Gianluigi, disegnando assalire la Darsena dalla parte di terra e al

medesimo momento dalla parte di mare, aveva pensato che la galea, giunta

appena a mettersi dietro la Darsena, desse il segno con una cannonata:

poi si rimase per non ispaventare la città; bensì, fatto il conto del

tempo, quando gli parve ora, spedì innanzi a sè Tommaso Assereto, per

soprannome Verze, con alquanti dei più maneschi, a torre su se potesse

la porta di Darsena per via di astuzia; tosto giunto il Verze picchia;

domandato qual fosse, dice il nome; lo riconoscono, e comecchè lo

sapessero uomo di Giannettino, gli schiudono alquanto la imposta: troppo

impetuoso costui si avventa per occupare la soglia dando adito ai

custodi di sospettare la insidia e richiuderla a furia; allora lui e i

suoi piglia lo sgomento; onde correndo portano male nuove a Gianluigi. I

congiurati, tra pel primo intoppo della galea, e quel secondo della

porta, temendo che si abbuiassero le cose, cominciano a balenare; ma

alquanto ripresili il Conte, senza punto smarrirsi, ordina al capitano

Borgognino salga con la sua squadra certi legni con somma previdenza da

lui fatti ammannire, assalti e rompa dal lato del mare la porta della

gabella del vino, e con rapidi accenti gliene mostra il modo per lo

appunto; il Capitano come gli fu insegnato fece, sicchè, ferendo ed

ammazzando alla sprovvista i custodi, molto lievemente compì il comando.

Irrompono i soldati del Conte ad un medesimo punto in Darsena dalla

porta del vino e dalla galea: qui con mirabile prestezza ordinata la

gente in manipoli, ci mette a capo l'altro fratello Girolamo perchè

corra la città col grido di popolo, popolo, e libertà, menando rumore di

pifferi, e di tamburi; dato assetto alle galee lo raggiungerebbe; la

posta a San Siro. Cotesta faccenda delle galee s'intristiva,

imperciocchè la maestranza della Darsena, e la plebe uscita dai borghi

circostanti, massime da quella di _Prè_ (che non volle in cotesta

occasione far torto al nome, significando appunto in dialetto genovese

_Prede_), facevano le viste di volerle mettere a ruba: anco le ciurme,

accortesi correre stagione di pescare nel torbido, bollivano; nello

indugio pericolo, però Gianluigi si mise a cacciare dinanzi a sè quanti

gli stavano attorno, perchè, saliti su le galee, subito le

presidiassero, ed egli dietro, passando di galea in galea, qui dava

secondo la congiuntura consigli, là comandi. In questo punto la fortuna

gli troncava i disegni e la vita; le galee, a cagione delle onde per

cotesto trambusto commosse, mareggiavano ora accostandosi ed ora

scostandosi, così che, mentre Gianluigi mette il piede sopra un assito,

gli manca sotto, ed egli tracolla giù in un fascio con gli altri che lo

seguitavano. Splendeva limpidissima la luna, ma la gente agitata dai

moti scomposti, dal frastuono, che intorno si levava infinito, e più che

altro dalla ansietà, non avvertì la caduta; forse anco avvertendola non

l'avrebbero potuto salvare; sicchè vuolsi credere, che cause della sua

morte fossero meno il peso dell'armatura, e la melma dentro la quale lo

trovarono impegolato, quanto la percossa dei tre soldati, che gli

rovinarono addosso, e rinvennero morti accanto a lui.

Difficile affermare se, lui vivo, si sarebbe potuto impedire il sacco

delle galee, e la fuga delle ciurme, chè le umane belve sperimentiamo

terribili se punte nel medesimo istante dai supremi aculei, amore di

rapina, e di libertà: certo è che, lui morto, andò ogni cosa a fascio;

la cupidità della plebe giunse a tale, che di venti galee, in poco di

ora, dalla scafa in fuori non ci rimase altro: se presto non veniva

giorno avrieno disfatto anco questa. Di due maniere galeotti, una

peggiore dell'altra: i forzati per delitti commessi dannati al remo, e i

Turchi presi schiavi; pareva dovesse essere pari in entrambi la brama di

libertà e di rapina; ma non fu così; prevalse l'amore della libertà

negli schiavi fatti in guerra, ond'essi attesero a rompere le catene, ed

impadronitisi della galea la _Temperanza_, naviglio destinato a strane

venture, con grande furia di remi volsero alle coste dell'Affrica; più

tardi gl'inseguirono due galee spagnuole condotte da Bernardino Mendoza,

ma invano; se la _Temperanza_ sboccasse dalla Darsena prima che si

partisse il Verrina, non trovo; forse in tanto e sì fiero avvolgersi di

casi, o non avvertì o non potè impedire; trovo eziandio ricordato che le

due galee spagnuole del Mendoza surgessero in porto (luogo diverso della

Darsena), ma mi capacita poco, dacchè se costui si fosse trovato

presente al caso del Fiesco, spontaneo o richiesto avrebbe fatto opera

efficace; mentre veruno storico rammenta ch'egli in cotesta congiuntura

si mostrasse vivo, parmi pur ragionevole supporre, che in qualche non

lontano porto della riviera stanziassero.

Gli altri galeotti servi della pena, chi sì, chi no, rotti i ceppi,

trassero nella città dove pure scorrazzava la plebe. Di questi si

riagguantò la massima parte, scontando poche ore di male usata libertà,

con molti anni di pena meritamente inasprita.

Intanto le grida diverse e terribili, che urlava il popolo; qui libertà,

lì Francia; altrove _Gatto_, _Gatto_, e più che tutto Fiesco, lo

strepito delle armi, il suono dei tamburi, e dei pifferi, lo strascinio

delle catene, si può immaginare se empissero il cuore a molti di

spavento: dei vecchi nobili, e dei mercanti grassi non si parla nè

manco: chi si asserragliava in casa tutto avvilito, chi dalla

disperazione cavava ardimento, taluno per gli oscuri vicoli fuggiva; le

altre moltiplici immagini di terrore finga chi legge, che me preme

debito di sobrietà: pure questo mi giovi notare, esempio non ignobile

dello strazio della fortuna: mentre tutta la città echeggia col nome del

Fiesco, e sembra ormai accertata la impresa, ecco il Conte dibattendosi

nel pantano trae l'ultimo fiato.

Madonna Peretta (moglie di Andrea), destatasi, porgeva mente allo

strepito, e sembrandole troppo maggiore di quello che faccia una galea

quando leva l'àncora, sveglia Giannettino, partecipandogli le sue

apprensioni: questi, dopo porto ascolto, viene nel medesimo avviso,

molto più che restava stabilito la partenza della galea si facesse

quanto più si poteva di cheto per iscansare querele dallo Imperatore e

dal Turco; pure non gli cadde in pensiero alcun sospetto, onde gittatasi

addosso una veste marinaresca, senza più compagnia, che di un paggio

solo, il quale lo precedeva con la torcia, s'incamminò alla porta di San

Tommaso per pigliare lingua di quanto accadesse: qui giunto chiamò il

Lercaro; conosciuto da quei di dentro alla voce, aprirongli la imposta;

quivi entrato gli si fece incontro Agostino Bigellotti da Barga con lo

archibugio in mano, dal quale non si badando Giannettino, come quello

ch'era soldato della guardia di Genova, costui potè spararglielo a

brucia pelo nel petto.

E qui cade in acconcio discorrere se Gianluigi, come pur troppo lo

accusano parecchi, fosse assetato del sangue altrui; in ispecie di

quello dei Doria. Anzi taluno dei tristi piaggiatori della fortuna

ardisce affermare come cosa vera, che a certo patrizio, il quale nel

calare giù da Carignano in città gli domandava se avessero ad ammazzare

tutti i nobili vecchi, cocendo a lui potere mettere in salvo qualche suo

consorte, egli rispondesse: — tutti, cominciando dai miei parenti,

imperciocchè, se si principia a fare eccezione, chi vorrà cavare fuori

l'uno, chi l'altro, e a questo modo non ammazzeremo alcuno. —

Certo che simili rivolgimenti possano condursi a fine senza sangue,

arduo è che uomo creda, e forse meno degli altri lo credeva il Conte, ma

tra levare di mezzo chi contrasta, e spegnere chi cede, corre divario

grande; quella è necessità, questa talento di sangue; guerra la prima,

la seconda beccheria. Però indizio della bontà dell'animo di lui tu lo

hai nell'essersi egli astenuto di commettere ad Ottobuono, che

ammazzasse il capitano Sebastiano Lercaro, custode della porta di San

Tommaso, il quale sapeva essersi preso il carico di ammazzarlo, e posto

eziandio che così egli non credesse, è sicuro, che egli desiderava di

farlo credere altrui; adesso pei feroci ciò somministra anco troppo

argomento di offendere, consapevoli come pel comune degli uomini la

vendetta faccia prova della ingiuria nei privati, e nel pubblico la pena

attesti il delitto: ad ogni modo riputavano il Lercaro, ed era, lancia

del Doria; onde spegnere uomo devoto e prode poteva parere ben fatto. Nè

anco i più ostili a Gianluigi possono negare, ch'egli non solo

ordinasse, mai sì espressamente proibisse di assaltare il palazzo di

Andrea: questo poi non gli attribuiscono a bontà, all'opposto a

cupidigia; chè le robe dei Doria desiderando intere per sè, non voleva

le rubassero i soldati, e a provvidenza astuta temendo che nel

saccheggio la gente di Ottobuono si sbandasse, lasciata senza presidio

la porta; riserbandolo a farlo con maggiore agio più tardi; od anco a

peritanza; anzi havvi perfino chi attesta, che, morto Giannettino, tanto

assalse gli uccisori lo spavento, che rimasero lì come impietriti, il

quale indugio fu causa che il vecchio Andrea si salvasse. Così fatte

asserzioni non meritano seria disamina, perchè o affermano cose

inverosimili, o riposti concetti dell'animo a cui non corrispondono i

successi: a chiunque abbia fiore di senno apparirà come dal Conte si

desiderasse, che i Doria ponessersi in salvo: aperte a loro le vie della

terra, e del mare; nè da presumersi che in tanta vicinanza della città o

da per sè stessi, o da qualche loro fidato non fossero avvertiti: di

vero indi a breve Luigi Giulia preposto alla fregata del Doria, che

vigilava il porto, venne a dargli notizia del caso, e Giannettino andò

proprio a mettersi in mano alla morte; nè sarà fuggito all'attenzione

del lettore come lui uccidesse non già lancia e cagnotto del Fiesco,

bensì un soldato della guardia di Genova, forse per isgararsi di qualche

ruggine antica.

Andrea, alla nuova del fiero accidente, precipitò dal letto: proprio non

aveva più tempo per sentirsi infermo; conobbe bisognargli vita e

gagliardia se pure non voleva sopravvivere, in certo modo, a sè stesso:

la virtù dell'animo gli somministrò ambedue; chiese di Giannettino più

volte, e supplicò a non tenergli nascosto nulla; sè essere parato a

tutto; non lo poterono contentare, pure non gli parendo questo il caso

per dire, niuna nuova buona nuova, lo fece spacciato; donde in lui più

urgente la necessità di mantenersi in vita: sopra i nipoti adottivi non

poteva contare per ora, perocchè il maggiore Giovannandrea toccasse

appena il nono anno, egli decrepito, adesso, unico pollone a conservare

in fiore la casa; il tempo non pativa indugi, nè seco poteva salvare

tutti; salito pertanto a cavallo in compagnia di Filippino, e di

Agostino Doria, scortato da soli quattro famigliari, fuggiva il Fiesco

in quel punto già morto. La moglie Peretta con le sue donne riparò nel

monastero dei Canonici regolari di San Teodoro accanto al Palazzo di

Fassuolo; la moglie di Giannettino co' tre figliuoli e le figlie si

nascose in quello di Gesù e Maria. Ammirando la costanza del vecchio

indomito, mi mette ribrezzo cotesto immenso amor proprio, che lo

persuade, seco, e solo con lui andare la fortuna dei Doria; forse non

correvano periglio alcuno i fanciulli; poteva per avventura assicurarlo

la conoscenza dell'indole generosa di Gianluigi, più che tutto il

costume vecchio di Genova, dove si contendeva piuttosto per cupidità

d'imperi, che per odio di persona: tuttavia sopra il Fiesco egli era

caduto in grandissimo errore, nè il costume a cui accenno si mantenne

sempre inalterato così, che qualche sanguinosa eccezione di tratto in

tratto non incontrasse. Altri non avrebbe sofferto lasciarsi addietro

tutti i nipoti, ed uno almanco, il maggiore, avrebbe condotto

abbracciato al collo seco. A Sestri lo aspettavano lugubri novelle:

quivi e non altrove seppe la morte di Giannettino; non pianse, ma

scrisse a Cosimo duca di Firenze, e al Gonzaga vicerè di Milano,

entrambi provati da lui fidatissimi allo Imperatore, e nemici mortali di

ogni moto capace a sturbarne la tirannide, perchè in fretta e in furia

avviassero armati su quel di Genova; poi salito sopra la fregata dei

Costi giunse a Voltri, e da Voltri su per l'erta giogaia si arrampicò

fino a Masone, castello degli Spinola.

Non tutti i patrizii però furono codardi: alcuni al contrario animosi, i

quali o non avvertito o non curato il pericolo, accorsero al palazzo per

sovvenire, essi dicevano, alla Patria, e forse il credevano, in fatto

gl'interessi della propria fazione. Le storie tengono ricordo di Niccolò

Franco decano del Senato, e nello interregno magistrato supremo, il

cardinale Girolamo Doria, Bonifacio Lomellino, Giovambattista Grimaldo

con Antonio Calvo, e Cristoforo Pallavicino; eranvi altresì Ettore

Fiesco, e Benedetto Fiesco Canevari consorti di Gianluigi, ai quali

rimase fedele l'alfiere Giocante co' suoi trabanti corsi: ci si trovò

presente anco Jacopo Bonfadio, di questi fatti narratore molto maligno e

verace poco: l'oratore Figuerroa in cotesta fortuna comparve troppo

minore del suo grado, perchè volesse ad ogni patto fuggire, e lo faceva,

ma lo rattenne Paolo Lasagna, il quale confortandolo a stare fermo,

sotto buona scorta lo condusse al palazzo; dove con la presenza, ed

autorità sua confermò gli animi esitanti, crebbe la baldanza ai

risoluti: nè questo fu il solo benefizio, che il Lasagna rese ai

patrizii: datosi intorno a tutt'uomo, messe insieme nel generale

trambusto copia di amici ed aderenti suoi, venendo per questo modo a

levare forza ai Congiurati, ed aumentarla al governo. Che poi il

Lasagna, borghese essendo, operasse a quel modo, veruno maraviglierà

pensando come la borghesia proceda per ordinario troppo più nemica al

popolo minuto, che al patriziato, di questo astiando le ricchezze, di

quello temendo la inopia; i patrizii, come quelli che sente da più di

lei, maledice e sopporta, il popolo minuto reputando da meno di lei

detesta e combatte; alla borghesia sembra che, dove co' patrizii non la

possa sgarare, almeno la impatterà, perchè respinta dagli uffici supremi

le rimarranno i minori, e si rifarà co' traffici; col popolo lo scapito

è sicuro. Il borghese non si agita spesso, ma quando si agita nol fa mai

per diventare cittadino pari ad ogni altro in libera terra, bensì per

trasformarsi in patrizio entrando in verzicola co' dominatori; fra le

tristi classi nell'umano consorzio pessima la borghesia bottegaia.

La prima cosa, che i patrizii avvisassero fare, fu spedir gente verso la

porta di San Tommaso, così per rinforzare la guardia, come per prendere

lingua di Andrea: andarono il Lomellino, il Pallavicino, e il Calvo con

l'alfiere Giocante e venticinque trabanti; il Mascardi dice cinquanta;

ma in questo come negli altri particolari, dove il Bonfadio non aveva

interesse a mentire, preferisco la sua storia ad ogni altra. Costoro,

mentre usano diligenza per arrivare, s'imbattono in una banda di

congiurati, i quali, scortili appena, gli urtano, e li sbarattano con

minacce di morte; fuggendo essi, per ventura si salvano, eccetto uno,

nelle case di Adamo Centurione quivi vicine. Anco là rinvennero raccolti

Francesco Grimaldo, Domenico Doria con altri maggiorenti della terra;

onde, rinnovata con loro la pratica, vennero d'accordo, che sul momento

non ci era di meglio, che mandare a esecuzione il consiglio del palazzo:

speculata da prima la via e uditala quieta, ripresero il cammino della

porta di San Tommaso: colà arrivati domandarono passare per amore e non

l'ottennero; tentarono per forza e furono respinti con busse e ferite;

ci rimase preso Lomellino, il quale menava mani e piedi per riuscire

dall'altra parte: gli altri tornarono addietro più che di passo, ma non

istette guari, gli raggiunse il compagno svincolatosi a morsi e a calci

dai nemici.

Frattanto la Signoria non istava con le mani alla cintola: raccolti i

soldati li dispose intorno al palagio: ai cittadini accorsi assegnò la

difesa dei canti delle strade; trasse le artiglierie in piazza tenendoci

allato i bombardieri con le miccie accese. Dal lato suo nè anco Girolamo

tentennava, e comunque giovane assai e pingue della persona, pure in

cotesta notte mostrò singolare prestanza, tenuti in buono ordine i suoi,

comecchè ad ogni momento venissero a urtarsi con ischiamazzo infinito a

cotesta banda ondate di popolo: giunse alla Chiesa di San Siro; pôsta

assegnata. Qui la fortuna gl'inchiodò la sua ruota. L'Assereto, e a

quanto sembra il Verrina, vennero ad annunziargli essersi smarrito

Gianluigi; ma più basso aggiungevano farlo morto addirittura: però

subito partito, deliberarono: Girolamo proseguirebbe la impresa in

terra, il Verrina tornerebbe su la galea a vigilare il porto; e in ogni

evento a tenere aperta alla salute una via; parve cotesto il più

prudente consiglio, e per avventura era, ma spesso non isperimentiamo i

consigli più prudenti migliori, però che a Girolamo, col partirsi dal

Verrina, venne meno il più accorto, e risoluto aiutante, e ai congiurati

la previdenza dello scampo rubò l'animo.

La Signoria, udendo avvicinarsi il Fiesco, deliberava spedirgli contra

due consorti suoi Ettore, e Francesco Fiesco per ispiare la mente di

lui: profferirsi parata ad accordarsi con modi civili senza mettere la

città al cimento di andare sottosopra: partirono, ma poi volendo dare

maggiore autorità alla deputazione, richiamatili addietro, aggiunsero

loro un Giambattista Lercaro, e un Bernardo Interiano Castagna in

compagnia del cardinale Girolamo Doria; questi di conserva misersi in

cammino, ma incontrati certi popoleschi che dissero loro villania, e

temendo peggio, il Cardinale, a cui parve che la dignità sua ne

scapitasse, ricusò farsi più oltre; mentre retrocedevano, un trabante

della guardia, o pigliasse sospetto della turba che rispinta accalcavasi

scomposta, e a tumulto, o per quale altra disgrazia, sparò l'archibugio,

ed uccise di colta un Francesco Riccio proprio al lato del Cardinale,

onde non ci fu più verso di svolgerlo, per quante supplicazioni gli

facessero, a volere rendere servizio in tanto estremo alla Patria.

Crescendo di minuto in minuto il pericolo, e considerato che si correva

troppo grossa posta ad aspettare là dentro, chiusi, gli assalti, Ettore

Fiesco, Ansaldo Giustiniano, Ambrogio Spinola, e Giovanni Imperiale

Balbiano, come più animosi, si proffessero di andare a conferire col

Fiesco, andarono di fatti e ben ebbero mestiere sentirsi saldo il cuore,

imperciocchè, mentre raggiunto con conati infiniti Girolamo a San Siro

stanno esponendogli l'ambasciata, l'Assereto, ed un altro popolesco

chiamato il Marigliano si misero a gridare: a che prò parole? Tanto e'

bisogna ammazzargli tutti: rifacciamoci da questi. E posta mano alle

coltella presero a menare; gli altri fuggirono per miracolo; Agostino

Lomellino stette a un pelo che non ci restasse ucciso; più tenace degli

altri Ettore Fiesco, confidando forse nella parentela, cominciò a dire

con voce sommessa; — che modi sono questi! Da quando in qua si accolgono

a questa guisa amici e parenti, i quali s'intromettono pacieri del bene

comune! Allora quietaronsi; poi, riconosciuto dai soldati per la usanza

che aveva in casa Gianluigi Fiesco, ottenne facoltà di favellare ad agio

con Girolamo: nella conferenza, egli che astuto era, alternando ad arte

parole, venne a scoprire il caso di Gianluigi, e circa ai finali

intendimenti di Girolamo, si accorse come nè anco nell'animo di lui

fossero chiari, dacchè quegli insisteva sempre nel volere consegnato

subito il palagio dichiarando che in quanto al resto si sarebbe

provveduto a bello agio. Ad Ettore parendo averne cavato più del

bisogno, pensò a scansarsi; onde, conchiudendo ne avrebbe riferito ai

padri, e saria tornato con la risposta, prese licenza. La notizia della

sorte toccata a Gianluigi riebbe i padri da morte a vita, i quali,

ripreso coraggio, si ammannirono a sostenere gli assalti delle bande del

Fiesco. Dall'altra parte la impresa del Fiesco appariva come una

macchina a cui si fosse rotta corda o catena; non andava più: quel

sostare a mezzo nelle rivoluzioni è morte espressa: i meno intorati dei

compagni suoi, col favore dell'ultima vigilia della notte, di mano in

mano spulezzavano, sicchè quando Girolamo, tardi impaziente degl'indugi

trasse innanzi, trovò di tali apparecchi munito il palagio, che ben si

accorse non potrebbe spuntarla con baruffa manesca; al contrario dovesse

consultare con prudenza il modo dello assalto.

In questa si metteva un po' di lume, e Girolamo non senza terrore si

accorse come assottigliata gli durasse la gente dintorno; però conobbe

che invece di pensare ad assalti, beato lui, se gli fosse concesso

ritirarsi in salvo. In palazzo se si stava fermi su le difese, tuttavia

non si era senza apprensione dell'esito, ignorando le forze

dell'avversario; secondochè spesso succede fra i combattenti, se non

paura, esitanza dall'un lato e dall'altro; sicchè tennero per

provvidenza quando ci videro capitare Paolo Panza, che, uomo imbelle

essendo, andò a protestarsi immune da qualunque connivenza coi Fiesco;

lo crederono veramente sincero, e avrebbero finto crederlo anco

sapendolo bugiardo: senza mettere tempo fra mezzo, in ciò affaticandosi

l'oratore Figuerroa, cui pareva mille anni cavare le gambe da cotesto

ginepraio, gli commisero andasse alla volta di Girolamo, con promessa di

perdono intero ed a tutti, per le cose in cotesta notte commesse, con

patto però, ch'egli co' suoi dalla città senza indugio sgombrasse. Al

punto in cui Girolamo si trovava ridotto era bazza; però volle in pegno

la fede pubblica per la osservanza della capitolazione, la quale fu

tosto, e volontieri, da Ambrogio Senarega segretario della repubblica, a

nome del senato conceduta. Allora il conte Girolamo saliva in Carignano,

dove dato sollecito ricapito ad alcune faccende domestiche, si ricolse a

Montobbio, forte arnese di guerra dei conti Fieschi.

Il Verrina, informato del successo, mandò a levare Ottobono Fiesco, il

Calcagno con la banda dei soldati dalla porta di San Tommaso, e ricevuti

su la galea l'Assereto, il Marigliano, e quanti di quel perdono

verdemezzo crederono non potersi fidare, navigò per Marsiglia,

conducendo seco Sebastiano Serra, Manfredo Centurione, e Vincenzo

Promontorio Vaccari, piuttosto in pegno di non molestato viaggio, che

per cavarne riscatto; di vero, giunti alla foce del Varo, gli restituì

in libertà.

A questo modo ebbe fine questa stupenda congiura, e i Senatori, osserva

uno storico, poterono al mezzo del terzo giorno di gennaio tornarsene a

casa a mangiare. Prima però di separarsi spedirono in diligenza

Benedetto Centurione, e Domenico Doria a Masone per ragguagliare il

Principe punto per punto del successo, supplicandolo a venire quanto

prima potesse a felicitare della sua presenza Genova; Andrea partì

subito. Messo il piede in casa, come colui, che non aveva ancora tentato

il terreno, cominciò a mostrare il sembiante doloroso di mite mestizia;

non uscivano dalla sua bocca parole, che tutte umili e tutte benigne non

fossero; si professava contento se col danno delle sue robe, e con parte

del proprio sangue aveva potuto rendere salva la Patria: rispetto a

punire raccomandava si camminasse adagio, però che in quei primi fervori

si corresse rischio di scambiare la vendetta per giusto castigo: sopra

tutto si astenessero mettere la mano nel sangue, chiudendo questo ogni

adito all'ammenda: quanto a lui essere di avviso, che i più incolpati si

bandissero in perpetuo; gli altri con esilii temporanei. Sensi di uomo

in ogni secolo giusti, in quello poi santissimi, e pure erano lustre di

vecchio astuto. In breve però, fatto capace come con cotesti nobili e

borghesi potesse in Genova due cotanti più di prima, manda baleno del

riposto rancore; ciò nella occasione della scoperta fatta del cadavere

di Gianluigi Fiesco, quattro giorni dopo ch'ei si fu annegato, dal

pescatore Palliano: ordinava di botto si strascinasse alle forche, ci si

appendesse, ci si lasciasse spettacolo di ludibrio, e di terrore; ma i

consorti partigiani suoi lo svolsero, comecchè a stento, ammonendolo che

il popolo minuto non aveva cessato di bollire; potrebbe nascerne tumulto

da evitarsi a cose non anco assodate; le vendette più tardi. Tuttavia

piegando Andrea volle che al cadavere si negasse cristiana sepoltura;

colà dove si era trovato stesse; ci pose guardie; due mesi dopo sparve,

dissero per comandamento del medesimo Andrea che, fattolo trasportare in

alto mare, quivi ordinò lo sommergessero: altri opina che questo

avvenisse contro la sua volontà, e così credo ancora io.

Quando quei di fuori seppero tornato Andrea in fiore più di prima,

cominciarono le condoglianze, e le seguenziali congratulazioni di

Principi così nostrani come forestieri. Il Papa, come prima udì fallita

la congiura, è fama che avvilito esclamasse: — non si può mica

contrastare contro ai voleri di Dio, il quale sembra avere ordinato, che

questo Imperatore prevalga per la ruina della Chiesa. Poi steso un breve

pieno di benedizione, di lamentazione, e di bugie, glielo mandava da

Andrea. Andrea, ricevuto il breve, lo lesse due o tre volte; dopo se lo

ripose in seno dicendo, a tempo debito ci avrebbe dato riposta.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 6 / 21 段