La stramba idea che, sorgendo a un tratto sul lastrico di Milano,
aveva lusingato il Coppa con la sua monelleria, non lo lasciò più.
Egli era così fatto, il povero orfanello, che l’insolito lo seduceva,
e il pericoloso lo attirava. La notte, nel silenzio del dormitorio,
quando egli cercando di dormire, poteva credere in buona fede di
non ricordarle più, qualcuno gli venne presentando ad una ad una le
sue medesime parole: “ti piacerebbe andare per il mondo a cercar la
fortuna?„
Aprì gli occhi, e alla scarsa luce della lampada notturna, il camerone
gli parve più nero; stette in ascolto, e gli sembrò che tutti i suoi
compagni si lamentassero nel sonno, tranne uno, che era felice anche
dormendo, Desiderio.
Sì, fuggire domani stesso, questa notte medesima, subito, che bella
impresa! Bella, ma difficile.
Allora si finse prigioniero coll’immaginazione, e si provò ad
architettare la sua fuga. Prima di tutto egli aspetterebbe ancora
un’ora per assicurarsi che tutti dormissero, poi si vestirebbe di
nascosto, farebbe un fardelletto delle sue robe... Di tutte? No,
bisognava lasciare all’ospizio ogni cosa che l’ospizio gli aveva dato;
salvo un paio di grosse scarpe, dovendo camminar molto; il difficile
nell’uscire dal dormitorio, sarebbe l’aprir l’uscio così piano che
non facesse rumore. Giunto sulle scale, scenderebbe tentoni fino al
gran cortile. E poi? Come arrampicarsi fino al ciglio del muro? Non
vi erano scale a piuoli ed egli non si sentiva capace di tirarsi su
puntellandosi con le mani e coi piedi nell’angolo dei due muri, come
aveva visto fare ad altri. Bisognava rinunziare alla scalata e trovare
un’altra uscita più volgare.
Finchè rimase sveglio, il Coppa non trovò nulla, ma appena si fa
addormentato tutto ciò che gli era riuscito scabro gli si appianò
dinanzi; egli trovò subito un’uscita, e fuggì, e andò per Milano e per
il mondo a cercar la fortuna, e la trovò a Parigi, o a Londra, e fu
ricco ed ebbe due cavalli bianchi e un’innamorata bionda.
L’alba svegliandolo da quei sogni lo consolò dandogli un rimorso. Egli
si accusò d’aver tradito l’amicizia, d’aver potuto pensare alla fuga
abbandonando nell’ospizio l’amico a cui era legato per la vita e per
la morte. Per fare la pace con la coscienza, confessò a Desiderio il
proprio sogno, poi disse:
— Ci ho pensato anche da sveglio, ma per celia; io non me ne vado, se
tu non vieni; perchè dimmi un poco, se non ci fossi io, come faresti tu
ad andare nel parlatorio? Povero Desiderio!
Povero Coppa! egli compiangeva il suo rivale, e per respingere la
tentatrice idea d’una fuga dall’ospizio non trovava un argomento più
valido di questo: no, io devo rimanere perchè Desiderio possa andare in
parlatorio a vedere la sua innamorata!
E ci andò in parlatorio, il povero Desiderio, dieci volte, venti,
e fa ogni volta più felice, e non vide, non sospettò mai lo strazio
del piccolo eroe dimenticato, che andò egli pure in parlatorio, e fu
infelice sempre più.
Ma intervenne la morte a rompere questo idillio penoso.
Una domenica, i due fanciulli aspettavano l’ora del parlatorio, quando
si venne a chiamare il Coppa, il Coppa soltanto.
— E tu? chiese il fanciullo al suo compagno, e lui? domandò al
sorvegliante. Non è mia zia che mi chiama?
— No, è un uomo.
— Povero Desiderio! mormorò il Coppa, offeso da una pallida gioia
entrata furtivamente nel proprio cuore.
Nel parlatorio si vide venire incontro un certo Tita che egli conosceva
appena, un vicino di casa della zia.
— La zia è malata? domandò il fanciullo.
— È morta! rispose bruscamente Tita.
— Morta? ripetè il fanciullo come uno smemorato.
— Sicuro; fino a jeri l’altro stava meglio di me e di te, spiegò
l’impassibile visitatore; io dico che dev’essere stata qualche cosa che
aveva dentro e che si è rotta.
— Morta! ripeteva il Coppa.
— Sicuro, è morta ieri mattina all’alba; oggi alle quattro la portano
al camposanto.
Ad ogni parola di quell’uomo, che gli parlava con una voce strascicante
mettendo nel suo discorso delle cadenze pigre, il fanciullo vedeva
un’immagine desolata. Fissava gli occhi nella parete dirimpetto, o
guardava senza vederle le faccie indifferenti dei visitatori; egli
vide così sua zia, stecchita, immobile entro una cassa d’abete e vide
i ceri che ardevano nella stanzetta, e vide una calza non finita sul
canterano.
E intanto ripeteva, come se stentasse ad afferrarne bene tutto il
significato, questa grande parola: morta!
La piccola Speranza era là; ma i suoi occhioni azzurri interrogavano
invano; oggi la morte soltanto parlava all’anima sbigottita del
fanciullo.
Più tardi il Coppa sarebbe stato sincero nel misurare la sventura
che lo colpiva, ma in quel momento non la misurava ancora; e poteva
accettare senza rimorso il nuovo sentimento di forza che gli veniva
offerto dalla morte. Non sapeva come avvenisse, ma era quasi sicuro di
non offendere nessuna religione umana, lasciandosi accarezzare da una
baldanza nuova. E poi, toccato dalla sventura, egli si sentiva di tanto
più alto della piccola Speranza, che non badava nemmanco più ai due
grand’occhi fissi sopra di lui, e poteva lusingarsi che tutto sarebbe
finito fra loro due.
Intanto Tita gli veniva dicendo:
— I corvi sono già venuti; sono già là, a spartirsi quella poca roba;
tua zia voleva bene a te più di loro; ma se non ha fatto testamento tu
non avrai nulla.
— I corvi? balbettò il fanciullo.
— I tuoi zii; non li conosci?
— No.
— Ne hai due, uno più bello dell’altro; sono là — tu non sai se tua
zia abbia fatto testamento?... No?... peccato! Della bella e buona roba
ce ne aveva; il canterano è un bel mobile..... il letto è vecchio, ma
solido; ci sono due gran guardarobe verniciate; e poi doveva avere del
denaro...
A me, prima di morire, ha chiesto una calza incominciata, col suo
gomitolo, e ha detto che l’aveva fatta in parlatorio per te.
— Per me? balbettò il Coppa, e pianse. Non aveva potuto strappargli una
lagrima la notizia che sua zia era morta, ma l’idea che la buona donna
veniva ogni domenica, e si metteva a sedere là, su quella panca, e
cavava di tasca la calzetta che essa destinava a lui, senza vantarsene,
e che egli quasi se ne era indispettito, e una volta ne aveva riso,
quest’idea gli gettò un gran turbamento nel cuore, e lo fece piangere.
All’estremità del camerone, la piccola Speranza indovinò un gran
dolore, ed ebbe voglia di piangere anch’essa.
— Eccola! disse Tita.... ma è inutile piangere; eccola! insistè, e si
cavò di tasca la famosa calzetta, lasciando cadere a terra il gomitolo,
che rotolò fino a Speranza.
Subito la fanciulla lo prese e lo portò all’incognito, ma il Coppa la
vide appena e si compiacque di sentire che gli occhioni smarriti della
fanciulla lo lasciavano freddo.
— La riconosci? proseguì Tita, ravvolgendo il filo al gomitolo, è
questa qui; te l’ho voluta portare io stesso, perchè è cosa tua,
sebbene non sia finita, anche i tuoi zii non hanno detto di no.
— Grazie, balbettò il fanciullo, e nascose la calzetta sotto il
camiciotto.
— Non ci ho altro, conchiuse Tita, e me ne posso andare; però se tu
avessi voglia d’uscire domani per visitare tua zia in camposanto, io
verrò.
— Grazie.... ripetè il fanciullo
— Devo venire?
— Sì, sì, venga; ma bisogna chiedere il permesso al rettore.
— Lo chiederò.
— Venga presto.
Tita se ne era già andato tranquillamente, e il Coppa rimaneva ancora
nel mezzo dello stanzone.
Nella vetrata della finestra appariva e spariva il nasino di Desiderio;
gli occhioni di Speranza interrogavano invano.
Il fanciullo la vide, le si accostò, e le disse semplicemente:
— Mi è morta la zia, non verrà più nessuno a chiamarmi in parlatorio;
non ci vedremo più.
La fanciulla spensieratamente gli prese una mano, ed a quel contatto il
Coppa sentì che la malia si rinnovava.
— Mi dispiace per voi altri, disse il Coppa, e anche per me; tu sei
tanto bella!...
Si arrestò; tutti i suoi nervi tremavano.
— Addio, ripetè a un tratto, e fuggì.
La vocetta di Speranza mormorò: addio, ma il Coppa era già lontano.