Chiunque consideri lo struggimento dei Francesi a pigliare la roba

altrui, oggi ridotti a cedere la propria, o piuttosto, che reputavano

tale; e pensi all'odio antico, all'orgoglio umiliato di Francesco re,

che le buone qualità e le ree di cotesto popolo in sè raccolse tutte in

modo eccessivo, crederà di lieve, che giornaliere, e focose dovessero

venire a Gianluigi le istigazioni di Francia per isturbare in Italia le

faccende dell'Imperatore: certo era fresca la pace di Crepy, ma tu non

andrai errato se immagini, che il re di Francia, mentre intingeva la

penna nel calamaio per segnarla, mulinava il modo di romperla. Narrano

parecchi come Gianluigi, tuttavia adolescente, gli si profferisse, ed in

prova di ciò allegano, che quando Cesare Fregoso fu morto nel Po, il

marchese Davalos, tra le altre scritture di Cesare, trovasse un

memoriale di mano del Fiesco sottoscritto da parecchi cittadini

genovesi, col quale si dichiaravano parati a tentare cose nuove in

benefizio del Re; nè il Marchese mancava di mandare le carte al Doria,

ammonendolo di tenere la barba sopra la spalla, ma questi gittava il

memoriale sul fuoco reputandolo affatto immeritevole di fede e falso,

imperciocchè, anco messi da parte la età novella del Fiesco, la indole

mansueta, l'affetto, ch'egli doveva portargli come a suo tutore, la

reverenza a Cesare, non era da supporsi ch'ei volesse commettersi in

balía del Fregoso, vecchio nemico di casa sua, tra le famiglie dei quali

erano occorse sempre offese, ed uccisioni, anzi perfino un Fiesco, colpa

di un Fregoso, fu tratto già per Genova a coda di cavallo, morte non

meno salvatica, che infame: onde spedì lettere al Davalos che del tutto

deponesse il sospetto, e si guardasse dal disservire il suo pupillo

Gianluigi presso lo Imperatore, e quegli, per contentare l'amico gliel

promise, pur tuttavia nel riscrivergli avvertendolo, che se ne

pentirebbe.

Novelle tutte, messe fuori per piaggiare, per colorire le calunnie, ed

anco per istudio d'imitazione degli antichi, febbre del secolo di cui

scriviamo: allora, più che avanzarsi col proprio ingegno, parve bello

saccheggiare l'altrui, e comparire scrittori piuttosto eruditi che

originali: facile però ravvisare in questo la traccia di Silla, che

presente Cesare giovanetto diventerebbe adulto peggiore di due Marii, e

ai prieghi altrui non lo uccide, e di Marcello che a Nola, invece di

mettere le mani addosso a Lucio Banzio, volle con parole accorte, e co'

benefizi amicarsi cotesto ferocissimo; aggiungono altresì che Andrea

imitasse Marcello nell'arsione della lista dei congiurati, ma sbagliano,

conciossiachè Tito Livio, nel libro terzo della Deca terza, testimoni

come Marcello, invece di trascurare la lettura dei nomi dei traditori,

ributtato Annibale ne facesse diligente inquisizione mandandone poi

meglio di sessanta sotto la scure. Or ora esporremo come il concetto

della congiura, di mano in mano, sorgesse nell'animo del Fiesco, quanto

dondolasse, e quali argomenti ce lo confermassero: intanto le cose

discorse intorno al memoriale rinvenuto addosso al Fregoso abbiansi per

invecerie: sta fermo, che la barca dov'erano le carte del Fregoso e del

Rincone potè riparare a Piacenza, mandando delusa la brama del marchese

assassino.

Altri, dissero, contribuirono a dare la pinta a Gianluigi e può essere,

come Renata di Francia duchessa di Ferrara, Piero Strozzi, Pierluca

Fiesco, Cangino Gonzaga e degli altri si tace; certo quanti seguivano le

parti di Francia e quelle dello Impero avversavano, non avranno fatto a

risparmio di aizzamenti con Pierluigi e con altri per ispingerli a opere

utili alla propria fazione, dannose alla nemica.

Esposte le cause, ragione vorrebbe che io discorressi dei fini o veri o

verosimili, che il Conte si propose nella impresa zarosa; i primi

rimasero sepolti nel suo petto, che di questa maniera disegni non si

mettono in carta: intorno ai secondi, oltre quelli che adombrammo nel

favellare delle cause impellenti l'animo del Conte, e' pare che lo

movessero l'ambizione di costituirsi signore della città dove si sentiva

vassallo; indole maligna, epperò prona alla vendetta non sembra che lo

sforzasse, e questo chiarirà la storia; forse lo indusse desiderio di

riformare lo Stato con migliore fondamento di giustizia, ma ciò non è

certo, a ogni modo con pari imparzialità possiamo affermare sicuro,

ch'egli intendesse distribuire meglio gli uffici e lo esercizio del

potere tra i nobili del portico nuovo e quelli del portico vecchio, che

la cosa condotta a cotesti termini non poteva durare: se, e quanto

avrebbe messo la plebe a parte del reggimento non ci è dato accertare:

senza dubbio di lusingherie ei non faceva a spilluzzico col popolo, ma

questo, secondo il consueto, chi più divisa opprimere più blandisce, e i

patrizi, agitati dall'uzzolo di prepotere, costumano sempre, e non di

rado pur troppo anco quelli che pure escono dalle viscere del popolo.

Però è da credersi che s'egli se ne dimenticava, del popolo si sarebbe

ricordato il Verrina. Questo dentro; di fuori non avrebbe potuto per

avventura fare altro, che mutare soma alla patria, e di spagnuola

renderla francese, e quindi difficile a giudicarsi se di tutto quel

tafferuglio la carne valesse il giunco; pure a danni saremmo andati giù

di lì; soprusi avrebbero patito maggiori; il guadagno poteva ridursi

nella voltabilità dei Francesi, e nel tedio in cui cadono presso loro le

cose, che hanno con più ardente brama appetito, mentre la mano dello

spagnuolo sembra una grappa di ferro murata sopra le cose che piglia:

però essendo Gianluigi di spiriti alteri, e come giovane pieno di

baldanza e di cupidità di gloria, fie razionale supporre, che avrebbe

colto tutte le congiunture per procurarsi stato e mutare, potendo, anco

le condizioni d'Italia: — La quale anco a cotesti tempi fu opera

disperata unicamente e di vili: possibile agli animosi se, posponendo il

proprio interesse alla Patria, avesse messo a repentaglio per lei gli

averi e la vita; e ciò chiariremo con prove in mano più tardi.

Non sarà troppo arrisicato accertare, che Guglielmo di Bellay, oratore

di Francia presso il Senato di Genova, tentando ogni via per nocere allo

Stato che l'ospitava (officio a simile razza di gente allora e poi

ordinario), commise a Pierluca Fiesco consorte di Gianluigi di dare

nelle buche intorno a lui per iscoprire paese; costui avendo conosciuto,

che nel terreno tentato entrava non che la vanga anco il manico, tirò

innanzi la pratica, e su quel subito venne conchiuso, che Gianluigi si

avesse a recare fino a Piacenza dal duca Pierluigi Farnese dove avrebbe

inteso il resto; e il Conte andò, parandosegli innanzi giusta causa a

colorire il viaggio, qual era quella di rendergli omaggio, per le

castella di Calestano, e di Borgo di Val di Taro, il quale, comecchè

fosse feudo imperiale, pure dipendeva dal Duca per trovarsi sul

Piacentino: negoziando insieme il Duca e il Conte, per dare a questo

plausibile copertura di assoldare fanti e raunarli a Genova senza

sospetto altrui, si accordarono che il primo venderebbe al secondo le

quattro galee ch'egli teneva, o figurava tenere agli stipendii del Papa;

però Gianluigi, procedendo col calzare di piombo, volle presentirne

Andrea, a cui disse che senza il suo consenso non avrebbe mosso foglia;

della quale cosa assai si compiacque il vecchio, molto confortandolo a

farlo, però che, torre cotesti legni di mano a gente nemica, da un lato

non gli paresse che bene, e dall'altro pensava, che una via per isfogare

il giovanile rigoglio bisognava aprire a Gianluigi: così egli a cui non

era dato penetrare nel cupo animo del Conte; ma Paolo Panza suo maestro,

che ci leggeva aperto, consultato all'uopo dissuase il trattato, ma

senza prò. Il prezzo delle galee chiarisce in parte lo scopo dello

acquisto, poichè oggi si conoscono i patti di cotesto contratto

stipulato a Piacenza il 23 Ottobre 1545 i quali sono: per le quattro

galee chiamate la Capitana, la Padrona, la Vittoria, e la Caterina paghi

il Conte trentaquattromila scudi d'oro; un terzo subito: un terzo per

Pasqua di Natale del 1546: il saldo al medesimo termine dell'anno

successivo; in guarentia del pagamento s'ipotecava il castello di

Calestano.

Ora, da quanto occorre scritto nei ricordi dei tempi, si giudica che una

galea valesse ad un bel circa ventimila scudi; di fatti il Brantôme

racconta come si trovasse presente a Malta, quando certo signore de la

Rone _gentil soldatino_ di Poitiers, giocatore per la vita, vinse di un

tratto a Giovannandrea nipote adottivo del principe Doria diecimila

scudi di oro; della qual cosa stizzito Giovannandrea propose di giocarsi

una galea di contro a ventimila scudi di oro, e il soldatino accettò,

senonchè l'altro, soprastato alquanto, non ne volle fare nulla: —

perchè, egli disse, io non vorrei che questo soldato di ventura, dopo

avermi guadagnato la galea, andasse vantandosi in Francia avermela vinta

con altro, che con le carte. — Anco Cammillo Porzio, avendo occasione

sulle sue storie di notare la compra delle galee di Pierluigi fatta dal

Fiesco, la chiama _grandissimo mercato_. Donde non parrà strano tenere,

che, senza un secondo fine, il duca di Piacenza s'inducesse a scapitare

in quel negozio un quarantaseimila ducati almanco.

Dall'essere state da Andrea staggite coteste galee al Papa, taluno credè

argomentare che le non appartenessero al duca Pierluigi, ma fu mala

prova, dacchè, volendo Andrea ricattarsi a ogni patto per via di

rappresaglia, non istette a guardarla tanto pel sottile; gli giovava

credere, che il padre facesse col figliuolo tutta una borsa e così

credè. Paolo III sofferse acerbamente l'alienazione delle galere, più

che per altro, a causa della consueta avarizia dei preti la quale

s'industria a guadagnare sempre a man salva senza arrisicare mai nulla,

e ne rimangono testimonianze storiche; tra le altre basti la lettera

scritta dal cardinale Farnese al Duca suo padre il nove gennaio 1546,

dove si dichiara, quando possa rompersi il contratto col conte Fiesco,

l'animo di Sua Santità essere inclinato a compiacerne Lione Strozzi, o

meglio l'arcivescovo Santi, il quale, oltre all'offerirne più giusto

prezzo, aveva sborsato cinquemila scudi di caparra; ma poi il Papa,

fatto capace della cosa, si acquietò; e quando poco dopo Gianluigi

trasse a Roma a fine di presentargli il fratello Girolamo per capitano

delle galee, di cui tre lasciò al soldo della Chiesa, una si tenne per

lui, e da quella via per baciargli i piedi, lo accolse alla grande, così

persuadendogli la indole sua fastosa, e la memoria della magnificenza

con la quale il padre Sinibaldo lo aveva per lo addietro ospitato nel

suo palazzo di Violà.

E adesso dov'è ito questo palazzo di cui il Bonfadio scrive, che

soprastando a Genova pareva, che ne domandasse il principato? Invano tu

ne cercheresti la traccia: tuttavolta, se il Bonfadio non avesse con mal

suo pro' dato a pigione anima e penna, avrebbe potuto riflettere che se

il palazzo del Doria posto in bassissimo livello su la estrema sponda

del mare non domandava il dominio della città, egli era perchè già lo

teneva. Questo palazzo di cui non fu lasciato pietra sopra pietra,

illustre per tante memorie, ornato di ogni maniera di spoglie, famoso

per le immagini di numero infinito di personaggi per dottrina o per

prodezza eccellenti, sorgeva sul poggio di Carignano a manca di cui

guarda la basilica dell'Assunta, da un lato ha il mare, dall'altro la

valle del Bisagno, a oriente la costa si stende sino a Portofino, a

occidente di promontorio in promontorio tocca l'estremo capo di Noli.

Con molti e diversi nomi lo troverai appellato dagli storici, come

Violato, Violà, Violacio e Violata: il volgo chiama tuttora quei luoghi

Viovà; il vero nome del palazzo fu di _Via lata_ però che quivi

appresso, in antico, un canonico Fiesco della collegiata della chiesa di

Santa Maria in _Via lata_ di Roma, facesse per sua devozione fabbricare

sul medesimo poggio, più in piccolo, una immagine della basilica romana;

questa chiesa protetta dalla religione dura anco adesso, ma non ha guari

ebbe mozza la cuspide del campanile o per timore di ruina, o per altra

causa a me ignota.

A Roma Gianluigi si accontò col cardinale Trivulzio protettore dei

Francesi, il quale senza dubbio lo avrà con efficacissimi discorsi

inanimito alla impresa; quali essi fossero io ignoro; altri sasseli,

beato lui! Ma certo, che il Cardinale, come altri immagina, ricontasse

al Conte la storia di casa sua non parmi che fosse, imperciocchè sarebbe

stata perdita di tempo espresso dandomi a credere che Gianluigi la

dovesse sapere un poco meglio di lui. Ai retori succedono, più trista

genia, i calunniatori, i quali dopo averci ritratto il Conte di

ambizione e d'ingegno sfasciato, ora ce lo affermano in balía della

Francia, a patto che al fratello Girolamo si commettesse la condotta di

sei galee; a lui quella di duecento uomini di arme pagati per la difesa

di Montobbio, e il comando di non so quanti cavalli col soldo di

dodicimila scudi l'anno: aggiungono però si riservasse a ratificare il

contratto dopo il suo ritorno a Genova, e parrebbe per conferirne

assieme ai suoi fidatissimi; tuttavia non la contano così, e ci dicono,

che tocca appena Genova, approvò addirittura ogni cosa mandando Antonio

Foderato a Roma co' capitoli sottoscritti; così, dopo avere reso vana

ogni consulta, per opinione di cotesti strani storiografi, egli se ne

aperse col Verrina, e lo ricercò del suo parere; questi lo ripiglia

severo; turpe ammazzare il nemico e fuggire; gli stessi Francesi, come

uomo di animo feroce e codardo, lo avrebbono tolto in dispregio; che

Giannettino si trucidi sta bene, e con esso Andrea, Adamo Centurione, il

suo figliuolo Marco e i maggiorenti della terra, ma col braccio del

popolo ha da rifare uno Stato a modo suo, ed egli mettersene a capo; in

Genova nè Spagnuoli, nè Francesi: quanto a lui non intendere mutare

soma, bensì volere libertà. Dopo questo discorso, fingono, che Gianluigi

si pentisse dei capitoli sottoscritti, e mandasse in fretta un servitore

su le traccio del Foderato per chiamarlo indietro. Stupide cose

abboccate da uomini stupidi non meno che tristi. Sappiamo di loro, e

fermiamoci a tanto, che il concetto del Conte, non anco bene disegnato

circa alla sua estensione, per ora non si stringeva a meno, che a

sostituire sè nella signoria di Genova; poi da cosa nasce cosa, e il

tempo la governa.

Affermano eziandio, che Gianluigi si riducesse circa a quel torno, e non

si sa perchè, a Montobbio per consultare la cosa con Giovambattista

Verrina, Vincenzo Calcagno, e Raffaelle Sacco: se ciò fu, pensa se

coteste consulte avessero a tenersi segrete, nondimanco ci ha scrittori

che sanno di che negoziassero, e quali ragionamenti tenessero senza

preterire una virgola. Intanto giovi dire chi costoro si fossero: già

qualche cenno intorno al Verrina toccammo di sopra: vari i racconti, e

più vari i giudizi allora e poi circa a questo uomo; secondo gli

scrittori parziali al vivere libero, o sviscerati alla monarchia più o

meno tirannica, diventa eroe cascato fuori dalle pagine di Plutarco, o

ladro, che per angustia di averi, per appetiti di vizii desiderava

sovvertire la città per mettere le mani su quel di altrui; a noi non

comparisce degno di tanta lode e nè di tanta infamia; dai pochi

frammenti che ci avanzano dei suoi costumi arduo ricomporne figura

intera; pure possiamo affermare, ch'ei fosse di nobile schiatta, e lo

ricaviamo da questo, che, preso a Montobbio, gli mozzarono il capo

assieme al conte Girolamo Fiesco, mentre il Cangialancia impiccarono;

ora è noto come la testa tagliata costituisse un privilegio di nobiltà;

appendevansi i plebei: appo gl'Israeliti ed in China, all'opposto i

maggiorenti strangolano e strangolavano, i plebei decapitarono e

decapitano; e' sono tutte opinioni. Tra noi più di un patrizio provò a

questo modo la gentilezza della sua prosapia; se il carnefice ne dovesse

fare le maraviglie tu pensa, il quale, spiccando un capo dal busto, non

si sarà mai creduto dalle milla miglia coniare pei posteri del

giustiziato un diploma di nobiltà. Fandonia, ch'ei patisse inopia di

averi, accordandosi la più parte degli scrittori com'ei provvedesse il

Conte di denari, onde taluno che ciò confessa e pur persiste a

sostenerlo misero, ad evitare la contraddizione racconta, che egli gli

accattasse dagli amici, e non si accorgono che l'uomo industre, il quale

trova credito presso gli amici facoltosi, prima ha da ispirare di sè

buona estimazione, e poi, che con questi aiuti di leggieri si cava di

angustie: pertanto nobile, e di sostanze per nulla al verde, sembra che

piacesse al Verrina promovere sempre le parti del popolo, onde si

argomenta, che quanto a lui potesse essere affatto generoso il fine

propostosi: abitando egli in Carignano pigliò usanza con Gianluigi, ed

avendo agio di trattenersi seco lui domesticamente, vuolsi credere, che

questi nei consigli si accordassero: per sua interposizione il Conte

potè trattare col popolo cattivandosene lo affetto, mercè le carezze e i

benefizi: trovatosi insieme col consolo dei tessitori Sebastiano

Granara, volle informarsi intorno allo stato dell'arte, e sentendolo

ridotto al verde, scarsi i lavori, i salari grami, e pel caro del vivere

parecchi operai versarsi nella inopia, gli raccomandò, mandassegli i

bisognosi al palazzo, non già in frotta, bensì alla spicciolata, i quali

andati, dopo avergli compianti furono da lui amorevolmente avvertiti a

rammentarsi come la casa Fiesca dimostrasse in ogni tempo viscere pel

popolo: di presente pigliassero dai suoi fattori grano a credenza;

pagherebbonlo a miglior fortuna: alle necessità della famiglia

sovvenissero; solo desiderare, che ciò non si divulgasse, perchè Dio non

conta la carità ambiziosa, la quale riceve la sua mercede nella superbia

appagata: altri all'opposto afferma, ch'ei ne chiamò alcuni pochi in

palazzo, e questi tutti sudditi suoi, a cui pose mensa, ed essi

mangiarono e bevvero, e poi caldi di vino gli si proffersero largamente:

non negano la esibizione del grano, ma accertano, che fu da tutti

rifiutata; più bello il secondo racconto, più vero il primo. Insomma il

Verrina s'industriò per modo, che Gianluigi venne presto in cima allo

amore del popolo. Ci è chiaro altresì che della congiura fu parte

principale il Verrina, avendone sicuro riscontro nelle lettere di

Raffaelle Sacco che pauroso, il Verrina lo aggravasse nelle sue

deposizioni, offre giustificare come costui fosse autore, capo, mezzo, e

fine della congiura[11]: uomo costante lo manifestano lo studio di

mantenere la parte Fiesca nell'avversa fortuna, la pertinacia a

combattere per la causa della libertà, e finalmente la morte incontrata.

Di più, per ricerca che mi abbia fatto, non trovai, e dettando storie di

più non aggiungo.

Anco su Vincenzo Calcagno le notizie ci vennero scarse: nato in Varese,

si accomodò prima per paggio con Sinibaldo padre di Gianluigi; morto

Sinibaldo, durò col figliuolo in officio di cameriere. Gli scrittori,

massime moderni, per aggruppare figure, come i dipintori costumano nei

quadri, spiccanti per contrasto, dopo averci ritratto Verrina arruffato,

ci danno ad intendere il Calcagno mite e amico del lieto vivere; noi

possiamo credere ch'ei col suo padrone fosse un'anima ed un cuore; per

lui visse, morì per lui.

Quanto a Raffaello Sacco, egli era, come dice, savonese, e studiò legge;

negli Stati del Conte tenne ufficio di giudice; poi Gianluigi se lo

tolse appresso in condizione di auditore; egli seguì la fortuna del

Fiesco non senza mistura d'interesse privato, chè parteggiò pel re di

Francia, un po' perchè col favore di questo sperava salire in grandezza,

e un po' pel rancore che ogni Savonese sentiva allora per Genova; costui

fu compagno al Conte in Roma e a Piacenza, e intervenendo ad ogni

trattato, gli parve che il Conte, sovvenuto da Francia, dal Papa e dai

Farnesi, non potesse sinistrare, e s'ingannò; per la morte di Gianluigi

non tenne disperate le cose; di fatti nel febbraio del 1547, scrivendo a

Girolamo Fiesco a Montobbio, lo confortava a mostrarsi animoso perchè di

_qua ci hanno molti amici_, e metta il tempo a partito per munire e

rafforzare il castello; del resto stia gagliardo, che forse, _se Dio

vorrà, il mondo potrebbe havere un'altra faccia questa state, e farsi

vedere uomo valente così con gli amici come co' nemici_. Speranze di

fuorusciti; andato tutto alla peggio, vedemmo come si sbracciasse a

riversare la colpa sopra Verrina, e smanioso che questi possa

acquistarsi fede, si rammarica di essere perseguitato perchè savonese;

con tali invenie, confidando tornare in grazia agli offesi, o almeno

essere perdonato da loro; anco queste illusioni di fuori usciti. La

debolezza del Sacco però non vuolsi vituperare come infamia, chè lui

scusano la moglie e i figli in miseria, la potenza dei Doria che lo

cercavano a morte, e la natura nostra, la quale, pei lunghi infortunii,

anco tra i più gagliardi sbigottisce: traditore non fu, al contrario

fedele ai Fiesco fino alle ultime prove, poi prevalsero nell'animo suo

cure di sè e della famiglia.

Se, dopo questi, altri partecipasse alla congiura io credo di sì; di

fatti taluni si rammentano sparsamente in questa storia, e frugando

trovo eziandio nominati Gasparo Botto, Francesco Curlo detto Becchino,

Benedetto Cirese, Girolamo Magiolo, Francesco Verze, e Pierfrancesco

Fiesco, questi di _Genova_; Scipione Carsetto, Girolamo Sacco e

Francesco Macchione questi altri del dominio di _Genova_; nè certo i

soli, però, a parere mio, con questa distinzione, che parecchi la

conoscessero nei generali, e la assentissero; nei particolari pochi, e

forse i soli tre prima ricordati, e di ciò porge testimonianza lo stesso

Sacco quando si confessa in colpa di avere taciuto, non gli parendo

ufficio di uomo dabbene sventare cose onde il suo padrone ne avesse a

perdere lo Stato e la vita, come _anco non lo hanno fatto altri, che

pure lo sapevano ed avrebbono potuto palesarle, e non di manco stanno

nei loro letti_.

La consulta di Montobbio è riportata da quasi tutti gli storici, ed in

taluni comparisce amplificazione rettorica, in altri (questi più

parziali pei Doria) un misto di rettorica e di malignità. Quegli

immagina al Verrina oppositore il Sacco spaurito e tremante, questi,

meglio avvisando, dacchè il Sacco, compagno di Gianluigi nelle sue

pellegrinazioni politiche, doveva ormai essere domestico così nella

congiura da non sentirsi venire la pelle di oca a favellarne, mette da

parte il Sacco e gli surroga il Calcagno, uomo che, dal padrone in

fuori, non vedeva più in là, a' cenni del quale teneva affilate anima e

spada: naturalmente i consigli del Verrina s'immaginano tutti immani:

secondo lui agevole cogliere la città alla sprovvista presidiata da soli

duecentocinquanta soldati, di cui almeno venti sudditi suoi; le galee in

darsena custodite da poca guardia; le armi chiuse nell'arsenale del

Doria. Il Sacco (così messer Cappelloni segretario di Giovannandrea

figliuolo di Giannettino) rispondendo comincia col dire che gli tremano

le gambe sotto (e se fosse uomo da tremargli le gambe lo dimostra la

lettera scritta al conte Gerolamo a Montobbio), parere facili i partiti

rischiosi, ma poi tal bove crede andare a pascere e va al macello; i

Genovesi amare la libertà, ed essi volerneli privare! Da troppe cose

doversi essi guardare, dalla fedeltà di Genova per Andrea, dal nome, e

dalla solerzia di lui; superati questi pericoli, dalla esecrazione

universale, e dalla pubblica vendetta: impossibile che principi, o vogli

italiani o vogli forestieri, consentissero ingrandire il Fiesco: inoltre

doversi porre mente allo erario disperso, al banco di San Giorgio messo

a ruba, alla iattura della pubblica e della privata fortuna, rotti i

commerci, guaste le industrie, nabissata la città; e, posto ancora che

tutto andasse in filo di ruota, e come presumeva il Conte che il popolo

genovese lo acclamerebbe padrone? — Questo dabbene segretario ebbe

avvertenza a ogni cosa; come vedete non lasciò tasto senza toccarlo.

Verrina allora si fa piegare da lui a partiti più cauti, non però meno

feroci, e s'immagina che suggerisse nella massima parte le provvidenze

ammannite dalla sagacia dello astuto Conte.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 4 / 21 段