Le quali furono: innanzi tratto tenersi bene edificati Andrea,

Giannettino e l'altra gente Doria con gli ossequii e i blandimenti; e

questo Gianluigi potè con tanta efficacia conseguire, che Andrea, ormai

vecchio di ottantun'anno, e malescio, nella conversazione del giovane

trovava non mediocre sollievo: Giannettino altresì gli aveva posto

amore; tanto vero questo, che avendo il Conte chiesto ad Andrea licenza

di armare la galea tenuta fuori della condotta col Papa per mandarla in

corso, nè questi potendoglielo consentire a cagione dello Imperatore,

che intendeva la tregua pattuita col Turco si osservasse, egli turbato

per credersi guasto il disegno di raccogliere senza sospetto gente in

Genova, ne mosse querimonia a Giannettino, il quale baldanzoso gli

disse: «non mancasse armare la galea, e spedirla in Levante che poi per

la strada si aggiusterebbero i basti.»

Anco per questo fatto che non sembra potersi rivocare in dubbio, rimane

chiarito di che sorta libertà godesse Genova, dove un cittadino non

poteva mandare fuori legno in corso senza il beneplacito di Andrea; e

quanta la superbia di Giannettino, che tale faceva caso dei voleri, non

che di Andrea, dello stesso Imperatore.

Giannettino non favellò a sordo, che Gianluigi, senza lasciarla

freddare, prese a introdurre in città gente avvezza a fazioni

arrisicate, in parte suoi vassalli, in parte fornitagli dal duca

Farnese; furonci anco di quelli, che rimasti senza soldo, cessata la

guerra di Smalcalda non sapevano, per così dire, che cosa farsi

dell'anima loro: a stornare ogni sospetto, parte di questi entrò

sfilatamente in veste rusticana, riducendosi di nascosto al palagio di

Vialata, parte ci furono tratti alla scoperta in catene come forzati; a

questo modo ne radunò trecento. A sostenere il moto appena fosse

avvenuto, indettaronsi Gianluigi col duca Farnese, che questi avrebbe

tenuto su le mosse ai confini tremila fanti, la quale proposta molto

volentieri fu dal Duca assentita, come quella che avrebbe potuto

aprirgli la via a tenersi Genova per sè. Gli storici toscani ricordano

di tali maneggi avesse fumo lo scaltrito duca di Firenze, che per opera

dei suoi fidati pose mano su certa lettera in cifra del Farnese, la

quale mandò con la chiave in diligenza allo Imperatore, che non ne fece

caso, perchè divertito allora in negozi più urgenti, o perchè così

voglia la fortuna, che volge i casi umani. Sul proposito dei tremila

fanti tenuti pronti dal Duca, gli scrittori parziali al Doria

aggiungono: che, mentre il popolo si sfogava a mandare a ruba le case

dei cittadini, e a far carne, dovevano essi introdursi in città, e parte

occupare le porte, parte spingendosi oltre, impadronirsi del palazzo,

dove su quel primo bollore chiamato il popolo, il Verrina, senza tante

concioni, avrebbe posta sul capo al Conte la berretta ducale; gli

schiamazzi del popolo sarieno stati tenuti in conto di universale

acclamazione; se taluno contrastasse, gli avrebbono tagliato ad un punto

parola e gola. Tanto basterebbe al diritto, se fosse bastato a

sostenerlo la forza. Anco qui calunnia, e imitazione classica,

arieggiando il trovato a Marcantonio che presenta nei lupercali il

diadema a Cesare. Dopo questi apparecchi noti, e i troppi più che ci

rimasero sconosciuti, chi scrisse in infamia della congiura racconta

essere stata prima proposta del Verrina, che nella congiuntura delle

nozze del marchese Giulio Cybo cognato di Gianluigi con la Peretta

sorella di Giannettino, egli convitasse a banchetto Andrea, Giannettino,

i figliuoli suoi, il Figuerroa ambasciatore cesareo, e quanti più

potesse caporali della terra, e a tavola tutti senza misericordia

trucidassersi; su l'avvertenza di Gianluigi che Andrea per la sua

decrepitezza non andava a mangiare fuori di casa, Verrina rispose; ciò

non mettere inciampo, imperciochè egli si faceva forte entrargli in casa

con due suoi fratelli, e otto o dieci a lui devotissimi, e quivi

scannarlo. Al Conte non piacque il partito, e siccome mostrava

raccapriccio al troppo sangue, Verrina riprendeva che in simili faccende

non aveva mai visto che il troppo sangue guastasse, bensì il poco. Così

il Capelloni che s'industria a torre, o almeno ad attenuare nei Doria la

macchia di fede tradita. Più di lui immaginoso il Sigonio, non potendo

dissimulare come sarebbe stato troppo semplice supporre, che un vecchio

di ottantun'anno si fosse condotto da Fassuolo fin sul Carignano pel

diletto di assistere a conviti, dà ad intendere che Andrea ci sarebbe

stato chiamato non per questo, bensì per sottoscrivere, come tutore dei

Fiesco, non so quale strumento in virtù del quale il conte Girolamo

cedeva certe sue giurisdizioni; e non avverte, che se a questo modo

poteva forse chiamarcisi Andrea, non si comprende come ce lo dovessero

accompagnare Giannettino e i figliuoli, molto meno i maggiorenti di

Genova. Di fatti egli afferma che a cotesto disegno non fu dato seguito,

proponendosi invece di ammazzare il principe Doria ad una messa novella

che si doveva celebrare in santo Andrea, il quale concerto del pari

rimase senza conclusione, perchè presentirono, non vi avrebbe assistito

il Principe nè Giannettino, bensì vi sarebbe andato il conte Filippino a

farvi la solita offerta per la parte di Andrea. Questa pure imitazione,

non però classica ma moderna, delle congiure dei Pazzi, e dell'Olgiati,

e ad arte imaginata per rendere la cosa più abbominevole coll'orrore del

sacrilegio.

Ora pertanto, esposte le false trame, discorriamo le vere, o almeno

quelle che ci sono meglio accertate. Pareva opportuna la notte

precedente alla elezione del nuovo Doge, che doveva farsi il quattro di

gennaio; ma il Conte, temendo lo indugio non pigliasse vizio, volle

precipitare gli eventi: i trecento fanti già in casa, gli altri tremila

pronti ai confini: il popolo minuto disposto, i nobili malcontenti,

vogliosi di vederne la fine; la galea venuta da Civitavecchia la vigilia

di Natale aveva dato fondo sotto Sarzano. Andrea il primo dell'anno si

mise a letto travagliato di forte doglia al braccio, il due gli entrò la

febbre accompagnata da emicrania. Gianluigi a vespero si fa a trovare

Giannettino, e gli confida avrebbe durante la notte imbarcata la ciurma

su la galera, e spedita subito in corso, che a tenere tanta gente su le

spese non ci era da cavarne troppi avanzi; da Sarzano l'avrebbe fatto

tirare innanzi al ponte dei Cattanei; caso mai udisse rumore nella

nottata, non pigliasse sospetto, ed acchetasse Andrea, se sveglio o

destato se ne adombrasse; più tardi sarebbe ito a visitarlo a casa, e

Giannettino improvvido forse lo ringraziava. In questo mentre non erano

mancati, nè mancavano avvisi ad Andrea, Ferdinando Gonzaga, subentrato

nel governo di Milano al marchese del Vasto, giusto poco prima defunto,

vigilando sottile gli andamenti del Duca per debito di ufficio, e per

odio antico, come prima seppe della massa dei tremila fanti raccolti ai

confini, spedì lettera a Don Gomez Suarez di Figuerroa oratore cesareo a

Genova perchè desse la sveglia al Principe, nè questi se ne rimase, anzi

narrano che lo faceva appunto nel momento in cui Gianluigi entrò in

camera al Principe per visitarlo, e con fervide parole instava perchè in

grembo a cotesto giovane non si addormentasse. Il Conte, ingenuo e

mansueto, dopo riverito a mo' di figliuolo Andrea, prese a informarsi a

parte a parte del suo male, e a mostrarsene dolente, lo consolò con

parole tutte amorevoli; onde il vecchio se ne sentì come ricreato; ciò

fatto, recatisi su i ginocchi Giovannandrea, Pagano e Carlo figli di

Giannettino, li vezzeggiò, li baciò, con varii giochi li divertì, sicchè

egli era un ridere festoso, un'allegria; della quale cosa pigliando

Andrea maraviglioso diletto, chinatosi verso il Figuerroa, gli susurrò

nell'orecchio se gli paresse il Conte uomo da fraudolenza e da sangue.

Che cosa rispondesse lo Spagnuolo s'ignora; forse gli avrà dato ragione

un po' per piaggeria, e un po' persuaso. Declinando il giorno, Gianluigi

tolse commiato, e capitatogli dinanzi Giannettino, gli raccomandò ad

ordinare, che per quella notte tenessero aperta la bocca del porto, e

quegli il promise. Giocante della Casabianca, alfiere della guardia

corsa, nella prima ora della notte venne ad avvisare Andrea come, ito ai

quartieri per cavarne i soldati a rilevare i posti, avesse trovato

mancarne parecchi, e tutti sudditi di Gianluigi, della quale novità

pigliando Andrea non lieve alterazione, Giannettino reputò spediente non

tenergli più oltre nascosta la licenza data al Fiesco di mandare in

corso la galea, a patto che di notte l'armasse, e di notte la facesse

uscire di Genova, affinchè il Turco ignorandolo, non ne venisse danno

alla città; senz'altro il Conte essersi valso dei soldati sudditi suoi

per tenere in rispetto su la partenza le ciurme: di qui tra Giannettino

e Andrea corsero diverbii, volendo quegli che la parola data ad ogni

modo andasse innanzi, ed a scusarsi, può credersi, facesse valere come

la repulsa data da Andrea si attribuisse a invidia ch'egli portasse a

Gianluigi, anzi i commettimali avere sparso voce com'egli, andato in

Ispagna, avesse disservito il Conte presso lo Imperatore, ond'egli aveva

voluto a quel modo smentire l'addebito. Quanto allo Imperatore poi,

difficile gli arrivasse agli orecchi; e sapendolo gl'importerebbe poco:

ad ogni modo premere assaissimo alla gente Doria tenersi bene edificati

gli amici di casa[12].

Forse cotesta fu baldanza di animo gagliardo, e può darsi che invece

fosse orgoglio di mente superba; tuttavia che Giannettino mancasse di

tenere l'occhio addosso a Gianluigi non è da credersi, ma, per sua

opinione, aveva tanto in mano da reputarsi sicuro. Nelle lettere del

Sacco, già da noi citato, occorre ricordare come il giorno stesso della

congiura, di buona ora, persona che non nomina, fosse a trovare il Conte

in Carignano, e gli proponesse farlo signore della città; di che il

Conte la sgridò forte, e se la cacciò via davanti, mentre ella non

rifiniva di serpentare, che tanto con quel governo erano risoluti di

romperla, e ch'egli buttava la fortuna fuori della finestra. Il Fiesco

ed i compagni suoi tennero cotesta persona per ispia; dove mai l'avesse

inviato Giannettino a fare le forche, dal rapporto dello accaduto potè

trarne argomento per aquetare il sospetto, caso mai gli fosse sorto

nella mente.

Quanto al vecchio Andrea dirò, che i Genovesi per ordinario sentono e

spesso non immeritamente di sè, la quale estimativa io penso che in lui

la sperienza lunga, i partiti quasi sempre riuscitigli utili, e la

fortuna piuttostochè diminuire crescessero, onde in grazia di questa

prosunzione vediamo come l'uomo rimanga preso quasi sempre, perchè sè

troppo reputa capace, e altrui troppo semplice o imbelle. Il giudizio

nuoce talora in altra e diversa maniera, imperciocchè, argomentando che

le azioni altrui devano essere sempre condotte con discorso pari al tuo,

mentre spesso commettonsi in balía della insania, e dell'avventatezza,

avviene, che ti colga inopinato quello, che ad ogni verso ti pareva

impossibile. Se poi Andrea s'ingannasse per estimare troppo o troppo

poco Gianluigi, non posso chiarire; prudentissimo, anzi trincato egli

era, e un giovancello lo vinse: di qui, a cui preme guardarsi, prenda

insegnamento a bene operare lo ingegno.

Merita che da noi si riferisca un caso su cui si accordano parecchi

storici ed è, che Gianluigi, uscendo di palazzo Doria, poichè fu montato

sopra un suo giannetto briosissimo, prese a farlo corvettare sopra la

piazza sotto i balconi di Andrea ostentando la sua perizia nell'arte del

maneggio; cosa che dimostra quanto impero avesse su l'anima sua cotesto

uomo: nature forti, che apparendo quasi sempre fra popoli prima di

tracollare nella servitù, sembrano quasi gli ultimi tratti della

spirante libertà. Smesse le corvette se ne va difilato a casa, muta

veste, e chiamato a sè Paolo Panza, gli raccomanda che tenga compagnia

alla Contessa, con qualche lieta lettura, o gioconda novella la diverta;

la visiterebbe più tardi; ode dal Calcagno i rapporti, e con nuove

istruzioni lo licenza, poi, tolti seco dieci uomini, scende da capo in

città, e si acconta col Verrina, che forse l'aspettava; gli dice niente

essere mutato; nella notte si strigherebbe il fatto: raccolga

congiurati, e glieli meni a casa; veda condurci anco gente la quale,

quantunque non partecipe della congiura, pure egli sappia di animo

avverso al governo, e ai Doria: perchè i chiamati non sospettassero, e

venissero volentieri, dica loro egli convitargli a cena: ci sarebbe una

grande adunanza, non mancherebbero dame, andarono degli uni e degli

altri chi dice ventotto, chi trenta, chi più, e ordine era dato alla

guardia lasciasse entrare tutti, uscire nessuno: i convenuti poi,

condotti da servi discreti dentro una sala, quivi erano lasciati chiusi

a chiave: di veglia non videro apparecchio, bensì udirono romore di

arme, e la misteriosa frequenza che palesa qualche grave successo, o che

sta per accadere; chi era a parte non istupiva, gli altri sì, e

temevano; pure tutti, è da credere, aspettassero pieni di ansietà la

fine della strana avventura. Di un tratto ecco spalancarsi le porte, e

comparire Gianluigi pallido in faccia e aggrondato; egli si fece a capo

di una lunga tavola; rimane in piedi e con ambo le mani si agguanta allo

spigolo; le due candele che sole ardevano colà si mette a destra e a

sinistra; intorno alla tavola si dispongono curiosi i convenuti, secondo

il digradare della luce più o meno rischiarati; taluni al buio; allora

egli con voce commossa, per testimonianza dei presenti, è fama, che

favellasse così: — Amici, e compagni miei, io vi ho tratti qui con lo

invitarvi a cena, nè mi disdico; e la cena, che io intendo imbandirvi

fia tale che da lungo secolo non fu mai vista in Italia: io vi ho

invitato a liberare la patria e voi dalla tirannide di Andrea Doria, e

da quella imminente e più grave di Giannettino, il quale, è noto, poco

innanzi recatosi dallo Imperatore in Ispagna, avergli chiesto con

l'accordo dei nobili del portico vecchio, potersi dopo la morte dello

zio scoprirsi addirittura padrone della città, e tanto essergli stato di

leggieri concesso; però che fausto ai despoti sorga quel giorno in cui

mirino spenta una repubblica. Di ciò porgergli sicurissima notizia il

signore duca Pierluigi Farnese con le lettere ch'egli metteva loro

davanti (e qui buttò su la tavola un fascio di fogli), le leggessero, le

ponderassero, e si chiarissero. Giannettino (e a parecchi di loro doveva

essere noto), consapevole com'egli Fiesco non sarebbe stato per patire

questa cosa giammai, s'industriò con ogni via levarlo di mezzo con

veleno o con ferro, nella quale scelleraggine se non era riuscito,

averne debito alla fedeltà altrui, ed alla sua buona fortuna; adesso poi

sapere di certo, Giannettino avere commesso al capitano Lercaro, che

appena morto Andrea (al quale per essergli aggravato di molto il male

rimanevano più pochi giorni di vita; forse ore) lo finisse; onde amore

di patria prima, e poi cura di sè, che arma i più imbelli tra gli

animali, costringerlo a troncargli i disegni...

Giunto a questa parte del suo ragionamento il Fiesco si spaventò nel

considerare come gli astanti, parte sorpresi dalla novità del caso, e

parte atterriti non si commovessero, ond'egli allora parlò di forza:

«Ora quali sembianti sono questi, che mi mostrate voi? O che volevate

mutare le sorti della città e le vostre a suono di querele? Pensavate

forse, che le congiure stessero nel consultare sempre, e venire all'atto

delle mani mai? Non volete essere meco? Doveva aspettarmi siffatta fede

da voi? Così premiate me che intendo farvi liberi?»

Si riscosse a tanto uno dei raccolti, e rispondendo per tutti disse: —

pigliate animo, Conte, che noi non saremo per mancarvi mai. —

Ma Gianluigi, non si mostrando pago di cotesto gramo consenso, aggiunse

con ismania crescente: «no, io vo vedervi in faccia, io vo sentirmelo

dire da tutti ad uno ad uno; nè, se voi ricusate seguirmi, io vo

sforzarvi, solo scongiuro, che taluno di voi impugni questo pugnale — e

trattoselo da lato lo gittò su la tavola — e mi ammazzi: meglio è che

muoia per mano degli amici, che dei nemici miei: ciò mi fia manco dolore

assai. — »

A questo modo gli agguindolò, li vinse; in molti prevalse eziandio la

paura di essere messi in pezzi contrastando. Così il vero mescendo al

falso, i piaggiatori del Doria felice, per interesse o per sospetto ai

tempi suoi, e dopo perchè la potenza anco svanita induce ad ossequio;

all'opposto il Campanaccio, meno servile, ne accerta, che i convocati,

udendo coteste pietose parole, lo levassero a cielo, profferendosi

parati a seguitarlo in ogni più fortunosa avventura, e così poco gli

abbindolò con gli artificii, o con la violenza li costrinse, che due di

loro, Giovambattista Giustiniano, e Giovambattista Bava, altri ci pone

un Cattaneo, si ricusarono a mettersi al cimento.

Gli altri, crucciosi del rifiuto, gli appellano traditori e li vogliono

morti: ciò non patisce il Conte; bensì ordina, che come prigioni nel

palagio fino al termine della impresa custodiscansi: sembra però che i

mentovati patrizii non dissentissero mica dalla impresa, bensì per manco

di animo si tirassero indietro dalla baruffa. Comunque sia, ordinate per

tal guisa in questa parte le cose, fece portare vivande e vino, ed

eglino presero, così in piedi alla soldatesca senza apparecchio, a

riconfortarsene. Mentre i congiurati trattengonsi nella commessazione,

il Conte sale in camera alla moglie Eleonora e sì favella: — La dama,

che io corteggio da tanto tempo con sì acceso affetto, di voi punto men

bella, oggi si è disposta a darmisi del tutto in balía...

E siccome la Contessa allo strano discorso si affannava, Gianluigi,

consolandola, le scoperse cotesta donna essere Genova, e la tramata

congiura, e la esecuzione imminente; di questo Leonora sentendo infinita

paura e con esso lei il Panza, presero entrambi a scongiurare Gianluigi

a mettere giù il pernicioso disegno, mescolando i pianti con le

persuasioni, le carezze co' terrori. Fors'egli si aspettava ad altro,

imperciocchè sbuffando gridò, se avessero più caro che Giannettino lo

scannasse. — Siccome il Panza rincalzava. — coteste senz'altro essere

calunnie di gente trista; egli soggiunse averne prove in mano: ad ogni

modo ormai, anco volendo, non potersi più tirare indietro; pigliassero

pertanto in buona parte quanto stava per accadere; dopo ciò, malissimo

soddisfatto, fece per quinci partirsi, e mentre sta per voltarsi, un

grossissimo cane da lui avuto in delizia, si levò diritto mettendogli le

zampe davanti sopra le spalle quasi per trattenerlo; della quale cosa

crucciato a un punto e commosso, se lo scacciò dattorno ordinando lo

incatenassero giù nel cortile.

Senza perdere altro tempo, ito in camera, si chiuse nell'arme da capo a

piè, e con la rotella in braccio e la picca in mano tornò ai congiurati,

che, al vederselo comparire dinanzi a quel modo prestante, applaudirono.

Distribuite poi picche, e spade ai congiurati disse: andiamo. Voleva non

rivedere più la sua Leonora, ma la passione lo vinse, sicchè tornò a lei

per raumiliarla con dolci parole, e la pregava di starsi di animo lieto;

non gli levasse al maggiore uopo il coraggio: manco per questa volta

egli non ne cavò costrutto, perchè, tanto ella come il Panza, nello

udire per casa strepito di arme, tremavano a verga, e gli risposero: —

non che potere dare coraggio altrui, impossibile procurarsene a sè,

pensando al cimento in cui si metteva, di ammazzare o di essere

ammazzato, e se Dio non rimediava, vedevano chiaro ch'egli si andava a

buttare giù nel precipizio. — Allora risoluto Gianluigi concluse: —

orsù, Leonora, fate forza all'animo vostro, domani od io sarò morto, o

voi meco Signora di Genova. —

Narrano che sinistri presagi in quel dì lo funestassero, ed in tempi nei

quali Re, Imperatori, e lo stesso Papa tenevano astrologhi in Corte, ai

presagi di cui o speravano o impaurivano, non sarà maraviglia se anco il

volgo ci prestasse fede. Tali si estimarono certi corvi con pertinacia

precorrenti al suo cavallo, e lo incespicare di questo così, che quasi

con le ginocchia toccò terra; però se la impresa fosse ita a bene non

sarebbero mancati gli augurii felici; non è tuttavia da tacersi, che il

cane, quantunque messo a catena, quando ei passò pel cortile, gli si

posse traverso le gambe impetuoso in modo, che s'egli era men pronto ad

appuntellare la punta della spada per terra stramazzava; ond'ebbe a

dire: Dio ce la mandi buona! Il Sacco, che gli procedeva a lato,

soggiunse: — non vi turbate per tanto; fate come i Romani che

interpretavano gli augurii a comodo loro. — Ma spesso con danno —

concluse il Conte e tirò innanzi.

Anco su la via che tenne, gli scrittori discordano; messi a confronto ed

esaminati i luoghi, parmi più verosimile questa, che il Conte, dopo

avere mandato il Verrina al ponte dei Cattanei per isferrarvi la galea,

e accostarla bel bello alla bocca della Darsena, si conducesse un'ora

prima della mezzanotte all'antica porta di Sant'Andrea assieme a tutta

la comitiva. Quelli cui preme far credere, che Gianluigi traesse a forza

i congiurati, danno ad intendere, ch'egli ordinasse con voce terribile

si uccidesse senza rimissione chiunque si attentasse uscire di schiera;

la quale cosa come potesse conoscersi di notte per cotesto laberinto di

vicoli non si comprende, e meno ancora come per lui si sperasse riuscire

in così arrisicata avventura con questa razza compagni. Da Santo Andrea

Gianluigi spedì Cornelio con cinquanta fanti a pigliare la porta

all'Arco, e ciò fu presto eseguito; due o tre guardie uccise, alcune più

ferite. Presa la porta ed avutane notizia per Prione, e San Donato dopo

traversata la piazza dei Salvaghi, il Conte arrivò al ponte dei

Cattanei; quivi commise al minor fratello Ottobuono Fiesco, e al

Calcagno una squadra maggiore di soldati, perchè con essa pel borgo a

Prè si affrettassero a impadronirsi della porta di San Tommaso all'altro

estremo della città: anco qui la faccenda riuscì a pennello, sebbene con

alquanto più di resistenza, chè il capitano Lercaro non si arrese se

prima gravemente ferito non lo atterrarono, restandoci morto il suo

fratello, l'alfiere con una diecina di soldati. Aveva la città in quei

tempi altre tre porte, ed erano la Carbonara, dell'Acquasola, e di

Oricina; ma a queste, come di poca importanza, non provvidero.

Intanto Gianluigi, notando con inquietudine che la galea non si moveva,

chiesta la causa, seppe essersi incagliata: adoperandoci sforzi supremi,

dopo mezz'ora la trassero d'impaccio, avviandola verso la bocca di

Darsena.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 5 / 21 段