Primi ad imbarcarsi gl'Italiani; seguirono i Tedeschi, ultim

VITA

DI

ANDREA DORIA

DI

F. D. GUERRAZZI.

VOLUME SECONDO.

MILANO.

CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI.

1864.

Dritti di traduzione e riproduzione riservati.

NB. _Tutte le copie non munite della firma dell'editore

verranno considerate come contraffatte._

M. Guigoni

Tip. Guigoni.

CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO VII.

Prima di voltargli le spalle, la fortuna qui mandava a Carlo la suprema

blandizie, facendogli incontrare da un lato due galeotte turchesche, di

cui la prima il capitano Cigala genovese mandò a fondo con le

artiglierie, la seconda scampò per miracolo, e dall'altro gli comparve

davanti, che giusto in quel punto sbucava fuori del promontorio di

Capocassino, l'armata delle galee del Mendozza, con la quale andavano di

conserva cento navi, e quasi altrettanti legni minori dagli Spagnuoli

chiamati scarzapini; per l'allegrezza grande che sentirono di qua e di

là salutaronsi con tante cannonate, che parve un subbisso. Su queste

navi, con istupendi cavalli, veniva il fiore della cavalleria spagnuola,

nella quale splendeva principalissimo Ferdinando Cortez conquistatore

del Messico, e Francesco Ulloa, padre di Alfonso lo storico, in

compagnia di parecchi del parentado e figliuoli; capitanava la eletta

schiera Ferdinando Alvarez duca di Alba, ed era venuta a proprie spese,

reputando mercede bastevole dei perigli l'acquisto delle indulgenze

largite dal sommo Pontefice.

Ottimo consiglio sarebbe stato quello di mettere subito mano allo

sbarco; ma come i marosi rompevano grossi contro la spiaggia, Carlo

temendo ne accadesse sconcio alle navi, e troppo ne avessero a soffrire

travaglio i soldati, parendogli eziandio spediente attendere l'armata

del Mendozza prima di operare lo sbarco, ordinò ad un tratto, che questo

si differisse. Intanto, compiacendo all'uso, mandava un suo trombetto ad

Assan agà governatore di Algeri con le solite profferte, e le solite

minacce, le quali i codardi non aspettano mai, e i forti respingono

sempre. Narrasi che a confermare la costanza dell'Assan agà, il quale fu

eunuco e cristiano rinnegato della isola di Sardegna, giovassero i

vaticinii di certa vecchia mora, che nei tempi scorsi aveva presagito il

naufragio di Diego di Vera, e la rotta di Ugo di Moncada, avveratisi

entrambi; se non che poi avendo prognosticato la ruina delle armi

imperiali per coteste parti, con esito tanto diverso atteso la

espugnazione di Tunisi, si era scaduta di credito; ma costei strillava

affermando non avere voluto dire di Tunisi, bensì di Algeri, e lo

vedrebbero. L'Assan, ossia che nei vaticinii ponesse fede, o come credo

piuttosto simulasse per incorare la gente, fatto sta, che respinse il

messaggio con male parole, e subito dopo tratti fuora ottocento Turchi,

la più parte giannizzeri, fiore di gente, e molti Arabi, aspettando da

un punto all'altro di vedere comparire i terrazzani, e quanti pigliavano

soldo dal Barbarossa, a cui aveva spedito celerissimi messi, si dispose

non pure a resistere, ma farsi animosamente contro lo Imperatore, e allo

aperto combatterlo.

Ottenuta simile risposta, ed essendo calato il vento, gl'Imperiali

presero a mettere le fanterie a terra; furono ventimila divise in tre

schiere; ebbe ciascuna tre pezzi di artiglieria, nè contrastarono lo

sbarco gli Arabi e i Turchi; all'opposto lasciaronli marciare dentro la

spiaggia un miglio; quivi i nostri sostarono, pigliando certe alture

giudicate luogo acconcio per battere la città, e piantatevi le

artiglierie attesero a ripararsi con trincere e fossati.

Algeri, un dì nota col nome di Giulia Cesarea, ha un monte alle spalle,

il quale per essere agevolmente difendibile, gli antichi estimarono

disperata impresa a espugnarsi. Carlo avvisò assediarla dalla parte di

Levante con tre campi, riponendo in ognuno, a scanso di contese, una

delle tre nazioni menate seco, Spagnuoli, Tedeschi ed Italiani; i primi

avevano a tenere la cima dei colli, i secondi le falde, mentre i terzi

si sarebbono alloggiati per la pianura verso il mare. Poichè gli Arabi

non si erano mossi ad impedire lo sbarco, ormai confidavano i cristiani

arieno occupato Algeri senza molestia, e s'ingannavano: imperciocchè

alloraquando stavano attorno a trarre in terra le artiglierie, e i

cavalli, ecco apparire gli Arabi su i monti, e quinci balestrare sassi,

e di ogni maniera saettume contro gli Spagnuoli: questi risoluti senza

badare al numero messa mano agli archibusi a cavalletto, e a qualche

sagro[1] gli ributtarono. In cotesta fazione crebbe in fama di

eccellente capitano Alvaro di Sandè, il quale, sgombrati a forza gli

Arabi irrompenti dalle alture, le occupò e le tenne; tuttavia, venuta la

notte, gli Spagnuoli non trovarono requie, conciossiachè gli Arabi,

togliendo a bersaglio i fuochi loro, lanciassero colà nugoli di freccie,

onde essi ebbero a spegnerli ed a pernottare su le armi; venuto giorno,

i nostri ripigliarono inaspriti a combattere, sicchè di corto con molta

uccisione dei nemici si levarono quel fastidio dattorno. Per altra

parte, instando il Doria, si faceva fretta a cavare di nave le

artiglierie, le vettovaglie e i cavalli, chè il tramonto si avvicinava

con segnali sinistri. Il vento di tramontana crescendo di minuto in

minuto sommoveva con veemenza le onde, e rotolava nugoloni spaventevoli:

appena fu buio, la bufera non ebbe più modo, tra fulmini e tuoni

rovesciò su la terra torrenti di freddissima pioggia, onde ne rimasero

le vettovaglie guaste, fradicie le polveri e le corde di archibuso,

intirizziti i corpi, che per metterli al coperto non si era potuto per

anche provvedere, maggiore la ruina sul mare che le navi travolte dallo

impeto del vento e dalla violenza dei marosi presero prima a non

reggersi su le áncore, poi l'una ruinando su l'altra a sfasciarsi fra

loro, o correre a rompersi sopra la spiaggia. Così la notte intera; più

atroce il giorno, il quale, rivelando il danno passato, ne minacciava

altro e peggiore. Il signore Camillo Colonna aveva di là dal fosso, a

guardia del campo italiano, tre compagnie di soldati vecchi; traversava

il fosso un ponticello di sotto certi poggi prossimi alla città; ora

queste compagnie, esposte senza riparo alla pioggia, fitte nel fango,

abbrividite si erano aggomitolate prive di forze; la quale miseria

considerando i Turchi, con molto sforzo di cavalli fecero impeto contro

di loro, e fu facile vittoria, dacchè i nostri, privi di armi atte a

difendersi, in parte fuggirono, in parte caddero trucidati, i secondi

però troppo più dei primi: qualche italiano, trovandosi ad avere una

picca, si provò a morire non senza vendetta, ma quindi a breve l'arme

gli cadde di mano, e anch'essi giacquero spenti. I Turchi e gli Arabi,

saliti in baldanza, perseguitando i fuggitivi, si avventarono al ponte,

e passatolo, assalirono il campo italiano speranzosi di sterminarlo, e

lo facevano, però che le artiglierie per colpa delle munizioni bagnate,

e gli archibusi tacevano; mentre pertanto scemi di terreno aiuto si

raccomandavano a Dio, la salute venne donde se l'attendevano meno.

Giannettino Doria (contrastando allo impeto dei cavalloni tutta la

ciurma della sua galea) su le áncore si reggeva appena; pure arando il

fondo con le áncore, e via via cedendo, si accostava alla spiaggia:

colpito adesso dallo imminente scempio del campo italiano che gli stava

su gli occhi, nè lo potendo sopportare, recisi gli ormeggi, si abbrivò

ad investire su la costa per sovvenirli con prontissimo soccorso. Non

devo tacere però che altri afferma in cotesto suo atto non averci parte

elezione; essersi trovato costretto a fare così, perchè altre galee

incapaci a reggere gli rovinarono addosso in un mucchio, e lo avrebbero

fracassato senz'altro, s'egli a quel modo non evitava l'urto; chi di

loro racconti il vero, arduo anzi impossibile a noi giudicare: questo è

sicuro, che Giannettino, presso i suoi medesimi nemici, ebbe fama di

capitano diligentissimo fra quanti allora vivessero, e risoluto così,

che deliberata appena una impresa la eseguiva[2]. Quantunque però egli

co' suoi Genovesi combattesse pertinacemente, tuttavia, sopraffatto dal

numero, si versava in estremo pericolo, quando lo Imperatore lo notò da

lungi, e non gli reggendo il cuore che tanto uomo capitasse male, mandò

il colonnello Antonio d'Arragona a trarlo d'impaccio con tre compagnie

cappate di archibusieri italiani. Si rinfrescò la battaglia, e comecchè

i nostri ammazzassero parecchi cavalieri mori, massime di quelli che per

combattere più destri erano smontati da cavallo, pure non la potevano

sgarare; allora Camillo Colonna e Ferrante Gonzaga, divampanti di

furore, accolti intorno a sè gli uomini più valorosi, e concitando le

squadre dello Spinola, si precipitarono nella mischia, e oppressi i

nemici, vinsero; nocque ai fatti loro la voglia dello stravincere,

imperciocchè si cacciassero dietro ai fuggitivi per finirli, e tanto da

cotesto empito lasciaronsi trasportare, che arrivarono quasi sotto le

porte della città; i pochi fuggiaschi, sperti dei luoghi, per via di

tragetti scomparvero come per incanto dinanzi ai loro occhi, lasciando

esposti gl'inseguenti al fulminare delle artiglierie piantate su le

muraglie. I cristiani per tentare lo assalto mancavano di arnesi e di

balía; e poichè la sosta fruttava morti, le quali non potevano nè manco

vendicare, deliberarono ritirarsi, e fu il consiglio tardo, chè Assan

agà, raccolti intorno a sè i più prodi tra i Turchi e i Giannizzeri, li

percosse forte irrompendo fuori delle porte, e gli sgominò così, che non

se ne sarebbe salvato neppure uno, se non erano i cavalieri di Rodi, i

quali, a piedi, con la cotta pagonazza sul corsaletto, drappellando il

gonfalone con la croce, ultimi fra tutti combatterono disperatamente;

nondimanco dal balenare che facevano, si poteva prevedere come non

fossero per durare, e di momento in momento la morte ne diradava le

fila. Lo Imperatore, sebbene uso ai pericoli, si aggirava sgomento pel

campo vestito di un manto bianco, con pietosa voce sclamando: _fiat

voluntas tua! fiat voluntas tua!_

Lo esempio dei buoni cavalieri di Rodi punse di vergogna e di

compassione i loro compagni di arme, i quali fatta testa da capo con

ordine promiscuo, soldati e capitani accorsero alla riscossa: molti

uccisero, molti rimasero uccisi; ma la virtù non vinse il numero, molto

meno potè supplire al difetto delle armi, però che degli archibusi, come

notai, non si potessero valere, o poco; di partigiane e di picche non

avessero fatto provvista, mentre i Turchi combattessero con le balestre

a cocca, da poco tempo, e non senza repugnanza, lasciate dalle milizie

cristiane, massime francesi, a cui madama Luisa di Savoia, dopo la

battaglia di Pavia, impose l'obbligo di armarsi di archibugio, ed essi

lo fecero, per obbedire, non già per servirsene, però che durassero

parecchio tempo a preferire le balestre. Ora dalle balestre i Turchi

sferravano verrettoni capaci di passare le più salde corazze; con gli

archi comuni ammazzavano a furia di freccie, dalla lontana, le milizie

scoperte di difese. Lo Imperatore, mosso dal pericolo, rannoda e spinge

tre compagnie di Tedeschi, animandole con le parole più ardenti ch'ei

seppe; e queste pure andarono e combatterono finchè bastarono loro le

forze e la vita: ormai pareva fatale la rotta; pieno il campo di soldati

uccisi; dei capitani più famosi chi giaceva spento o urtato da impeto

irresistibile si ripiegava indietro, quando parve a Carlo per la

salvezza del campo, per onore di Cristo e per la sua stessa fama

mettersi con la persona allo sbaraglio; per tanto prepostosi all'ultimo

battaglione tedesco, stretto in ordinanza si ficcò nel mezzo della

battaglia. Contro questa massa di ferro vennero una dopo l'altra a

rompersi le onde dei cavalli turchi e mori; i nostri sbarattati ebbero

agio a raccogliersi; i capitani, visto lo Imperatore al cimento, non

curate la spossatezza e le ferite, tornarono alla zuffa; fu lungamente e

duramente combattuto; all'ultimo parve la fortuna si vergognasse, perchè

i nostri poterono rincalzare i nemici, i quali a posta loro spossati

ritiraronsi non già in sembianza di vinti, bensì come gente, che tenendo

la vendetta in pugno, la differisca a tempo più opportuno.

Contro l'esercito cristiano combatterono non pure gli uomini, ma

eziandio gli elementi levati a terribile scompiglio: la pioggia e il

vento che per tutto quel dì non avevano mai dato pace, verso sera

raddoppiarono di furore: durante la giornata, ora questa, ora

quell'altra nave era ita a rompersi sopra la spiaggia, e per quanto

lungo si stendeva il lido tu miravi galleggiare tavole, casse, di ogni

maniera antenne e funi, e, vista troppo più miserabile, corpi di

annegati; tra la furia del mare dibattevansi uomini, donne e cavalli;

difficile scampare la morte dalle acque, nè ad ogni modo gli scampati

trovavano la vita in terra; imperciocchè i Turchi spietatamente ve li

finissero: e su tutti parve infelice un caso, nè si sa come, se pure non

si voglia credere, che nell'uomo, messa da parte ogni considerazione di

merito o di demerito, faccia più specie la strage di quello, il quale si

destina ai piacevoli studi e ai diletti, che dell'altro per professione

dedicato alle fortune pericolose: il caso fu questo. Certa cortigiana,

giovane e bellissima su quante ne traessero seco loro gli Spagnuoli,

cadde in mare vestita com'era di splendide vesti e ornata di oro e di

gemme; costei, o l'assistesse la sorte, o in grazia degli sforzi supremi

che lo aborrimento della morte persuade alle creature, giunse semiviva

alla spiaggia, ma quivi l'attese un feroce, e tale la percosse di una

zagaglia nel petto, che il ferro le uscì fuor fuori delle spalle.

Descrivere quanta la desolazione e gli urli e il pianto non fa caso, nè

il muggito del mare, nè il fracasso dei legni che o si rompevano urtando

fra loro o contro gli scogli come vetri si stritolavano; basti dirne

tanto, che centocinquanta navi perirono, e quindici galee: di

artiglierie, di munizioni, di armi, di masserizie e di vittovaglie non

si parla. In mezzo a così fiera stretta si aspettava un comando dello

Imperatore, ma egli si contentò domandare che ora facesse: fugli

risposto le ore undici e mezza di notte: dopo tornò a chiedere quanto

tempo le galee avrebbero potuto per forza di remi evitare l'investimento

su la costa, e gli dissero: forse due ore. Serenatosi a questo, festoso

in vista, esclamò: — Pigliate coraggio quanti siete, perchè tra mezza

ora tutti i frati e tutte le monache de' miei regni, anzi del mondo,

pregheranno per noi! —

Andrea, uomo pio a modo suo, molto raccomandandosi agli aiuti del cielo,

si fidava anco molto nella propria virtù: per tutto quel dì egli

comparve maraviglioso di opera, di costanza e di consiglio: ai capitani,

che disperati di poter reggere all'impeto della bufera, volevano ad ogni

costo allontanarsi, dichiarò gli avrebbe tenuti per traditori, e come

tali mandati a fondo con le artiglierie; egli poi con la sua armata

stette quanto più gli era concesso rasente la costa per sovvenire al

bisogno, e ciò con tanto danno e pericolo, che delle quindici galee

sbatacchiate alla spiaggia, undici furono sue; nè voglio che questo si

abbia per contradizione a quanto scrissi di già; procedere egli

cautissimo a cimentare la sua sostanza pressochè tutta investita su le

galee, e rifuggire i cimenti se non aveva il pegno in mano di vincere,

imperciocchè nei casi ordinarii fosse veramente così, ma nei supremi non

badava a nulla gettando allo sbaraglio averi, corpo ed anima: indole

questa chè nè manco potrebbe dirsi peculiare sua, bensì comune ai

Genovesi; nè antica soltanto, ma, a gloria loro, in gran parte, ai

giorni nostri, superstite quaggiù alla malignità dei tempi[3].

Adesso pertanto Andrea, messo da parte se le salmodie delle monache e

dei frati avessero partorito profitto, e caso che sì, saria stato tanto

di guadagno, con difficoltà infinita mandò avviso allo Imperatore non

potersi più reggere in mare; accostarsi alla spiaggia impossibile;

andrebbe ad aspettarlo al capo Matafus: egli con subita partita quinci

si rimovesse, e per cammino litorano convenisse alla posta. Parve buono

il partito, anzi unico; però da non si potere mandare così presto ad

esecuzione come avrebbe desiderato, dacchè la gente digiuna e strema di

forze non valeva a movere passo, e mettersi in mezzo a notte procellosa

per lande impervie non parve prudente: alla vittovaglia lo Imperatore

provvide ordinando si ammazzassero i cavalli da traino, ed anco da

battaglia; però degli scadenti: a quel modo cibaronsi, chè di legname

per fare abbrustolire le carni pur troppo non pativano difetto, ed a

quel modo si riconfortarono. Ancora tanto la cura della vita pericolante

mette gli uomini in cervello, parecchi studiavano asciugare a cotesti

fuochi buona quantità di polvere, che fece poi, come suol dirsi, la mano

di Dio.

Nella notte e' fu un gran tempestare fra i capitani imperiali se

dovessero ritirarsi o no: quasi tutti opinarono doversi, però che nelle

faccende di Stato l'onore stia dove l'utile sta; altri al contrario, e

primo tra questi Ferdinando Cortez, il quale disse: per suo avviso non

potersi nella contingenza del caso proporre nè anco l'alternativa;

imperciocchè pei cavalieri cristiani l'utile fosse l'onore, oltre il

quale egli non capiva che cosa fosse Stato, sostanza, patria, nè

famiglia, nè nulla, e più oltre accendendosi nel dire, dichiarò con

giuramento che, dove lo Imperatore gli avesse lasciato gli Spagnuoli e

solo la metà dei Tedeschi e degli Italiani, egli sarebbe rimasto a fare

la prova di vincere Algeri od a morire sotto le sue mura. La quale

iattanza essendo stata riferita allo Imperatore, fermo a quell'ora di

partirsi, fece sì che non lo chiamasse al consiglio, però che Carlo

intendesse bene ritirarsi, e ne avesse voglia, che non si potrebbe

dimostrare maggiore; ma tuttavia desiderava che la consulta dei capitani

glielo venisse a persuadere, e quasi glielo imponesse; onde procurò

tenerne lontani quelli che avrebbero mosso contrasto; della quale cosa

Ferdinando Cortez, per testimonianza dell'Ulloa, si dolse più che della

perdita di cinque smeraldi giudicati del valsente di centomila scudi e

più, i quali portando egli addosso, in mezzo a codesta scompigliata

battaglia, gli cascarono nel fango e non li potè più riavere. Il

Brantôme ricorda il medesimo fatto, ma scrive che non furono già

smeraldi, bensì una perla da lui conquistata (per significarlo con

parola decente) nel Messico, appo cui quella bevuta da Cleopatra nel

banchetto con Marcantonio, avrebbe dovuto reputarsi bagattella, però che

ce l'affermi grossa quanto una pera; ma non dice la qualità. Avendoci il

Cortez, continua sempre il Brantôme, fatto incidere sopra le parole: —

_Inter natos mulierum non surrexit major._ — Accadde che, mentre lo

mostrava ai suoi amici nella rada di Napoli, gli cascasse in mare, non

senza permissione di Dio, il quale volle punire a quel modo la

profanazione della santa leggenda. Questo poi mi piacque riferire, non

perchè io creda vero, anzi anco alla novella dell'Ulloa aggiungo

mediocrissima fede, ma sì per la ragione, che a me paiano da non tacersi

le cose capaci di chiarire le qualità dei tempi e gli umori degli

uomini.

Appena si fu messo un po' di lume, lo Imperatore cominciò a ritirarsi,

avendo disposto l'esercito in ottima ordinanza; da prima procedeva

l'avanguardia sottile, in mezzo, la battaglia composta di feriti e

d'infermi, e di chi per età o per sesso appariva meno atto alle armi;

veniva ultimo il retroguardo grosso e gagliardo: nè i Mori, com'era da

prevedersi, mancarono di farglisi subito sopra a tribolarli, fidati

nella velocità dei cavalli; senonchè gli archibugieri, a cui sovveniva

in buon punto la polvere asciutta, piantato in terra il cavalletto, li

bersagliavano alla lontana, onde, dopo parecchie morti, levarono a

costoro il ruzzo di perseguitarli. Così andarono sette miglia, quando ad

un tratto trovaronsi trattenuti da un fiume ingrossato dalla pioggia,

che il mare burrascoso teneva in collo: tentarono alcuni passarlo a

nuoto, ma la corrente li portò via: sovvenne all'uopo Giannettino Doria,

il quale, con la ciurma delle galee fracassate, si era messo in

compagnia dello Imperatore. Il genovese industre, con maraviglia pari al

benefizio dei mal condotti, costruì come per incanto un ponte di

legname, donde per tempissimo il dì veniente poterono passare fanti e

cavalieri; alcuni però lo avevano valicato nella notte rimontando verso

la sorgente, e a questo modo, dopo tre giornate di cammino, giunsero a

salvamento al capo Matafus, avendo cessato di perseguitarli i Mori.

Quivi Andrea, alacre e vispo, attendeva a risarcire l'armata. Lo

Imperatore tostochè vide cotesto vecchio (entrava allora nel

settantacinquesimo anno dell'età sua) sul quale pareva che il tempo e la

sventura non potessero nulla, presegli ambe le mani, gli favellò queste

parole: — Padre mio, poichè Dio non mi ha aiutato in questa santa,

giusta e cristiana impresa, bisogna credere che l'uomo non deva tenersi

sicuro se non dopo il colpo fatto; — quindi lo consolò per la perdita

delle galee, a cui Andrea con serena fronte rispose: — Pazienza! ne

faremo delle altre. — Tuttavia lo Imperatore promise lo ristorerebbe, e

tenne il patto; imperciocchè quindi a breve gli assegnasse tremila

ducati annui sopra le rendite fiscali di Napoli; il pronotariato di

Napoli gli concedesse, che poi gli mutò con la città di Tursi,

conferitagli per sè e suoi eredi a titolo di marchesato.

Raccolto l'esercito a Matafus, e quivi fermatosi tanto da riprendere

fiato, statuirono tornarsene a casa, ma poichè i legni, reliquia del

naufragio, non furono riputati capaci a tanta gente, lo Imperatore fece

gittarne fuori i destrieri bellissimi da battaglia. Quanto per siffatta

determinazione sentissero amarezza i cavalieri, non si può con parole

convenienti significare; delle querele loro vanno piene le storie; causa

di ciò in parte il pregio, chè valevano un occhio; in parte l'affetto

che l'uomo pone negli animali domestici: sicchè troviamo che soldati e

popoli poco civili, tra cavalli, cani e femmine non fanno differenza o

poca; ma più che tutto, per mio avviso, la causa deve attribuirsi allo

spettacolo insolito, il quale percote l'animo più forte del consueto,

comecchè più pietoso; e poi perchè il grano che trabocca la bilancia,

per essere ultimo, proviamo più grave degli altri. Il vecchio Brantôme

racconta il caso con parole sì acconce, che, essendomi provato a far

meglio, e sempre invano, ho tolto a riportarle tali e quali, senonchè le

volgo nella nostra favella: — E' bisognò buttare via il carico intero,

eccetto gli uomini, però che nè anco i cavalli potessero essere salvi

vuoi giannetti di Spagna o destrieri di Napoli poderosi, a studio

eletti, e feroci e di valore inestimabile; non vi fu cuore, il quale non

rimanesse trafitto di angoscia, nel vederli ire a notare per l'alto mare

e sforzarsi uscirne a salvamento non mica voltandosi verso terra, bensì

a collo teso e a capo levato seguitando, da lontano, finchè reggeva loro

la lena, col nuoto e con la vista i diletti padroni, i quali,

lacrimando, li miravano, dato il tuffo, uno dopo l'altro scomparire

sotto l'acqua. Ho discorso a Genova con vecchi marinari, che mi hanno

raccontato come, dopo gli uomini morti non ci fu vista che tanto

fendesse il cuore, quanto quella dei cadaveri dei poveri cavalli

annegati sopra la spiaggia. —

Primi ad imbarcarsi gl'Italiani; seguirono i Tedeschi, ultimi gli

Spagnuoli, fosse elezione o fortuna; e lo Imperatore, con la spada

ignuda nella mano, vigilava perchè veruno, così amico come nemico,

disturbasse lo imbarco; quando tutti ei li vide saliti su le navi, ed

assicuratosi bene che anima viva non rimaneva in terra, entrò nella

capitana di Andrea Doria. Ma la fortuna, che pareva placata, con subita

vicenda tornò in furore così, che prima si compisse lo imbarco, ecco

scompigliati da capo il cielo e il mare, di qua di là sbatacchia le navi

per modo, che trovandosene alcune in pessimo arnese per le passate

burrasche, sfasciaronsi con la morte di quanti vi erano sopra saliti.

Due di loro, risospinte indietro, investirono sul lido donde avevano

sferrato pur dianzi; Spagnuoli erano, i quali vistisi circuiti da copia

immensa di nemici, e conoscendo la resistenza vana, davano ad intendere

con cenni volersi rendere salva la vita; di ciò non paghi gli Arabi e i

Turchi, presero a far carne; allora gli Spagnuoli statuirono morire come

conviene ad uomini di cuore, e con gli archibugi combattendo e con le

picche e co' pugnali alla disperata, arrivarono a farsi strada

attraverso alla moltitudine: districatisi dalla folta, sempre chiusi in

battaglia, incamminaronsi verso Algeri; dove giunti, rinvennero grazia

presso Assan agà, e gli Spagnuoli rinnegati che gli stavano attorno,

mossi dalla virtù degli uomini, dalla carità della patria comune e dalla

fede che avevano riposto nella loro generosità. Più dura sorte

incontrarono due altre navi; una, dopo molto sbattimento, si aperse, e

settecento vite si sommersero a un tratto: l'altra, per cinquanta

giorni, patì fortuna; logorata ogni cosa, comecchè insolita e strana,

capace al sostentamento, parte dei naviganti perì; i superstiti, tocca

terra, non si potendo in veruna guisa riavere, un dopo l'altro se ne

andarono. Tuttavia, e nonostante questi ed altri casi, la massa

dell'esercito imperiale e le galere si ridussero a Bugia presidiata

dagli Spagnuoli. Certo qui non gli attendeva copia di beni, imperciocchè

il presidio perpetuamente combattuto dai terrazzani, non che acquistare

contado, facesse assai a difendere le mura; pure ebbero castrati e buoi:

gli sovvenne eziandio certa nave genovese chiamata la Fornara, carica di

vettovaglia, che dette in secco su codesta spiaggia, e sebbene il

biscotto restasse impregnato di acqua salsa pure lo ebbero per

provvidenza.

Qui lo Imperatore stette, finchè, abbonacciato il mare, licenziò

Ferdinando Gonzaga e le galee della Religione, che dopo avere toccato

Utica, dove Muleasse re di Tunisi gli accolse con amorevole

sollecitudine, si ridussero ai porti di Sicilia; partiti questi,

valendosi di un gagliardo vento di scilocco, si condussero, Carlo prima

a Maiorca, poi a Cartagena, Andrea diritto a Genova; il primo per

ritirarsi nel monastero di Miorada presso Olmeto, dove, confessati

umilmente i suoi peccati, fece penitenza bevendo acqua e mangiando pane:

cosa più enorme che grave pel buono Imperatore, il quale fu vinto dalla

gola così, che, infermo e presso alla morte, pigliava piuttosto funate

da orbo sulle spalle che smettere le leccornie[4]; se il secondo si

confessasse dei suoi peccati non sappiamo; sappiamo però che, con

istupenda diligenza, dette opera a riparare il danno sofferto dalle sue

galee e a fabbricarne delle nuove.

Tale ebbe fine una impresa, la quale sarebbe ottimamente riuscita, se si

fosse dato retta ai consigli del vecchio Doria; ma questo è proprio

vizio della potenza, che anco messa da parte la piaggeria degli

adulatori, colui che può non patire freno alla sua volontà, termina col

credere che tutto gli abbia a fare di berretta, anco gli elementi, anco

la morte: così, come a Carlo V, incolse a Filippo II suo figliuolo nella

Manica, e ad antichi e moderni dominatori; tra i secondi memorando

Napoleone per la Russia. Di Carlo così allora cantavano i poeti:

«Giunta l'aquila al nido, ond'ella uscío

Possiate dir: vinta, la terra, e l'onde,

Signor, quanto il sol vede è vostro e mio.»

Così i poeti; ma Dio, col declinare del ciglio, gli faceva sentire, che,

coronati o no, gli uomini sono tutta polvere davanti a lui.

Tra Carlo V e Francesco I, le paci e le tregue erano soste per

ripigliare fiato e combattere feroci meglio di prima: pertanto, in

guerra fossero o no, non ismettevano le mutue offese mai: a questo modo,

avendo Giannettino Doria levato monsignore Granvela, consigliere di

Carlo, da Siena per condurlo a Barcellona, i Francesi gli tesero insidie

alle isole Yeres, e lo pigliavano, se meno accorto fosse stato il

Giannettino, il quale, procedendo sempre, come dicono gli Spagnuoli, con

la barba sopra la spalla, spedì innanzi una fregata a speculare i mari,

che, retrocedendo in fretta, gli porse avviso del tratto; allora egli

tornò a Genova, ed alle due che già conduceva, aggiunse quattro galee di

scorta: le francesi erano sette, ma non si rimasero ad aspettarlo. Più

atroci fatti si commisero per la parte dei cesarei; Alfonso Davalos,

marchese del Vasto, fece ammazzare a tradimento Cesare Fregoso e Antonio

Rincone, oratori del re di Francia, uno a Venezia, l'altro a

Costantinopoli, a fine di svaligiarli delle commissioni; e fu caso pieno

di atrocità. Cesare, nonostante la tregua, consigliava Antonio di

passare pel paese dei Grigioni; ma questi, come colui che di persona era

grave, preferì per sua comodità scendere il Po in barca, e là, dove

sotto Pavia il Ticino mette foce nel Po, ecco uscire di agguato parecchi

burchi spagnuoli ed assaltare le due barche degli ambasciatori;

restarono morti di colta il Rincone, il capitano Boniforte e il Fregoso:

a questo dissero poi arieno voluto salvare la vita, senonchè, menando

alla disperata la spada, nè consentendo a cedere, e' fu mestieri

ammazzarlo; risparmiarono il conte Camillo da Sessa luogotenente del

Fregoso, e i barcaroli, i quali però furono sostenuti in carcere segreta

nel castello di Cremona, perchè non si palesasse la scelleraggine; e non

ci riuscirono, chè l'altra barca, dov'erano i servitori, le lettere, i

danari e i bagagli, facendo forza di remi e secondata dalla corrente,

scampò a Piacenza, dove i salvati raccontarono tutto il successo. Di

questa immanità se ne dette carico al Davalos, e allo Imperatore; ma

allora, come ora, usavano le dichiarazioni e le proteste per purgarsi

dalle false accuse e più dalle vere; furonvi anco i giuramenti, ma anco

allora, come adesso, tutti questi rifugi si avverano per puntelli, i

quali raddoppiansi alla stregua che lo edificio minaccia ruina. Il

marchese Davalos, che si affermava inconsapevole fino del passaggio

degli oratori di Francia su le terre lombarde, finse cercarli, e dopo

molte ricerche (e poteva risparmiare le poche) dopo due mesi, dietro la

scorta dei barcaroli, gli rinvenne sepolti sotto poca terra, sicchè le

fiere in parte gli avevano stracciati: Cesare Fregoso fu riconosciuto da

certa ferita che aveva, in una mano, e la moglie di lui, mossa da pietà

non meno che da desiderio di vendetta, questa mano riposta dentro una

borsa recò in Francia per infiammare l'animo del Re e della baronia. Non

pertanto il marchese del Vasto faceva spargere voce, che senz'altro i

malandrini gli avessero morti per derubarli e non gli fu creduto: allora

mise fuori lettere dello Imperatore, le quali gli ordinavano che, caso

mai ponesse loro le mani addosso, non gli malmenasse per quanto aveva

cara la grazia sua, non considerando che per queste lettere si

contraddiceva alla pretesa ignoranza del passaggio degli oratori di

Francia per le terre lombarde; e come esse non valsero a scolpare lui,

così palesarono Carlo partecipe del tradimento, e lo fecero sospettare.

Per ultimo, il Marchese ricorse al partito di mandare attorno cartelli

che chiarivano mentitore e marrano chiunque gli opponesse cotesto

misfatto, e sè parato a provarlo con le solite spavalderie; ma, anco a

quei tempi, cominciava a capirsi che una stoccata fa prova della perizia

o della fortuna di cui la mena, non della verità del fatto; però ognuno

si tenne la fede, che aveva. Quanto a Carlo giurò al Papa, quando fu in

Lucca, sè innocente da cotesta strage, e promise cavare vendetta

strepitosa dei malfattori, e fossero qualunque, ed in qualunque dignità

costituiti, ogni volta che gli venissero scoperti; ma in cotesti tempi

ci erano confessori, che dello spergiuro fatto, e da farsi, assolvevano,

e si credeva potere il fascio delle proprie colpe mettere sul

confessore, come la valigia sopra la groppa di un somiere e dirgli:

portalo tu, ch'io ti pago la fatica.

Oltre questa, che veramente fu potentissima causa, lo infortunio

affricano, le armi turchesche vittoriose in Ungheria, fornivano a

Francesco occasione da non lasciarsi passare: onde spedito, per via

sicura, il capitano Polino nuovo oratore a Solimano, ed ottenuta

promessa da lui, che avrebbe mandato la sua flotta col Barbarossa nel

Mediterraneo, ruppe guerra di un tratto allo Imperatore da tre lati,

nella Borgogna, nel Brabante, e a Perpignano con tale disegno, che tutti

questi campi mostrassero sembianza di riunirsi per fare impressione in

Italia, e ciò a fine di sconcertare lo Imperatore perplesso, da qual

parte avesse a schermirsi. Di queste guerre raccontano le storie

generali: da noi vuolsi toccare quella di Perpignano soltanto, però che

in essa Andrea Doria pigliasse parte. Il marchese del Vasto, che stava a

buona guardia a Milano, trovandosi a fronte in Torino un condottiere

accorto qual fu monsignore di Langé, potè, per credibili indizi,

persuadersi come, per allora, i Francesi non pensassero a rompere la

guerra in Italia, onde spediva in diligenza un Cicogna a Cesare, per

avvertirlo a tenere di occhio Perpignano; ma Cesare lo rimandò indietro,

con la commissione di ammonire il Marchese: attendesse a badare il suo

governo; dell'altro lasciasse la cura a lui: così persuadeva la superbia

a Carlo; ma la sagacia gli fece trovare buono lo avviso, e più lo aiuto

del Marchese, imperciocchè Andrea Doria, d'accordo col Davalos, temendo

lo sforzo dei Francesi a Perpignano, chiamato a furia Giannettino Doria,

che in quel torno stanziava a Barcellona con alquante galee, ed

attendeva a costruirne sei delle nuove, gli fece trasportare colà

quattro compagnie di Spagnuoli ed una di Tedeschi, valorosa gente

condotta dal valorosissimo capitano Pietro da Guevara, distratte dal

Marchese dal presidio di Milano. Per altra parte Andrea, sempre

d'accordo col Davalos, ordinava ad Antonio Doria, che con le galee di

Sicilia e di Napoli conducesse tosto a Savona le fanterie superstiti

alla impresa di Algeri, perchè non rimanesse indebolito nella Italia

settentrionale l'esercito di Cesare, egli poi non rifiniva da Cartagena

mandare nella città assediata polvere, piombo e miccia. È fama che,

nonostante la diligenza del Doria e la virtù spagnuola, i Francesi

avrebbono terminato con lo espugnare Perpignano, dacchè egregi fatti di

arme vi fossero combattuti da Gian da Turino e dal Sampiero Corso,

incliti difensori della repubblica fiorentina; anco Virginio Orsino

acquistò buona fama, rompendovi coi cavalli italiani le squadre

accorrenti dei cavalieri spagnuoli; ma ogni disegno capitò male a

cagione delle folli dimore; chè ora si vollero aspettare certi Svizzeri

assoldati dal Re, ed ora il Barbarossa, come ne dava sicurezza l'oratore

Polino; e, più che per altro, per colpa della superba vanità dei

Francesi, la quale vietò, che si accogliesse il consiglio di Giampaolo

Orsino, che, contro il parere dell'Annebò, giudicava si avessero a

piantare le artiglierie, non già contro la parte meglio munita, bensì

contro la più debole della muraglia. Tirando in lungo lo assedio, la

baronia spagnuola se ne commosse, e punta di orgoglio, fece capo al duca

di Alba, domandando con accesissime parole di essere condotta a

combattere col nemico; lo Imperatore, dal canto suo, si era posto in

assetto, per dare ai Francesi una battitura tale, che se ne avessero a

ricordare per un pezzo; per le quali cose il Delfino riputò buon partito

sciogliere l'assedio e ritirarsi più dentro le terre di Francia.

Cessato un travaglio, ecco sottentrarne un altro due cotanti più fiero.

Il Barbarossa con centodieci galee, ed un nugolo di fuste, uscito dal

Bosforo sul finire dello Aprile, giunge in Sicilia ed arde Reggio. Diego

Gaetano, con settanta Spagnuoli nella Rocca, resiste; in grazia della

figliuola bellissima gli si perdona la vita, e quella, menata seco il

Barbarossa, ebbe cara così, che indi a poi tenne piuttosto in grado di

consorte, che di schiava. Andrea obbedendo ai comandi dello Imperatore,

parte con l'armata per Barcellona, dove imbarcatolo insieme con alcune

insegne di fanti e di cavalli, lo conduce a Genova, non incontrata per

via cosa al loro andare molesta, sia per parte dei Turchi o dei

Francesi, e questa fu l'ultima volta che l'Imperatore albergò nel

palazzo Doria, dove stette otto giorni: e vi convennero a visitarlo il

marchese del Vasto, Ferrante Gonzaga e Pierluigi Farnese. A Pierluigi

che gli diceva: il Papa aspettarlo a Bologna per conferire insieme

intorno alle faccende della cristianità, rispose: quanto alla pace con

Francia non volerne intendere parola; su le altre pratiche

negozierebbero per via di ambasciatori; a tale acerbezza lo moveva il

rovello che veramente nudriva profondo contro il re di Francia, ed anco

il rancore contro il Papa, non avendo visto per parte di lui, nè dei

suoi, segno alcuno di parzialità nelle guerre ch'egli aveva sostenuto

contro i Francesi in Italia; la quale cosa essendo stata udita con

angustia grande dal Papa, operò sì, ch'egli spedisse incontanente il

cardinale Farnese, che con parole blande raumiliando lo Imperatore, lo

persuase ad abboccarsi col Papa a Busseto, luogo di Gerolamo

Pallavicino. In cotesto parlamento con fervorose preci instava il Papa,

affinchè la pace fra i principi cristiani si fermasse: toccò della

necessità di conferire il ducato di Milano a principe italico, remossa

ogni ingerenza austriaca, e ciò conforme alle capitolazioni della lega

di Napoli: propose investirne Orazio Farnese suo nepote, col quale

tratto si verrebbe a torre di mezzo ogni pretesto alle diuturne

pretensioni di Francia, ed ai sospetti dei governi italiani, mentre

dall'altra parte se lo confermava in certo modo nella sua potestà; però

che Orazio suo nipote, essendo a un punto genero di Carlo, veniva ad

essere una stessa cosa con lui; per questo modo il duca di Savoia

sarebbe stato restituito nei suoi dominii; e così composte le faccende

della cristianità in assetto durevole, poteva darsi opera, con isperanza

di esito prosperoso, alla lega dei principi cristiani per purgare la

Europa dalla infamia dei Turchi; quanto a danaro, vivesse sicuro, egli

gliene prometteva tanto da bastargli a qualsivoglia impresa per

grandissima ch'ella fosse. Non si conchiuse nulla; che lo Imperatore si

mostrò intorato a volerla sgarare ad ogni modo con Francesco, andandone

in questo, secondochè egli diceva, la sua reputazione come Carlo, e

quella dello impero come Cesare: ai danari provvide accomodandosi con

Cosimo duca di Firenze, che gli pagò dugentomila scudi a patto lo

mettesse in possesso delle fortezze di Firenze, di Pisa e di Livorno.

Taccionsi le guerre combattute da Carlo contro i Turchi, e nè anco si

ricordano le altre contro i Francesi fuori d'Italia; stringendomi ai

fatti, nei quali s'innesta la vita del Doria, dirò, che l'armata

turchesca, rasentando le coste d'Italia, senza recare altro danno si

condusse a Marsiglia, dove dopo essersi unita alla francese, che

comandava monsignore di Enghienne, ed ora forte di ventidue galee e

diciotto navi grosse, mosse ad espugnare Nizza. Il Re in vista di torsi

da dosso od attenuare la infamia dello avere chiamato i Turchi ai danni

della cristianità, fece significare ai Genovesi non temessero di nulla;

i Turchi, dal dare una mano alla espugnazione di Nizza in fuori, non

dovevano fare altro, e non lo avrebbono fatto, e per meglio procacciare

fede alle parole, avendo ottenuto dal Barbarossa che liberasse parecchi

Genovesi tenuti al remo sopra le sue galee, gli rimandò a Genova

cortesemente senza riscatto; nè mise minore studio a ristorare gli

uomini di San Remo delle prede fatte sopra di loro; carità e cortesie di

cui il diavolo ride, imperciocchè avessero per iscopo di staccare i

Genovesi dalla devozione dello Imperatore o per lo meno renderglieli

sospetti; e siccome nè l'una cosa nè l'altra poterono i Francesi

conseguire, così ruppero in querimonie grandi contra la ingratitudine

dei Genovesi, ma essi ne rimasero con le beffe e col danno; che dei

Francesi è antico il vezzo bandire ladro cui non hanno potuto rubare.

Il capitano Polino non mancò d'intimare la resa ai Nizzardi minacciando

sperpetue: questi, non curato lo esterminio, vollero correre ogni più

rea fortuna per mantenersi in fede al duca di Savoia; e fin qui fecero

bene; poi, trasportati da eccessivo zelo pel diletto signore, presero a

colpi di archibugio il Grimaldo spedito dal Polino a cotesto fine e lo

ammazzarono; e qui fecero male, anzi pessimamente. Certo se i Nizzardi

avessero potuto presagire, che, dopo tre secoli, sarieno stati dati per

_giunta_, non avrebbono fatto prova di tanto ardore: ma natura dispose,

che i popoli si governino sovente col cuore, i principi sempre con lo

interesse: di pretesti poi e di parole belle per onestare cose

bruttissime non si patì mai penuria; e ci ha sempre uomini parati a

farle, ed uomini altresì che le lodano, e con ischiamazzo pervertono la

coscienza pubblica: più tardi sopraggiunge il giudizio severo della

storia; senonchè questa ai mali compiti non ripara, e agli avvenire

poco, essendo il comune della gente o incurioso, o accidioso.

Nello assedio di Nizza fu notabile questo: i Turchi, dopo abbattuto con

le artiglierie un bastione murato di fresco, salirono su le macerie e vi

piantarono una insegna; i Francesi, qualunque ne fosse la cagione, non

andarono essi, bensì mandarono i Toscani condotti da Lione Strozzi

priore di Capua ad emulare i Turchi, e vi salirono anch'essi; ma poi

Turchi e Toscani, dalla virtù dei cittadini, vennero duramente respinti;

dei Turchi in cotesto scontro ne restarono morti un cento, e ci persero

con l'alfiere la insegna; dei Toscani da venticinque, e un gherone della

bandiera: i feriti non si contano. Se di siffatta ventura ne

arrovellassero i Turchi, massime i Giannizzeri, non importa dire; basti

che, prima di andare a giacersi, deliberarono rinnovare pel giorno

seguente più che mai furiosa la batteria; ma il Polino, cui gravava

forse la infamia propria, e quella del suo signore, s'intromise perchè

il Barbarossa tirasse su le navi i Giannizzeri, presagendo che, in caso

di presa della terra, per opera di queste bestie sarebbe corso sangue

come acqua. I cittadini resisterono al secondo assalto con virtù pari e

diversa fortuna[5]; onde meritarono lode dal nemico stesso, il quale,

comecchè inferocito, pure gli accolse in fede a nome del Re con le

medesime condizioni con le quali vivevano sotto il duca Carlo: però se a

questo partito si trovò costretto Andrea Odinet conte di Monforte

governatore della città, diverso consiglio tenne Paolo Simeoni della

casa Balbi da Chieri, cavaliere di Rodi, castellano della Rocca; il

quale, comecchè ci avesse dentro donne e fanciulli, e per essere già

stato alla catena del Barbarossa[6] sapesse quanto terribile uomo fosse

costui, tuttavolta statuì resistere, finchè l'anima gli bastasse. Turchi

e Francesi, di uguale ira infiammati contro il virtuoso cavaliere,

presero a tempestare la Rocca con le artiglierie; e mirabili apparvero i

Turchi per l'aggiustatezza dei tiri, i quali scoronate le muraglie e

sfondate le volte, resero lo affacciarsi ai parapetti mortale,

pericoloso ogni ricovero altrove: qui accadde, che i Francesi, mancanti

di polvere, ne mandassero a chiedere in prestito al Barbarossa; il

quale, con mal piglio e peggiori parole, gli rampognò, come non

vergognassero patire inopia di munizione a casa loro per modo che

avessero faccia di mandarne a levarla a lui, che ce l'aveva portata fino

da Costantinopoli; non essere però stato da loro messo in dimenticanza

il vino, di cui avevano piene le stive delle galee; si provassero ora

con quello a dare la batteria alle mura di Nizza. Le parole tra esso e

il Polino crebbero per questo accidente così riottose, che il

Barbarossa, abbracciatolo per la vita, stette a un pelo che non lo

scaraventasse nel mare; pure alla fine si placò e dette la polvere.

Ripigliata la batteria, il Simeoni non si lasciò sgomentare dalla

grandine delle palle, nè dai pianti, nè dagli strilli della imbelle

moltitudine raccolta dentro la rocca, per certo questi meno dannosi di

quelli, non già meno sconfortanti: anco la seconda prova fu sostenuta

con successo prosperevole; tentarono minare la rocca, ma indarno, come

quella che era fondata sul macigno. Intanto, mentre si affaticavano

intorno a coteste opere, vennero intercette lettere del marchese del

Vasto promettitrici di pronto e valido soccorso, della quale cosa tanto

rimasero sbigottiti i Turchi e i Francesi, che in fretta e in furia

tirando indietro le artiglierie si levarono dallo assedio; e con grande

ansietà durarono tutta la notte vigilando e accendendo fuochi per

sospetto di sorpresa: alla domane, non vedendo comparire persona,

arrossirono della paura, ed attesero a ripigliare l'assalto; non lo

concesse il tempo, chè la pioggia dirotta impedì tenere il campo, onde

l'armata turca si ridusse ad Antibo, la francese a Tolone. Poco dopo

sopraggiunse Andrea Doria, che trasportava su ventidue galee la gente

del Davalos; però la impresa di Nizza doveva tornare funesta per tutti;

imperciocchè sopra la costa di Villafranca si levasse un subito gruppo

di vento, che, dopo avere sbattuta l'armata di Andrea, spinse alla

spiaggia parecchie sue galee, le quali si ruppero con la perdita di

tutte le artiglierie: nondimanco il marchese del Vasto soccorse Nizza,

saccheggiata dai Turchi innanzi che sgombrassero, in onta alle

supplicazioni del Polino; onde il Marchese, non potendo con altro, la

sovvenne dì belle parole. Andrea, colto il destro, sguizzò a Genova,

evitando di mettersi al cimento così sconquassato com'era; sicchè Lione

Strozzi e Salì capitano del Barbarossa, andatigli dietro, non poterono

cavarne altro, che ripescare con gli argani le artiglierie andate a

fondo lungo la spiaggia di Villafranca, trofei della fortuna, non della

virtù[7].

Vita di Andrea Doria, Volume II · 第 1 / 21 段