— Senti, disse il Coppa melanconicamente; ora hai pianto abbastanza;
guardiamo insieme l’avvenire, perchè forse ancora ce ne rimane uno: a
te almeno sicuramente.
A queste parole Desiderio, rialzando la faccia lagrimosa, balbettava:
_l’avvenire?_
— Sì, l’avvenire! Tu puoi ancora essere felice, e pregare il tuo Dio
che ti conceda un lungo tempo per la nuova felicità. Bambina è savia,
e tu sei amorevole. Fa tu il padre di questa poveretta, e la tua morta
sarà contenta. Sentila!
Dalla vicina stanza giungeva il riso allegro di Bambina, la quale
preparava la colazione, aiutata da una fantesca novizia. Diceva con la
sua vocetta buona: “fra tutte e due non ne sappiamo molto.„ La fantesca
muggì che essa credeva di saperne abbastanza, purchè la si lasciasse
fare; e Bambina rise forte fino a far ridere la stessa Togna, la quale
assicurò poi che la signorina aveva buon tempo.
I due Desiderii stettero un po’ ad ascoltare, finchè la risata si
spense nell’implacabile mugolìo di Togna.
Allora il Coppa interrogò per la centesima volta in due giorni:
— Non è vero che è un fiore?
— Sì, è un fiore, confermò Desiderio, ma la paura mia è che siamo
troppo vecchi per essa!
A questa frase che era stata accolta male già una volta, la faccia
del Coppa si trasformò come per dolore, e la mano inquieta cercò una
risposta nella fitta capigliatura rossa ancora, ma già velata dalla
polvere del tempo. Non la trovando, tacque.
Desiderio, tenendo gli occhi fissi nella sua idea melanconica, insistè:
— Mi pare che essa dovrebbe aver bisogno di vedere delle faccie giovani
e liete.... invece che cosa le possiamo offrire noi? E mi viene anche
in mente che un giorno possa essere ripresa dalla nostalgia di vivere
all’aperto, di cantare davanti alla folla col suo mandolino....
Il Coppa taceva sempre.
— Ora la novità le dà un po’ di svago, ma chi sa in seguito? Potremo
noi essere tutto quello che questa povera Bambina ha diritto di trovare
nella vita?...
— Ah! taci, taci, taci.
Questa parola ripetuta, senza ombra di collera, ma con voce bassa, in
cui si sentiva tremare la corda del pianto, tolse interamente Desiderio
dal suo pensiero, costringendolo a levare gli occhi dall’ammattonato
per fissarli in un nuovo dolore, che gli si apriva allora.
E con l’anima pietosa interrogò l’anima inquieta del suo vecchio amico.
Il Coppa tacque e Desiderio non indovinò quel silenzio.
— Che cosa hai? chiese poi con un filo di voce.
— Non ho nulla, rispose il Coppa allegramente. Ho che mi hanno sempre
detto il Matto, e che a forza di sentirmelo dire, lo sono diventato
un poco; ecco quello che ho... Non ho proprio nulla... cioè no, ho
la certezza che l’uomo non invecchia mai perchè è fatto d’un’anima
immortale; non è forse vero? So che la volontà è debole, ma diventa una
forza se la fantasia prepotente l’aiuta, e che quando mi hanno dato
battaglia tutte e due insieme, vi ho sempre lasciato un brandello di
carne viva. Da un poco questa battaglia è ricominciata più crudele che
mai.
Queste ultime parole furono mormorate appena, e Desiderio non le intese.
— Che cosa vai dicendo?
Il Coppa tacque un momento ancora; poi rialzò la testa, disse una sola
parola, ma così dolcemente che era una carezza: sentila!
Desiderio cominciò a credere d’aver inteso tutto. Stettero tutti e
due in ascolto, con gli occhi fissi sulla porta socchiusa della stanza
attigua, da cui passava la risata squillante di Bambina.
Poi Desiderio volle leggere in silenzio nell’animo dell’amico suo; e il
Coppa con un gesto soltanto credette di aprirgli il proprio cuore come
un libro.
— Capisco; mormorò Desiderio, non intendendo ancora gran cosa.
Bambina, irrompendo dalla cucina, venne ad annunziare che la colazione
era pronta.
Capì subito che aveva interrotto un discorso, e stette un momentino a
decidere se dovesse tornarsene in cucina alla muta, oppure mettere la
testina bruna a tiro di babbo Coppa, il quale per solito l’attirava
al suo petto e le cacciava una mano nei capelli ricciuti. Ma in quel
momento Desiderio le prese prima una mano, poi l’altra, e guardandola
negli occhioni lucenti: “Lascia che ti guardi„ le disse.
Dopo un esame lungo che Bambina sopportò con calma, soggiunse:
— Sei proprio bella, lo sai?
— Me lo dicevano tutti...
— Ma tu bada a non invanire per questo...
— Che cosa devo fare? interrogò ingenuamente.
Desiderio ci pensò, e non trovando una valida difesa contro il
sentimento della vanità che gli faceva paura, rispose crollando il capo
che forse non ci era nulla a fare.
— Questa tua bellezza io l’ho conosciuta, proseguì, e le parole sue
erano tremanti; è la bellezza buona, è la bellezza che fa pensare, è la
bellezza che sa amare, che accende, ma tien sempre caldo il cuore e non
vi lascia mai una parte addolorata. Questa è la tua missione, Bambina.
— Per Bacco! deve essere difficile? Non è vero, babbo?
— Sì, è difficile, confermò il Coppa pensosamente; vi è della gente
che si accende da sè alla vista d’un visino... come il tuo; poi soffre
senza dirlo; oppure dice a se stesso tante volte: matto, matto, matto!
e nondimeno soffre sempre. Che cosa può mai la bellezza buona perchè
nel cuore di questa gente non rimanga una parte addolorata?
— Nulla, rispose Bambina ridendo.
— Nulla... è quel che dico anch’io, proseguì con accento ilare. Hai
ragione tu, Bambina; questa missione è difficile; ma io voglio sperare
che non sia proprio la tua; ora andiamo a tavola.
Fecero colazione nella camera di Desiderio; la mensa era imbandita
a piè del lettone matrimoniale, dove erano scesi per cinquanta anni
tanti sogni belli, tanti sogni cari... cari anche quando portavano gli
sgomenti inevitabili in un amore che campa di poco. Coppa dal suo posto
vedeva innanzi a sè i due guanciali, ogni volta che alzava il capo dal
piatto; l’amico suo avendo voluto voltare le spalle alle memorie, se
ne sentiva afferrato ogni tanto; e allora interrompeva la chiacchierina
gentile di Bambina con un sospiro.
Che volevano dire gli sguardi fuggitivi che il Coppa gettava come lampi
sopra Bambina e sopra di lui? Desiderio credeva d’aver inteso qualche
cosa della confessione, ma ora a quegli sguardi era ben sicuro che
l’amico credeva di avere detto tutto da essere perfettamente inteso; e
questo lo metteva a disagio. Guardava quella faccetta tonda, fresca,
quella bocca ridente d’un sorriso buono, che metteva in mostra una
dentatura smagliante, scavando due fossette nelle guancie; quegli
occhi profondi e neri come i capelli che scendevano inanellati fino
sull’omero. E quella vista guastava il primo fantasma che, dalla
confessione dell’amico, era entrato nel suo cervello; perchè il Coppa
aveva il pelo rosso, gli occhi bigi, a fior di testa, impazienti.
Pensava: “se Bambina fosse nata di lui, che bisogno ci sarebbe stato di
venirmi a contare la frottola del mandolino e del nonno?„
A un tratto, come seguiva sempre a quell’anima monca dacchè sua moglie
se n’era andata al camposanto, a un tratto l’idea vagante si arrestò e
mandò una luce così viva e così crudele, che gli si empirono gli occhi
di lagrime.
— Povero Desiderio! mormorò, allungando la mano verso il Coppa; ora ho
inteso.
— Che cosa ha inteso? domandò Bambina, arrestando un boccone a mezza
via.
— Curiosaccia! disse il Coppa celiando.
— Sì, che cosa ha inteso, me lo dica... insistè Bambina. Lei lo sa?
— Sì, ma tu non lo saprai... volle promettere il Coppa; si pentì e
soggiunse: Spero almeno.... si pentì ancora e disse: Ma chi sa?....
forse.
E allora non fiatò più per un poco. Bambina insisteva col riso
tentatore fissando gli occhioni in faccia al _babbo_, che cercò uno
scampo così:
— Gli affari si trattano meglio a tavola; ora è il momento di
conchiudere il più importante. Dunque, Desiderio mio, vediamo: questa
casa ti è cara, e si capisce, ma bisogna rinunziarvi per la nostra
figliuola, la quale non può proseguire la vita che fa da quattro
giorni; non può dormire nel tuo studiolo, sopra un materasso buttato su
sei sedie...
— Le sedie sono otto, corresse Bambina, e ci si sta tanto bene!
— Le avrei ceduto il mio letto, e non ha voluto; ha detto che aveva
paura di perdersi in un letto così grande... ma tu piuttosto non puoi
continuare a dormire all’albergo... Ci ho pensato, sai?
— A che cosa hai pensato?
— Che si potrebbe comprare due letti, uno per Bambina e uno per te; tu
dormiresti come una volta accanto a me.
— Ma tu dimentichi che ora siamo ricchi, uscì a dire con accento
nervoso il Coppa, che ora possiamo avere ciascuno la nostra camera per
empirla di sogni e di smanie... I novantasei gradini della tua scala
li ho contati; sono troppi per... Bambina; per me sono meno di nulla,
anzi... ma per Bambina sono gravi... non dire di no, che so io quel che
mi dico. Ho già il fatto nostro; sette stanze allegre, piene di sole,
al secondo piano, con la vista verso un giardino... è già contratto
fatto, e quando ti dirò di venirci a stare, tu non mi dirai di no.
Tacque per aspettare una risposta, ma Desiderio non la diede subito,
e mandava in giro un’occhiata pietosa alle pareti coperte d’una carta
cenerognola tempestata di fiorellini rossi, ma non si sentiva male
all’idea dell’abbandono, quanto avrebbe potuto immaginare, perchè era
entrato nell’anima sua uno sgomento nuovo, che vinceva ogni altro al
paragone.
— Farò tutto quello che vorrai, rispose, povero Desiderio mio!
— Oh! non mi stare a compiangere ancora; la partita è appena
incominciata; posso guadagnare.
— Che partita? domandò Bambina.
— Dunque è inteso; vedi bene che tutto sta a scegliere il buon momento,
e si vince sempre... ora la verità è questa, che le sette stanze non
ci sono ancora, ma ci saranno prima di sera. Scarrozzeremo per Milano,
Bambina e noi due, fino a tanto che abbiamo trovato il fatto nostro...
Non guardare i garofani della parete; ne metteremo anche nella tua
camera; ti parrà ancora di essere qui dove hai vissuto tanto tempo. E
la tua Speranza, soggiunse sommessamente, ti verrà a trovare...
Queste parole del Coppa chiamarono un sorriso sulle labbra scolorite di
Desiderio.
— Ella è sempre accanto a me; non mi abbandona mai.
Intanto che Bambina sparecchiava, continuava a vagare nel cervello del
vecchio organista un pensiero inquieto, e appena la ragazza fu andata
nella sua cameretta per vestirsi, Desiderio interruppe:
— Dunque?
— Dunque l’amo, dunque soffro perchè l’amo come un pazzo; ma essa
non sa nulla, e non saprà mai nulla, rispose il Coppa con accento
tranquillo.
— E da quando?
— Da un mese forse; eravamo a bordo del _Sud-America_ quando feci la
strana scoperta che la mia pazzia era cominciata. Viaggiava con noi
un giovinotto, un commesso viaggiatore di una gran casa di prodotti
chimici; egli adocchiava Bambina da un pezzo; una sera che il mare
era tempestoso, e la piccina ed io soffrivamo entrambi, egli mi chiese
timidamente licenza di offrirle un suo rimedio contro il mal di mare;
e fu allora che vidi chiaro nell’anima mia, lo vidi dallo sforzo che
feci per ringraziarlo, invece di percuoterlo. Ottenuto il permesso,
egli si accostò a Bambina, che era al parapetto, ed io mi rizzai in
piedi e gli venni accanto. A me il mal di mare era passato. “Prova,
dissi a Bambina, prova, ti farà bene.„ E speravo, speravo proprio
che il rimedio di quel giovinotto non avesse nessuna efficacia; e mi
afflissi che invece Bambina se ne trovasse ristorata per un poco, e
quando il mal di mare fu più forte della medicina mi sentii consolato,
come se avessi ottenuto un trionfo. Cessò la burrasca nell’oceano, nel
mio cuore, no; e fino a tanto che a Gibilterra non vidi scendere quel
commesso viaggiatore della disgrazia, io non ritrovai più me stesso.
— E che pensava Bambina?
— Non si era accorta di nulla.
— Bravo!
— Perchè dici bravo?... La vigilia della fermata a Gibilterra
quell’innamorato timido, che da un poco andava cercando di attaccar
discorso con me per giungere meglio alla piccina, mi si mise al
fianco e mi disse che il giorno dopo mi avrebbe lasciato per _fare_
la Spagna. Egli non potè penetrare la soddisfazione mia nel dirgli:
“Oh!... me ne dispiace tanto! E _fare_ la Spagna, gli dissi, non sarà
una cosa spiccia.„ — “Più spiccia che non crede; il mio prodotto si
vende solo nelle piazze principali, e da pochi consumatori in grande.„
E mi assicurò che bastandogli un mese, dopo se ne ritornerebbe in
Italia a Milano. — “Lei pure va in Italia? E ci si fermerà? E andrà
a Milano?„ Risposi la verità, ma circondandola di tanti _forse_, di
tanti _se_, che il povero innamorato deve aver inteso che io non gli
volevo dar animo d’aprirsi meglio, come voleva fare. — “Mi chiamo Piero
Corruccini, mi confessò timidamente, se posso esserle utile in qualche
cosa in Spagna...„ Gli dissi gentilmente che non poteva essermi utile
in nulla nè in Spagna, nè altrove. “Il mio nome è Desiderio Coppa„
conchiusi. — Non avendo potuto arrivare fino a Bambina per la mia
porta, egli quella sera medesima volle tentare l’usciolino segreto,
di mettere in mano di Bambina una dichiarazione scritta. Ma egli
non aveva la pratica di far _passare_ nè biglietti nè altro; io lo
prevenni, e quando egli per disperazione volle cacciare il biglietto
in un guanto abbandonato della mia ragazza io m’impadronii del guanto,
e nel consegnarlo a Bambina ne levai il contenuto. E mi venne anche
il ticchio di fare una celia crudele, svolgendo la carta sotto gli
occhi di Piero Corruccini, dicendo; “Stiamo a vedere che cosa si era
cacciato nel tuo guanto; leggi.„ E Bambina lesse ridendo la lista del
desinare ultimo. “Non serve più a nulla, feci notare all’innamorato,
ora il desinare è digerito.„ Piero Corruccini mi guardò fieramente,
io guardai lui; ma mentre mi sembrava di essermi vendicato, un’idea mi
pigliò, e nel momento di dire _addio_ al commesso dei prodotti chimici
mi venne detto invece _a rivederci_, e gli dissi dove mi avrebbe potuto
rivedere, cioè in Milano, scrivesse al mio recapito fermo in posta. Se
ne andò in estasi.
— Bravissimo! mormorò Desiderio.
— Tu dici _bravissimo_, come io direi ad altri, come inutilmente ho
detto tante volte a me stesso. Dicevo _bravo_ quando mi sentivo la
forza di rinunciare a questo sentimento che del mio vecchio cuore ha
fatto un trastullo pietoso; non lo dico più ora...
Stettero un po’ in silenzio. Parve al vecchio organista che dalla
stanza vicina venisse ogni tanto un canto lieto vincendo il pedale
basso di Togna. — Era la voce di Bambina.
— Oh! poveretta me! diceva quella voce allegra, oh! poveretta me!...
— Poveretta te! disse il Coppa, parlando quasi a se stesso, poveretta
te, se la mia pazzia non mi lascia; se tu per compassione rinunzi alla
tua parte di felicità, che è la gioventù e l’amore, poveretta te!
— Oh! poveretta me; continuava a dire Bambina, e ad un tratto irruppe
dall’uscio di cucina, e venne innanzi al Coppa: — Guarda, babbo, sono
insudiciata molto?
Mostrava la faccetta bruna, in cui si vedeva uno sberleffo nero di
fuliggine.
Il babbo rise molto nel vederla, disse che faceva orrore, che corresse
subito in camera a lavarsi col sapone.
E appena Bambina fu scomparsa, proseguì coll’accento di prima:
— Sì, Desiderio mio, ho fatto perfino questa magnifica pensata,
sposarmela; essa ha diciott’anni non compiuti, io ne ho settanta...
non compiuti; ma sono ricco; a quella povera ragazza che l’altro giorno
ancora sonava il mandolino nelle bettole di Buenos-Ayres, alla mercè di
un argentino intraprendente o danaroso, posso dare uno stato splendido
in cambio della sua gioventù, della sua bellezza. Essa non direbbe di
no; è tanto bambina! Ancora non sa come è fatta la felicità, e posso
farle credere che sia fatta così: lei diciott’anni, io settanta. — Il
mondo batterebbe le mani come al teatro, quando un giuoco è riuscito. E
ora...
— E ora? interrogò Desiderio melanconicamente.
— Ci ho pensato meglio; perciò te la lascio, e me ne vado... Non per
sempre, però; per un poco soltanto; quando la mia pazzia sia passata,
verrò anch’io a pigliarmi la mia parte di carezze; e penseremo tutti e
due a darle un buon marito, sceglieremo un giovane che le voglia bene,
che renda felice lei e noi contenti.
Disse queste ultime parole stentatamente; Desiderio cercò in silenzio
la mano dell’amico suo, e la tenne a lungo nelle sue, tacendo sempre.
Poi Bambina apparve nel vano dell’uscio, e disse con compiacenza al
Coppa:
— Guardami, _babbo_, sono bella?
Era veramente uno splendore.