Da quel giorno incominciò per il Coppa la peggiore di tutte le
torture mortali, quella di chi serba il cuore retto quando i sensi
sono turbati. Che cosa fece il povero fanciullo in questa orrenda
congiuntura?
Alle prime interrogazioni della coscienza, cercò di rispondere una
bugia, ma stretto dalle domande ingegnose e crudeli, si diede vinto,
confessò tutto: egli voleva un’innamorata, che fosse come quella del
suo grande amico, così bella, così serena, così buona, così bionda,
egli voleva Speranza, egli amava Speranza, la piccola Speranza d’un
amico legato a lui per la vita e per la morte.
E si diceva indegno dell’amicizia, dell’amore, di tutte le cose belle
che adornano il creato, e del sole che ce le fa vedere. Questo fece il
povero fanciullo, ma che cosa avrebbe fatto di meglio un uomo?
Quell’idea entrata nel suo cervello, l’occupava tutto, tormentandolo ad
ogni ora del giorno e della notte; egli si provò a cacciarla in mille
modi, studiando molto la lezione, e non studiandola affatto per essere
messo in castigo, evitando di parlare di Speranza coll’amico suo, e
parlandone invece fino a stancare lo stesso amore tanto per vedere da
vicino l’immagine di quella felicità su cui il suo demonio lo spingeva
a stendere una mano ladra. Questo fece, e inutilmente, il povero
fanciullo; l’uomo non avrebbe fatto altrimenti.
Desiderio intanto era così ingenuo, o così felice, che non si accorgeva
di nulla; nelle parole e nei silenzii del Coppa egli non vedeva se non
nuovi aspetti di quel temperamento bizzarro a cui avevano messo nome il
_Matto_.
La loro amicizia del resto non ci pativa; il Coppa aveva anzi per
Desiderio una specie di tenerezza che somigliava alla pietà; si
umiliava volentieri al suo cospetto, qualche volta avrebbe voluto
farsi picchiare da lui.... o da lei. Dà lei! Oh, essere picchiato da
Speranza, che dolcezza infinita!
Bizzarra cosa: in quella lotta per nascondere il proprio sentimento e
per vincerlo, il Coppa era contrastato senza avvedersene dalla propria
vanità; egli non dubitava mai di nulla, si sa bene, non immaginava
neppure che Speranza, invitata a scegliere tra l’amico e lui, non
avesse a buttargli nelle braccia; anzi perciò solo aveva una gran
compassione di entrambi, perchè si credeva d’aver in pugno la loro
felicità. Egli non dubitava nemmeno delle proprie forze; anche quando
abbandonava la testa stanca sul guanciale, persisteva in lui una falsa
coscienza che, pur di volere sul serio, egli potrebbe da un momento
all’altro strapparsi di dosso la strana malìa.
Questa falsa convinzione che egli avrebbe voluto smentire, per trovarsi
meglio con la coscienza, ma che l’amor proprio avvalorava di nascosto,
gli fece del male; a poco a poco, senza avvedersi, egli cominciò
davvero a lottare per stancarsi e per soffrire, ma non più per vincere.
La domenica, all’ora del parlatorio, vi andava tirandosi dietro
l’amico, e studiandosi di fare un ingresso decoroso.
Perciò dopo aver salutato con un cenno del capo dal basso in alto la
piccola Speranza, le voltava le spalle addirittura, perchè essa non
gli potesse leggere nel cuore, e innamorarsi lei, povera creatura, e
guastare il sacrifizio che egli voleva fare ad ogni costo.
Ma quando aveva arrestato un momentino la zia nella strada del
paradiso, e chiestole come aveva passata l’ultima settimana in questa
terra, quando aveva udito contare le maglie della calzetta eterna, il
disgraziato Coppa era spinto da una mano invisibile al cospetto dei
due innamorati, per vedere da vicino che sorta di balocco essi andavano
facendo della sua felicità distrutta.
E quella vista era così dolorosa, che egli avrebbe voluto spirare ai
loro piedi, per colpire di sgomento la loro spensieratezza.
Poi si pentiva, e tornava al suo cantuccio, a girare sguardi inquieti
per l’ampio stanzone, cercando inutilmente un sorriso sopra una faccia
giovine e bella.
Quello strazio durava da qualche tempo, e Desiderio non si accorgeva
di nulla. Un giorno alla passeggiata, il Coppa, che era stato sempre
silenzioso ed inquieto, vide passare entro una carrozza, tirata da due
cavalli bianchi, una bellissima giovinetta.
— Guarda, disse a Desiderio, guarda in quella carrozza.... guarda....
ah! non sei più in tempo, è passata.
— Chi?
— La mia Speranza.
Allora Desiderio lo guardò in faccia, perchè non capiva, il Coppa si
credette scoperto e si fece rosso.
— È passata, disse celiando a stento, ma la raggiungerò; i suoi cavalli
bianchi corrono molto, ma anche i miei correranno molto.
— Non ti capisco, confessò l’amico umilmente.
— Eppure non è difficile, disse il Coppa con calma, volevo anch’io
un’innamorata, ed ora ce l’ho; è passata in questo momento; era bella,
era bionda; la chiamerò Speranza, come la tua.
— Matto! disse Desiderio.
— Sì, matto, disse il Coppa.
Tacque; ma dopo un centinaio di passi, impacciato dal proprio silenzio,
tanto per dire qualche cosa, fece una strana proposta all’amico:
— Ti piacerebbe andarcene pel mondo, noi due, a cercar la fortuna? Si
fuggirebbe dall’ospizio insieme, e si andrebbe fuori di porta, sempre
diritti, fino a Parigi o fino a Londra? Ti piacerebbe?
— A me no, rispose schiettamente Desiderio.
— A me invece, tanto. Si andrebbe laggiù a cercar la fortuna; al
ritorno tu sposeresti la tua Speranza, io.... andrei a trovare quella
ragazza, che è passata or ora, e le direi: mia cara, tu devi sapere
che io t’ho vista un giorno nel viale dei giardini pubblici, allora ero
orfano e povero, oggi sono....
— Oggi sei più matto del solito, interruppe Desiderio.