Cause dei successi umani molteplici. La scuola storica italiana è

sperimentale: a questa bisogna attenerci. Cariatidi, che sieno e

donde ci vengono. Nobiltà, stato e condizioni del conte Gianluigi

Fiesco. Calunnie in obbrobrio di lui. Di Catilina, e parallelo

tra questo e Gianluigi. Cause vere e finte dell'odio di Gianluigi

contro Giannettino Doria. Giannettino Doria e sue qualità. Umori

dei cittadini; patrizi, popolo grasso e popolo minuto. Tessitori

di Genova. Paolo III e i Farnesi incitatori della congiura del

conte Fiesco. Cause di odio dei Farnesi contro lo imperatore e

contro Andrea Doria. Negozio della eredità e del vescovo

imperiale Doria. — La ruota romana giudica contro Andrea. Andrea

piglia al Papa quattro galee a Civitavecchia e quello che ne

segue; il Doria per ultimo ottiene intera la eredità del Vescovo.

— Cause speciali di nimicizia tra Roma e Carlo V. — Francia,

smaniosa di rifarsi, eccita il conte a tentare novità. — Novelle

intorno al tempo del proponimento di Gianluigi di tramare la

congiura. — Smania d'imitazione del secolo decimosesto. — Dei

fini della congiura veri o verosimili. — Il duca di Piacenza

vende quattro galee al Fiesco, e a quale scopo: patti della

vendita: quale il prezzo delle galee. — Se il Papa sentisse

volentieri questo negozio. — Palazzo del Fiesco. — Il Fiesco a

Roma s'indetta col cardinale Trivulzio protettore dei Francesi,

inverosimiglianza delle capitolazioni fatte tra loro. Supposta

consulta tra il Fiesco e il Verrina. — Pretesa consulta di

Montobbio. — Chi fosse Giovambattista Verrina; chi Raffaele

Sacco; chi Vincenzo Calcagno. — Diploma di nobiltà largito dal

carnefice. — Sebastiano Granara e i tessitori genovesi. —

Larghezze del Conte al popolo. — Verrina principale autore della

congiura. — Se il Sacco fosse uomo codardo. — Quali i complici

della congiura rammentati dalla storia e dai ricordi del tempo. —

Gianluigi in grazia della gente Doria. — Domanda licenza ad

Andrea di mandare in corso una galera e ne ha repulsa, ne

richiede Giannettino e l'ottiene. — Il Conte mette gente in

città. — Il duca di Piacenza tiene 5000 fanti ai confini pronti a

entrare su quel di Genova. Di ciò avuto indizio il duca di

Firenze, ne avvisa invano l'Imperatore. — Si esamina se sieno

verosimili certi partiti che si suppongono proposti di ammazzare

i Doria. — La notte del 2 Gennaio destinata ad eseguire la

congiura. — Arti del Fiesco per ingannare Giannettino, e lo

inganna. Avvisi del Gonzaga e del Figuerroa al principe Andrea

che non gli attende. — Gianluigi visita Andrea infermo, e lo

inganna. — Altri avvisi di Giocante Corso, e quello che ne segue.

— Gianluigi tentato si schermisce. — Perchè Andrea s'ingannasse a

giudicare il conte Fiesco. — Forza di animo del Conte e suo

giocare col cavallo sotto i balconi al Doria. — Operosità di

Gianluigi; raccomanda la moglie al Panza; ode i rapporti del

Calcagno; si acconta col Verrina; manda a invitare gente a cena,

vanno e sono chiuse a chiave; suo discorso ai convenuti. Tutti si

chiamano parati a seguitarlo tranne due; chi dice tre; vogliono

ammazzarli, il Fiesco non lo patisce. — Si presenta alla moglie e

le svela la congiura; parole che ha con lei; si parte crucciato;

dopo vestite le armi si presenta ai congiurati, che lo accolgono

plaudenti. — Si movono, ma prima il Conte torna alla moglie, che

non si conforta. Augurii contrarii; singolare insistenza del suo

cane. Quale strada ei tenesse. Cornelio piglia la porta

dell'Arco; Ottobuono quella di san Tommaso; Gianluigi al ponte

dei Cattanei trova la galea incagliata; è tolta d'impaccio; tenta

avere la porta della Darsena per frode e non riesce; occupa a

forza di arme quella del vino; dalla galea e dalla porta si versa

gente in Darsena. — Girolamo spedito a levare a rumore la città.

— Le ciurme tentano rompere la catena, la plebe corre a

saccheggiare le galee; pericolo estremo; accorre Gianluigi al

riparo; passando di galea in galea casca, sopra lui tre soldati a

rifascio; muoiono tutti. — Sacco delle galee, galeotti affricani

rotta la catena si salvano su la Temperanza invano inseguita da

due galee del Mendozza; galeotti servi della pena irrompono in

città: orribile tumulto. — Madonna Peretta, desta al rumore,

avvisa Giannettino, che, ito a speculare, rimane morto alla porta

di san Tommaso; chi lo ammazzasse. — Se Gianluigi bramasse

sangue. — Tristizie di mali scrittori per torgli il merito della

generosità. — Costanza di animo del vecchio Doria unica; monta a

cavallo e arriva a Sestri; lì conosciuta la morte di Giannettino

spedisce corrieri a Cosimo duca di Firenze e al Gonzaga vicerè di

Milano; poi per mare a Voltri, donde si chiude a Masone. — Taluni

patrizii dei più animosi convengono al palazzo; chi fossero; ci

si trovò anco lo storico Bonfadio. — Figuerroa oratore di Cesare

vuol fuggire, è trattenuto dal Lasagna che lo conduce in palazzo.

— Chi fosse il Lasagna e natura della borghesia. — Provvidenza

della Signoria; gente mandata a pigliare lingua a san Tommaso

percossa e messa in fuga; ripara in casa Centuriona; torna a

mettersi in cammino, dalla porta di san Tommaso è respinta

malconcia. Il Lomellino preso si libera. — Altre provvidenze

della Signoria per difendersi. — Il conte Girolamo a san Siro;

gli annunziano la morte del fratello; deliberano egli prosegua la

impresa in terra; il Verrina torna alla galea per vigilare il

porto, e tenere aperto alla salute uno scampo. — Signoria manda

deputati a intendere la mente del Fiesco; atterriti tornano

addietro; il Riccio ammazzato allato al cardinale Doria. —

Seconda deputazione; corre pericolo essere messa alle coltella;

rimane Ettore Fiesco, il quale favellando con Girolamo scopre la

morte di Gianluigi; udite le proposte di Girolamo va a riferirne

in palazzo. La Signoria ripiglia cuore. Sul giorno Girolamo non

vedendo comparire risposta si avvia ad assalire il palazzo, dove

capita Paolo Panza: commissione che gli dà la Signoria. Il Panza

offre perdono intero ed a tutti, purchè sgombrino dalla città.

Girolamo accetta, e si ritira a Montobbio. Verrina, Ottobono e

Calcagno su la galea si salvano a Marsiglia. — Fine della

congiura. La Signoria manda a richiamare Andrea, che torna in

sembianza misericordioso; ma si smentisce presto; vuole il

cadavere di Gianluigi appeso alle forche: dissuaso da' suoi, gli

nega sepoltura cristiana; lasciato a marcire là dove cadde, dopo

due mesi sparisce. — Condoglianze e congratulazioni del Papa e di

Pierluigi Farnese; il Doria si allestisce a dimostrare all'uno e

all'altro la sua gratitudine. — Trattati tra Agostino Landi e il

Doria per ammazzare Pierluigi. Il Farnese e il Gonzaga giocano di

scherma per ingannarsi a vicenda, e non fanno frutto. — Lo

Imperatore manda il Mendozza per condolersi col Doria, e

fintamente anco egli. — Provvisioni di Cosimo duca di Firenze per

soccorrere il Doria, le quali furono sincere perchè gli scottava

ogni moto per la libertà vera o finta che fosse. Danni del Doria;

piglia danari in accatto da Adamo Centurioni; prepone Marco

figliuolo di Adamo alla condotta dell'armata. Quanta parte delle

spoglie dei Fieschi si appropriasse Andrea; e quanta il duca

Farnese e quanta il Papa. Singolare offerta di un Giulio Landi.

Ogni rimanente sostanza di Gianluigi Fiesco va divisa fra la

repubblica di Genova, Antonio e Agostino Doria ed Ettore Fiesco.

Lo Imperatore ripiglia Pontremoli. Valditaro, prezzo di sangue,

all'ultimo tocca ad Agostino Landi. La tradizione sola indica il

luogo dove sorgeva il palazzo di Vialata. — Il conte Girolamo

munisce Montobbio e vi convengono per le difese Verrina e

Calcagno. Andrea insta perchè al Fiesco, e agli aderenti suoi,

non si osservi la fede e non l'ottiene. — Proponesi dal Senato a

Gerolamo Fiesco la cessione di Montobbio per cinquantamila scudi,

che viene rifiutata; allora si dichiara la guerra. Assedio ed

espugnazione di Varese e di Cariseto; il castellano Nicelli notte

tempo scampò co' terrazzani e i soldati. Provvisioni grosse per

la guerra; quali li ufficiali eletti; timori del Senato genovese.

Si descrive Montobbio; l'assedio va male; si pende a smetterlo,

ma la morte di Francesco I re di Francia, e i soccorsi di Firenze

e di Milano confermano gli animi; si ripiglia l'assedio; estreme

fortune degli assediati; ributtansi i patti. Nuovo esempio di che

sappia la protezione dei reali di Francia. — Gli assediati si

arrendono. — Strage per impeto e sono le meno infami. — Ragioni

per mettere fine al sangue; lettera pietosissima di suora Angiola

Caterina Fiesco. — Il Figuerroa oratore di Cesare sollecita dal

Senato lo sterminio del Fiesco e degli aderenti suoi, e la

spunta. S'instituisce come si suole un infame simulacro di

processo; i condannati si appellano; i giudici domandano al

Senato, che cosa si abbiano a fare, e il Senato spedisce la

risposta col boia. Girolamo Fiesco e Giovambattista Verrina hanno

il capo mozzo; il Cangialanza è impiccato. Di Cornelio Fiesco

ignorasi il fine. Unico risparmiato dalla fortuna nemica Scipione

Fiesco. — Ottobuono Fiesco è preso a Porto Ercole; consegnasi al

Doria, il quale lo fa mazzerare. — Infamia di scrittori. —

Ritratto del Doria in sembianza di percotere un gatto e perchè. —

Immaginazioni di romanzieri e di poeti intorno alla Leonora Cybo

moglie di Gianluigi Fiesco: sposa in seconde nozze Chiappino

Vitelli soldato di Cosimo duca di Firenze; alloga danaro a

interesse sul banco di San Giorgio. — Se la congiura di Gianluigi

potesse riuscire; cause per le quali gli scrittori parziali al

Doria negano; si esaminano queste cause e si confutano; primo a

balenare nell'amicizia verso il Doria sventurato fu l'imperatore

Carlo V. Amicizia di re che valga; ragione di Stato, che sia, e

quello che diventi l'anima dei principi ai fieri rudimenti di

questa.

Raro o non mai la causa degli accidenti comparisce unica e semplice: per

lo contrario noi li vediamo derivare ordinariamente da cause multiformi

e complesse di cui talune lasciano traccia, ed altre no, o perchè la si

perde, o perchè sia incapace di segno sensibile; le prime si conoscono

meglio dai presenti come più materiali, le seconde per avventura meglio

dai posteri, imperciocchè spettando più al giudizio, questo cammina

quasi sicuro, quando gli effetti appaiono nella massima parte, od in

tutto compiti. Però, a fine che la fantasia non usurpi il campo della

speculazione storica, tu farai di raccogliere con molto studio i fatti,

cernirli, e t'industrierai a operare sì che il giudizio assai da vicino

gli ormeggi non tanto per le considerazioni, che spillano, per così

dire, dalle loro viscere, quanto per le altre, le quali nascono dal

confronto di fatti di natura conforme. Ai giorni nostri s'industriarono

parecchi surrogare alla scuola sperimentale italiana, con titolo

ambizioso, una maniera di scienza, che non è propriamente metafisica, nè

poesia, e che tuttavolta guasta ad un punto metafisica, storia e poesia;

ed abusando costei della facoltà che possiede chiunque viene dopo di

stendere la vista sul passato cavandone concetti generali, s'inerpica a

suo mo' su per le cime degli arbori stampandoti astrattezze singolari e

strane che annunzia al mondo col titolo di sistemi.

I padri di questa maniera portati, innamorandosene come suole oltre al

giusto, si danno per la storia in cerca di fatti, che trovati poi

sottopongono a sostegno dei mostruosi edifizi a modo di _cariatidi_[9]

con iscapito inestimabile così della verità delle cose come del giudizio

degli uomini. A noi, cui siffatta scuola non piacque mai, e parci a

dritto, recheremo la storia della congiura di Gianluigi Fiesco, e delle

cause che la generarono, col metodo appreso dai nostri maestri d'Italia.

Il conte Gianluigi Fiesco, nato di nobilissima stirpe, contava nel

millecinquecentoquarantasette venticinque anni, bello era e biondo, di

poca barba, e di aspetto gentile; gli fu padre Sinibaldo, mostratosi

sempre, mentrechè visse, assai parziale al principe Andrea, o perchè

veramente lo amasse, o perchè, così fingendo, gli paresse provvedere

meglio alla sicurezza ed alle comodità sue; difatti corre fama

credibile, che lo imperatore Carlo pei conforti di Andrea, lo

investisse, o piuttosto lo facesse investire dal duca di Milano, del

feudo di Pontremoli per fellonia del conte di Noceto ricaduto alla

camera imperiale: però i suoi maggiori seguitarono sempre co' Grimaldi

parte guelfa, e fieramente furono avversi al Doria ed agli Spinola

perpetui ghibellini; nè senza ragione, come non senza pro, imperciocchè

la casa Fiesca noverasse ben quattrocento mitrati tra vescovi e

arcivescovi, parecchi cardinali e due papi, nè, a crescerne la superbia,

mancavano fregi laicali, chè si faceva vanto di aver dato alla Sicilia

anco un re. Lo stato del giovane conte, non tanto da costituirlo

principe di corona, pure era superiore a quello che a privato cittadino

convenga; di vero egli è certo che esercitasse dominio baronale sopra

trentadue o trentatrè castella la più parte munite di rocche e di

artiglierie: attorno a Genova possedeva terre dalla Polcevera fino a

Sestri e a Moneglia; poi in Lunigiana, poi in Lombardia; sudditi molti;

rendita infinita[10]. Fra le tristi condizioni questa sperimentiamo

pessima come quella che, facendoti impaziente della civile uguaglianza,

ti spinge all'acre voluttà del dominio, massime poi, se altri si attenti

accenderti con l'emulazioni e i soprusi. Nato a questo modo e cresciuto

Gianluigi, agevole cosa è credere, che fumasse di superbia, la quale,

dicono con molto fondamento di verità, venisse in lui fomentata dalla

madre Maria, dacchè anch'ella nacque e crebbe tra fasti pari, forse

maggiori, come quella che usciva di casa della Rovere, onde si trovava a

partecipare della grandigia di due famiglie magnatizie, nè la modestia

era mai stata il pregio di quella della Rovere. Quali i modi, e quali le

parole adoperate da cotesta femmina per serpentare il figliuolo noi

ignoriamo; pure a immaginarseli facile, che le passioni, quantunque con

forme più o meno rudi, si manifestino in ogni tempo tutte ad un modo.

Riferiscono altresì che il giovane conte, anco senza pungolo, sarebbe

stato portato a immanità, però che molto si dilettasse nella lettura

della Catilinaria di Sallustio, della vita di Nerone dettata da

Svetonio, e delle opere di Niccolò Machiavello; ma tu abbi queste accuse

in conto di novelle, che i vili seguaci della fortuna prodigano sempre

in biasimo dei vinti: se il Fiesco restava di sopra, chi sa di quanto

improperio andrebbe gravata la memoria di Andrea, e per opera di quei

dessi! Nè queste le sole, chè gli furono cortesi del moto irrequieto, e

del torbido sguardo di Catilina, e miseria, e libidine come a Catilina

spinta fino al delitto. Anco Catilina fu vinto; e il vitupero di lui,

non la storia scrissero i patrizi suoi nemici: però così di fuga, circa

a Catilina meritano considerazione queste due cose: ch'egli morì in

battaglia da eroe, e che la repubblica romana quinci a breve ruinò pei

vizii di quei medesimi, che a Catilina gli rinfacciavano.

Comunque fosse di Catilina, troppo dista il romano dal patrizio

genovese; e fie utile a chi legge, caro a noi, mettere qui un breve

parallelo, scritto sopra le traccie di Jacobo Campanaccio, uomo non

volgare, nè timido amico della verità, il quale, composto un libro di

questa congiura, lo dedicò a Ferdinando Gonzaga. Lucio Sergio Catilina,

e Gianluigi Fiesco sortirono inclito sangue: di ambizione, e di audacia

pari; a prevalersi della discordia dei cittadini, industriosissimi

entrambi: in ambedue si videro di non poca virtù mirabili segni: ancora,

l'uno e l'altro nello studio di conciliarsi gli animi col facile

costume, coll'ossequio, co' benefizii e coi doni, singolari. Nelle cause

del fare diversi, chè mosse, a quanto sembra, Catilina la povertà del

censo, e quantunque conoscesse scelleraggine, niente altro che

scelleraggine essere la sua, nondimanco si ostinò a commetterla;

spinsero all'opposto il conte Fiesco la invidia, la emulazione,

l'alterigia propria, la impazienza dell'alterigia altrui, la cupidità di

gloria: forse altre cause incognite sì, ma non ignobili, le quali tutte

ebbero virtù d'impartire al delitto specie di generosità. Ecci altresì

chi afferma le angustie di pecunia avere fatto forza al Conte, il

Bonfadio tra questi; ma come non fu vero, così non è verosimile;

conciossiachè stando anco a quello che dicono, essere il suo patrimonio

gravato di ventimila scudi di debito, che cosa montano essi per chi

possiede trentatrè castella? Nè torre danaro in presto denota sempre

inopia, bensì talvolta bisogno di sopperire a spesa non presagita e

straordinaria, ed abbiamo veduto Andrea stesso accattarne dal

Centurione, da Erasmo Doria, dal Pallavicino, e da altri. Come nelle

cause, se vuolsi favellare il vero, nelle forme e nei modi furono

disuguali Catilina e il Fiesco; il primo per aggrondatura terribile, e

per occhi chiazzati di sangue, pallido in faccia, e stravolto sempre;

l'altro di aspetto giocondo, piacevole, dignitoso ad un punto e venusto.

Catilina anco prima della congiura infame per libidini e delitti, anzi

reputato vesano; Gianluigi al contrario sariasi in ogni tempo tenuto

incolpevole, in mezzo poi al tempo in cui visse, santissimo, però che

non sia vero, e non si trovi scritto su verun libro ch'egli

amoreggiasse, come fingono romanzieri e tragedi, con la sorella di

Giannettino, ed invece ci trovi la moglie Leonora gli fosse sommamente

diletta. Catilina ebbe usanza con uomini rotti a mal fare e perduti, e

questi a tutti gli altri antepose; diverso il Fiesco scelse alla opera

compagni cuori di salda fede, e nello amore di patria forse più sinceri

di lui. Il Fiesco giovane supera Catilina attempato nella callidità,

nello ingegno, e nella costanza, avendo saputo con sagacia stupenda

allestire le forze della moltitudine, e mantenere la segretezza,

difficile eziandio nei pochi, per modo che anco Cicerone ne sarebbe

stato preso; però che, se vogliamo giudicare senza passione, a scoprire

la trama di Catilina troppo più contribuiva la insania di lui, che la

solerzia del Consolo. Catilina giacque vinto dagli uomini, Gianluigi

dalla fortuna: per ultimo Catilina prese le armi contro la patria, il

Conte forse per sè, ma contro la patria non mai.

In quei dì corse il grido e Gianluigi ci credè, o finse crederci, e

forse artatamente fece spargerlo egli stesso, che Giannettino Doria

gl'insidiasse la vita, avendo procurato parecchie volte propinargli il

veleno, e poichè in questo non era riuscito, avere, per ultimo, commesso

al capitano Lercaro, che, appena chiudesse gli occhi Andrea, lo

ammazzasse. Non ci era bisogno di tanto perchè Gianluigi pigliasse in

odio Giannettino, comparendo anco questi giovane, e bello, quantunque di

bellezza affatto disforme a quella del Conte, ch'ebbe persona robusta,

capelli neri, occhi grandi ed azzurri, e nella faccia più espressione

d'imperio, che di bontà; tristo veramente non era, senonchè l'abitudine

del comando gli aveva dato modi risoluti troppo ed acerbi: di sè

presumeva molto, nè a torto, che per le prove sostenute in terra e in

mare era dagli amici del pari, che dai nemici tenuto degno di succedere

ad Andrea, non senza fiducia, che lo avesse a superare, e già egli lo

aveva eletto suo luogotenente: quanto allo Imperatore, non era dubbio

che, morto Andrea, gli conferirebbe titolo e grado di ammiraglio.

Quindi comparirà naturale come il Conte sentisse accendersi in cuor suo

il desiderio di emularlo, non gli sembrando essere, e non essendo punto

sotto di lui per istato, e per attitudine a operare cose illustri. Negli

uomini meccanici e bisognosi, la gara nasce per la soddisfazione dei

volgari appetiti della vita, nei gentili poi e nei ricchi, per cupidità

di gloria e di comando; onde gli Stati, se intendono godere pace,

bisogna che, non solo non chiudano, bensì all'opposto procurino tenere

sempre aperte le strade ai cittadini per lo esercizio delle peculiari

loro ambizioni; altrimenti la gara impedita degenera in invidia, e le

forze dei privati in contesa fra loro, invece di aumentare la patria, ne

perturbano il quieto vivere, le industrie e i commerci, e

coll'offenderne le leggi, e soperchiarne i magistrati, la spingono a

inevitabile perdizione. Arrogi che Andrea, procedendo sempre con vesti

dimesse, non si mostrando per le vie con maggiore compagnia, che di un

servo, professandosi in palese osservantissimo della legge, poteva

gettare a molti polvere negli occhi, non però a tutti; chè non mancavano

di quelli, che i modi suoi co' modi di Cosimo il vecchio dei Medici

paragonassero, e sapessero com'ei di nascosto allungasse le mani sopra

le leggi e sopra i magistrati, lento e cauto gettando le fondamenta

della grandezza della propria famiglia; senonchè Giannettino veniva

talora a guastargli i disegni con le iattanze soldatesche, e le

improntitudini proprie dei guastati dalla fortuna; che per le vie

passava rumoroso pel codazzo di una turba di staffieri: il nugolo dei

parasiti, e degli adulatori, com'è da credersi, non lo lasciava un

momento; egli splendido di vesti sfoggiate, orgoglioso, insultante, ed

anco a sprazzi benefico; ma gli oltraggi nocevangli, e non lo

avvantaggiavano i doni, perchè balestrati là come se fossero sassate; nè

cotesti modi incivili recavano molestia agli emuli ed ai pacifici

cittadini soltanto, bensì ancora agli stessi amorevoli della casa Doria,

i quali, pensosi delle proprie fortune, ed anco di quelle della patria,

ne avvisarono Andrea, che, secondo il solito dei vecchi, si metteva in

quattro a difendere Giannettino a lui più caro delle pupille degli

occhi.

Nè la città pativa difetto di pessimi umori; all'opposto ce n'era di

avanzo; oltre la domestica tirannide minacciata da Giannettino, quel

sentirsi di dì in dì stretta maggiormente dagli ugnoli dell'aquila

imperiale, tornava a molti fuori di misura fastidioso. La spartizione

dell'autorità dello Stato si trovava a fin di conto essersi fatta tra

nobili e nobili, e fra questi anco in misura non giusta, per guisa che i

vecchi del portico di San Pietro, soperchiando in virtù della legge i

nuovi del portico di San Luca, questi, di quanto tolsero loro le leggi,

si erano rifatti a furia di brogli, donde gozzaie presenti, con pericolo

di peggio per lo avvenire: il popolo minuto brontolava, imperciocchè

egli volentieri si astenga dalle magistrature per elezione, sentendosene

incapace, ma non intenda a verun patto rimanerne escluso per legge.

Unico contento il popolo grasso, o vogliamo dire i mercanti, ellera

degli Stati, dacchè come l'ellera rompe i muri al punto medesimo che li

sorregge, così i mercanti, mantenendo lo Stato co' guadagni, lo rovinano

con la viltà; nè può negarsi da cui abbia pratica della storia,

insegnandogli questa, che se i patrizi nuocono con l'emulazioni, il

popolo coi tumulti, dei mercanti sia proprio vizio la viltà; a tutto si

accomodano purchè i guadagni camminino: nell'abbondanza vendono molto,

nella penuria caro; alla prosperità forniscono delizie, alla moría bare.

La tirannide che li conosce, quando ha paura, tocca certi tasti di

ordine, e di disordine, che mandano a bene o a male i traffici, e i

mercanti per paura inferociscono, facendo mostra di valore per la tutela

dei fondachi, mentre per la patria non si moverebbero quanto hanno lungo

il braccio. Anco nelle altre classi del consorzio civile occorrono

abietti, i mercanti quasi tutti servi volontari della gleba.

Accortezza, e forse anco spavento persuasero dopo la congiura a far

correre voce, che dei nobili veruno s'indettasse col Conte a caso

pensato, fossero tutti stati colti alla sprovvista: si tentò, che altri

credesse similmente del popolo con poco frutto; chè troppo si conobbe

essere andato d'accordo, però che oltre le cagioni addotte lo stimolasse

la fame, precipuo incentivo a novità, ed, a quei tempi, infiniti gli

operai stanziati in Genova: affermano gli storici quelli della sola arte

dei tessitori fossero trentamila, e mi pare troppo: capo del popolo

Giovambattista Verrina, uomo del quale, a vero dire, non sappiamo molto,

ma che i pochi fatti chiariscono anima antica, e lo stesso biasimo a

forza onesto dei suoi nemici ce lo attestano intemerato cittadino; egli

perpetuo eculeo ai fianchi del Fiesco, o sia perchè entrambi si

proponessero scopo e pratiche pari, o come credo piuttosto, d'accordo

nelle pratiche, differissero, almeno nel riposto animo, sopra i fini

della impresa.

Questi gl'impulsi proprii e domestici; gli esterni non che mancassero

abbondavano; prima di tutti instavano il Papa, e i Farnesi, e questi,

non tanto per odio contro lo Imperatore, quanto contro Andrea; taluno

nega che Paolo III partecipasse alla congiura, ma la è cosa, che non si

può negare: i Farnesi odiavano Andrea, perchè Cesare, conferendo con

esso lui i negozii di Stato, massime d'Italia, egli gli avesse persuaso

a tenersi Milano, e caso mai si trovasse costretto a disfarsene, ne

investisse il genero Ottavio, occupando però con forte presidio i

castelli di Milano, e di Cremona: non mancano neppure di quelli che

disdicono fosse desiderio del Papa di acquistare Milano, e per

conseguente la causa dell'odio contro il Doria, ma e' sono prelati

quelli che lo sostengono, ed attendenti alla Curia romana, come

Apollonio Filareto, il cardinale Pallavicino, ed altri siffatti; pure

anco il Pallavicino accorda che nel congresso di Busseto, il Papa,

poichè ebbe negoziato invano per ottenere che Cesare restituisse il

ducato alla Francia, s'industriò a farlo cedere al nipote Ottavio, e

Margherita di Austria, la quale avvisata in fretta, corse fin là per

sollecitare la pratica; forse la sgaravano, se Ferdinando Gonzaga,

odiatore perpetuo dei Farnesi i quali lo ricambiavano a misura di

carbone, trovandocisi a caso presente non avesse sturbato il trattato.

La storia dei fatti chiarirà meglio il vero; intanto si tenga per certo

che nei tempi, giusta la comune opinione, furono reputati i Farnesi

partecipi e istigatori del Fiesco: i ministri di Cesare lo rinfacciarono

apertamente a Cammillo Orsini dopo la strage di Pierluigi, quasi ad

ammonirlo, che l'uomo, qual semina, tal raccoglie. Oltre questa che ho

detto, tra i Farnesi e il Doria ci fu un'altra causa di dissidio, meno

grave in sè, ma che s'inciprignì per le offese scambievoli: era morto

poco prima monsignore Imperiale Doria vescovo di Sagona in Corsica, e

abbate di San Fruttuoso, ricco, tra le altre sostanze, di molta rendita

per pecunia investita nel reame di Napoli: certo i suoi denari non erano

pochi, ma la fama, come suole, esagerava; però non è da dirsi se la

Curia ci stendesse sopra in un attimo le mani; Andrea, che corsaro era e

genovese, epperò in verbo quattrini punto meno tenero di Roma, chiese

gli si rendessero gli averi del Vescovo, e tutti, e subito. Allora la

Curia romana, almanaccando secondo il solito, sottopose la lite alla

sacra Ruota di Roma; Andrea, persuaso che sarebbe stato un contare le

sue ragioni peggio che agli sbirri, non ci comparve nè manco: infatti i

giudici romani decisero in pro del Papa invocato il santissimo nome di

Dio, e in omaggio della giustizia. Andrea ricorse in appello dinanzi ad

altri giudici, e lo fece mandando Giannettino a Civitavecchia a ghermire

quattro galee del Papa, e rimorchiarle a Genova: e sottosopra, con

giudici diversi, fu giustizia pari. I Genovesi più o meno sbrizzolati

sempre di pinzochero levandone al cielo le stimate, si accalcarono

intorno Andrea per sapere come fosse ita la faccenda; egli rispose: —

L'andò pei suoi piedi, il Papa leva la mia roba a me, ed io levo la sua

a lui; egli che è più forte di me a Roma mi dà il torto co' suoi

giudici, ed io che mi trovo più forte di lui in mare, mi fo ragione co'

miei soldati. — Però al Papa sovveniva un altro partito a cui non aveva

posto mente il Doria, e questo fu di catturare quanti Genovesi si

trovarono allora a Roma, e di staggirne gli averi. Levossene per Genova

infinito rumore, onde al Doria reluttante toccò a cedere, e lo fece a

patto che nel restituire le galee si accordasse di sottoporre la lite a'

giudici convenuti tra le parti. Intanto Roma aveva chiarito la eredità

del Vescovo Imperiale minore della fama, e per di più grave di molti

carichi destinati a sollievo di parenti poveri. Il Mascardo prelato

afferma, che il cardinale Farnese la offerisse al Doria quando che

volesse accettarla in dono da lui; e non è vero; il Sigonio al contrario

narra, che il Cardinale gli proponesse di fare a mezzo (probabilmente

quando era sicuro di perdere l'intero) e questo arieggia meglio

all'avarizia di Roma; ma Andrea fermo; o tutto o niente. Delegata la

causa al Nunzio di Napoli, questi per manco di scandolo, la decise in

via sommaria a favore di Andrea.

Milano negato al Papa era causa di odio comune contro Cesare e Andrea;

lo spoglio del Vescovo di Sagona causa peculiare al Doria, ma Paolo III

ne aveva altre speciali contro lo Imperatore, per cui intendeva tenerlo

basso non solo a offesa, quanto a schermo della sua prepotenza: lungo

troppo raccontarle tutte, bastino queste più cocenti. Carlo V aveva

percosso di fiere battiture i Luterani, ma piuttosto in pro della

propria autorità, che per interesse di Roma, alla quale egli non gli

costringeva umiliarsi, o almeno quanto pretendeva la Curia; non recava

minore cruccio vedere come i prelati spagnuoli, rigidissimi in fatto di

religione, avversassero a spada tratta le prerogative della Chiesa nel

Concilio di Trento. I Papi, da molto tempo in qua, non hanno saputo

stare con l'Austria nè senza l'Austria; gli unisce il talento e il

bisogno di opprimere, li separa l'agonia di soperchiarsi.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 3 / 21 段