V.

Il Coppa fece anche di più per tornare in pace con sè medesimo; la

domenica successiva trovò modo di avvicinarsi alla piccola Speranza

e di parlarle dell’amico suo con un linguaggio d’innamorato. Nessuno,

in quell’ampio parlatorio, badava ai due piccini, che si erano messi

sopra una panca a discorrere. Mentre la zia dell’uno era intenta a far

la calza e a dire il rosario, e la mamma dell’altro non aveva occhi se

non per il suo figliuolo, un bel pezzo di ragazzo tredicenne, il Coppa

diceva a Speranza:

— Tu non hai visto ancora Desiderio?...

— Sì, l’ho visto.... rispondeva Speranza senza falsa modestia.

— Come hai fatto?

— L’ho visto tante volte; quando fa troppa caldo, aprono la finestra e

allora si può vedere in cortile.

— Ti piace? domandò il Coppa.

Nemmeno questa domanda brutale scoraggiò la fanciulla, la quale alzò,

gli occhi per far rientrare il suo interlocutore nei confini della

discrezione.

Il Coppa si affrettò a soggiungere:

— Se tu sapessi quanto è buono, gli vorresti anche più bene. Ha poi un

talento.... ha poi un cuore.... ha poi una memoria....

Che cosa non aveva quel giorno il povero Desiderio? Aveva ogni ben di

Dio, salvo uno: la ricchezza; ma a questa penserebbe lui, proprio lui,

perchè non vi era dubbio che un giorno, lui, proprio lui, il Coppa,

diventerebbe milionario.... e allora?

Non finirono qui le confidenze che il fanciullo fece all’innamorata

dell’amico; senza avvedersene, come qualche volta accade, per parlare

di Desiderio era costretto a dire delle proprie aspirazioni, dei

proprii sogni, dei proprii disegni d’avvenire; ma quando si accorgeva

d’aver perduto il filo, lo ripigliava bruscamente dimostrando in modo

repentino una nuova virtù dell’amico.

Così la piccola Speranza seppe del giuramento che legava i due

Desiderii per la vita e per la morte, della cerimonia del sangue e

perfino del piccolo Giulio, che era morto per tornare con la mamma.

Allo spirare dell’ora del parlatorio, il Coppa, che aveva già preparato

ogni cosa con la zia, disse alla fanciulla che la domenica successiva

avrebbe visto e parlato a Desiderio....

Speranza non osava domandar come, ma interrogava con gli occhi, e

questi occhi erano così grandi e venivano così bene incontro alla

gente quando interrogavano a quel modo, che il fanciullo fu costretto

a guardare di qua e di là, per cercare un’innamorata. Ahi! in tutte

quelle donne giovani o vecchie, che distribuivano baci agli orfanelli,

non ve n’era una, il cui bacio potesse valere più dei baci appaiati che

gli dava la zia nell’andarsene, e nemmeno più d’un bacio spaiato.

E forse il Coppa cominciava a pensare che avrebbe baciato volontieri

l’innamorata del suo grande amico, senza metterci malizia.

Ma un altro amplesso lo distrasse, e gli troncò a mezzo il pensiero —

era la zia che aveva intascata la calza e gli piombava addosso col suo

paio di baci regolamentari.

La piccola Speranza già perduta in mezzo alla folla si voltava verso i

vetri della finestra, dove si vedeva ancora la traccia di due labbra,

la punta schiacciata d’un nasino e qualche altra parte di una faccetta,

i cui contorni si smarrivano come nella nebbia.

Il Coppa raggiunse l’amico nel cortile e gli annunziò la lieta novella.

— Acconsente.

— Davvero?

— Sì, domenica ti farà chiamare, e tu parlerai alla tua Speranza;

e sarà così tutte le domeniche; non avrai più bisogno di stare

dietro i vetri; se tu vedessi come sei brutto, quando hai il naso

schiacciato!...

Dunque, in grazia dell’amico suo, Desiderio potè un giorno andare in

parlatorio. Mettendo il piede in quello stanzone, che non riceveva luce

se non dalla finestra coi vetri smerigliati, udendo un bisbiglio di

voci carezzevoli in ogni crocchio, il piccino si trovò come smarrito,

e credette di sentire per la prima volta tutta la miseria di chi non

ha altra famiglia che l’ospizio. Ma avvezzandosi a quella scarsa luce,

egli vide in fondo alla stanza due occhi pieni di consolazione, i cari

occhioni della sua Speranza; e fu necessario che il Coppa gli desse uno

spintone amichevole per impedirgli di precipitarsi da quella parte e

mandarlo prima di tutto dalla zia.

— Come sta? chiese il fanciullo timidamente.

— Sta benone, rispose il Coppa per sua zia; e rivolgendosi alla buona

donna, che era occupata ad estrarre da una tasca profonda qualche cosa

che pareva una mela, ma non poteva essere se non il gomitolo della

calza, proseguì: questo qua è il mio amico di cui ti ho parlato; egli

non è mai venuto in parlatorio, e si immaginava che fosse una specie di

teatro.... Ma noi ci divertiremo lo stesso, concluse.

La zia del Coppa si credette in obbligo di promettere il paradiso

all’amico di suo nipote, se fosse savio, rispettoso, e non tralasciasse

di fare le devozioni ogni giorno; quando ebbe assestato questo

conticino con la propria coscienza, si cacciò un ferro da calzetta

nel costato destro come se volesse per la via del martirio arrivare in

paradiso più presto — e cominciò a contare tranquillamente le maglie.

Allora i due ragazzi la lasciarono, e facendo gli sbadati con un’arte

sopraffina, vennero entrambi dinanzi alla panca della fanciulla.

Speranza e Desiderio si fecero rossi rossi, perchè erano troppo

felici, e il Coppa, che aveva lavorato tanto a quella felicità, se ne

sentì respinto, e voltò le spalle con falsa disinvoltura. Egli andò a

mettersi in un canto, senza sapere nemmanco lui perchè e lasciò venire

a sè tutti i pensieri amari.

Quella donna che faceva la calzetta e diceva le orazioni, senza voltare

nemmeno gli occhi a cercare di lui, era dunque la sola persona al mondo

incaricata d’amarlo in terra e di insegnargli la via del paradiso!

Dacchè egli era al mondo, aveva voluto bene soltanto a suo padre,

un buon uomo, che lavorava troppo, digiunava troppo, e lo picchiava

troppo; alla moglie d’un colonnello che non si era nemmeno accorta

di lui, a una donna dipinta ed ora a Desiderio. Avrebbe amato ancora

volontieri qualcuno o qualcuna perchè tutto l’affetto che non aveva

potuto spendere gli faceva nodo nel cuore. Gli pareva di doversi

precipitare verso i due smemorati, i quali non badavano più a lui, e

dire... che cosa? che voleva essere il servo del loro amore, e che gli

ordinassero subito di fare qualche grossa pazzia, e poi lo pizzicassero

a sangue, o accarezzassero la sua testa matta.

Eccoli là, soli, poveri, dimenticati; e lui del pari, ma più solo e

più dimenticato, s’immaginava di proteggerli con lo sguardo e aveva un

sentimento di tenerezza quasi materna nel ripetere a sè stesso che egli

voleva essere qualche cosa per la loro felicità.

Subito dopo si adirava della loro indifferenza per lui; voleva

tenere il broncio a Desiderio, e intanto si provava a non degnare

nemmeno d’una occhiata quella biondina — ma quando il suo sguardo

aveva ramingato un poco nello stanzone nero, ritornava ai due piccoli

innamorati. Seduti l’uno vicino all’altro sopra una panca, protetti

dalla loro età, essi potevano discorrere come vecchi amici senza

che nessuno desse loro noia. Avevano l’aria di dirsi le cose più

indifferenti, e perfino la madre di Speranza, che si voltava ogni tanto

a ricercare la sua figliuola, non entrava in sospetto di nulla.

Quel giorno l’ora del parlatorio parve lunga al povero Coppa, sebbene

avesse sentito una compiacenza malsana nello scoprire che egli era

grandemente infelice.

Violando per la prima volta un giuramento fatto per la vita e per la

morte, il Coppa non disse nulla al suo grande amico; e per tutto il

resto di quel giorno sentì crescere la propria infelicità, nella lotta

tra il bisogno di confidarsi e un nuovo sentimento, come di vendetta,

che gli consigliava di serbare tutto il dolore per sè solo. Anche la

notte, quando fu entrato nel suo letto, egli ebbe la forza di augurare

buon riposo a Desiderio e di soggiungere che aveva un gran sonno per

troncare in bocca all’amico le espansioni della felicità, e per essere

lasciato solo con il suo dolore sconosciuto.

Per solito essi aspettavano che il sonno fosse sceso sui letticciuoli

più vicini per incominciare poi sottovoce una conversazione, che aveva

il sapore del frutto proibito.

Peccato che il Coppa avesse tanto sonno, mentre Desiderio non poteva

chiuder occhio! Purè il Coppa non russava ancora, e Desiderio si provò

a tentarlo chiedendo con un filo di voce:

— Dormi?

Il Coppa aveva gli occhi aperti, non rispose.

Era una cattiveria, e pure ci trovava gusto.

— Dormi? ripetè il piccino.

Sì, era una crudeltà, il non rispondere, ma gli piaceva che tutte le

voci della propria coscienza gridassero insieme: cattivo, cattivo,

cattivo!

Quando Desiderio tacque e si voltò sull’altro fianco invocando un sonno

che gli ripresentasse le vaghe immagini della veglia, il povero Coppa

sentì tutta la propria miseria, e pianse, senza sapere perchè.

Quel pianto gli fece bene; gli sembrò di vedere attraverso le lagrime

il cadaverino del piccolo Giulio di cui occupava il letto, e s’immaginò

d’essere morente anch’egli e di avere al capezzale Desiderio e la sua

piccola innamorata, e dir loro prima di chiudere gli occhi per sempre:

“siate felici!„ E lo disse veramente “siate felici!„ perchè Desiderio,

il quale non dormiva ancora e da un poco s’era accorto che l’amico suo

faceva uno strano sogno, si voltò di botto e disse: Coppa? che cosa

hai?

— Ho fatto un cattivo sogno, rispose il fanciullo lottando con le

ultime riluttanze. Ma subito soggiunse tutta la verità, o almeno quella

che a lui pareva tutta la verità, cioè che quel giorno si era sentito

solo, e che gli sembrava di essere stato infelicissimo.

Desiderio non capì gran che, e pure con la massima sincerità disse che

anche lui, qualche volta, provava qualche cosa di simile... ma che poi

passava... “Bisogna dormire, consigliò, e domandare al cielo un bel

sogno...„

— Hai provato a ripetere la preghiera?

Il Coppa non aveva provato, non avrebbe nemmeno potuto provare perchè

non la sapeva.

— Io la so tutta, disse Desiderio; qualche volta quando non posso

dormire la ripeto mentalmente, e sento che mi fa bene. Mi sembra

perfino che dicendola sottovoce sia ancora più bella... Senti.

E con un bisbiglio che pareva una carezza, cominciò:

“Ancora un giorno è passato, o Signore, ed eccomi alla vostra

presenza.....

“O Signore, che godete più del nome di padre che di quello di giudice,

non mi trattate come ho meritato, ma secondo la grandezza della vostra

misericordia.„

Egli tacque, aspettando che il Coppa dicesse qualche cosa, e in quel

breve intervallo fu pigliato dal sonno.

Il Coppa, rimasto un’altra volta solo, ripetè più volte prima di

addormentarsi: “non mi trattate come ho meritato, ma secondo la

grandezza della vostra misericordia.„

Poi dormì e sognò d’essere trattato male.

I due Desiderii · 第 10 / 31 题