Nel Piemonte il Davalos non potendo quietare, fece per consiglio di

Andrea la impresa di Mondovì, e la condusse a bene: poi prese Carignano,

e ci mise dentro a difenderlo Pirro Colonna conte di Stipacciano.

Narrano come costui, baldanzoso troppo, si fosse vantato che senz'altro

aiuto lo avria tenuto tre mesi, e non erano anco passati quindici

giorni, che già cominciava a serpentare il Marchese per averne soccorso.

Andrea, consultato dal Davalos, gli scrisse, che dove lo potesse

sovvenire senza pericolo o con poco, sì il facesse, però si guardasse da

ingaggiare battaglia; perocchè, quantunque di fanterie stesse pari al

nemico, ed anco lo superasse, troppo gli appariva inferiore di cavalli;

e poi, la posta che si metteva in avventura non era uguale da entrambe

le parti; correndo pericolo lo Imperatore in caso di sinistro non solo

della Italia, bensì anco della Germania, dove mal domi fremevano i

baroni: era da credersi eziandio che, le cose andando per la peggio, la

lega con la Inghilterra si sarebbe sciolta, dacchè di questa maniera

leghe durino ad un patto, il quale, sebbene non vi si legga espresso,

non per questo le regge meno, ed è, che le parti mantengansi sempre

intere e gagliarde: in fine doversi temere il subbisso che ne verrebbe

dalla cresciuta audacia dei Turchi stanziati a Lione. Giusto in quel

punto che ei stava suggellando la lettera, eccogli sopraggiungere nuovo

dispaccio del Davalos che lo chiarisce della necessità di venire a

giornata: non potere fare a meno di aiutare il presidio di Carignano,

perchè, essendo composto delle tre nazioni spagnuola, tedesca e

italiana, moveva il suo pericolo a inestimabile concitazione l'intero

esercito formato a sua volta degli stessi tre popoli; se i nemici

superavano di cavalli, egli stava sopra di loro co' fanti; e poi, quanto

a cavalli, se i Francesi la vincevano in numero, i suoi andavano innanzi

per prodezza: inoltre doversi da lui senza dimora cavare partito dallo

esercito, conciossiachè non possedendo pecunia da fargli le nuove paghe,

temeva forte gli si sbandasse: e doversi considerare altresì che da lui

si sosteneva la buona causa, intendendo restituire al duca di Savoia

l'avito retaggio usurpatogli a torto dal Re; pessima poi quella dei

nemici, la quale, non solo si faceva fondamento della ingiustizia, ma ed

anco della empietà, avendo chiamato il Turco in aiuto con oltraggio ed

iattura della santa Chiesa. Nonostante questo dispaccio, Andrea mandò la

sua lettera prima scritta, o credesse come consigliava, o fosse per la

ragione, che nota argutamente il maresciallo di Monluc in questa

congiuntura, la quale dice così: — oltrechè tale forse consiglia, come

ho veduto più volte, contro al suo proprio parere, e sè mostra renitente

al detto dei più, per potere poi, se la cosa procede male, dire, per me

fui contrario, e non mancai di avvertirlo, ma non mi vollero dare retta.

Grande fraude e dissimulazione governano il mondo, e nel nostro mestiere

forse più che in ogni altro. —

Questa memoranda battaglia, forse da noi sarà descritta in altra parte;

intanto giovi sapere, che, come al Davalos, così la sconsigliarono al

D'Anghienne, e che come il Davalos, viste le bande dei Tedeschi e la

cavalleria del Baglione rotte, giudicando la giornata perduta si ritirò

a precipizio in Asti, il D'Anghienne del pari mirando lo scempio, che le

picche spagnuole menavano dei Grigioni, e della sua battaglia, o vogliam

dire centro dello esercito, si diede al disperato, e non potendo

sopravvivere alla disfatta, tentò passarsi con la spada la goletta

dell'armatura e svenarsi. Ventura fu, che monsignore di San Giuliano,

mastro di campo, il quale per trovarsi in parte dove poteva vedere lo

insieme della battaglia, notasse come gli Svizzeri e gli archibusieri

guasconi dopo avere vinto il sinistro lato del Marchese si fossero

avventati contro il battaglione delle picche tedesche e spagnuole, le

quali, sciolti gli ordini, per inseguire i Grigioni e la battaglia

francese mal potendo resistere, furono disperse, onde arrivando proprio

in quel punto che il D'Anghienne si voleva finire, gli gridò con gran

voce dalla lontana: — per Dio, non fate, signore, che la giornata è

vinta. —

Affermano gli storici il marchese Davalos in cotesto dì da sè stesso

disforme, e certo diverso fu da quello, che si mostrava a Milano: della

sua paura fanno fede parecchi, attribuendola chi ad una cosa, chi ad

un'altra, ma che ei si fuggisse in Asti, incamuffato dentro una veste

negra perchè nol ravvisassero e pigliassero, non sembra vero;

imperciocchè il maresciallo Monluc nelle sue Memorie ci narri, che

venutogli addosso l'uzzolo di farlo prigioniero, gli corse dietro a

briglia abbattuta con una mano di gentiluomini francesi; se nonchè,

avendo scorto dalla lontana che procedeva serrato dentro uno squadrone

di cavalleggieri con le lancie in resta, rivolto ai compagni disse loro:

— signori, e' sarà bene tornarcene con Dio, affinchè non accada che

invece di sonare restiamo sonati. —

Io vorrei credere in questa parte il Brantôme, il quale racconta, come

la paura, la quale si cacciò addosso, e non senza ragione, al Marchese,

che cascando prigioniero gli avrebbono fatto pagare il fio della mala

morte del Fregoso e del Rincone, gli togliesse l'animo di cimentarsi con

la solita prodezza nella battaglia, dove aggiunge una gravissima

sentenza, degna al tutto di essere, come merita, considerata: — ho

inteso affermare da uomini sommi, che mente trista, o da qualche brutta

colpa deturpata sia incapace di valore, e quando mai il valore ci fosse

stato una volta congiunto, ecco se ne separa in un attimo e per sempre,

facendo luogo a perpetua ansietà, non meno che alla tribolazione del

rimorso. —

Ad ogni modo, se il Marchese ebbe paura, e lo sgomentò la coscienza, fu

per poco; dacchè con ispirito più alacre che mai si diede a raccogliere

gli sbandati, a rifornire di gente le compagnie e provvedere danari e

vettovaglie: lo secondava in tutte queste cose Andrea Doria molto

apprensionito che la potenza imperiale non ruinasse in Italia: egli

spediva in fretta corrieri a Napoli, a Roma, a Firenze, sollecitando

ogni maniera soccorsi: dicono mettesse fuori moneta del suo; e può

darsi, ma io non ci credo[8]; corrisposero tutti minacciati dal pericolo

comune: supremo vincolo tra gli uomini l'interesse: sempre più degli

altri sollecito Cosimo duca di Firenze, tiranno fresco e pauroso dello

agitarsi che faceva l'emulo Pietro Strozzi da lui odiato del pari che

temuto; egli pertanto provvide di danaro Ridolfo Baglione perchè

ricomponesse le sue squadre di cavalli rotte alla Ceresuola; al Doria

scrisse tenere pronti duemila fanti capitanati da Otto da Montaguto; e

il Doria senza frapporre indugi andò a levarli a Livorno, e

trasportatili su le galee a Lerici e alla Spezia, gli spinse subito

verso Milano, dove giunsero desiderati a sollevare gli spiriti

abbattuti. Davvero non ci voleva diligenza minore di quella che sanno

inspirare l'odio e la paura per ripararsi dalla furia di quel Piero

Strozzi, che anco ai Francesi parve avventato; infatti costui per le

alpi dei Grigioni corre alla Mirandola; colà di botto assolda seimila

fanti o sette; il re di Francia gli aveva stanziato buona quantità di

danaro su i banchi di Venezia; ma i tesorieri, andando lenti a fare le

rimesse, spende dei suoi; al cardinale di Este, e agli altri partigiani

di Francia che lo consigliano ad aspettare il conte di Pitigliano, il

quale sovvenuto in Roma dai cardinali francesi aveva accozzato a un bel

circa pedoni quanti i suoi, non dà retta; passa il Po a Casalmaggiore,

rasenta le mura di Cremona, guazza l'Adda sotto Castiglione, rompe due

bande di cavalli, ne manda malconcio il capitano Silva, minaccia Milano.

Ma s'egli pronto, il Davalos era accorto: però da lunga pezza codiandolo

gli aveva come teso una rete, dentro la quale si confidava pigliarlo a

man salva; ma Piero n'ebbe lingua, innanzi di dare nella ragna; pure la

batteva in passi; altri si sarebbe dato per perso; non egli: rivalica il

Po, si getta su i monti, anco lì circuito dai cavalli dei principi di

Salerno e di Sulmona, e dagli altri del Baglioni, si tira indietro su di

un'erta ingombra di viti dove inseguito li combatte e respinge;

trasportato dall'impeto cala al piano, dove dal nemico ricomposto in

ordinanza è alla sua volta disfatto; si salva, ed entrato in Piemonte lo

empie di querele perchè il D'Anghienne e monsignore di Tes non lo

sovvenissero, e a torto; però che questi capitani, stremi di gente, e

stremi di pecunia, non che capaci ad aiutare altrui, appena potevano

reggere sè stessi; dubitavano, che le terre sottoposte, per poco se ne

appartassero, avessero a ribellarsi, e Pirro Colonna da Carignano

minacciava sortite per poco gliene porgessero il destro. Nè anco per

questo si smarrisce Piero, che raccoglie i superstiti alla rotta della

Scrivia; altri ne aggiunge condotti a sue spese, mentite le insegne,

facendo cucire sopra la sua veste, e dei suoi la croce rossa del

marchese del Vasto; salta a Piacenza, quinci a Montobbio castello dei

Fieschi; poi, Pierluigi Farnese aiutante o connivente, passato in

Piemonte, assalta e piglia Alba.

Al Barbarossa, infastidito dei Francesi quanto questi fastidivano lui,

fu data licenza di tornarsene in Costantinopoli; egli, con piccolo

civanzo, portò infamia infinita, e tuttavia lo proseguirono con lodi

eccelse e larghissimi doni: costeggiando la Liguria, desiderò di non

affrontarsi col vecchio Doria; per la quale cosa fece significare alla

Repubblica, che, se _così le piacesse_, sarebbe passato senza offendere

e per compenso senza essere offeso: gli fu risposto, _magari!_ A Vado,

dove sostò, lo presentarono di vittovaglie elette, di stoffe di seta e

di velluti; nè Andrea gli si mostrò avaro di munizioni e di altri

presenti, ma intanto gli spediva dietro Giannettino con trenta galee per

tenerlo d'occhio, ed anco, caso mai gliene capitasse il taglio, di

sterminarlo a un tratto: è da credersi, che il Barbarossa, potendo non

gli si sarebbe mostrato meno cortese; ed in vero, essendosi imbattuto in

certa nave di Savona carica di mercanzie, egli, tanto per non perdere il

vizio, se l'acciuffò: passando per Piombino chiese il figliuolo di

Synam, di cui altrove è detto, e perchè dapprima il D'Appiano lo negava,

disertò Capoliveri all'Elba, e si dispose a nabissare Piombino; allora

gli ebbero a dare il fanciullo, e a pagargli il danno ch'egli aveva

fatto; pena condegna al debole arrogante: guastò Portò Ercole, distrusse

Talamone: qui commise immane atto di vendetta barbarica; però che,

avendo udito come nella chiesa del luogo giacessero le ossa di

Bartolomeo da Talamone, uomo valoroso che, trovandosi al governo delle

galee del Papa, mentre scorrazzava l'isola di Metelino aveva dato il

guasto ai poderi del padre suo, lo fece disotterrare e buttarlo ai cani;

nè pago a tanto ordinò che la casa di lui si riducesse in cenere. Da

Orbetello, in grazia delle provvisioni del duca Cosimo fu respinto; le

città littorane della Chiesa lasciò intatte, ma si rifece su quelle di

Napoli, Procida, Salerno e Pozzuolo; Ischia mise a ferro e a fiamma,

avendo conosciuto che apparteneva al marchese Del Vasto, ma la città

munita di grosse artiglierie non potè superare; Lipari vuotò di gente; e

gli schiavi che trasse seco di qui, e d'altrove sommarono a dodicimila,

i quali non avendo modo di stanziare, nè volontà di nudrire, in parte

morivano; i più infermarono; tuttavia di entrambi la sorte era pari,

perchè gli uni e gli altri senza pietà ordinava si gittassero in mare.

Delle giunte a questa derrata non si parla; cose solite allora, e non

disusate anco adesso.

L'odio antico di Carlo imperatore e di Francesco re, per nuove ingiurie

inacerbito, pareva ormai giunto là dove i nemici, ogni umano rispetto

postergando, ad altro non badino, che a finirsi tra loro: e di vero, dai

fatti, era da argomentarsi così. Carlo, stretta lega con Enrico VIII

d'Inghilterra, deliberò portare gli estremi danni alla Francia; doveva

l'inglese assaltarla dalla Normandia, e dalla Piccardia; egli dalla

Fiandra: raccolto in fretta uno esercito, la più parte Tedeschi, si mise

in campo, e provò su le prime la fortuna propizia; prese o piuttosto

ricuperò Lucemburgo, poi Commerci e Ligni; per ultimo San Desiderio; qui

gli si voltava la sorte, però che la diuturna difesa opposta dalla

piazza desse agio al re di Francia di mettere in piedi un esercito di

quarantamila uomini con duemila uomini di arme ed altrettanti

cavalleggieri; il popolo eziandio si commosse, ed anteponendo vivere

libero in terra deserta, che schiavo in paese salvo sotto dominazione

straniera, primachè gliene mandassero il comando, arse le biade nei

campi, colmò i pozzi, fece intorno ai Tedeschi solitudine foriera della

morte. I due eserciti, l'uno contro l'altro avanzandosi, si trovarono a

fronte divisi dalla Marna, che allora menava le acque grosse: inferociti

i principi; dei soldati, chi anelante la vendetta, e chi la rapina, si

erano cercati da lontano, fra mezzo assedii di città, scontri di arme,

incendi, e sangue per finirsi; gli occhi dei popoli di Europa, anzi del

mondo stavano fissi su i campi francesi: gli animi, secondo le voglie e

gl'interessi, pendevano incerti fra la speranza e il timore, intorno

all'esito della battaglia imminente, e nonostante tutto questo, la

battaglia non ebbe luogo, all'opposto ne uscì la pace. Tanto chi le mira

da lungi o per di fuori s'inganna nel giudizio delle faccende politiche.

Lo Imperatore non si trovò mai così vicino ad essere oppresso come ora

in mezzo ai suoi trionfi, nè il re di Francia tanto in forze come di

presente, che sembrava condotto al verde. Le cause del subito mutarsi

dello Imperatore, che ricavo sparsamente da parecchi scrittori,

giudicaronsi queste: egli lasciava governare la più parte della impresa

da Guglielmo Furstembergo soldato per mani ladre, per ardire e per

perizia nelle armi singolarissimo: un tempo costui stette allo stipendio

di Francia, ma n'ebbe licenza o sia che i vizii superassero le sue

virtù, o perchè, essendo cessato il bisogno delle sue virtù,

infastidissero i vizii. Notte tempo, andando egli in volta a speculare

il paese con un ragazzo di compagnia, ed un mugnaio per guida, capitò

nelle mani ai cavalleggeri francesi. Il Re, appena se lo seppe prigione,

volle che gli mozzassero il capo addirittura, ma essendone stato

trattenuto, più tardi non potè, però che Carlo, avendo preso monsignore

di Roccasurione principe del sangue, gli fece sapere che avrebbe tenuto

vita per vita; onde al Furstembergo fu poi concesso riscattarsi pagando

trentamila ducati di taglia; oltre questa, che non fu mediocre perdita,

attesa la conoscenza che aveva costui dei luoghi, terre, forze ed umori

dei Francesi, fece amarezza il vedere Enrico VIII che tirando l'acqua al

suo mulino, attendeva allo acquisto di Bologna senza darsi un pensiero

al mondo del resto: le vettovaglie di dì in dì assottigliavansi, e si

prevedeva presto avrebbero a cessare non tanto per la devastazione delle

campagne, quanto e più per lo sperpero, che ne facevano quelle bestie

tedesche; ancora, se le vettovaglie stavano per cessare, i denari erano

cessati e da un pezzo, peccato vecchio di tutti gli Stati, ma

dell'Austria naturale vizio: lo esercito, a confronto di quello raccolto

dal Re, scarso, dacchè si diceva di trentamila fanti, e non arrivava ai

venticinque, con poco più poco meno, cinquecento cavalleggeri tra

italiani, borgognoni e tedeschi; nè dava minor molestia della scarsezza,

la pessima composizione di quello, come Cesare stesso aveva potuto

sperimentare allo assalto di San Desiderio, dove per difetto di bande

italiane agilissime in simili fazioni, gli toccò ad essere respinto con

molte morti, e dolorosissime tutte; gli tornava al pensiero il mal

costrutto ricavato dalla invasione di Francia dalla parte di Provenza,

dove pure s'inoltrò molto meglio in arnese, che ora, e sovvenuto dal

mare, con Andrea Doria al fianco, solertissimo e provvidissimo capitano

su quanti ne vissero al mondo: non poteva tenere per niente la

considerazione, che quanto più si metteva dentro il paese più si

allontanava da quella, che oggi con vocabolo soldatesco, si chiama _base

delle operazioni_; onde in caso di rovescio, circondato da popoli

inviperiti correva pericolo, che non uno del suo esercito tornasse vivo

a casa: affermano altresì (e gli scrittori chiesastici ne assegnano il

vanto alla virtù di questo) che la regina di Francia, sorella dello

Imperatore, gli mandasse un Gabriello Gusmano frate dell'ordine dei

predicatori, religioso di santa vita (s'intende) e di stupenda dottrina

(e questo s'intende anco più), il quale lo raumiliò tutto, facendolo

pentire di tante vite perse a danno della cristianità, mentre tanto bene

arieno potuto adoperarsi nella esaltazione della Fede contro la nequizia

del Turco. Forse, non si vuole negare, le parole del frate avranno messo

il peso loro nella bilancia, ma io penso, che nell'animo dello

Imperatore potesse di più la considerazione della empietà dei Tedeschi,

i quali posta la obbedienza in non cale, rotto ogni ordine di

disciplina, minacciati di morte i capitani, taluni percossi, superando i

medesimi Turchi nell'avara crudeltà, dove passavano, lasciavano traccia

di fuoco e di sangue con seme di odio immortale: nè, mirabile a dirsi!

il tempo, che per ultimo può sopra lo stesso metallo, mutò questa gente

prava in nulla: tale vive quale visse; erede dei misfatti paterni, cui

accrebbe co' proprii; il giorno, nel quale fie dispersa dalla faccia del

mondo, alla umanità sarà dato respirare liberamente.

Per la parte di Francesco, l'avversità con le frequenti batoste lo aveva

sbaldanzito assai, e gli anni e gli acciacchi gl'insinuavano più

riguardosi consigli; non poteva dissimulare a sè stesso cotesti essere

gli ultimi sforzi della monarchia; il suo esercito composto nella

massima parte di Svizzeri, gente vendereccia: la baronia francese dalle

continue guerre scemata, nè su i legionarii delle milizie popolari

potersi fare grande assegnamento, perchè imperiti delle armi e non

provati nella disciplina dei campi.

E' fu mestieri trovare un modo, perchè la superbia di quei due potenti

non restasse offesa, e tuttavia qualcheduno di loro cominciasse a far

sentire il desiderio di pace; e fu trovato; se non si trovava, le molte

e gravi considerazioni di cessare la guerra forse non valevano, e per

superbia dei re avrebbero continuato a lacerarsi cinque popoli: allora

sarebbono saltati su dottori, che non mancano mai, i quali arieno reso

capace il popolo come tutto quello che si faceva, era per suo bene. La

pace fu sottoscritta a Crespì; ne furono i patti: perpetua pace fra

Carlo e Francesco, e chi succedesse a loro, e questo fu messo così per

parere secondo il solito: in caso di guerra contro il Turco, il Re

sovvenisse lo Imperatore di seicento uomini di arme e mille

cavalleggieri, e questo pure fu scritto e sottoscritto, nonostante la

persuasione di Carlo che non gli avrebbe mai avuti, e quella di

Francesco, che non gli avrebbe mai dati: di un cuore solo, e con ferocie

unite i cultori della religione riformata perseguiterebbero; e poichè si

trattava fare del male, su questo patto si tennero fede anco troppo:

Carlo darebbe al duca di Orleans in moglie o la propria figliuola con la

dote della Fiandra, e dei Paesi Bassi, ritenendone, bene inteso, il

possesso vita durante, ovvero la nepote, figlia di Ferdinando re dei

Romani, dotandola del Milanese, da consegnarsi un anno dopo consumato

matrimonio: un altro anno lo pigliava poi per decidersi tra il primo

partito e il secondo: questo patto è più che probabile avrebbe rescisso

lo Imperatore, ma la morte prese sopra di sè annullarlo: imperciocchè il

duca di Orleans, dopo conchiusa la pace, essendo stato a reverire lo

Imperatore da cui fu accolto con grande dimostrazione di affetto, nel

tornarsene in Francia, sopraggiunto da febbre, indi a non molto perì;

taluno disse di peste, altri di altro male, non mancò chi sostenne di

veleno propinatogli da Ferdinando Gonzaga; delle quali cose tutte

terremo proposito, a Dio piacendo, in luogo più acconcio: intanto ci

siamo condotti alla tragedia dei Fieschi, che mi apparecchio a narrare

con animo purgato da odio e da amore.

CAPITOLO VIII.

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 2 / 21 段