
talune di cavalleggeri condotte da Chiappino Vitelli con munizioni e
artiglierie. Contro ai congiurati era comune la guerra dei tiranni
vecchi e dei nuovi. La stagione rimessa al buono, Agostino Spinola dopo
data migliore disposizione alle artiglierie, il dieci maggio ripigliò a
battere la muraglia, e questa volta con frutto, chè in breve ne atterrò
tanto tratto da rendere possibile lo assalto: nè pertanto le cose di
quei di dentro sariensi avute disperate, se i fanti, per mancanza di
paga, non avessero preso a tumultuare; e ciò saputo dallo Spinola, per
corromperli meglio, mandò intorno parecchi trombetti a bandire che se
gli assediati si confidavano negli aiuti di Francia mettessero l'animo
in pace, e senza quello il duca di Piacenza non si saria attentato
movere passo; a chiunque venisse talento sortire dal castello per quel
dì, e l'altro appresso, egli assicurava transito libero senza pagare
taglia, e le robe salve. Allora Girolamo, temendo di guai, venne
d'accordo con gli altri di mandare Girolamo Garaventa e Tommaso Assereto
allo Spinola per ottenere patti; vinti erano e volevano parere
vincitori, chiesero il passo libero con arme e bagaglie; furono le gravi
condizioni facilmente respinte da cui era fermo non accettare le lievi.
Ridottosi il Fiesco coi fidatissimi suoi a segreto consiglio,
esaminarono se ci fosse verso col favore delle tenebre mettersi in
salvo, e parve che non ci fosse, correndo divario tra Cariseto e
Montobbio, però che in Cariseto fossero tutti di un cuore; e lì avere
pur troppo il Giuda in casa, ond'era da temersi che o prima, o al
momento della fuga ne fosse dato avviso al nemico, il quale, giusto a
cagione del caso di Cariseto, stava a buona guardia: inoltre al conte
Girolamo il corpo pingue non permettere i passi solleciti della fuga.
Capisco, che se quanto sono per dire io lo esporrò perchè gl'Italiani ne
facciano senno, e' tornerà lo stesso, che mettere l'acqua nel vaglio;
pure non lo vo tacere. Cornelio, il quale essendo giunto a raccogliere
alla Mirandola più con le supplicazioni che co' danari una grossa banda
di soldati spasimava di sovvenire il fratello e gli amici pericolanti,
fu impedito dai Francesi allora in pratica di accordo con lo Imperatore.
Così fu sempre: la Francia, quando ne va del suo interesse, il sangue
altrui conta come acqua, la roba nulla.
La conchiusione della consulta del conte Girolamo e degli amici suoi fu
che ormai non rimaneva altro partito, che rendersi, e questo fecero
commettendosi alla fede del Senato; ciò accadde l'undici giugno, dopo
quarantadue giorni di assedio, ma veramente tutta la impresa durò
quattro mesi.
Ora resta a vedere la fede, e la pietà dei vincitori. I soldati del
Doria, appena messo il piede nel castello, tagliano a pezzi il Calcagno,
il Manara, e quanti altri sospettarono si fossero trovati alla morte di
Giannettino.
Messa a partito in Senato la domanda del conte Girolamo, e dei compagni
suoi, non mancò chi inclinasse a misericordia, industriandosi attenuare
la colpa con la leggerezza giovanile; ed averla punita a sufficienza le
morti avvenute, e lo schiantamento di una casa tra le genovesi
principalissima; che se non si riputasse il passato bastevole castigo,
altro vi se ne aggiungesse, purchè non di sangue. La fede pubblica si
osservasse, senza badare se data con modi più o meno solenni; fallo, in
ogni caso, da imputarsi piuttosto a cui la impegnava, che a cui la
riceveva: vile sotterfugio, e alla dignità del Senato ingiurioso essere
quello, che lo chiariva vinto dalla paura: ma più che tutto percoteva le
menti di pietà certa lettera di suora Angiola Caterina Fiesco sorella
del conte Girolamo, mandata alla Signoria, con la quale implorava la
vita del fratello: certo ella apparisce scrittura unica per quella
affettuosa eloquenza, che la passione ispira; a me per istudio di
brevità non si concede riportarla intera; chi ne ha vaghezza la legga
nelle note di Agostino Olivieri alla congiura del Fiesco dettata dal
Cappelloni; giovi però alla nostra storia porne qui due passi: — «le
supplico non manchino di ricordarsi come da quelli gli fu perdonato, il
quale perdono gli fu confermato per decreto da loro medesimi: di poi
piacque a quelle di non più levarlo. — In fondo; — prego le Signorie
vostre illustrissime con lacrime, e sospiri amarissimi si vogliano
ricordare che questo poverino sciagurato fu figliuolo di quella felice
memoria del signor Sinibaldo Fiesco (ahi! dolcissimo padre, dove sei?)
che anco lui fu autore della unione e libertà, la quale curò mentre
visse del continuo mantenere.»
Tutto questo era niente contro il rigido volere giunto alle istanze del
Figuerroa, feroce, come suole, nella bonaccia, quanto si mostrò più
codardo nella procella, il quale sosteneva, che il Senato in ogni caso
mancava di facoltà per rimettere ai Fiesco il delitto di alto tradimento
commesso da vassalli e pensionati dello Impero contro feudatarii, e
vassalli imperiali, nè solo contro feudatarii, ma altresì in pregiudizio
della stessa sacra maestà; bastava anco meno per dare il tracollo alla
bilancia presso coteste povere anime, che non si peritavano chiamarsi
Senato in Italia dove un tempo visse il Senato romano; si vinse
pertanto, che i patti non si osservassero, nè la fede pubblica si avesse
a reputare obbligata a mantenerli; e questa deliberazione fece
testimonianza di avarizia, e di crudeltà, giudicando lo universale, che
nei petti genovesi riardesse l'ira per essersi dovuta fare una spesa
troppo maggiore della presagita, a fine di venire a capo di cotesta
guerra: e di vero se tanto reputavano enorme adesso la colpa del conte
Girolamo da non doverla per verun conto perdonare, e perdonato non
tenergli fede, o perchè vennero una seconda volta a patti con esso lui
profferendogli il compenso per la cessione del castello? Non si
mercanteggia con gli scellerati, o se pure si mercanteggia egli è
mestieri, che nel caso il Senato di queste due sequele ne accetti una, o
forse non vi ha scelta, e gli conviene patirle entrambi: o i Fieschi non
furono sempre nel giudizio dei Senatori reputati tali, che non
meritassero alcun riguardo, o i Senatori fecero più conto della roba,
che dell'onore. Di rado si avvertono, e avvertite, anco più di rado si
evitano le conseguenze di tali infelici deliberazioni; sempre poi, per
la maligna virtù dì loro, gli Stati prima perdono il credito; poi la
vita.
Condannati ormai Girolamo, e i settatori erano; tuttavia si pretese
giudicarli, nè mancarono storici cui bastò la fronte di affermare, che
la compilazione del processo fu fatta con diligenza scrupolosa; certo è,
che gli sottoposero al tormento, e il conte Girolamo come gli altri: di
già vedemmo come il Sacco, sapendo o dubitando trovarsi aggravato dal
Verrina, scrivesse a Pierfrancesco Grimaldo scusandosi. I prigioni, o
sia che l'uomo si attacchi alla vita quanto più sente sdrucciolarsela
sotto, ovvero perchè lo estremo della miseria tolga ad un punto lume
alla mente, e virtù al cuore, sembra, che sul serio sperassero dalle
difese salute; imperciocchè, nonostante la sentenza condannatoria, essi
si accinsero a interporre appello, ed havvi certa lettera, scritta da
Montobbio al Senato del 7 luglio 1547, di un Polidamente Magno pretore,
e di un Egidio giudice, i quali avvisavano come il conte Girolamo, il
Verrina, e il Cangialanza intendano continuare a difendersi in ogni
modo, avendo a questo fine esebito le loro scritture, le quali però
eglino hanno ributtato per cinque distinte ragioni, che insomma poi
riduconsi ad una, ch'è, il Principe averli ormai condannati, e costoro
avrebbono a questa ora a capire che, dallo sporgere il collo in fuori,
non gli rimane altro partito a pigliare; tuttavia chiedono risposta per
sapere come governarsi; e l'ebbero: la portò il boia, il quale il conte
Girolamo e il Verrina con nobilesco costume decapitò, Desiderio
Cangialanza plebeamente appese.
Polidamante pretore, ed Egidio giudice, avevano ragione a dire inutile
il proseguimento del processo; avrebbono fatto meglio a non
incominciarlo nè manco; ma forse allora non si sarebbe potuto, secondo
le regole, porre gl'incolpati alla tortura per cavarne indizi e fare una
ghiacciata di complici; questa e non altra la causa per cui parve utile
instituire il processo, e inutile proseguirlo; il torto l'hanno gli
storici, i quali lepidamente affermano come i ribelli presi a Montobbio
fossero con riguardo scrupoloso giudicati.
Quale la fine di Cornelio non ci fu dato rinvenire; ridotto a vivere in
Francia, io penso, che esercitasse la milizia; ma di lui, illegittimo e
povero, forse non fu notata, o se avvertita, non premiata la prodezza;
forse morì di morte precoce, o piuttosto, percosso da tante sciagure,
amò giorni quieti di mesta oscurità. Di Scipione si ha ricordo, e
sappiamo come, quantunque fanciullo, non iscampasse dalla comune ruina
dei suoi; condannato a parte, si ebbe bando perpetuo con la perdita di
ogni suo avere; spenti poi Carlo V, e Andrea, chiese al novello
Imperatore la sentenza si rivedesse; se ottenne giustizia, e se si
ridusse a vivere in patria, non mi è noto; ma sembra di no, imperciocchè
sposasse in Francia Alfonsina Strozzi figlia di Roberto, che fu
cavaliere di Santo Spirito, con esso lei procreasse generosa prole, ed
ottenesse in corte onoranze, e stati al pari dei principali gentiluomini
di Francia[13].