V.

La ricerca dell’appartamento fu lunga perchè il Coppa non era mai

contento delle stanze che vedeva, perchè Desiderio in cuor suo era

sempre scontento di abbandonare le proprie dove aveva amato, dove aveva

pianto.

Ma infine si trovarono. E furono proprio sette, non contando un

corridoio, che doveva servire di anticamera; a terreno, ma piene di

sole, come il Coppa le aveva volute, e non solo con la vista d’ampie

praterie, perchè Desiderio non si dolesse troppo di perdere la

prospettiva dei comignoli, ma con un piccolo giardino dove Bambina

potesse coltivare i piselli e le insalatine.

La segreta cura del Coppa era stata d’andare in cerca d’una tappezzeria

coi fiorellini rossi per la camera del gran letto matrimoniale; furono

papaveri invece di garofani di prato, ma il fondo bigio era lo stesso,

e l’insieme così ridente che Desiderio se ne dovesse contentare.

Veramente se n’era contentato subito, non già che quei papaveri gli

ricordassero meglio i garofani che aveva lasciato, ma perchè il povero

vedovo, avendo l’animo docile e riconoscente, era incapace di resistere

a una dimostrazione d’affetto anche se paresse costargli un sagrificio.

E poi la sua morta si era affrettata a venire al capezzale durante il

sonno per dirgli che andava bene ogni cosa, che non pensasse tanto a

raggiungerla perchè, avendo ancora molto da fare in terra, a vedersi in

cielo c’era tutta l’eternità. “Ma tu, Speranza cara, non ti stancherai

d’aspettare?„ aveva chiesto lui — e la morta aveva assicurato che la

stanchezza è una cosa della terra e di là non se ne intende neanco la

parola.

Siccome questa risposta non lo contentava, aveva soggiunto: “io non ho

perduto nulla; ti sono sempre accanto, ti vedo meglio di prima; tutta

l’anima tua ora mi appartiene; pur che tu non mi respinga, io posso

leggere ciò che stenti a vedere tu stesso; e non è nemmanco vero che io

non ti possa parlare; parlo al tuo pensiero, ti conforto, t’incoraggio,

ti contrasto alla muta — solamente mi rimane un dolore, ed è che tu non

abbia la coscienza della felicità del mio stato.„

Dunque fin da quel primo sogno era svanito ogni scrupolo di abbandonare

la vecchia casa; altri sogni seguirono nei quali la morta approvò la

scelta dell’abitazione vicina al Conservatorio; consentì che il Coppa

se ne andasse per il mondo un pochino ancora, fino a tanto che non

si fosse medicato della sua ultima ferita, e raccomandò ben bene che

Desiderio insegnasse l’organo a Bambina, che lui in persona, nessun

altri, accompagnasse la fanciulla al Conservatorio nell’andare e nel

venire; e infine nulla impediva... (ma questo non fu la morta a dirlo,

fu invece il Coppa) nulla impediva...

— Che cosa?

Che per Desiderio la fanciulla fosse ribattezzata Speranza.

— I morti non devono essere gelosi, insinuò il Coppa, — almeno mi pare.

— Non sono gelosi, assicurò Desiderio; la chiameremo Speranza.

— Io no; per me rimane Bambina.

Accomodate le cose in tal guisa, il vecchio Desiderio vide venirsi

incontro la felicità un’altra volta; e così lietamente, e così bella

e così larga di promesse al suo cuore modesto, che quasi gli pareva

soverchiare non le proprie forze, chè egli si sentiva fortissimo più

che mai, ma il ragionevole e il lecito ad una povera creatura mortale.

E si sentiva perfino scrupolo quando confessava a se stesso che la

morte di Speranza non aveva tolto nulla alla sua vita, perchè Bambina

era venuta, e la morta era viva ancora.

— Ma tu, povero amico mio, ma tu? interrogava spesso.

— Io sto bene, rispondeva il Coppa; tu sai che io so soffrire, e so

anche vincermi; ci ho la lunga pratica; chi sa, a forza di vincermi, a

che eccellenza arriverò?

— Ma soffri?...

— Altro! ma taccio. Spero che Bambina non abbia penetrato nulla; ogni

mattina, quando mi viene dinanzi e si rizza in punta di piedi perchè

io le dia un bacio paterno, essa non immagina il supplizio che mi dà.

Ma posso soffrire ancora: quando non potrò proprio più, me ne andrò a

spasso per il mondo, e tornerò guarito.

E in buona coscienza il Coppa, il vecchio Coppa, a cui la vita aveva

insegnato tante cose, il Coppa che aveva visto il doppio fondo di

molte gherminelle umane, il Coppa si vantava. Povero lui! Si credeva

forte perchè sapeva soffrire! Desiderio, il quale lo ammirava senza

restrizioni anche in questo, espresse una volta un pensiero che gli era

venuto.

— Lo so che tu sei forte, disse; e so che te ne compiaci; ma la forza

sta nel saper poi soffrire, oppure nel non soffrire? Chi sa? Forse i

fortissimi sono gl’indifferenti.

— Può essere.

Bambina era una scolara disattenta, e dopo poche settimane il vecchio

organista potè dire che di quell’allieva non avrebbe mai fatto nulla

di buono; essa rideva di tutto, assicurando che la lezione l’aveva

imparata benissimo, e per pagarsi della noia che le voleva infliggere

il professore con i suoi accordi, staccava dalla parete il vecchio

mandolino e strimpellava una canzone d’osteria. Era un dolore per

Desiderio, era anche uno strazio per il suo orecchio avvezzo alla

maestà dell’organo di Bach, udire quella musicaccia sonata con quello

strumento di tortura, ma quando il Coppa e Bambina ridevano, anche lui

rideva. Soggiungeva poi senza rancore che l’uomo che aveva inventato il

mandolino doveva essere ubbriaco, o forse paralitico, o almeno ammalato

di nervi.

In ogni modo Bambina per degnazione imparò le scale e gli accordi, e il

vecchio organista non disperava ancora che la passione dell’organo non

la pigliasse come aveva preso lui, quando la sentiva dire: “ora suona

qualcosa tu, che suoni tanto bene; mi fa tanto piacere ascoltare...„

Desiderio sonando Marcello e Bach, con gli occhi fissi al soffitto,

sembrava interrogare il cielo, mentre il Coppa seduto in disparte a

capo chino, con la faccia nascosta fra le mani, cercava nella faccia di

Bambina una ragione seria della propria pazzia.

I due Desiderii · 第 21 / 31 题