CAPITOLO CIV.

_Sollevazione di Genova, e sua punizione per parte di Lodovico

XII; abboccamento di questo monarca con Ferdinando il cattolico;

Massimiliano minaccia la Francia, attacca i Veneziani, poi fa

con loro la pace; miseria di Pisa e sua sommissione ai

Fiorentini._

1506 = 1509.

Non eravi stato verun periodo nella storia d'Italia, in cui Genova

avesse meno richiamato l'attenzione degli altri popoli, e provato minor

numero di quelle intestine convulsioni di cui abbiamo parlato. Vero è

che la repubblica più non era libera, più non aveva volontà propria, nè

più dipendeva dalle sue deliberazioni il partito cui s'appiglierebbe;

Genova, che la violenza delle sue rivoluzioni aveva gettata sotto il

dominio degli Sforza, era in appresso passata sotto l'autorità del re di

Francia, quasi facesse parte del ducato di Milano. Pure in forza di una

volontaria capitolazione ella aveva accordate al sovrano di Lombardia

press'a poco le stesse prerogative che prima esercitava il suo proprio

doge. Questa capitolazione sussisteva sempre tra Genova e la Francia, e

sebbene la libertà più non fosse intera, sebbene la pubblica energia

fosse scemata nella stessa proporzione che i diritti dei cittadini,

sebbene non avessero più flotte dominatrici del Mediterraneo, non armate

che disputassero l'impero dell'Italia, non tesori con cui assoldare le

potenze straniere, non commercio finalmente che potesse rivalizzare con

quello di Venezia, o soltanto di Firenze, pure la sua amministrazione

era tuttavia repubblicana, la costituzione rimasta press'a poco conforme

all'antica, e passabilmente guarantita la sicurezza delle persone e

delle proprietà.

Le fazioni che non molti anni prima avevano dato a Genova una così

formidabile potenza, sentivansi contenute dal timore del monarca, nè più

versavano sangue, nè più si disputavano la suprema autorità colle armi

alla mano. La legge aveva divise le magistrature in eguali porzioni tra

la nobiltà e la plebe, e tutti erano rimasti lungo tempo soddisfatti di

questa divisione. Ma dopo che un governatore francese occupava in Genova

la carica di doge, questo governatore, vanaglorioso de' suoi natali,

aveva data una decisa preferenza alla nobiltà del paese da lui

amministrato. Egli più non ammetteva che nobili nella sua società, loro

accordava il vantaggio in tutte le contestazioni, e quando ancora faceva

eseguire tra di loro ed il popolo la disposizione delle capitolazioni,

si maravigliava che _uomini da nulla_ avessero osato di dettare leggi _a

persone di qualità_.

La nobiltà genovese, approfittando del favore del governatore, aveva

preso verso le classi inferiori un contegno insolente, che non si era

mai permesso di mostrare, finchè, secondo le antiche leggi dello stato,

il doge erasi scelto esclusivamente nell'ordine plebeo. Nello stesso

tempo, sagrificando ogni altra considerazione ai suoi personali

vantaggi, la nobiltà più non prendevasi pensiero dell'indipendenza della

patria, e ad ogni contesa abbracciava sempre l'interesse del padrone

straniero che signoreggiava la repubblica[376].

[376] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 370._

L'opposizione tra il pubblico interesse de' cittadini, e l'interesse del

cortigiano, che animava i nobili, si manifestò quando i Pisani nel 1504

vollero darsi ai Genovesi, impetrando colle più calde istanze ciò che in

altro tempo i Genovesi avrebbero risguardato come il più luminoso

vantaggio. Tutto il partito popolare si mostrò desideroso di accettare

tale proposizione; per lo contrario la nobiltà, conoscendo le intenzioni

della corte, vi si oppose con estrema ostinazione[377]. Colui che fra

gli altri nobili si adoperò con maggior zelo per rendere vano il comune

voto de' suoi concittadini, fu Gio. Lodovico del Fiesco, di quest'epoca

il più ricco di tutti i membri della nobiltà, e quello che contar poteva

sopra un maggior numero di clienti; perciocchè da un canto possedeva

nella riviera di Levante ragguardevoli feudi, dall'altra aveva ricevuto

dalla bontà del re importanti governi nella riviera di Ponente. Giovan

Lodovico del Fiesco opponevasi all'acquisto di Pisa, perchè voleva

tenere la repubblica genovese in uno stato di debolezza tale da potervi

con minori ostacoli fondare il credito di sua famiglia; perchè voleva

piacere a Lodovico XII, che vedeva con gelosia accrescersi la potenza

dei Genovesi; finalmente perchè accarezzava i Fiorentini, dall'oro dei

quali la pubblica opinione accusavalo in Genova d'essere stato

guadagnato[378]. Ma il ragionamento con cui cercò di far prevalere la

propria opinione manifesta lo strano indebolimento della repubblica;

invece di marinai e di soldati la popolazione di Genova più non contava

che tessitori e manifatturieri; di modo che difficilmente trovavasi

gente da armare due o tre galere per la guardia del porto, mentre non

v'era tesoro, e non si voleva, o non si poteva sopportare straordinarie

imposte[379].

[377] _P. Bizarri Sen. Pop. Gen. Hist. l. XVII, p. 412._

[378] _Ub. Folietæ Gen. Hist. l. XII, p. 681._

[379] _Ivi l. XII, p. 682._

L'irritamento del popolo contro la nobiltà andò sempre crescendo dopo

questa contestazione intorno all'acquisto di Pisa. Il popolo cominciò ad

accusare la nobiltà di avere sagrificato l'onore della patria ai

personali vantaggi che si riprometteva dalla corte. Altronde di

quest'epoca il nome di nobiltà ristringevasi in Genova ai soli

discendenti delle quattro potenti famiglie che avevano pel corso di un

secolo esercitata la sovranità in quella repubblica; mentre che i

discendenti di coloro che prima del tredicesimo secolo avevano divisa

l'amministrazione coi Doria e cogli Spinola, coi Fieschi e coi Grimaldi,

o di coloro che si erano innalzati dopo il 1339, erano egualmente

confusi sotto il nome di popolo. Quest'ultimo ordine pareggiava quello

dei nobili in ricchezze ed in talenti, e non credevasi pure per conto

dei natali da meno di loro. Sì gli uni che gli altri si consacravano al

commercio, che suole inspirare sentimenti di eguaglianza; e quando i

nobili cominciarono ad armarsi di pugnale, sul di cui manico avevano

fatto incidere castiga villano, i plebei, che si sentivano ad un tempo

minacciati ed oltraggiati da tanta insolenza, giurarono di vendicarsi di

un disprezzo così poco meritato[380].

[380] _Jean d'Anton Hist. de Louis XII, an. 1506, p. 47. —

Observations sur les Mém. de Fleuranges t. XVI, p. 329. — Uberti

Folietæ l. XII, p. 687. — Ag. Giustiniani An. di Genova l. VI, f.

258._

Ogni giorno qualche gentiluomo insultava qualche cittadino dell'ordine

del popolo; ma questi non poteva sperare soddisfacimento, perchè la metà

di tutti i tribunali e di tutti i consiglj era composta di nobili,

determinati a sottrarre i loro compagni ad ogni castigo, e perchè il

governatore reale era sempre disposto ad assecondarli. Perciò dopo

qualunque oltraggio, dopo qualsiasi atto violento, il popolo si adunava

sempre per domandare, che, postocchè le famiglie dell'ordine popolare,

illustri, ricche e da gran tempo in possesso del governo, erano il

doppio più numerose di quelle dei nobili, ottennessero altresì i due

terzi de' pubblici impieghi. Questa domanda, presentata più volte, era

dai nobili sdegnosamente respinta e dal governatore delusa. Ma questi

cominciava a concepire qualche inquietudine dell'universale fermento,

per calmare il quale si adottò la norma, qualunque volta un nobile

faceva ingiuria ad un popolano di bandire l'offensore e l'offeso; onde

sottrarli così ambidue agli occhi de' faziosi che potevano inasprirsi.

Quest'artificio ritardò per qualche tempo una esplosione che sembrava

inevitabile, ma non potè impedirla. Una contesa, accaduta in un mercato

per leggierissimo motivo tra Visconti Doria, gentiluomo altronde

universalmente stimato, ma orgoglioso ed irascibile come i suoi pari, ed

un popolano[381], fece immediatamente prendere a tutti le armi. Paolo

Battista Giustiniani ed Emmanuello Canali, ambidue dell'ordine del

popolo, sebbene appartenenti ad illustri famiglie, si posero alla testa

de' sollevati. Visconti Doria fu ucciso, un altro Doria ed alcuni altri

nobili feriti, e Roccabertino, luogotenente del re, non ottenne di

calmare il popolo che col promettere che d'ora innanzi l'ordine del

popolo avrebbe due parti nelle elezioni, e la nobiltà la terza. La

proposizione fu portata nel susseguente giorno al supremo consiglio;

approvata; ed ebbe forza di legge[382].

[381] «Fu un certo Guillon, della classe del popolo, dice Giovanni

d'Anton, storico francese contemporaneo, il quale contrattava con

taluno che colà si trovava dei funghi, e li voleva portar via; così

li voleva pure Visconti Doria, gentiluomo, il quale diede di piglio

al paniere dov'erano detti funghi. Il Guillon, che ancora non gli

aveva pagati, li volle per sè, dicendo ch'era stato il primo a

contrattarli, e che gli avrebbe; ciò vedendo il detto gentiluomo

diede un gran pugno sul volto al Guillon, dicendo: Porta via

cotesto, ed io i funghi. Ed infatti sguainò una daga e volle ferire

il detto Guillon che subito si trasse a dietro, e come oltraggiato

d'essere stato battuto, tutto pieno d'ira e di livore cominciò a

gridare: _Popolo! popolo! addosso ai gentiluomini!_ onde tutt'ad un

tratto il popolo si mosse.... Sicchè in meno di un'ora più di dieci

mila villani furono armati per le strade.» _Giovanni d'Anton Ist. di

Lodovico XII, p. 47. — Observ. sur les Mémoires de Fleuranges t.

XVI, p. 330. — Ag. Giust. VI, f. 259._

[382] _Ub. Folietæ l. XII, p. 690. — P. Bizarro Hist. Gen. l. XVIII,

p. 414. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 371. — Fr. Belcarii Comm. Rer.

Gall. l. X, p. 296. — Ag. Giustiniani Ann. l. VI, f. 260._

Ma la vittoria dovevasi ad una sollevazione di tutto il popolo, mentre

che le illustri famiglie dell'ordine popolare sembravano aver voluto

riservarne a sè sole tutti i frutti; ben tosto più non furono padrone

delle classi inferiori da loro poste in movimento. Tre giorni dopo

ch'era stata portata la legge che cambiava la divisione de' pubblici

onori; la plebaglia sollevossi di nuovo, andò ad attaccare le case dei

nobili, ed a saccheggiarle. I capi dell'ordine popolare si opposero con

tutte le forze che avevano a questo anarchico tumulto; i nobili

fuggirono ed implorarono contro la loro patria l'assistenza degli

stranieri[383].

[383] _Ub. Folietæ Hist. Gen. l. XII, p. 691. — Jac. Nardi Ist.

Fior. l. IV, p. 192._

I nobili genovesi fuggiaschi avevano convenuto di trovarsi in Asti, ove

si adunarono presso Filippo di Ravenstein, che Lodovico XII aveva

nominato governatore di Genova, affinchè l'alto rango di questo signore,

e la memoria del potere da lui in altri tempi esercitato in quella

città, rendesse più facilmente i cittadini ubbidienti. Ma mentre che

Giovan Lodovico dei Fieschi e tutti i gentiluomini fuggitivi eransi

ragunati intorno al Ravenstein, giunsero presso di lui gli ambasciatori

della repubblica per giustificare la condotta de' loro concittadini, ed

assicurare il governo dell'intera loro sommissione. Il Ravenstein entrò

in Genova il 15 di agosto, circondato dalle truppe e preceduto dai

magistrati a piedi. Egli cercava d'inspirar terrore, ed invece eccitò la

diffidenza ed il risentimento. L'aristocrazia plebea, che aveva

cominciata la rivoluzione, temeva di compromettersi in faccia al

governatore, ed altronde temeva la rivalità delle classi inferiori: ma

queste fecero col loro vigore comprendere al Ravenstein il pericolo di

provocare una potente città, che il più leggiere abuso d'autorità

potrebbe spingere alla ribellione. Egli costrinse Giovan Lodovico del

Fiesco ad uscire da Genova; acconsentì che si nominassero i magistrati

in conformità del decreto che faceva una nuova divisione de' pubblici

onori; e non si oppose alla creazione di otto tribuni scelti dal popolo

per essere i loro protettori[384].

[384] _Ub. Folietæ Hist. Gen. l. XII, p. 692. — P. Bizarri S. P.

Hist. Gen. l XVIII, p. 415 — Fr. Guicciardini l. VII, p. 371. — Ag.

Giustiniani l. VI, f. 260, v._

La stessa causa che si agitava innanzi al Ravenstein, trattavasi ancora

innanzi a Lodovico XII, cui dalla repubblica era stato spedito il

giureconsulto Nicolò Oderici, in qualità di ambasciatore, per difendere

le pretese del popolo. Il motivo col quale i nobili avevano

principalmente cercato d'irritare il re, fu appunto quello che gli fece

sentire il bisogno di procedere con moderazione, avendo essi

rappresentati i loro avversarj in atto di deliberare se dovessero

assoggettare la repubblica ad un altro principe estero.

Di quest'epoca Filippo I, re di Castiglia, viveva ancora; e Lodovico

XII, che lo vedeva camminare rapidamente a quella potenza cui giunse in

seguito Carlo V, aveva di lui concepita un'estrema diffidenza. Per non

dargli occasione di prendere piede a Genova, Lodovico acconsentì a

sanzionare egli medesimo il decreto che riduceva i nobili al terzo de'

pubblici onori; ma vi aggiunse una condizione: che tutti i feudi che

Giovan Lodovico del Fiesco possedeva nella Riviera di levante gli

sarebbero restituiti. In tempo delle turbolenze il partito popolare gli

aveva attaccati, e conquistatone il maggior numero. Michele Rizio,

giurisconsulto ed emigrato napolitano, venne incaricato di recare a

Genova il decreto, e di dargli esecuzione[385].

[385] _Uberti Folietæ Hist. Gen. l. XII, p. 693. — P. Bizarri Hist.

Gen. l. XVIII, p. 416. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 372. — Fr.

Belcarii Com. Rer. Gall. l. X, p. 296._

Gli uomini più distinti del partito popolare erano contenti, e non

chiedevano di più. Ma il popolo ed i tribuni da lui scelti non erano di

ciò soddisfatti; essi dicevano, che richiamando in Genova un gentiluomo

orgoglioso, vendicativo, e che aveva abjurata la patria per vendersi

alla corte, che restituendogli que' feudi che gli davano il modo di

avere a sua disposizione alcune migliaja di vassalli e le migliori

rocche della Liguria, non potevasi trovare veruna guarenzia nelle leggi

ch'egli aveva così frequentemente violate. Erano ben contenti di

ricevere entro la loro città Giovan Lodovico del Fiesco, ma a condizione

che i suoi feudi fossero governati dalle leggi comuni, e subordinati ai

magistrati della repubblica. Si è più volte rinfacciato ai riformatori

di non aver saputo contenersi entro un limite nelle loro riforme: in

fatti il rimprovero è fondato; volendo sempre avanzare, compromettono

ciò che hanno di già acquistato, ed arrivano frequentemente a perdere un

vantaggio certo per avere voluto ottenerne un altro di cui avrebbero

potuto far senza. Ma non dobbiamo dimenticare quale sia lo stato della

legislazione, quale sia l'ordine pubblico ne' paesi in cui

s'intraprendono tali riforme; ovunque non s'incontrano che abusi,

usurpazioni e patimenti. I riformatori hanno quasi sempre giustissimi

motivi per distruggere ciò che attaccano, sebbene avrebbero mostrato

maggiore prudenza e moderazione conservando una parte dell'edificio ed

approfittandone mentre che rifacevano l'altra parte. In appresso vengono

severamente giudicati dietro le istituzioni con cui rimpiazzarono le

abolite; ma quelle non hanno a favor loro nè l'appoggio dell'esperienza

che supplisce al raziocinio, nè la sanzione del pregiudizio, che

dispensa dalla disamina. La forza d'inerzia conserva ancora lungamente

il movimento acquistato di una cattiva macchina; la stessa forza si

oppone altresì lungamente al movimento, che si vuole dare ad una

macchina migliore d'assai, ma che non fu peranco adoperata.

Era indubitatamente dannoso alla repubblica il lasciare in mano di

Giovan Luigi del Fiesco, dichiarato nemico dell'ordine popolare, la metà

delle terre murate nelle due riviere, e quelle in particolare da cui la

città traeva le sue vittovaglie; di modo che questo cittadino poteva

all'ombra della pace tenere la sua patria come assediata. Per altro le

persone prudenti avrebbero desiderato di assoggettarsi a

quest'inconveniente, piuttosto che esporsi al pericolo assai più grave

di ricusare l'aggiustamento proposto dal re: per lo contrario il popolo,

invece di voler rendere al suo nemico de' feudi, che non possedeva con

altro titolo che con quello di un'antica usurpazione, risolse di

riconquistare un altro feudo egualmente tolto alla repubblica da una

famiglia nobile, quello di Monaco, di cui erasi impadronito Luciano

Grimaldi, e di cui, sotto la protezione di una fortissima rocca, aveva

formato un asilo pei pirati armati a danno del commercio di Genova. I

tribuni del popolo chiamarono da Pisa Tarlatino, che aveva con tanto

valore difesa quella città, e che nel presente anno vi si credeva

inutile, perchè i Fiorentini avevano sospesi i loro attacchi. I Tribuni

gli diedero due mila uomini con due galere ed alcuni piccoli vascelli, e

gli ordinarono in sul finire di settembre di attaccare Monaco[386].

[386] _Ub. Folietæ l. XII, p. 694. — P. Bizarro l. XVIII, p. 416. —

Fr. Guicciardini l. VII, p. 373. — Jacopo Arrosti Cron. di Pisa in

Arch. Pisano f. 228, v. — Ag. Giustiniani l. VI, p. 261._

Il Ravenstein, irritato da questa mancanza di riguardi, il 25 di ottobre

abbandonò una città dove l'autorità reale più non era rispettata.

Altronde la gelosia del signore di Chaumont, nipote del cardinale

d'Amboise e governatore di Milano, e quella del luogotenente del re,

Roccabertino, che aveva comandato in tempo di sua assenza, rendevano la

sua situazione critica e spiacevole. Altri emigrati della nobiltà

avevano invocata la protezione di Lodovico XII, il quale, liberato per

la morte di Filippo, re di Castiglia, dai timori che aveva concepiti per

conto dell'Italia, risolse di ristabilire con aperta forza la sua

autorità in Genova, di condurvi egli medesimo la sua armata, onde non

esporsi ai danni che la divisione dell'autorità aveva in addietro

cagionato ai suoi luogotenenti, e di approfittare di questa spedizione

per avere in Bologna col papa un abboccamento intorno agli affari di

Venezia, che Giulio II chiedeva caldamente già da qualche tempo[387].

[387] _P. Bizarro Hist. l. XVIII, p. 417. — Ub. Folietæ l. XII, p.

696. — Fr. Belcarii Comm. l. X, p. 296. — Ag. Giustiniani l. VI, f.

262._

Mentre che Lodovico XII adunava le sue truppe per la spedizione

d'Italia, ordinò al comandante del Castelletto di Genova, ed al signore

di Chaumont, di trattare i Genovesi come nemici. Il primo, uomo crudele

ed avido, colse con piacere quest'occasione che gli si offriva di far

del male. Una festa aveva chiamata alla chiesa di san Francesco, attigua

al Castelletto, una numerosa congregazione: il comandante, senza prima

avere denunciato il cominciamento delle ostilità, occupò le porte di

quella chiesa, e dopo averne fatti uscire i gentiluomini e le donne,

fece porre in carcere tutti i cittadini che vi si trovarono, ai quali

non diede la libertà che pel prezzo di dieci mila fiorini. Subito dopo

cominciò a bombardare la città ed il porto; calò a fondo molti vascelli

e distrusse parecchie case, ove gli abitanti erano affatto fuori di

sospetto dall'aspettarsi una tale violenza. Nello stesso tempo

Roccabertino lasciò una città che risguardava come ribelle, sebbene lo

stendardo reale continuasse ancora lungo tempo a sventolare sul

pretorio. Il signore di Chaumont vietò ai Genovesi ogni commercio colla

Lombardia, e loro ricusò il frumento che solevano esportarne. Intanto

Ivone d'Allegre s'incamminò verso Monaco per costringere il Tarlatino a

levarne l'assedio[388].

[388] _P. Bizarro l. XVIII, p. 417. — Ub. Folietæ l. XII, p. 698. —

Fr. Guicciardini l. VII, p. 374. — Ag. Giustiniani l. VI, f. 262,

v._

Carlo Domenico del Carretto, cardinale di Finale, esortava i Genovesi,

suoi compatriotti, a pacificarsi col re, onde non provocare contro di

loro tutte le di lui forze, in un tempo in cui si vedevano senz'alleati;

offrì loro la sua mediazione, promettendo di conservare tutti i

privilegi alla città ed al partito popolare. Ma i Genovesi non si

credevano così privi di mezzi come effettivamente lo erano. Avevano essi

implorata l'assistenza del papa, il quale, nato a Savona, era loro

compatriotto, e che per conto di sua famiglia apparteneva al partito

popolare. Giulio II aveva infatti scritto al re assai caldamente in

favore della sua patria, e perchè le sue rimostranze erano rimaste

infruttuose, aveva dispettosamente abbandonata Bologna il 22 di febbrajo

per tornare a Roma, rendendo in tal modo impossibile l'abboccamento che

il re si era proposto di avere con lui in Italia, e tanto più

mostrandosi sollecito di partire, quanto maggiori erano le istanze del

cardinale d'Amboise per trattenerlo[389].

[389] _Ub. Folietæ l. XII, p. 697. — P. Bizarro l. XVIII, p. 417. —

Fr. Guicciardini l. VII, p. 374. — Jac. Nardi l. IV, p. 192. —

Parisius a Grassis in Itinere Julii II apud Rayn. An. eccl. 1507, §

1, t. XX, p. 48._

I Genovesi avevano pure trovato favorevole accoglimento presso

l'imperatore Massimiliano, di cui avevano invocata la protezione. Questo

monarca, sempre apparecchiato a tutto intraprendere, sempre incapace di

condurre a fine verun suo disegno, sempre compromettendo la sua dignità

imperiale col suo ardore di voler far rivivere certi diritti dell'impero

andati in desuetudine e colla debolezza e coll'instabilità con cui poco

dopo gli abbandonava, scrisse caldamente a Lodovico XII per

raccomandargli i Genovesi; gli rammentò che dipendevano dalla camera

imperiale, e che avevano diritto alla sua protezione; e perciò offriva

la sua mediazione pel ristabilimento della pace. Questa lettera

vivamente eccitò la gelosia di Lodovico XII, poichè questi risguardolla

come una prova della _defezione_ dei Genovesi, i quali scuotevano il

giogo della sua autorità per porsi sotto quella dell'imperatore.

Peraltro egli conosceva bastantemente per lunga esperienza il carattere

di Massimiliano, onde essere sicuro che le sue parole non sarebbero

seguite dai fatti; e questa lettera non produsse altro effetto che

quello di affrettare la sua spedizione[390].

[390] _Ub. Folietæ Hist. l. XII, p. 699. — P. Bizarri Gen. Hist. l.

XVIII, p. 418._

Le vane speranze con cui Massimiliano aveva nudriti i Genovesi, gli

spinsero finalmente ad iscuotere del tutto il giogo dell'autorità

francese, che avevano fin allora rispettata. Nominarono un doge, lo che

tornava lo stesso che proclamare la loro indipendenza; e perchè le

illustri famiglie dell'ordine popolare si tenevano lontane, sia per

timore del risentimento del re, sia per gelosia delle classi inferiori

che si erano poste in movimento, il 15 di marzo conferirono questa

sublime dignità a Paolo di Novi, direttore d'una tintoria di seta, uomo

di non distinti natali, e probabilmente povero; ma che aggiungeva a

molta forza di carattere, ed a somma integrità, un'attitudine agli

affari ed un coraggio degni di più felici circostanze[391].

[391] _Ub. Folietæ Gen. Hist. l. XII, p. 699. — P. Bizarri l. XVIII,

p. 417. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 375. — Ag. Giustiniani l. VI,

f. 263._

I primi atti della sua amministrazione sembravano presagire prosperi

risultamenti. Tre mila fanti ed uno squadrone di cavalleria, comandati

da Girolamo, figlio di Giovan Lodovico dei Fiesco, e da suo cugino

Emmanuele, si avanzavano verso Rapallo e Recco, per riacquistare il

possesso di quelle due terre del dominio dei Fieschi; Paolo di Novi fece

attaccare questa gente in su la strada e la sconfisse. Orlandino dei

Fieschi, che cercava di penetrare nello stesso feudo per un'altra

strada, fu egualmente respinto e fugato. Il Castellaccio, vecchia rocca

nella più alta parte delle mura, ove i Francesi non avevano che una

piccolissima guarnigione, fu forzato ad arrendersi; un nuovo riparo

venne innalzato sul promontorio della lanterna, per tagliare la strada

agli assalitori; e si cominciò l'assedio del Castelletto, mentre che si

ebbe l'antiveggenza di levare tutti i viveri e tutti i foraggi dalla

valle della Polsevera, affinchè l'armata francese non vi si potesse

mantenere[392].

[392] _Ub. Folietæ Gen. Hist. l. XII, p. 700. — Fr. Belcarii Com.

Rer. Gal. l. X, p. 297._

Ma veruna combinazione militare può avere un felice risultamento,

allorchè ne viene affidata l'esecuzione a milizie di nuova leva. Il loro

coraggio è sostenuto momentaneamente dall'entusiasmo; ma poi tutto ad un

tratto si lascia vincere da panici terrori, che niuna cosa poteva far

prevedere. L'immaginazione, che nel soldato è una facoltà in parte

soggiogata dalla disciplina, rimane sempre il più possente mobile della

moltitudine. Lodovico XII, che aveva ragunata in Asti la sua armata,

innoltravasi, a metà d'aprile all'incirca, per la via di Borgo de'

Fornari e di Sarravalle. Perchè il paese in cui andava a portare la

guerra non era fatto per la cavalleria, non conduceva che ottocento

cavalieri di pesante armatura, e mille cinquecento cavaleggeri; ma loro

faceva tener dietro sei mila svizzeri e sei mila fanti francesi. Paolo

di Novi non aveva trascurato di fermarli alle prime gole delle montagne;

aveva fatti occupare i più importanti passi da seicento fanti genovesi,

perchè un maggior numero di gente sarebbe stato inutile in quegli

angusti passi, e la più piccola resistenza pareva sufficiente per

fermarvi il nemico. Ad ogni modo il 26 di aprile, i Genovesi, alla vista

della grossa armata francese che stava per attaccarli, furono compresi

da subito terrore; si posero tutti ad un tratto vergognosamente in fuga

senza nè pure aver tentato di combattere; abbandonarono senza fare la

menoma resistenza tutti i passi delle montagne ai Francesi, e si

ripararono in Genova ove furono accompagnati da tutta la moltitudine

degli abitanti della Polsevera, che cercavano di sottrarsi al saccheggio

coi loro effetti e bestiami[393].

[393] _Ub. Folietæ l. XII, p. 701. — P. Bizarri S. P. Gen. Histor.

l. XVIII, p. 418. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 376. — Fr. Belcarii

Com. l. X, p. 298. — Ag. Giustiniani l. VI, f. 263._

Un eguale terrore colpì gli abitanti di Genova all'arrivo di questa

fuggitiva truppa. L'armata del re era di già penetrata nella Polsevera;

le formidabili montagne, veri propugnacoli di Genova, erano state

forzate, ed il recinto delle sue mura più non ispirava confidenza agli

abitanti. Tutti si apparecchiavano ad essere saccheggiati, e d'altro

omai non si occupavano che di nascondere le cose più preziose; spesso,

diffidando della propria nemica fortuna, credevano più sicura della

propria la casa di un altro, ed affidavano le proprie ricchezze al

vicino egualmente atterrito. Per altro i cittadini facevano sui loro

tetti approvvigionamenti di pietre, di dardi e di projettili, come

fossero le loro case che dovevansi difendere, e non le mura della città.

Queste mura erano abbandonate, e Paolo di Novi vedevasi ridotto a far

barricate alle strade dopo aver alloggiati i fuggitivi della Polsevera

nelle case de' nobili assenti, e ad apparecchiare la resistenza entro la

città medesima, poichè non poteva persuadere i suoi concittadini a

difenderne valorosamente il recinto[394].

[394] _Ub. Folietæ l. XII, p. 701. — Ag. Giustiniani l. VI, f. 263,

v._

Ad ogni modo si ristabilì in Genova qualche ordine, prima che i Francesi

potessero arrivare in faccia alle porte. Tarlatino, ch'era stato

richiamato dall'assedio di Monaco, non aveva potuto entrare in città,

perciocchè un corpo nemico gli tagliava la strada per terra, ed i venti

contrarj gli chiudevano la via del mare; ma il suo luogotenente, Giacomo

Corso, venne incaricato della difesa del promontorio che cuopre il

porto: otto mila uomini di milizia sortirono con lui dalla città il 27

di aprile ed occuparono l'altura di Belvedere sotto al castello. I

Francesi, ch'erano schierati in battaglia a Rivarolo, gli attaccarono e

furono respinti con grave perdita fino all'istante in cui il Chaumont,

avendo potuto far avvicinare due pezzi di cannone, prese di fianco i

Genovesi e li costrinse a ritirarsi. Mentre riguadagnavano le montagne

dietro di loro, la guarnigione, che doveva difendere il nuovo forte

della Lanterna ed il suo promontorio, temette di trovarsi tagliata

fuori, e fuggì vilmente senza aspettare il nemico. La truppa che

ritiravasi dalla battaglia più non potendo entrare in città per

Belvedere e per la Lanterna, fu costretta a tentare gli scoscesi

sentieri delle alture, ove perdette molta gente[395].

[395] _Ub. Folietæ Gen. Hist. l. XII, p. 701. — P. Bizarri Genuens.

Hist. l. XVIII, p. 419. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 377. — Fr.

Belcarii Com. l. X, p. 298. — Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch.

XXVII, p. 60. — Agost. Giustiniani l. VI, f. 263, v._

I Genovesi, costernati da questo secondo disastro, spedirono al re

Stefano Giustiniani e Battista Rapallo per offrire di capitolare. Il

cardinale d'Amboise loro dichiarò che Lodovico era determinato di non

riceverli che a discrezione; che peraltro voleva promettere di

rispettare le private proprietà. Mentre che si stava negoziando, una

numerosa truppa che vedeva con dolore la vergogna che questa

capitolazione apparecchiava alla sua patria, scese dalle alture di

Castellaccio verso di Belvedere, per tentare di riconquistare quel

ridotto; ma dopo una zuffa di tre ore, sostenuta con grande valore, fu

costretta a rinunciare alla sua intrapresa. Andato a vuoto questo

tentativo, i magistrati spedirono altri deputati a Lodovico, con facoltà

di accettare tutte le condizioni, che vorrebbe imporre; mentre che il

doge Paolo di Novi e tutti coloro che avevano troppo figurato nelle

passate turbolenze per isperare perdono, si ritirarono a Pisa[396].

[396] _Ub. Folietae Gen. Hist. l. XII, p. 702. — P. Bizarri S. P. q.

Gen. Hist. l. XVIII, p. 420. — Fr. Guicciardini, l. VII, p. 377._

Il re voleva domare i Genovesi e loro inspirare un durevole timore; ma

non ruinarli. Quando gli furono consegnate le porte, ne affidò la

guardia ad uomini d'armi francesi, e non voleva che gli Svizzeri, cui

non avrebbe potuto impedir di rubare, entrassero in città. Egli stesso

fissò di farvi il suo ingresso il 29 di aprile[397], e lo fece a

cavallo, armato di tutto punto, tenendo la spada sguainata in mano. I

magistrati, che si erano avanzati ad incontrarlo, lo ricevettero in

ginocchioni, supplicandolo di condonare alla loro città una ribellione

che non era contro di lui diretta. Le loro preghiere e quelle delle

donne e de' fanciulli, che chiedevano grazia portando in mano tralci

d'ulivo, parve che lo commovessero: dichiarò ai Genovesi che loro

perdonava; ma era un perdono di re. S'innalzarono patiboli in molte

parti della città, e molti cittadini furono appiccati dopo una

processura sommaria: un falso amico, cui Paolo di Novi erasi confidato a

Pisa per gire a Roma, lo vendette ai Francesi; questo rispettato doge fu

ricondotto a Genova per esservi giustiziato; la sua testa fu posta in

cima ad una picca sulla torre del Pretorio, e le sue membra divise in

quarti vennero esposte sulle porte della città. La massa de' cittadini

fu condannata ad una contribuzione militare di trecento mila fiorini,

che il re poscia ridusse a dugento mila. Si edificò alla Lanterna una

rocca inespugnabile, e tale da signoreggiare nello stesso tempo

l'ingresso del porto e la città; finalmente tutti i privilegi di Genova,

ed il suo trattato col re di Francia si bruciarono pubblicamente. Per

altro Lodovico rendette alla comune un governo municipale, ma come una

concessione fatta di suo beneplacito e non come un diritto, e vi

ristabilì i nobili nella metà degli onori pubblici. Questa sentenza fu

da tutti i cortigiani celebrata come un monumento della clemenza del re,

e trovasi registrata da tutti gli storici come un testimonio della

maravigliosa sua bontà[398].

[397] _P. Bizarro l. XVIII, p. 420. — Fr. Belcarii, Com. l. X, p.

299. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 378._ — Ma Giacomo Nardi che

s'attiene sempre al giornale del Buonaccorsi protrae tutti questi

avvenimenti tre settimane, e fissa l'ingresso del re al 17 di

maggio. _Hist. Fior. t. IV, p. 193. Ag. Giustiniani l. VI, f. 264_,

dice il 28 di aprile.

[398] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 379. — P. Bizarro l. XVIII, p.

422. — Jac. Nardi l. IV, p. 194. — Fr. Belcarii l. X, p. 300. — P.

Giovio vita di Alfonso d'Este p. 19. — Muratori An. d'Italia 1507,

t. X, p. 35. — Agost. Giustiniani l. VI, f. 264. — Arnol. Ferroni l.

IV, p. 66._

Lodovico XII trovavasi solo in Italia alla testa di una formidabile

armata, mentre che tutti gli altri potentati erano disarmati; ma egli

ben sapeva quanto così eccitasse la loro gelosia, ed in particolare

quella di Massimiliano e de' principi tedeschi; onde per calmare i loro

timori si affrettò di licenziare le sue truppe, ed il 14 di maggio passò

a Milano, aspettando avviso che Ferdinando il Cattolico, con cui doveva

avere un abboccamento in Savona, si fosse imbarcato a Napoli.

Ferdinando era stato accolto nel regno di Napoli colle più vive

speranze; non erasi dubitato che non ritornasse la pace alle province, e

non ponesse fine ai disordini ed alle intollerabili estorsioni sotto cui

gemevano. Ma Ferdinando era povero, ed inoltre era avaro; si era

obbligato di restituire ai baroni angiovini i poderi confiscati da lui e

da' suoi predecessori; e siccome in appresso erano stati cotesti poderi

donati o renduti ad altri gentiluomini del partito arragonese, che

Ferdinando non osava spogliare, era costretto a ricomprarli; perciò

talvolta non li pagava che per metà, o non li rendeva che

incompletamente; e per farlo era pure forzato di raddoppiare tutte le

imposte, e di opprimere il popolo con insolite estorsioni; di modo che

scontentava egualmente le due classi dei gentiluomini, e tutti i

contribuenti[399].

[399] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 384. — Jo. Marianae de reb.

Hisp., l. XXIX, c. 4, p. 262. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p.

195. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal. l. X, p. 302._

Ferdinando non aveva meglio saputo cattivarsi l'amore dell'unico suo

vicino, Giulio II, che de' suoi proprj sudditi. Gli aveva chiesta

un'investitura piena ed intera di tutto il regno in suo proprio nome,

sebbene a seconda del suo trattato colla Francia, l'Abbruzzo e la

Campania, ch'erano stati ceduti a Lodovico XII col trattato di Granata,

dovessero risguardarsi come formanti la dote di Germana di Foix, sua

consorte. Inoltre chiedeva Ferdinando che il censo annuale, che il regno

doveva alla Chiesa, fosse per lui ridotto come lo era stato per i suoi

predecessori: per lo contrario Giulio insisteva per l'intero pagamento

del tributo com'era regolato dalle antiche investiture. Questi punti

controversi non erano ancora stati definiti, quando Ferdinando risolse

di partire dal regno di Napoli per tornare a Barcellona. Salpò dalla sua

capitale il 4 di giugno, e non volle approdare ad Ostia, sebbene sapesse

che il papa lo stava colà aspettando per avere con lui un

abboccamento[400].

[400] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 384. — Jo. Marianae de reb.

Hisp., l. XXIX, c. VIII, p. 269. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall. l.

X, p. 302._

Ferdinando era sollecitamente richiamato in Ispagna dal bisogno di

provvedere al governo del regno di Castiglia. La di lui figlia,

Giovanna, dopo la morte di Filippo, suo sposo, era oppressa dal dolore;

e pareva che non comprendesse se non ciò che risguardava il perduto suo

sposo, e non si poteva intorno a qualsiasi altro argomento ottenere da

lei risposta. Sebbene la sua condotta sembrasse frequentemente

straordinaria, ed eccessivo il suo dolore, non perciò erasi ancora

conosciuto che aveva perduta la ragione. Un tale sospetto presentasi

sempre tardi ai cortigiani, ed è lungamente respinto malgrado

l'evidenza. Pure la regina non voleva dare verun ordine, non voleva

sottoscrivere decreti, e l'inalterabile attaccamento de' Castigliani

alle loro forme legali gettava il regno in una assoluta anarchia. La

nobiltà di ogni paese era divisa in fazioni, che cominciavano a farsi

giustizia da loro colle armi alla mano; la nazione non era per anco

accostumata all'orrore delle procedure dell'inquisizione stabilita da

Isabella, e Cordova erasi sollevata per iscuotere il giogo

degl'inquisitori[401]. Ferdinando era da tutti i partiti richiamato in

un regno, da cui era stato espulso pochi mesi prima; pareva che la sola

sua mano potesse mettere fine all'anarchia.

[401] _Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. III e V, p. 261,

264._

Ferdinando più non doveva trovare in Ispagna il celebre avventuriere che

vi aveva fatto condurre prigioniero. La libertà del duca Valentino,

Cesare Borgia, era stata da Ferdinando rifiutata al re di Navarra, di

cui egli aveva sposata la sorella, al duca di Ferrara che aveva sposata

la sua, e che si faceva garante pel Valentino, finalmente ai cardinali

spagnuoli debitori della loro elezione ad Alessandro VI[402]. Ma il

Borgia aveva potuto salvarsi colla fuga, valendosi di una scala di corda

per iscendere dalle mura della fortezza di Medina del Campo dov'era

stato chiuso, ed erasi rifugiato presso suo cognato Giovanni d'Albret,

re di Navarra. Questi, che in allora trovavasi in guerra col conte di

Lerin, credette di non poter confidare a miglior capitano il comando

della sua armata. Pure Cesare Borgia il 10 di marzo fu tratto da un

corpo di cavalleria, che fuggiva innanzi a lui, in un'imboscata che gli

si era apparecchiata in vicinanza di Viane; rovesciato da un colpo di

lancia dal suo cavallo, continuò ancora a difendersi valorosamente a

piedi, finchè, oppresso dal numero, fu ucciso. Quest'uomo, renduto

celebre da tanti delitti, non era privo di virtù; valoroso, eloquente,

accorto, prodigo de' suoi beneficj senza mai sbilanciare le sue finanze,

zelante per la conservazione della giustizia ne' suoi stati, abbastanza

illuminato per dar loro un'amministrazione che li fece in poco tempo

prosperare, egli seppe rendersi caro ai suoi sudditi ed a' suoi soldati,

mentre era l'orrore e lo spavento de' principi suoi vicini e di coloro

che non erano a lui soggetti[403].

[402] _Ivi, l. XXVIII, c. XII, p. 240._

[403] _Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. VI, p. 266. — Jac.

Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 199._

Ferdinando arrivò a Savona il 28 di giugno, e vi trovò Lodovico XII, che

lo stava attendendo, e colà i due sovrani si trattennero quattro giorni

in segrete famigliarissime conferenze. Lodovico XII era stato il primo a

visitare Ferdinando sulla sua galera; lo ricevette in appresso a vicenda

in casa sua; e l'Italia non poteva concepire come questi due monarchi,

tanto tempo nemici, e di così poco dilicata parola, si fidassero

alternativamente l'uno dell'altro. Gonsalvo di Cordova accompagnava il

re cattolico, che non aveva voluto lasciarlo solo a Napoli; Lodovico

XII, pieno di ammirazione pel generale che gli aveva fatto tanto male,

volle che solo degli uomini privati fosse ammesso alla mensa a cui

mangiavano i due re e la regina. Tutta la corte di Francia mostrava lo

stesso rispetto per Gonsalvo; ma fu questo l'ultimo giorno di trionfo di

quel gran capitano: tanti onori non servirono che ad accrescere la

diffidenza di Ferdinando, il quale, ricusandogli la carica di gran

maestro di Compostella, cercando di scemare la sua ricchezza, di

abbassare la sua famiglia, di perderlo nell'opinione de' suoi amici, lo

ritenne a Loxa, lontano 10 miglia da Granata, in una specie d'esilio

fino al 2 di dicembre del 1515, in cui Gonsalvo morì di doppia febbre

quartana nell'età di sessantatre anni[404].

[404] _P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p. 252 usque ad finem, p.

268. — Fr. Guicciardini, l. VII, p. 385. — Jo. Marianae de reb.

Hisp. l. XXIX, c. IX, p. 270. — P. Bizarri Gen., l. XVIII, p. 425. —

Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 198. — Fr. Belcarii Comm. Rer.

Gall. l. X, p. 303._

Le risoluzioni prese dai due re nella loro conferenza di Savona, e che

seppersi in seguito avere avuto per principale oggetto gli affari di

Venezia e quelli di Pisa, rimasero alcun tempo ancora avviluppate in

profondo segreto; mentre che l'ingresso di Lodovico XII in Italia con

una potente armata, che la sommissione di Genova, che il suo soggiorno

in Milano ed il suo abboccamento in Savona con Ferdinando, sorprendevano

tutti i popoli, e spaventavano tutte le corti. Lo scioglimento

dell'armata francese, ed il ritorno di Lodovico in Francia, non

calmarono questi timori che dopo di aver loro lasciato il tempo di

produrre importanti effetti. Tanti stati si trovavano in allora in una

precaria situazione; tanti malcontenti e segrete gelosie dividevano i

governi, che verun di loro non vedeva senza un estremo terrore un

monarca straniero comandare in Italia un'armata, che sola bastare poteva

a regolare i destini di tutto il paese.

In particolare Giulio II, sebbene avesse più volte eccitato Lodovico XII

ad unirsi a lui contro i Veneziani, presentemente accoglieva contro di

lui i più ingiuriosi sospetti. La subita collera e la diffidenza

succedevansi nell'animo di questo papa con una strana rapidità; ed il

suo carattere bollente ed impetuoso manifestava maggior debolezza che

verace magnanimità. Annibale Bentivoglio aveva cercato di rientrare in

Bologna con seicento fanti assoldati nel Milanese; il papa non si

accontentò di prendere motivo da questo tentativo per fare spianare dal

popolo ammutinato il palazzo del Bentivoglio a Bologna, monumento della

più bella architettura[405], ma domandò ancora che tutti i Bentivogli

gli fossero consegnati, o per lo meno scacciati dallo stato di Milano.

Per costringere il re ad assoggettarsi a così indegna condizione, ricusò

il cappello di cardinale al vescovo d'Albi, fratello di Chaumont, cui lo

aveva promesso, e nello stesso tempo addirizzò un breve all'imperatore,

nel quale gli annunziava che il re di Francia non aveva avuto altro

scopo, entrando in Italia con una così potente armata, che quello

d'innalzare alla santa sede il suo favorito, il cardinale Giorgio

d'Amboise, dopo di avere invasi gli stati della Chiesa; che

quest'ambizione di Lodovico XII e del suo favorito più non si potevano

dissimulare al mondo; che quegli aveva di già cercato di dominare il

conclave col terrore delle sue armi, nelle due precedenti elezioni, e

che l'altro suo segreto pensiero di farsi all'ultimo conferire la corona

dell'impero dal papa ch'egli avrebbe creato, e che gli sarebbe

interamente ligio, più non poteva richiamarsi in dubbio[406].

[405] _Jac. Nardi, l. IV, p. 191. — P. Jovii Epit. Hist., l. IX, p.

156._

[406] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 380. — Fr. Belcarii Com. Rer.

Gall., l. X, p. 300._

Massimiliano, che di quest'epoca aveva fatto un viaggio in Fiandra per

domandare agli stati di quelle province l'amministrazione e la tutela

dell'eredità di suo nipote, e che non aveva potuto ottenerla, tornò a

Costanza, dove aveva adunata una dieta dell'impero. Espose in

quell'assemblea con molto calore ed eloquenza le lagnanze del papa, ed i

disegni de' Francesi: Massimiliano era coraggiosissimo, aveva eleganti

maniere, ed un'affettazione cavalleresca, che seduceva la sua corte, e

che presso di quella lo faceva passare per un grand'uomo, sebbene la sua

prodigalità e la sua instabilità avessero da molto tempo fatto conoscere

il poco conto che poteva farsi di lui. Egli parlò ai Tedeschi della loro

gloria militare, di cui i Francesi tentavano di rapir loro il premio,

usurpando la corona imperiale; dei pericoli che avevano sprezzati; de'

sagrificj che avevano di buon animo sostenuti, per salvare l'onore della

nazione; della lunga discordia del corpo germanico, sola cagione della

sua debolezza; e per ultimo di quella potenza con cui potrebbe dettare

leggi alla Francia e riconquistare l'Italia, quando volesse soltanto

spiegarla. Veruna dieta dell'impero era stata da lungo tempo così

numerosa, veruna aveva manifestato un così vivo entusiasmo, veruna erasi

mostrata così disposta ad adottare le più vigorose determinazioni.

Massimiliano aveva domandato che fosse posto sotto i suoi ordini un

esercito, non al solo oggetto di prendere la corona imperiale in Italia,

ma ancora di ricuperare il Milanese, la di cui investitura a favore del

re di Francia, condizionata al matrimonio di Claudia di Francia con

Carlo, era stata annullata dopo la rottura di detto matrimonio. La dieta

dell'impero accolse avidamente questa proposizione, e parve determinata

a mettere sotto il comando del suo capo assai maggiori forze di quelle

che mai non avesse avute veruno de' suoi predecessori[407].

[407] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 380. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.

IV, p. 199. — Fr. Belcarii, l. X, p. 301._

Intanto i principi tedeschi non tardarono ad avere notizia che Lodovico

XII aveva licenziato il suo esercito dopo la conquista di Genova, di

modo che non poteva avere più vasti progetti di quelli che aveva

annunciati. Altronde i segreti agenti del re di Francia si erano

separatamente diretti a ciascheduno de' principi tedeschi e protestando

che il loro padrone non covava ostili intenzioni nè contro la Chiesa nè

contro l'impero, avevano risvegliata l'antica loro diffidenza verso

l'imperatore: lo avevano essi rappresentato siccome colui che cercava

sotto vani pretesti di disporre di tutte le loro forze per ridurli in

ischiavitù, ed avevano avvalorate queste insinuazioni col danaro sparso

tra i principi e tra i loro ministri. Volendo la dieta regolare i

sussidj che aveva promessi, domandò che la spedizione d'Italia si

facesse in di lei nome, che dalla dieta si nominassero i generali, e che

le conquiste appartenessero a tutto il corpo germanico. Massimiliano

rifiutò tali condizioni, e con ciò accrebbe la diffidenza de' Tedeschi.

Dichiarò che preferiva di ricevere piccoli sussidj, e restare solo capo

dell'intrapresa; in conseguenza la dieta gli accordò un'armata di otto

mila cavalli e di ventidue mila fanti, pagati per sei mesi, a datare

dalla metà di ottobre, ed inoltre un sussidio di 120,000 fiorini per

l'artiglieria e per le spese straordinarie. Dopo di ciò si sciolse il 20

di agosto, senza avere meglio provveduto delle precedenti diete

all'esecuzione di così magnifiche promesse[408].

[408] _Fr. Guicciardini, l. VII, p, 386. — Fr. Belcarii, l. X, p.

304._

Massimiliano, il quale credeva che tutta l'arte del regnare consistesse

nel celare a tutti i proprj segreti, assegnò tre luoghi molto distanti

per l'unione delle tre armate dell'impero. Una doveva raccogliersi in

Trento per minacciare il Veronese, l'altra a Besanzone per minacciare la

Borgogna, l'ultima nella Carniola per minacciare il Friuli[409]. Non

permetteva che i ministri esteri si trattenessero presso di lui,

tenendoli in certo qual modo relegati in qualche piccola città, a

Trento, a Bolzano, a Morano, lontani dalla corte e dall'armata; e con

ciò li poneva nell'impossibilità di penetrare i suoi disegni, o di

valutare le sue forze[410].

[409] _Machiavelli Legaz. all'imp. lett. di Bolzano del 17 gennajo

1508, t. VII, p. 161._

[410] _Lettere del Macchiavelli e Fran. Vettori nella Legaz.

all'imp., t. VII, passim._

Prima di scendere in Italia come nemico, Massimiliano negoziava colla

repubblica di Venezia. Le aveva spediti tre ambasciatori, non pel solo

oggetto di chiederle il passo a traverso ai suoi stati, ma ancora per

proporle un'alleanza, i di cui risultamenti dovevano essere la divisione

dello stato di Milano. Affinchè i Veneziani rinunciassero alla fedeltà

loro verso Lodovico XII, che il monarca francese non meritava, aveva

loro comunicato il trattato di Blois, il di cui oggetto era la divisione

di tutti gli stati della repubblica, facendo loro sentire che Lodovico

ne sollecitava ancora l'esecuzione. Dall'altra parte Lodovico aveva

saputo che Massimiliano cercava l'alleanza degli Svizzeri, e che si era

guadagnato fra loro un potente partito. Quest'alleanza avrebbe privato

il re di Francia della sola buona fanteria che serviva nelle sue armate;

onde procurava di riconciliarsi pienamente coi Veneziani, dissipando

ogni loro sospetto, e loro facendo le più vantaggiose offerte per

indurli a difendere d'accordo con lui l'Italia minacciata

dall'imperatore; e perchè la repubblica ricusasse il passaggio ai

Tedeschi, le prometteva la perpetua guarenzia de' di lei stati di terra

ferma[411].

[411] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 387. — Fr. Belcarii, Comm. Rer.

Gall., l. X, p. 305._

I Veneziani tutto sentivano il pericolo della loro situazione; non si

fidavano nè delle promesse di Massimiliano, nè di quelle di Lodovico

XII, e temevano ad ogn'istante di vedere questi due rivali contro di lei

riuniti; ma se per impedire questa coalizione essi dichiaravansi per

l'uno o per l'altro sovrano, non perciò temevano meno di vedersi un

giorno abbandonati da colui che sarebbesi valso della loro alleanza, e

di dovere poi sostenere soli tutto il peso di una guerra in cui non

avrebbero che un interesse secondario. Dopo lunghe deliberazioni,

finalmente determinarono di non abbandonare il partito della Francia, e

l'alleanza, colla quale essi garantivano a Lodovico XII lo stato di

Milano in compenso di una somigliante garanzia, che la Francia aveva

promessa per le loro province di terra ferma. In conseguenza

parteciparono a Massimiliano, che in forza de' loro trattati non

potevano acconsentire al passaggio del suo esercito pel loro territorio;

che, quand'anche l'imperatore attaccasse il Milanese sopra altri punti,

si troverebbero in dovere di somministrare alla Francia un certo numero

di truppe per sua difesa; che soddisfarebbero scrupolosamente agli

obblighi loro, ma che non anderebbero più in là; poichè nel tempo stesso

che volevano fare il debito loro verso il re di Francia, loro alleato,

desideravano altresì di conservare la buona armonia e la buona vicinanza

coll'impero e coll'imperatore. Finalmente dichiararono a Massimiliano,

che, se voleva pacificamente entrare in Italia per ricevere a Roma la

corona d'oro, verrebbe accolto in tutti i loro stati con tutte le

onorificenze che avevano sempre rendute al capo dell'Impero[412].

[412] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 387-398. — Fr. Belcarii Com.

Rer. Gallic., l. X, p. 305. — P. Bembi Ist. Ven., l. VII, p. 145._

Per quanto i Veneziani avessero cercato in questa risposta di non

offendere Massimiliano, questi però si sentì tanto più vivamente ferito

quanto si teneva più sicuro di loro. Quest'imperatore non fondava mai

sui proprj mezzi il buon successo delle sue intraprese, e sempre sperava

negli altrui soccorsi, che poi si maravigliava di non ricevere. Aveva

cominciato a trattare coi Cantoni per levare dodici mila Svizzeri, e la

dieta elvetica, non dando troppo orecchio alle rimostranze della

Francia, non si era mostrata aliena dal somministrargli i soldati: ma il

danaro promesso dalla dieta germanica di Costanza non bastava per fare

così grosse leve, e Massimiliano l'aveva di già quasi tutto consumato in

dispendiosi trasporti d'artiglieria. Egli aveva inoltre fatto fondamento

sui sussidj degli stati d'Italia; ma aveva loro fatte così esorbitanti

domande, che tutti si erano da lui alienati. Il vescovo di Brixen non

aveva domandato ai Fiorentini meno di cinquecento mila ducati[413]: e

questo fu il motivo che li consigliò, quando ancora durava il loro

terrore, a far raggiugnere dal Macchiavelli, loro ambasciatore, in

Inspruck Francesco Valori, per avere migliori condizioni. Ma non avendo

l'imperatore voluto scendere ad alcuno ragionevole termine, cercarono

dal canto loro dilazioni alla conclusione dell'affare, finchè fosse

chiaro quale sarebbe il risultato di tante minacce e degli apparecchi

annunciati con tanta enfasi a tutta l'Europa[414].

[413] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 398._

[414] _Niccolò Macchiavelli Legaz., t. VII, p. 156-258._

Massimiliano faceva pure domandare non meno esorbitanti somme a tutti

gli altri stati d'Italia, siccome prestazioni dovute in occasione della

sua coronazione: ma inoltre domandava ad Alfonso, duca di Ferrara e di

Modena, la restituzione della dote di Anna Sforza, prima moglie di quel

duca, di cui pretendeva essere erede l'imperatrice Beatrice Sforza. Di

già Massimiliano credeva di poter disporre delle immense somme che

ricercava, come se in fatto le avesse ricevute: pure di tutto questo

danaro non ebbe che sei mila ducati, di cui i Sienesi si confessarono

debitori verso la camera imperiale[415].

[415] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 399. — Fr. Belcarii Comm. Rer.

Gall., l. X, p. 306. — Lett. di Franc. Vettori del 24 di Gennajo

1507, p. 172._

Intanto sopraggiunse il mese di ottobre, e le truppe ordinate dalla

dieta germanica cominciavano ad adunarsi; ma non si vedevano comparire

che pochi battaglioni; mentre che Massimiliano passava rapidamente dai

confini della Borgogna a quelli dell'Italia, e che, facendo marciare i

contingenti su tutte le direzioni, e non facendo parlare l'Europa che

dei movimenti delle sue truppe, lasciava tutti incerti se attaccherebbe

la Francia, lo stato di Milano, o i Veneziani[416].

[416] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 400._

Lodovico XII non trascurò di apparecchiarsi a respingere quest'attacco.

Ottenne licenza dal re cattolico di assoldare 2500 fanti spagnuoli;

mandò soccorsi al duca di Gueldria per tenere occupato l'imperatore in

Germania; levò il castello d'Arona, posto sul lago maggiore, alla

famiglia Borromei, di cui non fidavasi, e vi pose guarnigione; mandò

Gian Giacopo Trivulzio ai Veneziani con quattrocento lance francesi e

quattro mila fanti, e considerabilmente accrebbe il numero delle sue

truppe nello stato di Milano. I Veneziani dal canto loro avevano

richiamati al loro soldo il conte di Pitigliano e Bartolommeo d'Alviano:

il primo aveva il comando di quattrocento uomini d'armi nelle parti di

Verona e di Roveredo; il secondo di ottocento verso il Friuli. Per altro

queste truppe non impedirono una rapida scorreria di Giovan Battista

Giustiniani e di Fregosino, emigrati Genovesi, che con mille fanti

tedeschi si erano lusingati di attraversare lo stato veneziano, poi

quello di Parma, per entrare nella Liguria, ma che furono poi dai

Francesi trattenuti alle falde delle montagne di Parma. Tornarono a

dietro, ed i Veneziani acconsentirono che rientrassero negli stati

dell'impero, a condizione di deporre le armi nell'entrare nel territorio

della repubblica per riceverle poi all'opposto confine[417].

[417] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 400. — Fr. Belcarii, l. X, p.

306. — P. Bembi Ist. Ven., l. VII, p. 146. — Lett. di Fran. Vettori.

Bolzano, 17 gennajo 1507. In Macchiavelli, l. VII, p. 168._

Questa breve spedizione non erasi tampoco risguardata come un

cominciamento d'ostilità: i Veneziani, che non erano personalmente

attaccati, invece di attribuirla a Massimiliano, non avevano voluto

ravvisarvi che la conseguenza di qualche pratica di Giulio II. Sapevano

che questo pontefice permetteva nello stesso tempo un adunamento di

emigrati genovesi in Bologna; che accusava il Bentivoglio d'avere

tentato di farlo avvelenare da un prete, e che aveva spedito il

cardinale di santa Croce a Massimiliano per muoverlo contro i

Francesi[418]: Ma Giovanni Bentivoglio, che teneva Giulio II in tanti

sospetti, morì a Milano in febbrajo del 1508, in età di settant'anni.

Aveva goduta quarant'anni nel suo principato una inalterabile

prosperità, di cui andava più debitore alla fortuna che ai suoi talenti

o alle sue virtù, e non seppe poi sostenere le traversie che vennero in

appresso. Poco dopo la di lui morte, Annibale il primogenito, ed Enrico

l'ultimo de' suoi figliuoli, sorpresero a Bologna la porta di san Momolo

coll'ajuto dei Pepoli e di alcuni altri gentiluomini: ma bentosto furono

scacciati dal popolo, che preferiva il dominio della Chiesa a quello de'

suoi antichi signori; ed il re di Francia, irritato per questo

intempestivo attacco dei Bentivogli, li fece uscire dalla Lombardia,

ordinando al signore di Chaumont di difendere Bologna contro chiunque

volesse turbare la Chiesa nel possesso di quella città. Il papa,

soddisfatto della protezione offertagli da Lodovico XII, impose silenzio

al suo odio contro la Francia, e non volle avere parte nella guerra che

andava a scoppiare[419].

[418] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 400._

[419] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 401. — Fr. Belcarii, l. XI, p.

307. — Sansovino Famiglie illustri d'Italia, f. 187._

Massimiliano era giunto a Trento in principio dell'anno, per mettersi

alla testa della spedizione da tanto tempo annunciata. Il giorno 3 di

febbrajo recossi processionalmente alla Chiesa, preceduto dagli araldi

d'armi dell'Impero e portando la spada sguainata in mano. Il suo

cancelliere, Matteo Langen, vescovo di Gurck, salì sopra un'alta tribuna

per annunziare al popolo, che Massimiliano entrava in Italia alla testa

del suo esercito, e che recavasi a Roma a prendere la corona imperiale.

Infatti l'imperatore eletto partì da Trento nella seguente notte con

mille cinquecento cavalli e quattro mila fanti tirolesi, mentre che il

marchese di Brandeburgo con cinquecento cavalli e due mila fanti

avanzavasi per un'altra strada sopra Roveredo. Ma il marchese, non

avendo potuto entrare in questa città, tornò subito a dietro; e

Massimiliano, dopo aver guastato il territorio dei sette comuni, dove

alcuni montanari quasi indipendenti vivevano sotto la protezione della

repubblica di Venezia, il quarto giorno si allontanò bruscamente dai

confini, e tornò a Bolzano, senza che si potesse spiegare la bizzarria

di questo movimento retrogrado[420].

[420] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 401. — Fr. Belcarii, l. XI, p.

307. — Lett. di Fr. Vettori da Trieste, 8 febbrajo 1508. In Mach.

Legazione, t. VII, p. 183._

Dalla banda del Friuli quattrocento cavalli e cinque mila fanti

austriaci entrarono nel territorio di Cadore, i di cui abitanti erano

affezionatissimi ai Veneziani. Mentre che i Tedeschi assediavano in quel

paese alcune rocche, Massimiliano andò a raggiugnerli con sei mila

fanti: scorse circa quaranta miglia di paese al di là dei confini

veneti, commettendovi grandissimi guasti; ma tutt'ad un tratto tornò con

celerità ad Inspruck in sul finire di febbrajo per impegnarvi tutti i

suoi giojelli; giacchè il danaro, che avea creduto bastante per tutta la

campagna, era di già consunto. Quando giunse in quella città, seppe che

gli Svizzeri, non ricevendo da lui danaro, avevano dato licenza al re di

Francia di levare soldati nel loro paese, e che infatti cinque mila

Svizzeri al soldo di Lodovico XII e tre mila al soldo della repubblica

veneziana erano di già entrati in Italia. Massimiliano irritato volò ad

Ulma per addirizzarsi alla lega delle città imperiali della Svevia, e

persuaderla ad attaccare gli Svizzeri; nello stesso tempo esortava gli

elettori a continuargli per altri sei mesi il servigio delle truppe

dell'impero, perciocchè i sei primi mesi che gli erano stati accordati

erano quasi terminati[421].

[421] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 402. — Fr. Belcarii Com. Rer.

Gall, l. XI, p. 308. — Lett. di Fr. Vettori del dì 8 di febbrajo da

Trento, p. 184._

Intanto i Tedeschi, ch'egli aveva lasciati a Trento, erano rientrati

nella valle del Cadore in numero di circa nove mila, ed avevano colà

prese diverse fortezze; ma in appresso si lasciarono chiudere

dall'Alviano, il quale, prevenendoli colla consueta sua rapidità, occupò

i passaggi per i quali pensavano di ritirarsi, e fece custodire tutti i

sentieri delle montagne da contadini affezionati ai Veneziani.

I Tedeschi, formando un battaglione quadrato, nel di cui centro posero

le loro donne ed equipaggi, tentarono di aprirsi un passaggio il 2 di

marzo: accanita fu la battaglia e d'infelice riuscita; essendo più di

mille di loro rimasti sul campo, e gli altri tutti fatti prigionieri.

Dopo questa vittoria l'Alviano attaccò la fortezza di Pieve di Cadore e

la riconquistò. Carlo Malatesta, uno de' signori di Rimini spogliati dal

papa, fu ucciso in questa battaglia[422].

[422] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 403. — Fr. Belcarii, l. XI, p.

308. — P. Bembi, l. VII, p. 148. — Lett. di Fr. Vettori, d'Inspruk,

22 di marzo. Presso Machiav. Legazioni, t. VII, p. 206._

Essendosi in tal guisa dissipata l'armata austriaca, ed allontanatosi

l'imperatore per cercare nuovi soccorsi, Bartolommeo d'Alviano entrò

negli stati di Massimiliano con intenzione di spogliarlo di tuttociò che

possedeva sul golfo di Venezia. Infatti in pochi giorni prese Gorizia,

che fortificò per servire di difesa all'Italia contro i Turchi; Trieste,

cui impose una grossa contribuzione, onde punirla dei contrabbandi co'

quali si era arricchita; Pordenone, che poi la repubblica diede in feudo

allo stesso generale per ricompensarlo de' suoi servigj; ed all'ultimo

Fiume ai confini della Schiavonia[423].

[423] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 404. — Fr. Belcarii, l. XI, p.

308. — P. Bembi, l. VII, p. 150-152. — Lett. di Fr. Vettori, da

Trento, 30 maggio, p. 224._

I Tedeschi, che non davano unione alle loro operazioni, tentarono nello

stesso tempo di avanzarsi dalla banda di Trento e del lago di Garda, ed

ottennero qualche vantaggio a Calliano. Ma due mila Grigioni, che si

trovavano nella loro armata, essendosi ritirati, perchè mal pagati,

anche gli altri dovettero allontanarsi. Le due armate, veneziana ed

austriaca, separate dalla muraglia che taglia la valle dell'Adige tra

Pietra e Calliano, si limitarono per qualche tempo ad osservarsi, non

facendo che qualche leggiera scaramuccia; in appresso la veneziana

ritirossi a Roveredo, e l'altra a Trento, ove si disperse. Massimiliano

non aveva mai potuto avere nello stesso tempo nella sua armata più di

quattro mila uomini di truppe dell'impero: quando giugneva un

contingente per cominciare il suo servigio, l'altro aveva di già

terminati i suoi sei mesi e si ritirava. La dieta convocata in Ulma era

stata prorogata; e Massimiliano, invece di tornare alla sua armata,

erasi recato a Colonia. Per alcune settimane non si seppe nemmeno dove

fosse; ed a ragione indispettito per tanti disastri, egli sarebbesi

volentieri sottratto agli sguardi di tutto il mondo. Se i Francesi, che

si erano uniti a Roveredo all'armata veneziana, avessero voluto

attaccare Trento, potevano facilmente spingere molto avanti le loro

conquiste; ma il Trivulzio dichiarò che aveva ricevuto ordine dal re di

difendere i passaggi dell'Italia, e non di attaccare la Germania[424].

[424] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 404. — Fr. Belcarii Comm. Rer.

Gall., l. XI, p. 309. — Lett. del Vettori. Trento, 16 aprile e 30

maggio. Machiav. Leg., t. VII, p. 218-232._

Finalmente il prete Luca Renaldi, comunemente chiamato il prete Luca,

che aveva la confidenza di Massimiliano, recossi a Venezia per fare

alcune proposizioni di pace. Offriva ai Veneziani una tregua di tre

mesi, che venne altamente da questi rifiutata, quando seppero che

l'imperatore non voleva comprendervi la Francia. Troppo ruinati erano

gli affari di Massimiliano, perchè egli potesse star fermo in tale

pretesa; acconsentì ad una tregua di tre anni per l'Italia. Ma Lodovico

XII vi si rifiutò perchè voleva farvi comprendere il duca di Gueldria.

Il senato di Venezia non aveva veruna alleanza con questo duca, e

risguardava la sua contesa come cosa affatto estranea alla politica

d'Italia, e ad una guerra trattata soltanto ai confini della penisola.

Dopo di avere fatto calde istanze agli ambasciatori di Francia di

accettare la tregua tal quale veniva offerta, alfine l'accettò egli

stesso semplicemente, e senza nemmeno aspettare la risposta di Lodovico

XII, cui era stato spedito un corriere. Questa tregua si pubblicò il 7

di giugno ne' due campi: doveva essere comune a tutti gli alleati, che

dall'una o dall'altra parte sarebbero nominati entro tre mesi, e non

comprendere che l'Italia. Massimiliano nominò subito il papa, i re di

Spagna, d'Inghilterra e d'Ungheria, e tutti gli stati dell'impero; i

Veneziani nominarono i re di Francia e di Spagna, e tutti gli stati

italiani loro alleati. Tutte le conquiste fatte nella presente guerra

dovevano essere conservate da chi le aveva fatte; e l'una e l'altra

potenza riservavasi il diritto d'innalzare entro la linea dei suoi

confini tutte le fortificazioni che troverebbe convenienti[425].

[425] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 405. — Fr. Belcarii, l. XI, p.

309. — P. Bembi, l. VII, p. 153. — Jac. Nardi, l. IV, p. 200. —

Lett. del Vettori. Trento, 8 giugno 1508; e del Mac. Bologna, 14

giugno, p. 237-257._

Una guerra che pareva minacciasse tutta l'Italia di una nuova invasione

degli oltremontani, era così terminata in pochi mesi; ma per altro

lasciava dietro di sè molti semi di malcontento. Massimiliano sentivasi

profondamente umiliato d'avere annunciate così grandi cose, di averne

eseguite di così piccole, e di avere in due mesi perduti tutti i porti

di mare ch'egli possedeva sul golfo Adriatico, porti così preziosi pel

commercio de' suoi stati. I Veneziani avevano fatto esperimento della

gelosia de' Francesi, ed erano irritati per l'abbandono del Trivulzio,

che non aveva voluto ajutarli a proseguire le loro conquiste. Finalmente

Lodovico XII affettava di essere vivamente offeso perchè i Veneziani

avessero sottoscritta la tregua contro il parer suo, e senza pure

aspettare l'ultima sua risposta.

Per altro niuno aveva meno ragione di Lodovico XII di lagnarsi in questa

occasione. Non solo i Veneziani avevano usato dei loro diritti,

consultando piuttosto i proprj che i di lui interessi, e ricusando di

continuare una guerra senza scopo, per fare una diversione a favore del

duca di Gueldria con cui non avevano che fare; essi conoscevano

abbastanza la perfida condotta del re di Francia per non credersi

obbligati ad avere troppi riguardi alle sue raccomandazioni.

Lodovico XII era legato coi Veneziani da molti trattati, quando avea

conchiuso con Massimiliano il trattato di Blois, in forza del quale egli

e l'imperatore stipulavano la divisione degli stati di quella

repubblica; e non aveva verun motivo di lagnarsi della medesima. Di

nuovo le si era legato colle più strette relazioni, nello stesso tempo

in cui nel precedente anno aveva avuto con Ferdinando l'abboccamento di

Savona, ed aveva cercato d'interessare nella stessa divisione questo

secondo potentato. In mezzo alle più amichevoli negoziazioni, in seno

alle più intime alleanze Lodovico XII non cessava di aguzzare la spada

con cui ferì la repubblica nell'istante della lega di Cambrai. Verun

altro motivo non potrebbe darsi a questa perfida condotta, se non che i

governi assoluti risguardano sempre le repubbliche come fuori del

diritto delle genti, e cercano ogni occasione di distruggerle.

Infatti nello stesso tempo la condotta di Lodovico XII verso la seconda,

in potenza, delle repubbliche d'Italia, non era quasi meno falsa nè meno

ingiusta. Malgrado la sua alleanza coi Fiorentini, malgrado lo zelo che

questo stato aveva sempre mostrato per il partito francese, egli

protraeva la conquista di Pisa, che i Fiorentini erano in sul punto di

effettuare; contrariava tutte le loro operazioni militari, ed all'ultimo

metteva sfacciatamente a prezzo il suo assenso alla riduzione di una

città, ch'egli medesimo risguardava come ribellata, e che più volte

erasi obbligato a far rientrare nell'ubbidienza.

Dopo la conferenza del precedente anno col re Ferdinando, Lodovico XII

aveva cominciato a riguardare come oggetto di speculazione finanziera la

sommissione di Pisa. I Pisani, indeboliti da così lunga guerra, più non

potevano ricevere soccorsi da Genova dopo la scossa provata da quella

città, e pochissimi e nascostamente ne ricevevano da Lucca e da Siena.

Sentivano avvicinarsi la loro ultima ora; i contadini rifugiati in

città, e che in allora formavano più della metà della sua popolazione,

cominciavano a sospirare l'istante di tornare ai loro campi, e la loro

ostinazione più non era quella di prima. Pisa sarebbe probabilmente

caduta fino dal 1507 in potere dei Fiorentini, se i due potenti

monarchi, che in allora dettavano alternativamente le leggi all'Italia,

non avessero voluto farsi pagare un avvenimento che non doveva dipendere

da loro. Il re d'Arragona dichiarò agli ambasciatori fiorentini, che gli

furono mandati per complimentarlo, che Lodovico XII aveva in lui rimessi

gli affari di Pisa, e ch'egli prenderebbe quella città sotto la sua

protezione, e non ne permetterebbe la conquista, se prima la repubblica

non prometteva ai due re un onesto compenso pel loro assenso. Lodovico

XII confermò questo discorso; ed all'ultimo i due re convennero di

domandare ognuno cinquanta mila ducati. Promettevano a tale prezzo di

mandare in Pisa una guarnigione, che i Pisani avrebbero ricevuta senza

diffidenza, che dopo otto mesi avrebbe aperta la città ai Fiorentini.

Questa proposizione non fu accettata, ma impedì ai Fiorentini di fare in

quell'anno guastare il territorio di Pisa[426].

[426] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 195. — Scip. Ammirato, l.

XXVIII, p. 283. — Jac. Arrosti Chron. di Pisa in Arch. Pisano, f.

230. — Fr. Guicciardini, l. VII, p. 388._

Dopo la partenza dei due re, i Fiorentini ricominciarono le loro

spedizioni nel piano di Pisa: anzi fu questa la prima impresa della

milizia ch'essi avevano ordinata in battaglioni dietro proposta del

Macchiavelli, secondo i principj da lui esposti nel suo Trattato

_dell'Arte della guerra_. La legge ch'egli medesimo aveva redatta

intorno all'_Ordinanza Fiorentina_ fu approvata nel gran consiglio il 6

dicembre del 1506. Un corpo di dieci mila contadini venne scelto in

tutto il territorio della repubblica, vestito per la prima volta

dell'assisa fiorentina, con abito bianco, con calzoni per metà bianchi e

rossi, ed armato come le truppe svizzere e tedesche, e come quelle

esercitato tutti i giorni di festa. Questa milizia, che fu detta

l'_Ordinanza_ costò alla repubblica molto meno che non costavano le

truppe straniere, e si mostrò molto più disciplinata ed ubbidiente ai

suoi ufficiali[427].

[427] _Macchiavelli opere, t. IV, p. 331, 356. — Jac. Nardi, l. IV,

p. 200. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 284._

Tostocchè Lodovico XII si trovò liberato dall'inquietudine che gli aveva

cagionato l'attacco di Massimiliano, spedì ai Fiorentini Michele Rizio

per rimproverar loro le negoziazioni avute coll'imperatore. Essi avevano

mostrato, diceva egli, soverchia premura di pagare un tributo alla

camera imperiale, quando il loro danaro doveva essere adoperato contro

il re di Francia o suoi alleati. A tale oggetto essi avevano spedito

fino in Germania i loro deputati, e nello stesso tempo con un imprudente

attacco contro di Pisa avevano arrischiato di accendere la guerra nel

centro dell'Italia, e di fare in tal guisa una pericolosa diversione

alle armi del re[428].

[428] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 407._

I Fiorentini sentirono ciò che voleva dire un tale messaggio, e tali

lagnanze che non avevano verun fondamento. Pisa trovavasi ridotta alle

ultime estremità; il partito de' campagnuoli, che desiderava la pace, si

faceva ogni giorno più numeroso; i nobili ed i cittadini, che avevano

difesa l'indipendenza della loro patria con una irremovibile costanza,

in gran parte distrutti dal ferro nemico, ruinati, invecchiati,

scoraggiati, più non opponevano la medesima resistenza. Avvicinavasi

l'istante in cui Pisa doveva volontariamente arrendersi ai Fiorentini;

ma Lodovico voleva approfittare della miseria di quella città per vender

loro la sua sommissione; e perciò cercava contro di loro una lagnanza

priva di fondamento, per mettere in seguito a più alto prezzo la sua

condiscendenza. La signoria rispose, che nel suo trattato col re di

Francia aveva espressamente riservati i diritti dell'impero; che lo

stesso Lodovico XII aveva così ben riconosciuti questi diritti, che non

si era in verun modo obbligato a proteggere i Fiorentini contro

Massimiliano; che dunque era stato necessario di cercar di regolare la

legittima prestazione dovuta dalla repubblica all'imperatore quando

riceveva la corona imperiale; che per altro i loro ambasciatori avevano

schivato di nulla conchiudere con Massimiliano; che non gli avevano dato

danaro, e che soprattutto non avrebbero mai sottoscritta con lui una

convenzione, che potesse riuscire pregiudicievole alla Francia; che

rispetto alla loro spedizione contro di Pisa, doveva tanto meno

inquietare i loro vicini, in quanto che erasi fatta senza artiglieria, e

che si era ristretta al guasto delle messi; che nel loro trattato colla

Francia, nel 1502, si erano espressamente riservati il diritto di

continuare la guerra contro di Pisa, e che altronde non sapevano

comprendere per qual cagione volesse il re più particolarmente

interessarsi per quella città dopo che aveva somministrati soccorsi ai

Genovesi contro di lui, e staccarsi dai Fiorentini che gli erano sempre

stati fedeli[429].

[429] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 407. — Jac. Nardi, l. IV, p.

201. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 285. — Fr. Belcarii Com. Rer.

Gal., l. XI, p. 310._

A tali rimproveri, come i Fiorentini lo avevano presagito, tennero

subito dietro le proposizioni. Michele Rizio offrì di dar loro il

possesso di Pisa per un determinato prezzo da convenirsi; ma Ferdinando

il cattolico si ostinava a volere intervenire nel contratto e ritrarne

profitto. Per tale motivo mandò un ambasciatore in Toscana, che prima

recossi a Pisa per esortare quegli abitanti a difendersi, facendo loro

sperare i soccorsi del re. In appresso quest'ambasciatore passò a

Firenze, e cominciò a trattare colla signoria in concorso

dell'ambasciatore francese. Così questa lunga guerra, che poteva essere

terminata dalle sole armi toscane, diventava un oggetto di negoziati tra

la Francia e la Spagna. Bentosto tali negoziazioni, invece di

continuarsi in Toscana, si portarono a Parigi; ed i popoli d'Italia

ebbero un'altra occasione di accorgersi che i proprj destini più non

dipendevano da loro, poichè le proprie loro liti, sostenute colle sole

loro armi e coi soli loro mezzi, dovevano decidersi dagli

stranieri[430].

[430] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 408._

Frattanto, siccome la miseria di Pisa andava crescendo, i re di Spagna e

di Francia, temendo di perdere l'oggetto del loro traffico, gettarono

più scopertamente la maschera. I Fiorentini avevano il 25 di agosto

preso al loro soldo Bardella, corsaro di Porto Venere, che pel pagamento

di sei cento fiorini al mese, obbligavasi a chiudere la foce dell'Arno

con tre piccoli vascelli[431]. Questi fece così bene il dover suo, che

Chaumont, governatore del Milanese, scrisse in Francia di apporvi

rimedio, altrimenti Pisa caderebbe da sè in mano ai Fiorentini. Il re

gli ordinò subito di mandarvi Giovan Giacopo Trivulzio con trecento

lance, ond'essere sicuro che la città non si arrenderebbe prima che la

Francia non si fosse fatta pagare il suo assenso[432]. I Fiorentini,

confusi nel vedere che Lodovico XII, senza avere riguardo all'espresso

tenore dei trattati, spediva soccorsi contro di loro, suoi alleati, a

que' medesimi che di fresco si erano mostrati non meno suoi nemici che

nemici loro, si rassegnarono finalmente a ricomprare le proprie

conquiste dalle mani di coloro che si arrogavano il diritto di venderle.

Offrirono cento mila ducati divisibili tra le due corti, purchè l'una

corte e l'altra si obbligasse a non attraversare la loro intrapresa.

Lodovico XII non volle vendere il suo assenso a meno di cento mila

ducati per la sola sua parte, e non pertanto insistette perchè

Ferdinando avesse dal canto suo una somma di danaro. All'ultimo i

Fiorentini promisero cento mila ducati al re cristianissimo, e cinquanta

mila al re cattolico; e perchè l'ultimo non si offendesse di questa

diversità posta tra di loro, la fecero oggetto di un trattato segreto,

col quale si riconobbero debitori di questi altri cinquanta mila ducati

sotto mentito pretesto. Questa convenzione fu sottoscritta il 13 marzo

del 1509: e perchè in quell'istante tutte le potenze d'Italia erano

occupate da troppo più gravi interessi in occasione della lega di

Cambrai, lasciarono ai Fiorentini la libertà di proseguire la guerra

contro Pisa[433].

[431] _Jac. Nardi, l. IV, p. 201. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p.

285._

[432] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 417. — Jac. Nardi, l. IV, p.

202. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. XI, p. 314. — Jac. Arrosti

Cron. di Pisa in Arch., f. 232._

[433] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 417. — Jac. Nardi Ist. Fior.,

l. IV, p. 203. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 286. — Gio. Cambi

Ist. Fior., t. XXI, p. 223._

In novembre del 1508 Bardella era stato richiamato dal servizio

fiorentino per espresso ordine della signoria di Genova. Lodovico XII

aveva fatto dare quest'ordine per procurare un breve respiro ai Pisani,

finchè fosse terminata la sua negoziazione; ma quando ebbe venduto il

suo assenso, Bardella tornò al servigio della repubblica fiorentina, e

la debole sua scorta bastò per chiudere la foce dell'Arno. Dal canto

loro i Lucchesi non avevan cessato di soccorrere i Pisani con armi e con

vittovaglie. Il commissario della repubblica presso l'armata fiorentina

ebbe ordine dalla signoria di farne vendetta. Egli entrò sul territorio

lucchese, e tutto lo guastò, recando con questa spedizione alla

repubblica di Lucca il danno di oltre dieci mila fiorini[434], e giovò

pure a farle sentire la sua debolezza ed il pericolo di provocare ancora

il risentimento dei suoi potenti vicini, e la determinò a cercare

finalmente di buona fede l'alleanza di Firenze. Il trattato tra queste

due repubbliche fu sottoscritto l'undici di gennajo del 1509. I Lucchesi

si obbligarono d'impedire ai Pisani ogni comunicazione col loro

territorio, e di impedire essi medesimi ai loro contadini, troppo

parziali per Pisa, di portare soccorsi a quella città. Se questa guerra

doveva prolungarsi, il trattato tra Firenze e Lucca non doveva durare

che tre anni; ma se Pisa cadeva entro l'anno, l'alleanza tra i

Fiorentini ed i Lucchesi doveva tenersi rinnovata per dodici anni[435].

[434] _Jac. Nardi, l. IV, p. 203. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p.

285._

[435] _Jac. Nardi, l. IV, p. 205. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p.

286. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 222. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p.

417._

In febbrajo i Genovesi tentarono ancora di spedire a Pisa un sufficiente

carico di grani per alimentare quella sgraziata popolazione fino al

prossimo raccolto: si presentarono all'imboccatura dell'Arno un grande

vascello, quattro gallioni, quindici brigantini e trenta barche; ma

questa piccola flottiglia trovò così ben chiuse le foci del Serchio e

del fiume Morto, come lo era quella dell'Arno. Tre campi trincerati

erano stati stabiliti dai Fiorentini a san Piero in Grado, a Bocca di

Serchio ed a Mezzana; un ponte sull'Arno e delle palafitte negli altri

fiumi, con bastioni coperti d'artiglieria, chiudevano assolutamente il

passo. Il corsaro Bardella dava la caccia ai più piccoli battelli che

tentavano di avvicinarsi alla riva: furono presi tre brigantini genovesi

carichi di frumento, e gli altri tornarono a Lerici affatto convinti che

più non potevansi soccorrere i Pisani[436].

[436] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 204. — Scip. Ammirato, l.

XXVIII, p. 287. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 417. — Niccolò

Macchiavelli commissione al campo contro Pisa, t. VII, p. 240._

I magistrati di Pisa e coloro che mai non si erano smossi dalla

risoluzione di difendere fino alla morte l'indipendenza della loro

patria, più non sapevano come resistere alle grida del popolo ed in

particolare de' contadini, che perivano di fame e domandavano di

trattare. Per soddisfarli furono in marzo costretti di rivolgersi al

signore di Piombino, implorando la sua mediazione. Giacomo d'Appiano,

signore di Piombino, invitò diffatti i Fiorentini a mandargli

negoziatori; ed il Macchiavelli, che di già trovavasi all'armata passò a

Piombino il 14 di marzo, per trovarvi i deputati pisani; ma non tardò ad

avvedersi che questi non volevano che guadagnar tempo e non avevano

intenzione di conchiudere. Avevano essi chieste guarenzie pel

mantenimento dell'assoluta amnistia, che loro prometteva Firenze; e

quando il Macchiavelli gli strinse a spiegarsi, dichiararono che altra

non ne conoscevano che quella di custodire essi medesimi la loro città,

abbandonando ai Fiorentini tuttociò che era fuori delle mura. A tale

inchiesta fu rotta la conferenza ed il Macchiavelli tornò al campo per

affrettare gli attacchi[437].

[437] _Commis. data al Macchiavelli 10 marzo e sua lett. da Piombino

15 marzo, t. VIII, p. 246-249. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 288.

— Gio. Cambi, t. XXI, p. 229._

A Pisa mancavano affatto il vino, l'olio, l'aceto ed il sale; il

frumento vi si vendeva due scudi d'oro ogni stajo, o circa sessanta

franchi al quintale. Più non v'era cuojo per fare scarpe, ed i soldati

ed i cittadini camminavano a piedi nudi[438]. L'ora di Pisa era

finalmente giunta. Dopo quattordici anni e sette mesi di guerra,

sostenuta con maraviglioso coraggio, con una costanza e con una

rassegnazione di cui forse non trovasi esempio in altri popoli, convenne

cedere alla necessità. Le minute circostanze di questa lunga lotta non

ci furono trasmesse che dai nemici dei Pisani; niuna cronaca

contemporanea di quella città non fu scritta nè conservata; veruno

storico ci lasciò un quadro degli sforzi interni, delle deliberazioni,

de' consigli, de' sacrificj dei cittadini. Appena ci fu conservato il

nome di tre o quattro Pisani in un'epoca in cui tanti uomini meritarono

per il loro attaccamento, pel loro valore, per l'eloquenza, per la

destrezza delle loro negoziazioni, un'eterna fama; pure a traverso alle

prevenzioni nemiche di coloro che soli ci trasmisero la memoria di

questi avvenimenti, si scuopre una grandezza ed un eroismo che non

trovansi presso verun'altra città d'Italia.

[438] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 286. — Gio. Cambi, p. 225._

Tarlatino, che con tanto valore comandò la guarnigione di Pisa, avendo

il venti di maggio fatto chiedere salvacondotti al campo fiorentino,

quattro deputati di Pisa si recarono presso i tre commissari della

repubblica, domandando loro passaporti per dodici ambasciatori, che la

loro patria aveva finalmente determinato di spedire a Firenze per

capitolare. Questi deputati non lasciarono dubbiezze intorno alla

sincerità delle loro intenzioni; ed i tre commissarj, Antonio Filicaja,

Alamanno Salviati e Nicola Capponi, che colla instancabile loro attività

avevano ridotta Pisa a tali estremi, furono altresì i primi a far

conoscere ai Pisani che il loro ardore per la riuscita poteva combinarsi

coll'umanità e colla più nobile generosità. Le negoziazioni, trattate

ora in Firenze ora nel campo, durarono diciotto giorni, nei quali i

Pisani sotto mille pretesti visitavano il campo fiorentino, onde

ottenere alimenti dall'ospitalità dei soldati e portarli alle loro

famiglie[439].

[439] _Lettere de' Commissarj generali del 20 di maggio 1509, al 6

giugno. In Macchiavelli Legazioni, t. VII, p. 267-288._

Finalmente il trattato sottoscritto a Firenze il 4 di giugno e

ratificato a Pisa da tutto il popolo, il 7, ebbe esecuzione nel

susseguente giorno. L'armata fiorentina entrò in Pisa l'8 di giugno del

1509 e restituì l'abbondanza agli assediati estenuati. Non solo furono

perdonate tutte le offese e restituiti ai Pisani tutti i loro poderi; ma

la signoria fece ancora pagare ad ogni cittadino le rendite, i frutti ed

il prezzo degli annui affitti, che erano stati percetti sul territorio

pisano. Lo storico Giacomo Nardi, che fu egli stesso incaricato di

regolare questi conti, ci accerta che la signoria fiorentina lo fece con

tanta liberalità, che pareva piuttosto ricevere che dare la legge[440].

La capitolazione fu egualmente liberale per ogni rispetto; confermò

tutti gli antichi privilegj e tutte le magistrature indipendenti del

comune di Pisa; restituì ai Pisani la franchigia del commercio e delle

manifatture di cui erano stati in addietro privati; loro aprì un appello

per le cause criminali avanti ai medesimi tribunali che giudicavano i

Fiorentini, ed alleviò, per quanto poteva farlo una capitolazione, il

dolore di perdere la loro indipendenza[441].

[440] _Jac. Nardi, l. IV, p. 207-208. — Scip. Ammirato, l. XXVIII,

p. 288. — Gio. Cambi t. XXI, p. 251. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 323.

— Jac. Arrosti Chron., f. 233. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 437._

[441] _Capitolazione per la resa della città di Pisa, sotto al

dominio della repubblica fiorentina. Presso Flaminio del Borgo

Raccolta di diplomi Pisani 4.º 1765, p. 406-408._

Ma nè l'orgoglio de' Pisani, nè il loro patriottismo potevano

accomodarsi alla servitù. Tutti coloro che pel loro nome godevano di

qualche considerazione all'estero, che colle loro ricchezze potevano

conservare qualche indipendenza, o che coi loro talenti militari e col

loro valore potevano acquistare la ricchezza che loro mancava,

abbandonarono una patria fatta serva. I Torti, gli Alliati e molti altri

rifugiati passarono a Palermo, ove dopo tale epoca trovaronsi quasi

tutti i nomi della nobiltà pisana; i Buzzacarini, ramo della casa

Sismondi, passarono a Lucca con molti loro concittadini; altri cercarono

un asilo in Sardegna; e finalmente un numero ancor maggiore andò a

raggiugnere l'armata francese, che aveva di già invaso il territorio

veneziano. Rinieri della Sassetta e Pietro Gambacorti avevano adunati

cento cinquanta fanti pisani in Lombardia[442]. Una folla di altri, tra

i quali un ramo di Sismondi, si posero sotto le medesime insegne.

Rinnovando coi capitani francesi quei legami d'ospitalità, che con

tacito studio avevano essi cercato di stringere in occasione del

passaggio di Carlo VIII, e che avevano più volte rendute inutili le

negoziazioni del gabinetto e salvata Pisa per opera delle armate

medesime che l'assediavano, si fecero una patria del campo francese,

rimpiazzarono la libertà civile coll'indipendenza delle armi, trovarono

nella gloria qualche conforto al loro esilio, e senza avere un sicuro

domicilio continuarono a sentirsi come a casa loro in tutta l'Italia,

fino all'epoca in cui l'armate francesi ne furono scacciate, ed in cui

queste proscritte famiglie andarono a cercare nelle province meridionali

della Francia una immagine del bel clima della Toscana cui esse avevano

rinunciato[443].

[442] _Lettera di N. Capponi ed Alamanni Salviati, ex castris apud

Mezzanam, die 1 junii 1509. Machiavelli, t. VII, p. 276._

[443] È un notabilissimo monumento dell'orrore che inspirava ai

Pisani questo giogo straniero, e dell'emigrazione che seguì dopo il

suo stabilimento, il registro aperto nel 1566, d'ordine del gran

duca Cosimo I, per inscrivervi tutti gl'individui rimasti in Pisa,

che potrebbero provare che i loro antenati partecipavano prima del

1494 alla magistratura ed agli onori della città. Comprende tutti i

maschi di ogni famiglia, anche i preti, che pure non potevano

lasciare discendenza, nè esercitare magistrature; si estende fino

alle più basse professioni, e non pertanto non comprende che

settecento ventisette nomi; tanto l'emigrazione nel corso di un

mezzo secolo aveva scemata la popolazione di una città, capace di

tener testa a tutta la Toscana, di una città la di cui lunga e

valorosa resistenza aveva richiamata l'attenzione di tutta l'Europa.

Trovasi stampato ne' _Diplomi Pisani di Flaminio del Borgo in 4.º

1765, p. 433._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16) · 第 7 / 12 题