_Riposo e servitù dell'Italia; piccole guerre in Romagna ed in
Toscana; Giulio II sottomette alla Chiesa le città di Perugia e
di Bologna._
1504 = 1506.
La tregua, conchiusa tra i re di Francia e di Spagna in febbrajo del
1504, aveva restituito il riposo all'Italia, poichè que' due potenti
monarchi potevano dopo tale epoca decidere a posta loro della sorte
della penisola, ed i piccoli stati italiani, oramai subordinati alla
politica oltremontana, aspettavano la licenza dai loro alleati per
prendere o per deporre le armi. Per quanto umiliante, triste e precaria
fosse cotal pace, fu dai popoli ricevuta con gioja, perchè renduta
necessaria dal loro spossamento e dalla stanchezza dei sovrani. Per
ragunare nuove forze di cui valersi in altre guerre, essi abbisognavano
di tempo, e bisognava inoltre alcun tempo perchè si potessero
dimenticare i funesti mali della guerra, e perchè si osasse ricorrere a
questo terribile ma passaggero rimedio de' mali permanenti. I primi mesi
di pace ritornano alle forze vitali di una nazione l'azione loro
lungamente sospesa: l'agricoltura, le manifatture, il commercio
rigermogliano spontaneamente, il potere passa dai comandanti militari ai
magistrati ed ai tribunali civili, il di cui giogo sembra più leggiero.
Se tuttavia soffresi ancora qualche vessazione, si risguarda come
necessaria conseguenza dello stato di guerra di cui si esce, e non di
quello in cui si entra; il ritorno delle abitudini lungamente sospese
rammenta ad ogni uomo la sua infanzia, la sua gioventù o più felici
tempi. Si crede di entrare in una nuova epoca di prosperità; e,
l'immaginazione oltrepassando gli stessi confini del possibile, il
popolo chiede alla pace la restituzione di tuttociò che gli rapì la
guerra; vuole che si realizzino tutti i suoi sogni e tutte le sue non
meno fantastiche rimembranze. Intanto scorrono i mesi, e l'età matura
più non trova i piaceri della giovinezza; le ricchezze, dissipate dalla
guerra, non rinascono all'istante; le imposte, che la guerra rendette
più pesanti, non vengono soppresse, mentre che gli abusi della pace
risorgono assai più rapidamente che le utili istituzioni. I potenti
lasciano trapelare i loro disegni d'usurpazione, e la cabala va
acquistando favore ed importanza; la forza, che dovrebb'essere
protettrice, diventa ostile per la società, ed il popolo finalmente,
sentendo diventare le sue catene sempre più pesanti, desidera nuovamente
di romperle col mezzo della guerra, per quanto ella sia terribile e
dolorosa.
Veruno stato d'Italia aveva ottenuto colla tregua, nè poteva sperare che
si negoziasse in tempo di pace, ciò che senza dubbio era stato lo scopo
de' suoi desiderj prima che si cominciassero le ostilità: ciò era un
governo conforme agl'interessi del popolo. Il regno di Napoli, perduta
la sua indipendenza, era suddito di straniera nazione e governato da un
vicerè; il ducato di Milano aveva parimenti perduta l'indipendenza ed i
suoi antichi sovrani. Gli Spagnuoli non erano più amati nel mezzodì
dell'Italia, che i Francesi nella parte settentrionale della medesima.
Gli uni e gli altri offendevano egualmente la nazione sommessa co' loro
barbari costumi, coll'insolenza, col disprezzo. I malcontenti, che nel
1494 avevano ardentemente desiderata una rivoluzione, ed ajutate le armi
che dovevano eseguirla, in verun luogo non avevano ottenuta una riforma
che li compensasse di tutti i loro patimenti. Intanto le loro forze
erano esauste, cadute in fondo le loro speranze, ed essi si accomodavano
sotto una tirannia peggiore di quella che avevano cercato di
distruggere, onde acquistare a così caro prezzo qualche intervallo di
riposo.
La repubblica di Venezia non si era immischiata quasi niente in una
guerra che pel corso di dieci anni aveva guastata tutta l'Italia; erasi
sottratta alle calamità, e la prosperità del suo territorio eccitava
l'invidia de' vicini popoli, che avevano veduto saccheggiare le loro
città, e guastare le loro campagne. In questi dieci anni aveva Venezia
acquistato il Cremonese nel ducato di Milano, tre o quattro fortezze
della Puglia, e due piccoli stati in Romagna, ma le sue perdite nella
Morea e nella Dalmazia non erano forse minori degli acquisti fatti in
Italia. In mezzo alle importanti rivoluzioni che si erano operate in
questi dieci anni, pareva che così piccole conquiste non avessero tanto
valore da eccitare vivamente la gelosia degli altri stati; ma i
Veneziani erano soli felici in mezzo ad una nazione afflitta, e gli
altri Italiani non sapevano perdonar loro di non essere stati partecipi
de' mali comuni. Il papa non pensava che ad eccitare contro di loro gli
oltremontani, dai quali avrebbe piuttosto dovuto cercare di liberare
l'Italia; i Fiorentini, che avevano avuto motivo di dolersi dei
Veneziani, desideravano la loro ruina, ed il Machiavelli, lo stesso
accorto Machiavelli, trovandosi in legazione presso la corte di Francia,
soffiava il fuoco della vendetta, e si rallegrava, vedendo Massimiliano,
Lodovico XII e Ferdinando, proporre di già la divisione degli stati di
quella repubblica, che sola poteva conservare l'indipendenza
d'Italia[306].
[306] _Seconda Legaz. di Niccolò Machiavelli alla corte di Francia,
passim e special. Lett. di Nicolò Valori di Lione, 11 febbrajo, t.
VI, p. 534._
Giulio II erasi proposto di richiamare, in tempo del suo pontificato,
sotto il diretto dominio della santa sede tutti i feudi da lei
dipendenti; egli attaccava il suo onore alla felice riuscita di questo
disegno, e la impazienza e l'irascibilità del suo carattere gli facevano
risguardare come una imperdonabile offesa l'opposizione che vi avevano
fatta i Veneziani. Ad ogni modo, perchè non aveva ancora avuto il tempo
di ammassare un tesoro, di adunare truppe e di fortificarsi con
alleanze, non adoperava per sottomettere la Romagna che il timore che
incuteva il conosciuto suo impetuoso carattere. Le rocche di Cesena e di
Bertinoro gli erano state consegnate dai luogotenenti di Cesare Borgia,
mentre questi stava ancora in Ostia; quella di Forlì non gli era stata
data che dopo il ritorno de' messaggi che quel castellano aveva spediti
al Borgia a Napoli. Siccome questi riferirono che il duca era stato
mandato prigioniero in Ispagna, il castellano vendette per quindici mila
ducati una rocca, che non aveva più motivo di difendere[307]. Raffaello
Riario di Savona, cardinale del titolo di san Giorgio, persuase gli
abitanti d'Imola a dare la loro città al papa, sperando poi che questi
ne cederebbe la sovranità ad Ottaviano Riario, spogliatone da Cesare
Borgia. Ma, sebbene Ottaviano fosse parente di Giulio Il, il papa non
volle arricchirlo a spese della Chiesa. Desso fu però meno scrupoloso
rispetto ad un suo parente, Francesco Maria della Rovere, figlio di suo
fratello; poichè non solo ristabilì questi nelle signorie di Mondovì e
di Sinigaglia, e nell'ereditario ufficio di prefetto di Roma, ma
persuase ancora Guid'Ubaldo di Montefeltro, che non aveva figliuoli, ad
adottarlo come figlio di sua sorella ed a chiamarlo alla successione del
ducato di Urbino. Giulio II ratificò quest'adozione colla sua bolla del
10 di maggio 1504, nella quale determinò l'annuo censo del ducato
d'Urbino a favore della camera apostolica in 1340 fiorini, come gli
avevano di già annualmente pagati i conti di Montefeltro[308].
[307] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 341. — P. Bembi Ist. Ven. l. VII,
p. 140. — Rayn. An. Eccl. 1504, § 9, 10 e 11, t. XX, p. 10._
[308] _Raynaldi An. Eccl. 1504, § 36 e 37, t. XX, p. 17._
Verso lo stesso tempo Antonio degli Ordelaffi morì a Forlì. Lodovico,
suo fratello naturale, che gli successe, sentendosi troppo debole per
sostenere quel piccolo principato, volle venderlo ai Veneziani; ma la
repubblica non ardì esporsi alla collera del pontefice, e rifiutò di
farne l'acquisto. Lodovico fu allora costretto a fuggire, e Forlì aprì
le sue porte alle truppe pontificie[309].
[309] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 341. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gallic., l. X, p. 284._ — Lodovico, che fuggì a Venezia, essendo
colà morto senza prole, fu l'ultimo della casa degli Ordelaffi. Ecco
una tavola cronologica della successione di questi principi.
Mainardo di Susinana, primo signore di Forlì.
1276 Sinibaldo, figlio di Mainardo, ucciso nel
suo letto dal popolo.
1310 Scarpetta, Pino e Bartolommeo degli Ordelaffi,
posti in prigione da Roberto
re di Napoli.
1317 Cecco degli Ordelaffi, capitano perpetuo
del popolo di Forlì, morto
nel 1331.
1331 Francesco degli Ordelaffi, fratello di
Cecco, signore di Forlì, Forlimpopoli
e Cesena. Sua moglie,
Marzia di Susinana, è forzata
di cedere Cesena al papa
il 21 giugno del 1357; e
Forlì il 4 luglio del 1359.
Francesco fa la guerra da condottiere
e muore a Venezia
nel 1374.
1373 Sinibaldo, figlio di Francesco, rientra in
Forlì spalleggiato dai Fiorentini.
Viene riconosciuto come
vicario della santa sede nel
1379. Tradito da' suoi nipoti,
viene posto in prigione il 13
dicembre del 1385.
{ Cecco II { nipoti e { morto il 19 luglio del 1401.
1385 { { successori {
{ Pino, {di Sinibaldo { morto l'8 settembre del 1405.
1405 Antonio, figlio in tenera età di Cecco II,
ridotto allo stato di cittadino
della repubblica di Forlì; esiliato
dal legato B. Cossa; arrestato
in agosto del 1411 da
suo cugino Giorgio; richiamato
alla signoria in luglio del 1425;
morto il 4 agosto del 1448.
1410 Giorgio Ordelaffi, signore di Forlimpopoli;
1411 signore di Forlì;
fa arrestare suo cugino Antonio
in agosto del 1411;
viene riconosciuto dalla santa
sede il 26 dicembre del 1418;
muore il 25 di gennajo del
1422.
1422 Teobaldo, figlio di Giorgio, di nove anni,
sotto la tutela di Lucrezia degli
Alidosi, sua madre, viene scacciato
da sua zia Catarina, che
stabilisce Antonio; muore in
luglio del 1425.
{ Cecco III { figli di Antonio e { morto il 22 aprile
1448 { { suoi successori { del 1466.
{ Pino II { nella signoria di Forlì { morto nel 1480.
1480 Sinibaldo II, figlio naturale di Pino II, è
riconosciuto per signore, malgrado
l'opposizione de' legittimi
figli di Cecco III; scacciato
lo stesso anno da Girolamo
Riario.
1480 Girolamo Riario, nipote di Sisto IV,
acquista nel 1473 la signoria
d'Imola, occupa nel 1480 quella
di Forlì: è ucciso il 15
aprile del 1488.
1488 Ottaviano Riario, figlio del precedente, sotto
la tutela di sua madre Catarina
Sforza; spogliato da Cesare
Borgia, in dicembre del
1499 di Imola, ed in gennajo
del 1500 di Forlì.
1503 Antonio degli Ordelaffi, figlio di Cecco III,
rientra in Forlì in tempo della
prigionia del Borgia: muore
nel 1504.
1504 Lodovico, suo fratello naturale, vuole
dare Forlì ai Veneziani ed è
scacciato da Giulio II; vi ritorna,
ed è di nuovo scacciato
nel 1505. Muore in Venezia.
Da Sansovino, nelle sue _Famiglie illustri d'Italia_, è riportata al
f.º 17 una tavola genealogica degli Ordelaffi; ma molto inesatta.
Non diede quella dei Riarj, che non ricuperarono meglio degli
Ordelaffi la sovranità di Forlì.
Giovanni Sforza, signore di Pesaro, sposò in sul finire dello stesso
anno la figlia di Matteo Tiepolo, uno dei più potenti cittadini di
Venezia, sperando con tal mezzo di guadagnarsi la protezione della
repubblica, mentre che l'influenza del cardinale Ascanio Sforza, suo
parente, ritraeva Giulio II dal pensiero di attaccarlo[310]. Il papa
riclamava sempre dai Veneziani la restituzione dei piccoli principati
che avevano acquistati in Romagna; li faceva alternativamente minacciare
dal re di Francia e dall'imperatore Massimiliano; Giulio inspirava a
questi principi il suo odio contro i Veneziani, e gettava di già con
loro i fondamenti di quella lega che poco dopo si vide formata contro la
repubblica. I Veneziani tentarono di placare il papa, offrendogli la
restituzione di tuttociò che avevano acquistato in Romagna, ad eccezione
di Faenza e del suo territorio, purchè la santa sede li riconoscesse
come suoi vicarj in quel piccolo principato, ricevendo da loro lo stesso
tributo che pagavano i Manfredi: ma Giulio II sdegnosamente rispose che
non voleva lasciar loro una sola torre di tuttociò che avevano usurpato,
e che aveva ferma speranza di ritor loro ancora Ravenna e Cervia, sulle
quali non avevano più fondati titoli che sul rimanente, sebbene le
possedessero da più gran tempo[311]. Aveva fin allora rifiutato di
ricevere i loro ambasciatori, che poi accolse in principio del
susseguente anno; ma i Veneziani per ottenere questa grazia, che non fu
accompagnata da veruna promessa, gli restituirono una decina di fortezze
ne' territorj di Cesena, d'Imola e di Forlì; dopo di che le due parti
rimasero in pace per alcuni anni, senza che i rispettivi diritti
venissero meglio discussi[312].
[310] _P. Bembi Ist. Ven,, l. VII, p. 141._
[311] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 347._
[312] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 348. — P. Bembi Ist. Ven., l.
VII, p. 141. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 169. — Rayn. An.
Eccl. 1505, § 1, t. XX, p. 20._
La Toscana non aveva ricuperata la pace in forza della tregua tra i re
di Francia e di Spagna; e le contese delle sue repubbliche erano state
risguardate come indipendenti dalle grandi contese che avevano fin
allora travagliata l'Italia. Da che i Pisani avevano scosso il giogo de'
Fiorentini, mai non avevano cessato di combattere per difesa della loro
libertà. Firenze aveva provate diverse violenti rivoluzioni, si era più
volte veduta esposta ai più grandi pericoli, ed aveva potuto temere per
la propria indipendenza, senza avere mai pensato a fare la pace con
coloro ch'ella risguardava come sudditi ribelli, e non liberi cittadini.
Dall'altro canto Pisa, doppiamente esausta da ottantasette anni di
schiavitù, e da dieci anni di sanguinosa distruggitrice guerra, Pisa,
che aveva perduto il commercio e la maggior parte della sua popolazione,
e che vedeva ogni anno guastati i suoi campi, si assoggettava a tutte le
privazioni, offriva di darsi a vicenda a tutti i principi stranieri,
piuttosto che tornare sotto l'abborrito giogo de' Fiorentini. In tempo
delle grandi spedizioni de' Francesi e degli Spagnuoli la guerra di Pisa
non era mai stata interrotta, e solo trattavasi alquanto più lentamente;
ma tosto che si posavano le armi nelle altre parti d'Italia, trovavasi
sempre nello stesso stato, e sempre minacciava di riaccendere l'incendio
generale che con tanta fatica si era potuto spegnere.
Il re di Francia aveva nominati i Fiorentini tra i suoi alleati nel
trattato di tregua col re di Spagna, il quale non aveva nominati i
Pisani; ma si sapeva che Gonsalvo di Cordova li favoreggiava, e che
aveva determinato di valersi di loro per assoggettare la Toscana al suo
padrone. I Fiorentini, avendo determinato di spingere vigorosamente i
loro attacchi, spedirono un ambasciatore al Cordova per accertarsi della
sua neutralità[313]. In pari tempo assoldarono Gian Paolo Baglioni,
Marc'Antonio Colonna, i Savelli, ed alcuni altri condottieri; e dando il
comando della piccola loro armata ad Ercole Bentivoglio, aprirono la
campagna il giorno 25 di maggio[314]. Le forze loro non bastavano ad
assediare così vasta città com'era Pisa, e perchè i Pisani non osavano
di tenersi in campagna, non vi fu tra di loro verun fatto d'importanza:
ma il Bentivoglio guastò tutto il territorio fin sotto alle mura della
città e costrinse il castellano di Librafratta ad arrendersi a
discrezione[315].
[313] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 273._
[314] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 161. — Scip. Ammirato, l.
XXVIII, p. 273. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 341._
[315] _Jac. Nardi, l. IV, p. 163. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p.
274._
Antonio Giacomini Tebalducci, commissario de' Fiorentini presso
l'armata, irritato dal vedere che i Lucchesi mai non cessavano di
mandare soccorsi ai Pisani, fece pure due scorrerie nel loro territorio,
esportandone molto bestiame e diversi prigionieri. Gli sventurati
contadini di Pisa, dopo avere perdute le loro messi, avevano seminato
grano turco e miglio ne' loro campi; ma l'armata fiorentina tornò in
agosto nello stato pisano per distruggere anche questa estrema speranza
della tarda stagione. Nello stesso tempo i Fiorentini presero al loro
soldo don Dimas di Requesens, partigiano del re Federigo di Napoli, che
lo aveva seguito in Francia, e che, avendo alle vicende della sua
passata fortuna sottratte tre galere, serviva con queste chiunque voleva
adoperarlo. Requesens in tutto il corso dell'estate diede la caccia alle
piccole navi pisane che uscivano dall'Arno; ma il 5 di novembre fu
sorpreso nel golfo di Rapallo da un colpo di vento così gagliardo che lo
fece perire colle sue tre galere[316].
[316] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 275. — Jac. Nardi Ist., l. IV,
p. 165. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 342._
Alcuni ingegneri fiorentini proposero alla signoria di deviare il corso
dell'Arno cinque miglia sopra Pisa, onde privare in tal modo la città
delle acque che formavano la sua salubrità, e lasciarla aperta ne'
luoghi in cui entra ed esce il fiume. Era già fatta la livellazione, e
gl'ingegneri assicuravano che tutta l'opera non richiedeva che
trentacinque in quaranta mila giornate di operaj. Infatti cominciarono
ad innalzare una diga alla Fagiana, che doveva tagliare il vecchio letto
del fiume, mentre che si aprivano due nuovi canali di venti e di trenta
braccia di larghezza e sette braccia profondi per condurre le acque al
mare[317]. Ma la forza e l'impeto dei fiumi quasi mai non rispetta i
calcoli degl'ingegneri: eransi di già impiegate ottanta mila giornate
d'operai, ed il lavoro non era ancora fatto per metà, quando una di
quelle violenti piogge che gonfiano tutt'ad un tratto i fiumi
d'Italia[318], rovesciò la diga, colmò i lavori, e fece rinunciare per
sempre a così ardito progetto. Per altro le acque già deviate dal loro
alveo eransi sparse nel piano di Pisa, riducendo que' campi, prima così
fertili, in pantani, ed accrescendo l'insalubrità dell'aria[319].
[317] Il braccio di Firenze è di circa 22 pollici.
[318] Ciò deve intendersi dei fiumi che hanno le loro sorgenti negli
Appennini, e dei torrenti; ma non de' principali fiumi che
discendono dalle Alpi, rispetto ai quali l'effetto delle piogge non
è sensibile che dopo alcuni giorni. _N. d. T._
[319] _Jac. Nardi, Ist., l. IV, p. 164. — Scip. Ammirato, l. XXVIII,
p. 274. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 342. — Jac. Arrosti Chron. di
Pisa, f. 224._
I Pisani, che vedevano ogni giorno diminuire i loro mezzi, offrirono ai
Genovesi di porsi sotto il loro dominio, per avere in tal modo anche la
protezione del re di Francia. Lodovico XII partecipò queste offerte a
Nicolò Valori ed al Machiavelli, ch'erano inviati della repubblica
fiorentina presso di lui, dicendo loro che, s'egli acquistava la
signoria di Pisa, non tarderebbe a darne loro il possesso. Ma i
Fiorentini cercarono di sconsigliarlo da questo trattato; ed egli
stesso, dopo avere maturato l'affare, ordinò ai Genovesi di rompere le
negoziazioni, temendo che, autorizzandoli a fare delle conquiste, e
rendendo loro le abitudini repubblicane, non venisse ad accrescere in
loro il desiderio di tornare in libertà[320].
[320] _Legazione del Machiavelli alla corte di Francia. Lettera di
Niccolò Valori del 2 di febbrajo, p. 521 e seguenti passim. — Fr.
Guicciardini, l. VI, p. 343. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, 275. —
Jac. Nardi, l. IV, p. 169. — Agost. Giustiniani, l. VI, f. 258._
Il primario oggetto della tregua stipulata tra Lodovico XII ed i re di
Spagna era quello di agevolare fra di loro un trattato di pace.
Effettivamente le due corti mai non avevano cessato di negoziare, e
Ferdinando il cattolico, vergognandosi della parte che aveva
rappresentato nello spogliare suo cugino del regno di Napoli, o
piuttosto spaventato dal giudizio che tutta l'Europa aveva pronunciato
intorno a tanta perfidia, proponeva in queste negoziazioni di rimettere
in trono Federico. Aveva pure ottenuto di far credere a questo principe
ch'egli pensava di buona fede a rendergli ciò che gli aveva tolto; e
Lodovico XII, che aveva perduta la speranza di ricuperare il regno di
Napoli, avrebbe di buon grado acconsentito a questo accomodamento;
voleva soltanto ottenere una perfetta amnistia ai baroni napolitani che
si erano per lui dichiarati. Ma nello stesso tempo aveva preso parte in
un'altra negoziazione con Massimiliano e il di lui figliuolo l'arciduca
Filippo, sovrano delle Fiandre. Trattavasi con loro di far rivivere il
trattato di Lione, di effettuare il matrimonio di Carlo, figlio
dell'arciduca, con madama Claudia di Francia e di dare per dote a questa
principessa i diritti che suo padre pretendeva di avere sopra Napoli.
Credeva Lodovico XII di ravvisare nella lentezza di Ferdinando e
d'Isabella a sottoscrivere il loro trattato una segreta intenzione di
attraversare quello del loro genero Filippo, di cui erano gelosi; e che
quando fosse abbandonata questa negoziazione, essi ancora romperebbero
la loro. Perciò in una pubblica udienza congedò gli ambasciatori della
Spagna, aspramente loro rinfacciando la mala fede de' loro padroni. In
appresso, il 22 settembre del 1504, sottoscrisse a Blois tre diversi
trattati con Massimiliano e Filippo, che in allora per anticipazione
prese il titolo di re di Castiglia: col primo Massimiliano accordava a
Lodovico l'investitura del ducato di Milano, per lui e i di lui eredi
maschi, ed in mancanza loro a Claudia di lui figlia, colla riserva, di
un pagamento di cento venti mila fiorini, metà da sborsarsi all'atto e
metà nel termine di sei mesi, e dell'annua presentazione, nel giorno di
Natale, di un pajo di speroni d'oro a titolo di omaggio. Col secondo
Claudia di Francia veniva promessa a Carlo d'Austria, e se Carlo moriva
prima del matrimonio, al di lui fratello Ferdinando col ducato di Milano
per dote. Col terzo la Francia ed il re de' Romani si collegavano contro
Venezia con obbligo di attaccare di comune accordo quella repubblica e
di dividere i suoi stati di terra ferma. Si accordavano quattro mesi al
re di Spagna per accedere a questo trattato[321].
[321] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 344. — Fr. Belcarii Comm., l. X,
p. 285. — Jac. Nardi, l. IV, p. 165. — Flassan Hist. de la diplom.
française, t. I, p. 457._
Federigo d'Arragona, che fin allora si era lusingato di rimontare sul
paterno trono in conseguenza della concordia dei due re, morì a Tours il
9 di settembre del 1504 pochi dì prima che fossero sottoscritti questi
trattati[322], ed il 26 di novembre dello stesso anno morì pure, dopo
una lunga e penosa malattia, Isabella di Castiglia, che col suo
matrimonio con Ferdinando aveva riunite le due corone di Spagna e fatta
così potente quella nuova monarchia. L'unica sua figlia Giovanna e suo
genero, l'arciduca Filippo, avrebbero dovuto alla di lei morte succedere
immediatamente alla corona di Castiglia; ma Isabella aveva adottata la
diffidenza concepita da suo marito verso suo genero, e conservandola
fino alla morte aveva nominato con suo testamento Ferdinando d'Arragona
governatore del regno di Castiglia, ed aveva voluto che suo genero
Filippo gli fosse subordinato[323].
[322] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 275. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXI, p. 205._
[323] _P. Jovii v. M. Consalvi, l. III, p. 248. — Fr. Guicciardini,
l. VI, p. 345. — Fr. Belcarii Comm., l. X, p. 286. — Jac. Nardi Ist.
Fior., l. IV, p. 167. — Raynal. Ann. Eccl. 1504, § 40, t. XX, p.
18._
Finalmente il 25 di gennajo del susseguente anno 1505 anche l'Italia
perdette un principe che in mezzo alle violenti rivoluzioni che
l'avevano squarciata aveva conservata l'opinione di accorto negoziatore
e di buon amministratore. Ercole d'Este, che fino dal 20 agosto del 1471
regnava sopra Ferrara, Modena e Reggio, morì in matura vecchiaja,
lasciando tre figli legittimi. Gli successe Alfonso, sposo di Lugrezia
Borgia, il quale, mandato da suo padre nelle corti d'Europa per imparare
a conoscerle, trovavasi allora in Inghilterra; suo fratello Ferdinando
era rimasto in Ferrara, ed Ippolito era stato nominato cardinale da
Alessandro VI nel 1493. Ercole lasciava inoltre un figlio naturale,
chiamato Giulio. Avendo dovuto suo malgrado prendere parte nelle guerre
di Sisto IV, aveva in quell'epoca veduti i suoi ducati guastati da
potenti nemici; ma dopo tale epoca aveva trovato il modo di conservarsi
in pace, anche ne' tempi in cui veruna parte d'Italia aveva potuto
sottrarsi alle disgrazie della guerra. Le sue relazioni con Lodovico il
Moro, di cui era suocero, coi Veneziani che conservavano contro di lui
molto odio, coi Francesi diventati suoi vicini in forza delle loro
conquiste, non gli fecero mai vestire verun altro carattere che quello
di mediatore e di pacificatore. La sua corte diventò l'asilo dei
letterati, e Ferrara, da lui arricchita di magnifici edificj, fu quasi
nuovamente rifatta sotto il di lui regno[324].
[324] _Muratori An. d'Ital. An. 1505, t. X, p. 29. — Tiraboschi
Stor. delle Lett., t. VI, l. I, c. II, § 11, p. 30. — Jac. Nardi
Ist. fior. l. VI, p. 168. — Scip. Ammir. l. XXVIII, p. 276. — Ist.
di Gio. Cambi, t. XXI, p. 206. — Vita di Alf. d'Este di P. Giovio,
ad init._
Se il re Ferdinando d'Arragona aveva cercata la pace colla Francia ne'
tempi in cui la sua unione con Isabella metteva a sua disposizione tutte
le forze della Spagna, aveva ancora maggior ragione di desiderarla dopo
la morte di quella regina, onde conservare il regno di Napoli, sua
conquista, e potere, senz'essere distratto da altre cure, pensare come
mantenere sopra la Castiglia un'autorità, che cominciava a vedere
contrastata. Dal canto suo Lodovico XII vedeva di mal animo che
Massimiliano non avesse per anco ratificato il trattato di Blois e
temeva che la naturale versatilità di quel monarca, non rovesciasse di
bel nuovo i fondamenti sui quali aveva creduto di stabilire la pace.
Finalmente Massimiliano e Filippo si recarono ad Haguenau, che avevano
di fresco tolto al conte Palatino cui facevano guerra; non tardò a
raggiugnerli il cardinale di Amboise, ed il 4 di aprile ottenne da loro
la ratifica dei trattati di Blois: nel susseguente giorno in nome di
Lodovico XII prestò fede ed omaggio pel milanese a Massimiliano, ottenne
l'investitura di quel ducato, e pagò i primi sessanta mila fiorini
promessi al re de' Romani. Il secondo pagamento doveva farsi quando il
monarca entrerebbe in Italia per cominciare la guerra contro i
Veneziani: ma Massimiliano dichiarò subito che non era apparecchiato a
cominciare in quell'anno le ostilità[325].
[325] _Raxis de Flassan, Hist. de la Diplom. française, t. I, p.
285, 458. — Fr. Guicciardini l. VI, p. 346. — Fr. Belcarii Rer. Gal.
Comm., l. X, p. 287._
Lodovico XII, che non aveva verun giusto motivo di odio contro i
Veneziani e veruna ragione di attaccare quella repubblica, fuorchè
l'opinione, abbastanza radicata tra i re, che un paese non soggetto a
verun monarca rimane a discrezione del primo occupante, poteva senza
alcuno inconveniente differire l'esecuzione de' suoi ambiziosi progetti.
Egli non voleva cominciare la guerra senza il concorso di Massimiliano,
e non vedeva senza gelosia la crescente grandezza di quel monarca e di
suo figliuolo Filippo; perciò affrettossi di rinnovare le negoziazioni
proposte da Ferdinando il cattolico, ed il 12 di ottobre sottoscrisse
con lui a Blois un nuovo trattato di pace e di alleanza. Perdendo ogni
speranza di mai più ricuperare il regno di Napoli, cedeva in dote alla
figlia di sua sorella, Germana di Foix, che Ferdinando doveva sposare, i
diritti che gli dava sopra una porzione del regno di Napoli il trattato
di Granata del 1500. Egli non si riservava il diritto di rientrarvi se
non nel caso che Ferdinando premorisse senza prole alla nuova sua sposa,
e rinunciava ai titoli di re di Napoli e di Gerusalemme. Dal canto suo
Ferdinando si obbligava a rimborsare entro dieci anni settecento mila
fiorini al re di Francia per le spese della guerra, a riconoscere
trecento mila fiorini di dote a Germana di Foix, ad ajutare Gastone di
Foix, suo fratello, nella conquista del regno di Navarra sul quale
voleva far valere i suoi diritti, e ad accordare una generale amnistia a
tutti i baroni napolitani che avevano seguito il partito francese. Fu
pure convenuto in questo trattato che Isabella di Baux, vedova di
Federico re di Napoli, sarebbe rimandata dalla Francia, e che
soggiornerebbe presso di suo figlio in Ispagna; ma Isabella non seppe
risolversi a porsi tra le mani di un monarca, che aveva imparato a
conoscere da una serie di tradimenti; e, costretta a lasciare la
Francia, preferì di ritirarsi a Ferrara, dove antiche parentele gli
davano diritto alla compassione ed all'assistenza[326].
[326] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 356. — Fr. Belcarii Com. Rer.
Gal., l. X, p. 291. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. VI, p. 185. — P.
Bembi Rer. Ven., l. VII, p. 142._
Per tal modo essendosi con nuovi trattati raffermata la pace tra le
esterne potenze che disponevano dell'Italia, più non restava nella
penisola che la guerra de' Fiorentini e de' Pisani, che si andava
protraendo d'anno in anno. Pareva che i primi desiderare non potessero
più favorevoli circostanze per trionfare finalmente del loro avversarj;
ma da dieci anni in poi avevano sempre sofferto qualche rovescio ogni
volta che i loro nemici sembravano privi di qualunque soccorso. Luca
Savelli, loro generale, dopo di avere guastato il piano di Pisa con
quattrocento cavalli e cinquecento fanti, volle vittovagliare
Librafratta. Veniva da Cascina, ed avendo di già passato il ponte
Capellese sull'Osori, teneva con molte bestie da soma cariche la strada
alquanto angusta tra quel fiume e la montagna di Pisa, allorchè il 25 di
marzo venne così bruscamente attaccato da Tarlatino, generale dei
Pisani, che, sebbene questi non avesse che quindici uomini d'armi,
quaranta cavalleggeri e sessanta pedoni, tutta la colonna del Savelli fu
sgominata. Dessa non potendosi ordinare alla difesa a cagione delle
bestie da soma con cui trovavasi frammischiata, prese vergognosamente la
fuga ed abbandonò cento venti cavalli di guerra, cento bestie da soma
cariche, ed un numero di prigionieri che superava quello de'
vincitori[327].
[327] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 348. — Jac. Nardi Ist. Fior, l.
IV, p. 169. — Scip. Ammirato l. XXVIII, p. 277. — Fr. Belcarii Com.
Rer. Gal., l. X, p. 287. — Jacopo Arrosti Cron. di Pisa, in Arch.
Pisano, f. 225, v._
Questa scaramuccia rialzò il coraggio de' Pisani, e rendette i
Fiorentini non meno diffidenti de' loro soldati che dei loro generali;
ma questo fatto non decideva della sorte della campagna. I Fiorentini
non lasciarono di distruggere le messi nel piano di Pisa siccome avevano
fatto nel precedente anno; pagarono il suo soldo a Gian Paolo Baglioni,
che aveva con loro una convenzione, pregandolo di venire a raggiugnere
la loro armata. Ma il Baglioni dichiarò di non potere in quell'anno
abbandonare Perugia dove pretendeva di dover temere le pratiche di
segreti nemici. Il Machiavelli, spedito dalla signoria presso di lui l'8
di aprile onde dicifrare i motivi del suo rifiuto, pensò che fosse
d'accordo cogli Orsini, con Pandolfo Petrucci e coi Lucchesi, tutti
nemici di Firenze, per privare all'improvviso la repubblica di una
ragguardevole parte della sua cavalleria, ponendola in tal modo
nell'impossibilità di distruggere quest'anno i raccolti dei Pisani[328].
[328] _Legaz. di Mach. a Gian Paolo Baglioni, t. VII, p. 1-12. —
Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 170. — Fr. Guicciardini, l. VI, p.
350. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 277._
Infatti gli Orsini, sempre alleati dei Medici, non avevano rinunciato al
progetto di ricondurre quella famiglia colla forza delle armi a Firenze,
e di riporla nell'antico suo dominio. Pandolfo Petrucci senz'essere
alleato dei Medici desiderava che ricuperassero la loro sovranità,
affinchè la repubblica di Siena, da lui dispoticamente governata, non
avesse alle sue porte l'esempio della libertà; lo stesso motivo moveva
pure Gian Paolo Baglioni, che aveva usurpati i diritti della repubblica
di Perugia; erano ambidue segretamente spalleggiati ed incoraggiati da
Gonsalvo di Cordova. Questo generale aspettava l'istante di poter
cacciare i Francesi dall'Italia; e con ragione risguardava i Fiorentini
come i loro più fedeli partigiani. Aveva creduto di trovare opportuna
occasione di tentare una rivoluzione, facendo uso del nome del cardinale
Ascanio Sforza sempre caro ai popoli di Lombardia. Lodovico XII,
gravemente infermo di pleuritide, era stato da' suoi medici posto fuori
di speranza di guarigione, ed in Italia si era pure sparsa la voce della
di lui morte. Tutto sembrava presagire generali convulsioni, e gli
Spagnuoli non aspettavano che la sicura notizia della morte del re per
rompere la tregua e proclamare Ascanio duca di Milano. Ma contro
l'universale aspettazione non si tardò a sapere la guarigione di
Lodovico XII, e la quasi subita morte del cardinale Ascanio accaduta in
Roma il 18 di maggio, dove era stato attaccato dalla peste[329].
[329] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 350. — Jac. Nardi, l. IV, p. 172.
— Fr. Belcarii Com. Rer. Gall., l. X, p. 288._
Trovandosi così rovesciati i progetti degli Spagnuoli sopra la
Lombardia, parte delle truppe destinate ad eseguirli cominciarono a
minacciare la Toscana. Bartolommeo d'Alviano, che le aveva ragunate
nello stato di Roma, s'infingeva corucciato con il Cordova; e ne aveva
approfittato per giovare al livore degli Orsini che continuavano a
vantarsi capi di parte guelfa contro i Colonna e contro tutti coloro cui
davano il nome di Ghibellini. In Orvieto, in Rieti, in Città di
Castello, avevano avuto luogo odiose carnificine sotto la protezione di
quella piccola armata, che contava trecento uomini d'armi e cinquecento
fanti di ventura. Ma dessa entrava in un paese in cui tutti i piccoli
principi facevano il mestiere di condottieri ed erano uniti per la
stessa causa; onde in pochi giorni potev'essere ingrossata dai soldati
di coloro cui era stata utile nell'esecuzione delle loro vendette[330].
[330] _Jac. Nardi, l. IV, p. 167. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p.
276._
Bartolommeo d'Alviano, che conduceva quest'armata d'avventurieri, senza
riconoscere le insegne di verun sovrano, non cercava pure di nascondere
la sua intenzione di attaccare Firenze per rimettervi i Medici. Contava
di trovare Firenze sprovveduta, abbandonata da Gian Paolo Baglioni,
ingannata dal marchese di Mantova, che l'aveva lungo tempo nudrita di
vane speranze di porsi al di lei soldo, ed aombrata dai movimenti di
Gonsalvo di Cordova che aveva posta guarnigione spagnuola in
Piombino[331]. Pandolfo Petrucci, signore di Siena, aveva voluto
approfittare dell'imbarazzo de' Fiorentini, ed aveva offerto al
Machiavelli, inviato presso di lui, di disperdere l'armata dell'Alviano,
purchè la repubblica rinunciasse in suo favore ai diritti che aveva
sopra Montepulciano[332]. Ma i Fiorentini non vollero accordare tanta
confidenza ad un tiranno, loro segreto nemico. Preferirono di
approfittare dell'amorevolezza di Prospero Colonna, che in allora
serviva la Spagna, e che per la nimicizia che portava agli Orsini
desiderava che andasse a male l'intrapresa dell'Alviano: rinunciarono al
guasto delle messi dei Pisani; fecero inoltre verbalmente dire a
Gonsalvo di Cordova che per quell'anno non avrebbero molestata Pisa, ed
in cambio ottennero dal vicerè spagnuolo la promessa di non ajutare
Bartolommeo d'Alviano[333].
[331] _Jac. Nardi, l. IV, p. 174. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p.
275._
[332] _Legaz. II di Nic. Machiavelli a Siena, dal 16 al 24 di luglio
del 1505, l. VII, Op. p. 16-47._
[333] _Jac. Nardi, l. IV, p. 175. — Fr. Guicciardini, l. VI, p.
351._
L'Alviano si andava sempre avanzando, e dopo d'avere minacciati i
Fiorentini ora dalla banda del littorale, ora da quella di Val di
Chiana, il 1.º di luglio del 1505 entrò nella Maremma di Volterra, nel
luogo detto le Macchie, in vicinanza di Campiglia, con intenzione di
prendere la strada di Pisa[334]. Ma l'Alviano, il di cui coraggio
confinava colla temerità, trovavasi associato a persone troppo caute, la
di cui astuzia e riguardi spesso si accostavano alla perfidia. Pandolfo
Petrucci gli aveva prestato danaro per assoldare pedoni nello stesso
tempo che negoziava contro di lui coi Fiorentini. Gian Paolo Baglioni
gli aveva promesso di raggiugnerlo colla sua compagnia d'uomini d'armi.
Chiappino Vitelli doveva condurgli le truppe di Città di Castello, ed
essere posti dovevano sotto i suoi ordini gli Spagnuoli sbarcati a
Piombino. Tenendosi sicuro di questi ajuti l'Alviano si era avanzato
solo fino ai confini di Campiglia; ma colà ricevette ordine da Gonsalvo
di lasciare la sua intrapresa; i Pisani gli fecero dire che in forza di
un ordine del Gonsalvo non potevano riceverlo nella loro città; le
truppe del Petrucci e del Baglioni, adunate a Grosseto rifiutarono di
raggiugnerlo, finchè con qualche primo fatto non avesse loro fatto
conoscere ciò che potevano sperare dalla sua intrapresa. E per tal modo
l'irrisoluzione o la dissimulazione de' suoi alleati gli fecero
consumare molte settimane nelle Maremme, e diedero tempo alla repubblica
fiorentina di ragunare cinquecento cinquanta uomini d'armi e trecento
cavaleggeri. Il comando di tali forze fu dato ad Ercole Bentivoglio ed
al commissario Antonio Giacomini Tebalducci, il solo Fiorentino che
conoscesse l'arte della guerra[335].
[334] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 279._
[335] _Jac. Nardi, l. IV, p. 178. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 353.
— Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 279. — Diario del Bonaccorsi, f. 107
e 115._
L'armata della repubblica era di già superiore a quella dell'Alviano; ma
il governo, siccome voleva la sua timida politica, aveva ordinato ai
suoi capitani di non attaccare, nè di porsi in posizione in cui poter
essere attaccati. Pure l'impetuosità dell'Alviano offrì loro
quell'occasione di combattere che i magistrati loro ricusavano. Questo
generale vedeva ogni giorno andar crescendo le difficoltà della sua
situazione in un paese malsano e spopolato, onde pensò di aprirsi una
strada per arrivare a Pisa. Il Bentivoglio si era accampato sulle alture
in distanza di mezzo miglio da Campiglia, e l'Alviano doveva passare
costeggiando il mare di fianco a quelle colline. Il terreno era tutto
coperto di piante, che agevolavano ai Fiorentini il modo di nascondere i
loro movimenti ai nemici in luoghi di cui conoscevano tutte le
sinuosità. Quando l'Alviano la mattina dei 27 agosto si fu innoltrato
fino alla torre di san Vincenzo, posta in riva al mare al di sopra di
Castagneto, si trovò tutt'ad un tratto attaccato alla testa ed alla
coda; e malgrado la più vigorosa resistenza, malgrado gli sforzi di
valore coronati momentaneamente da felici risultamenti, fu all'ultimo
compiutamente sconfitto. Egli si salvò con altri nove nello stato di
Siena; Chiappino Vitelli, press'a poco con altrettanti cavalieri, arrivò
a Pisa; tutti gli altri furono uccisi o fatti prigionieri. Mille cavalli
di guerra ed un maggior numero ancora di cavalli di equipaggio vennero
in potere dei vincitori con un grandissimo bottino, che quell'armata
aveva raccolto col saccheggio de' paesi attraversati[336].
[336] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 181. — Fr. Guicciardini, l.
VI, p. 353. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 280. — Fr. Belcarii Rer.
Gall. Comm., l. X, p. 289._
I generali fiorentini, che avevano ottenuta questa vittoria, scrissero
subito al governo per ottenere la licenza di approfittarne attaccando
Pisa. Rappresentavano che questa città era atterrita, che i Sienesi ed i
Lucchesi, che l'avevano in addietro difesa, erano scoraggiati,
finalmente che Pandolfo Petrucci offriva di prendere parte in questa
spedizione per avere pace colla repubblica. Per lo contrario altri
volevano che l'armata vittoriosa, che di già si trovava ai confini di
Siena, ne approfittasse per vendicarsi dello stesso Petrucci, per
iscacciarlo, se possibile fosse, dalla signoria, e per impadronirsi
almeno di alcune terre del Sienese, che in appresso si potrebbero cedere
in cambio di Monte Pulciano. Opponevano all'attacco di Pisa quella
specie di convenzione fatta con Gonsalvo di Cordova per l'intromissione
di Prospero Colonna; trovavano pericoloso il chiamare truppe spagnuole
in Toscana, e pericoloso egualmente l'esporre l'armata alle malattie che
producevano sempre le piogge e l'infetto aere del piano di Pisa. Il
gonfaloniere perpetuo, Pietro Soderini, spalleggiava gagliardamente il
primo progetto, ed approfittando dell'entusiasmo eccitato dalla vittoria
portò al gran consiglio la proposizione di porre alle voci cento mila
fiorini per la guerra. Quest'adunanza del popolo avendo il 19 di agosto
data la sua sanzione alla proposizione del gonfaloniere, l'attacco di
Pisa fu deciso.[337]
[337] _Jac. Nardi, l. IV, p. 182. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p.
281._
L'armata vittoriosa si acquartierò a san Casciano, cinque miglia
distante da Pisa, finchè le giugnesse l'artiglieria d'assedio. I dieci
della guerra avevano da principio avuto intenzione di farle guastare lo
stato di Lucca per punire i Lucchesi de' continui soccorsi mandati a
Pisa in danno de' Fiorentini[338]. Ma i generali temevano che si
perdesse troppo tempo, ed essendo loro arrivati undici cannoni d'assedio
e sei mila fanti di nuove leve, andarono a porre le loro batterie verso
san Francesco presso alla porta a Calci, nello stesso luogo in cui
nell'ultimo attacco avevano anche i Francesi poste le loro. Il fuoco
cominciò il 7 di settembre alle undici della mattina. All'indomani alle
tre circa dopo mezzodì era di già aperta una breccia di circa sessanta
piedi di larghezza, onde i generali fiorentini disposero le loro truppe
all'assalto. Ma mentre che le milizie pisane si schierarono
intrepidamente sulla breccia, quelle de' fiorentini, formate di
contadini che mai non avevano veduto il fuoco, mostravansi irrisolute e
vili. Tre colonnelli cercarono uno dopo l'altro di fare scendere i loro
soldati nella fossa, e sempre inutilmente. Ognuno di loro conduceva
mille fanti; e altri sette mila restavano ancora nel campo; pure non si
volle venire alla prova anche di questi per non compromettere la
riputazione di tutta l'armata; e fu invece determinato di fare un'altra
breccia tale che la grandezza dell'apertura non lasciasse veruna
speranza ai difensori, nè verun pretesto alla viltà degli
assalitori[339].
[338] _Spediz. del Machiavelli al campo contro Pisa. Lettera dei X
ad Antonio Giacomini, 19 augusti 1505, t. VII, opere, p. 48._
[339] _Jac. Nardi, l. IV, p. 183. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p.
281._
Infatti, avendo il fuoco continuato altri tre giorni, furono dalle
artiglierie atterrate cento trentasei braccia di mura a breve distanza
dalla precedente breccia. La mattina del 13 i generali fiorentini
vollero dare l'assalto; ma tanta era la viltà della fanteria che doveva
adoperarsi in questo genere di attacco, che il colonnello eletto dalla
sorte per dare l'assalto ricusò di farlo, senza che nè le preghiere, nè
le minacce di Ercole Bentivoglio e di Antonio Giacomini valessero a
risvegliare nel suo cuore il sentimento dell'onore. Si fecero istanze
agli altri nove di sottentrare nel posto di quel vile, e tutti
egualmente rifiutarono. I loro soldati protestarono pure più apertamente
di non voler salire sulla breccia, ed alcuni si lasciarono uccidere dai
loro ufficiali piuttosto che andare avanti. All'ultimo l'armata coperta
d'indelebile vergogna, tornò ai suoi alloggiamenti senza avere tentato
un attacco. Intanto si ebbe avviso, che i trecento spagnuoli della
guarnigione di Piombino erano entrati in Pisa; ed i generali fiorentini,
temendo che ne giugnessero degli altri, sentirono la necessità di levare
l'assedio. Il 14 di settembre a mezzodì ritirarono l'artiglieria,
trasportando il campo a Ripoli, lontano undici miglia da Pisa, dove fu
licenziata la fanteria, e la cavalleria mandata ai quartieri
d'inverno[340]. I Pisani, riprendendo coraggio, verso la metà di ottobre
spinsero le loro scorrerie fino nella Lunigiana, mentre entrarono in
Pisa mille cinquecento soldati spagnuoli. Ma siccome più non
abbisognavano per difendere la piazza, si rimbarcarono dopo pochi
giorni, e continuarono il loro cammino per passare da Napoli in
Ispagna[341].
[340] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 184. — Fr. Guicciardini, l.
VI, p. 355. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 282. — Fr. Belcarii
Comm. Rer. Gall., l. X, p. 289._
[341] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 356. — Jac. Nardi, l. IV, p.
184._
Oltre la guerra di Pisa la storia particolare d'Italia non offre
quest'anno che un solo tragico avvenimento, cui servì di teatro la corte
di Ferrara. Il cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca regnante
Alfonso, era perdutamente innamorato di una donna, sua parente, che
nello stesso tempo veniva corteggiata da don Giulio d'Este, fratello
naturale d'Ippolito. Rinfacciata la signora dal cardinale della
preferenza che accordava al di lui rivale, se ne scusò col linguaggio
degli amanti, incolpandone il potere de' begli occhi di don Giulio. Il
cardinale furibondo, avendo saputo che suo fratello si trovava alla
caccia, andò a sorprenderlo in campagna, lo fece smontare da cavallo, e
gli fece dai suoi scudieri strappare quegli occhi che avevano in lui
risvegliata tanta gelosia. Ma sebbene il cardinale fosse presente a così
atroce fatto, pare che si eseguisse incompletamente, e che don Giulio
non perdesse interamente la vista[342].
[342] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 357. — Fr. Belcarii Com. Rer.
Gal., l. X, p. 295._
Questo delitto non procacciò al di lui autore nè gastigo, nè veruna
pubblica dimostrazione di malcontento per parte del principe. Alfonso
abbandonavasi alternativamente ai suoi piaceri ed alla sua inclinazione
per le cose della meccanica. Consumava molta parte del giorno in una
officina di tornitore dove faceva con sufficiente intelligenza varj
lavori in legno; poscia talvolta con un gusto più degno di un principe
fondeva cannoni di bronzo. Ammetteva nell'intima sua confidenza i
buffoni, le persone facete, ed ancora qualche poeta; ma pareva che poco
si occupasse delle cose del governo, onde dai suoi sudditi veniva
riputato poco degno del trono. Una smisurata ambizione ingrandiva questi
difetti agli occhi del suo secondo fratello, don Ferdinando, ed un
ardente desiderio di vendetta animava l'infelice don Giulio; ed ambidue
cercavano compagni per rovesciare il governo. Il conte Albertino
Boschetti di Modena e Gherardo Roberti, cittadino Ferrarese, si unirono
a loro, allettati dalla promessa d'avere le prime magistrature sotto un
nuovo governo. Cercavano insieme i mezzi di disfarsi del principe; don
Giulio voleva assalire Alfonso ed Ippolito col ferro e col veleno, ma
Ferdinando, che non covava lo stesso odio, avrebbe voluto farsi principe
senza sagrificare i fratelli. Altronde era difficile l'attaccarli
ambidue ad un tratto, non usando essi di trovarsi assieme che in
occasione di grandi cerimonie, ed in allora erano circondati da grossa
guardia. Mal non mangiavano alla stessa mensa. Alfonso colla piacevole
sua compagnia pranzava di buon'ora; Ippolito per lo contrario colla
pompa e colla squisitezza di un prelato protraeva i suoi banchetti fin
oltre la mezza notte.
I congiurati, aspettando di cogliere una favorevole occasione, non
avevano ancora fatto verun tentativo, sebbene il cantante Gianni,
complice della congiura, fosse stato più volte ricevuto nella
conversazione del principe, e trattato con tanta famigliarità che lo
aveva legato colle proprie mani nei giuochi che facevano assieme. Ma
Ippolito più diffidente, e non dimentico della passata sua crudeltà,
teneva sempre aperti gli occhi sopra don Giulio; all'ultimo in luglio
del 1506 sorprese il segreto della congiura. Don Giulio ebbe tempo di
fuggire a Mantova, ma dal marchese Giovan Francesco II Gonzaga fu
consegnato ad Alfonso. Il cantante Gianni era pure fuggito, ma fa
consegnato dal papa. Col mezzo della tortura si ebbero dai prevenuti
nuovi lumi intorno alla congiura di cui erano accusati. Il Boschetti,
Roberti e Gianni furono condannati a pena capitale; Ferdinando e don
Giulio, condannati allo stesso supplicio, ottennero grazia quand'erano
di già condotti sul patibolo, e fu commutata la loro pena in una
perpetua prigionia. Ferdinando morì in carcere nel 1540, Giulio ottenne
la libertà nel 1559 dopo cinquantatre anni di prigionia[343].
[343] _P. Giovio vita d'Alf. d'Este, p. 17. — Muratori An. d'Italia
an. 1506, p. 34. — Fr. Guicciardini, l. VII, p. 369. — Fr. Belcarii
Com., l. X, p. 295._
La casa d'Este era in allora la principale protettrice dei letterati; la
maggior parte dei dotti, degli storici, dei poeti cercavano di piacere
ad Alfonso, e questi crudeli avvenimenti furono travisati ne' loro
racconti, o quasi affatto soppressi. Il Giovio schiva di dare verun
biasimo al cardinale Ippolito, che colla sua barbarie era stato cagione
de' traviamenti de' suoi fratelli. Giovan Battista Giraldi ne' suoi
commentarj della storia di Ferrara dissimula gli avvenimenti, e
l'Ariosto introducendo i due sventurati fratelli tra le ombre presentate
a Bradamante non volle in loro ravvisare che una luminosa prova della
clemenza di Alfonso[344]. Siamo giunti ad un'età in cui gli stessi
incoraggiamenti dati ai letterati chiamarono i principi ad occuparsi
assai più della storia, e gli storici ad essere molto più adulatori; la
veracità ne sentì detrimento, e le loro narrazioni non meritano sempre
intera fede.
[344] _Orlando Furioso, cant. III, st. 60-62._
L'Italia, perdendo la direzione de' proprj affari, trovavasi sempre più
dipendente dalla politica degli estranei, e dopo che il re di Spagna fu
nello stesso tempo re di Napoli, e quello di Francia duca di Milano, le
negoziazioni che trattavansi oltre l'Alpi decidevano frequentemente dei
destini di una nazione, che più non si governava da sè medesima. Perciò
di quest'epoca tutti gli occhi in Italia erano volti verso la Spagna,
ove l'arciduca Filippo, diventato re di Castiglia per la morte
d'Isabella, si era recato per mare colla consorte, col secondo suo
figlio Ferdinando e con una grossa armata. Egli non aveva voluto
accomodarsi al testamento d'Isabella, che conoscendo il debole spirito
di sua figliuola Giovanna l'aveva assoggettata alla tutela del padre,
piuttosto che a quella del marito. Questi aveva intimato a Ferdinando di
cedergli l'amministrazione del suo regno di Castiglia; e vedendolo
inclinato a nuocergli a segno di voler privare dell'eredità la propria
figlia, pel qual motivo principalmente si era determinato a sposare
Germana di Foix, Filippo ordinò ai suoi ambasciatori di sottoscrivere a
Salamanca il 24 di novembre del 1505 con Ferdinando un trattato che
altro scopo non aveva che quello di addormentarlo in una fallace
sicurezza; indi salpò in gennajo dai porti delle Fiandre[345].
[345] _Robertson's History of the reign of Charles the V. B. I, t.
II, p. 12 ed 18. London 1792._
Una burrasca aveva gettato Filippo sulle coste dell'Inghilterra, ed
Enrico VII per fare cosa grata al vecchio Ferdinando avea ritenuto tre
mesi il giovane principe nella sua Isola, prima di permettergli che
s'imbarcasse. Finalmente egli arrivò a Biscaglia, e vi fu ricevuto con
eguale entusiasmo dalla nobiltà e dal popolo, cui Ferdinando non era
caro. Abbandonato da' suoi medesimi cortigiani, e non si sentendo
abbastanza forte per misurarsi con suo genero, il vecchio re acconsentì
il 27 giugno del 1506 ad un nuovo trattato, col quale rinunciò
all'amministrazione della Castiglia, riservandosi soltanto finchè
vivesse la metà delle entrate dei nuovi acquisti d'America, la carica di
gran maestro dei tre ordini di san Giacomo di Compostella, di Alcantara
e di Calatrava, venticinque mila ducati di rendita, e l'esclusivo
possesso del regno di Napoli. A tali condizioni abbandonò la Castiglia,
e promise di non più tornarvi[346].
[346] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 360. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
IV, p. 187. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal., l. X, p. 291. —
Robertson's hist. of Charles the fifth, B. I, p. 16._
Ferdinando, umiliato di trovarsi ingannato da un politico assai più
giovane e meno destro di lui, e di essere stato abbandonato dai suoi
cortigiani e dai sudditi, preferiva di non vedere il trionfo di suo
genero in Ispagna. S'imbarco dunque a Barcellona il 4 di settembre con
intenzione di visitare i suoi nuovi sudditi del regno di Napoli, e di
sistemare l'amministrazione de' paesi da lui conquistati. La sua gelosia
verso Gonsalvo di Cordova era pure uno de' motivi che lo chiamavano in
Italia. Gonsalvo, onnipotente a Napoli, amato dal soldato, e riverito
dagl'Italiani, poteva a voglia sua o riservare questo regno pel re di
Castiglia di cui era suddito naturale, o farsene padrone egli stesso. Di
già richiamato da Ferdinando, erasi scusato sotto varj pretesti
dall'ubbidire, onde sembrava che la sola presenza del monarca potesse
sospendere l'autorità del suo orgoglioso vicerè[347].
[347] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 361. — Jac. Nardi, l. IV, p.
189. — P. Jovi v. M. Consalvi, l. III, p. 248. — Alfonso de Ulloa,
l. I, f. 52, v._
I più potenti sovrani dell'Europa parevano apparecchiati a visitare
tutti nello stesso tempo l'Italia: Massimiliano, che non aveva che il
titolo d'imperatore eletto, perchè non aveva dalle mani del papa
ricevuta la corona imperiale, mostravasi oltre modo voglioso di venire a
prenderla a Roma, onde potere in appresso ridurre gli elettori a
nominare suo figliuolo re de' Romani; aveva di già spediti ambasciatori
in Italia per annunciare la vicina sua venuta, e chiedere alle terre
dell'Impero la sovvenzione di pratica per la coronazione
degl'imperatori; ne aveva altri mandati a Lodovico XII per invitarlo a
mettere in cammino le cinquecento lance, che il re aveva promesse per
tale occasione, per chiedere che gli emigrati milanesi venissero rimessi
nel possedimento de' loro beni, e che fossegli anticipato il pagamento
dei sessanta mila ducati dovutigli dalla Francia. Lodovico XII non
mostrossi renitente che rispetto a questa anticipazione: rispose colle
espressioni della più sincera amicizia, attestando il suo vivo desiderio
di conservare la buona armonia fra i due stati. Per altro non poteva
vedere senza una estrema diffidenza la crescente grandezza della casa
d'Austria; temeva la nomina di un re de' Romani per le stesse ragioni
che la facevano desiderare a Massimiliano; e per impedire che questi
scendesse in Italia, si adoperava celatamente presso gli Svizzeri e
presso i Veneziani, ed in segreto soccorreva il duca di Gueldria, allora
in guerra con Filippo[348].
[348] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 361. — Fr. Belcarii l. X, p.
291._
Omai Lodovico XII erasi sciolto dalla clausola principale del trattato
di Blois, quella che risguardava il matrimonio di sua figlia con Carlo
d'Austria. Si fece presentare delle rimostranze contro l'unione di
questa principessa con uno straniero da tutti gli stati e da tutte le
corti sovrane del suo regno, e mostrando in appresso di cedere alla
violenza che si faceva fare, la promise in isposa al duca d'Angoleme,
suo presuntivo erede[349]. Dall'altro canto Massimiliano, informato
della malattia di Uladislao, re di Polonia e di Ungheria, ed aspirando
alla corona di quest'ultimo regno, che gli era stata guarentita da una
convenzione con tutti i magnati ungari, non voleva trovarsi lontano da'
suoi stati, qualora Uladislao morisse, e rinviò ad un altro anno i suoi
disegni sull'Italia[350].
[349] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 362. — Jac. Nardi l. IV, p. 188.
— Fr. Belcarii l. X, p. 292._
[350] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 362. — Jac. Nardi l. IV, p. 188._
Di quest'epoca Giulio II, di cui si erano più volte notati i vasti
progetti e l'impetuoso e turbolente carattere quando non era che
cardinale, nulla peranco aveva fatto dopo avere conseguito il papato che
giustificasse l'universale aspettazione. Si era più volte lasciato
uscire di bocca di voler purgare lo stato della Chiesa da tutti i
tiranni, che se lo erano diviso; di voler ritirare dalle mani de'
Veneziani anche la più piccola torre che possedessero nella Romagna;
pure nè i tiranni dello stato della Chiesa, nè i Veneziani venivano da
lui molestati. Ma Giulio voleva che i suoi disegni avessero intera
esecuzione, e perciò gli andava cautamente maturando. Egli accumulava
danaro con una economia che non erasi fin allora osservata nel suo
carattere; voleva nello stesso tempo combinare gli sforzi di tutte le
potenze d'Europa contro Venezia, prima di rompere apertamente con quella
repubblica. Aveva da principio trovati grandemente inclinati Lodovico
XII, Massimiliano e Ferdinando alla divisione loro proposta, e di già in
uno de' trattati di Blois eransi gettate le basi dell'alleanza che venne
in appresso stipulata a Cambrai. Ma Lodovico XII, ammaestrato intorno ai
suoi veri interessi dalla gelosia che gli dava Massimiliano, sentiva
allora quanto imprudente cosa fosse il distruggere la sola potenza che
chiudeva alla casa d'Austria la porta d'Italia; perciò erasi ravvicinato
ai Veneziani, e col mezzo loro sperava d'impedire che Massimiliano
andasse a prendere a Roma la corona dell'impero. Si accontentava adunque
di dare buone parole a Giulio II; era liberale promettitore, perchè
sperava che mai non giugnerebbe il momento di dare esecuzione alle sue
promesse; e per la nomina dei due cardinali d'Aix e di Bayeux, che aveva
ottenuto dal papa, assumeva con lui obbligazioni contrarie ai suoi
trattati con altre potenze, ed ai suoi proprj progetti[351].
[351] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 359. — Fr. Belcarii Com. Rer.
Gal. l. X, p. 293. — Seconda legaz. di Nic. Macchiavelli alla Corte
di Roma, lett. I, t. VII, op. p. 69._
Giulio II sentiva la necessità di sospendere il suo attacco contro
Venezia; ma perchè non voleva più oltre languire nell'inazione, a mezza
estate risolse di ricondurre sotto il diretto dominio della Santa Sede
le due più potenti sue città, Bologna e Perugia, che da gran tempo
ubbidivano a principi indipendenti. Invece di accertare la riuscita di
quest'intrapresa con negoziati che avrebbero potuto ritardarne
l'esecuzione, troncò le difficoltà col tuono autorevole con cui parlò e
coll'impeto proprio del suo carattere. Per riuscire contro Bologna aveva
bisogno de' soccorsi della Francia e della neutralità de' Veneziani;
intimò a Lodovico XII di mandargli soldati, ed ai Veneziani di non
muoversi. Nè il re, nè la repubblica, presi all'impensata, vollero
romperla con un papa di cui temevano la collera, e si prestarono
forzatamente a' suoi voleri, contro la propria persuasione[352].
[352] _Macchiavelli Discorsi sopra Tito Livio l. III, c. 44, p.
199._
Lodovico XII aveva solennemente preso sotto la sua protezione Giovanni
Bentivoglio, signore di Bologna, ed aveva quello stesso interesse a
mantenerlo nella sua sovranità che avevano avuto tutti i suoi
predecessori i duchi di Milano. Altronde l'istante sembravagli
particolarmente pericoloso per acconsentire che si facessero movimenti
di veruna sorte in Italia: imperciocchè aveva saputo che Massimiliano
erasi procurata una nuova convenzione col re d'Ungheria in conferma
della precedente, e che, trovandosi nuovamente in libertà di passare in
Italia, aveva indirettamente fatta offrire la sua alleanza ai Veneziani,
loro proponendo di attaccare simultaneamente la Francia, e di dividere
tra di loro il ducato di Milano.[353]. Vero è che il cardinale d'Aix
aveva portata al papa una commissione sottoscritta dal re, e comunicata
all'ambasciatore fiorentino, colla quale Lodovico esortava Giulio II ad
attaccare il Bentivoglio, promettendogli perciò potenti soccorsi[354].
Ma questa altro non era che una di quelle astuzie con cui i capi del
governo hanno così frequentemente compromesso l'onore e la buona fede
della nazione francese. Lodovico XII, per dissuadere il papa da ciò che
temeva, gli consigliava ciò che non lo credeva disposto di fare; e
quando seppe che Giulio II, determinato di attaccare Bologna, erasi dato
vanto in pieno concistoro di essere sicuro degli ajuti della Francia,
de' Fiorentini e delle altre potenze d'Italia, soggiunse con amara
ironia, che per certo in quel giorno il santo padre aveva meglio
pranzato che gli altri giorni, alludendo all'ubbriachezza di cui davasi
generalmente colpa a Giulio II[355].
[353] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 364. — Fr. Belcarii l. X, p.
293._
[354] _Macchiavelli Legaz. II alla Corte di Roma let. I, p. 69, 70,
t. VII._
[355] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 365._
Ad ogni modo Giulio II era partito da Roma il 27 di agosto del 1506,
accompagnato da ventiquattro cardinali, ed alla testa di quattrocento
uomini d'armi[356]. Prese lentamente la strada di Perugia, per dar tempo
ai Francesi di prestarsi ai suoi inviti. Gian Paolo Baglioni viveva in
allora pubblicamente in una incestuosa relazione con sua sorella, dalla
quale aveva avuti dei figli; aveva usurpato la sovrana autorità di
Perugia, facendo uccidere molti suoi cugini e nipoti. Egli aveva
confiscati i beni di coloro ch'erano fuggiti per sottrarsi alla sua
tirannide, e quasi tutti i proscritti si trovavano presso l'armata
pontificia. La maniera con cui aveva ingannati i Francesi, prendendo il
loro denaro prima della battaglia del Garigliano per entrare al loro
servigio, ed in appresso mancando a' suoi obblighi, aveva eccitato il
risentimento di Lodovico XII; ed anche i Fiorentini, da lui ingannati
nel precedente anno, vedevano con piacere la sua ruina. Ma il Baglioni,
che teneva a' suoi ordini cento uomini d'armi e cento cinquanta
cavaleggeri, e ch'era padrone della più forte città degli stati della
Chiesa, di una città i di cui abitanti erano i più bellicosi, poteva per
qualche tempo resistere colle proprie forze[357].
[356] _Macchiavelli Legaz. alla Corte di Roma l. III, da Viterbo 31
aprile, p. 76. — Jac. Nardi, l. IV, p. 189._
[357] _Macchiavelli Legaz. lett. VIII, p. 84._
Pure preferì di ricorrere alla protezione de' potenti amici ch'egli
aveva nel sacro collegio ed alla corte del papa. Il duca d'Urbino e
tutti coloro che avevano qualche feudo della Chiesa erano inquieti e
sconfortati vedendo che il papa si faceva a spogliare i più potenti
della loro classe; onde cercavano di calmare Giulio II, e nello stesso
tempo incoraggiavano Giampaolo Baglioni a placarlo con un'apparente
sommissione, acciò guadagnar tempo. All'ultimo essi si costituirono
garanti della sua sicurezza, ed il Baglioni, cedendo ai loro conforti,
andò l'8 di settembre a trovare il papa ad Orvieto, ed a porsi nelle sue
mani[358]. Giulio II, sensibile a tanta confidenza, gli promise che
potrebbe continuare a soggiornare in Perugia, godendovi di tutti i suoi
beni. Inoltre lo prese al suo soldo con tutti gli uomini d'armi che
aveva, per fare la spedizione di Bologna; ma richiese che gli si
consegnassero le porte e le rocche di Perugia, onde poter riformare il
governo di quella città e renderle l'antiche libertà[359].
[358] _Macchiavelli Legaz. alla Corte di Roma lett. dell'8 e del 9
settembre p. 87 e 88. — Jac. Nardi l. IV, p. 189._
[359] _Macchiavelli Legaz. lett. X, p. 88._
Quand'ebbe sottoscritta questa convenzione, il Baglioni ripartì subito
alla volta di Perugia, onde apparecchiarsi ad accogliervi il papa, che
viaggiava più lentamente e visitava i castelli delle rive del lago.
Infatti Giulio II, il cui ardente carattere non conosceva pericoli,
entrò il 13 di dicembre in Perugia con tutta la sua corte senza avere
avuta la custodia di una sola porta della città, ponendosi in tal modo
in balìa di un uomo da lui offeso, ed alle di cui promesse nè egli nè
altri in Italia davano fede. Vero è che il Baglioni non si assicurò
degli ostaggi che si erano da sè medesimi imprudentemente rimessi fra le
sue mani; ma fu piuttosto per mancanza di coraggio o di presenza di
spirito, che per uno scrupolo ch'egli non conosceva[360]. La città, dopo
partiti il Baglioni ed il papa, il quale lentamente prendeva la strada
della Romagna, rimase ancora qualche tempo sotto l'influenza dei
partigiani del Baglioni; ma all'ultimo i cittadini lungamente oppressi
cominciarono a riprendere confidenza nelle leggi; la magistratura dei
Dieci della Balìa instituita dal tiranno, per mezzo della quale egli
manteneva la sua autorità, venne solennemente abolita, e Perugia
ricominciò a godere sotto la protezione della Chiesa i privilegj di
città libera[361].
[360] _Macchiavelli de' discorsi l. I, p. 27, 125. — Idem, Legazione
alla corte di Roma, lett. del 13 settembre da Perugia p. 95. — Fr.
Guicciardini l. VII, p. 366._
[361] _Macchiavelli Legaz. lett. XXVII, Cesena 4 ottobre, p. 122._
Giulio II riponeva ancora maggior zelo nella riforma di Bologna.
Giovanni Bentivoglio non aveva usurpato l'assoluto potere, che ruinando
tutte le potenti famiglie che fin allora godevano qualche opinione nella
sua patria. Egli aveva quattro figli, la di cui insolenza era diventata
insopportabile ai loro concittadini, ed il di cui lusso e largo spendere
aggravavano la pubblica miseria. Egli più non cercava di guadagnarsi gli
animi colla clemenza e colla dolcezza ma per lo contrario a contenerli
colle armi, ad atterrirli coi supplicj[362]. Credevasi assicurato in sul
trono dalle alleanze strette co' suoi vicini; ma egli stesso aveva loro
insegnato a sacrificarle senza scrupolo ad un presente vantaggio. I
Fiorentini, malgrado il loro trattato col Bentivoglio, avevano mandato
il Macchiavelli al papa nell'atto che questi era uscito di Roma
promettendogli di unire i loro uomini d'armi alla sua armata. Il
marchese di Mantova, dopo avere ottenuto l'assenso della Francia, aveva
pure poste le sue truppe sotto le bandiere pontificie; i Veneziani
avevano offerto a Giulio II di cacciare essi medesimi il Bentivoglio da
Bologna, purchè a tale condizione Giulio ratificasse il loro possesso di
Faenza e di Rimini. La sola cosa che potesse sembrare dubbiosa era la
cooperazione della Francia, perchè se il re l'aveva promessa al papa,
aveva ancora solennemente promesso al Bentivoglio di difenderlo, e
gliene aveva riconfermata la promessa dopo che Giulio trovavasi in
cammino colla sua armata[363].
[362] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 363. — Fr. Belcarii l. X, p.
292._
[363] _Macchiavelli seconda Legaz. alla corte di Roma, lett. I alla
XX, fino al 25 di settembre p. 64-109._
Ma l'impeto di Giulio spaventava coloro che dovevano trattare con lui.
Il cardinale d'Amboise rappresentò al re: che non cedendo egli in questa
occasione, renderebbe il papa suo accanito nemico; onde Lodovico si
svincolò dalla protezione promessa al Bentivoglio con un indegno
sotterfugio: dichiarò di essersi obbligato a difenderlo nel possesso de'
suoi stati, ma non già in quello degli stati della Chiesa, ed ordinò al
signore di Chaumont, governatore del milanese, di avanzarsi contro
Bologna con seicento lance, tre mila fanti svizzeri e ventiquattro pezzi
d'artiglieria[364].
[364] _Macchiavelli Legaz. lett. XXVI, Cesena 3 ottobre p. 119 e
seg._
Tosto che Giulio II ebbe avviso dell'avvicinamento de' Francesi, entrò
in Romagna pel ducato di Urbino, rimettendo la pace nelle città che
attraversava, richiamandole all'ubbidienza della Chiesa, e non pertanto
schivando di mettere piede nel territorio di Rimini, o di Faenza, per
non sanzionare nemmeno con una sola occhiata l'occupazione di que'
principati fatta dai Veneziani[365]. Giunto a Forlì, sei ambasciatori
bolognesi gli presentarono le condizioni colle quali il Bentivoglio era
apparecchiato a sottomettersi; voleva tra le altre cose che il papa non
potesse entrare in Bologna che colla sua guardia di dugento cinquanta in
trecento svizzeri, obbligandosi a non soggiornarvi oltre un determinato
tempo. Ma questo non era il modo che doveva adoperarsi trattando con un
vecchio orgoglioso ed irascibile: invece di rispondere a tali
proposizioni, Giulio II il 10 di ottobre pubblicò in Cesena una bolla
contro Giovanni Bentivoglio ed i suoi partigiani, dichiarandoli ribelli
alla santa Chiesa; abbandonava le loro sostanze al saccheggio e le
persone loro alla schiavitù di chi le prenderebbe; accordava indulgenza
plenaria a chiunque combatterebbe o ucciderebbe i fautori del
Bentivoglio; indi ordinò immediatamente al particolare deputato del
Bentivoglio di sortire subito dagli stati della Chiesa, minacciandolo
dell'ultimo supplicio, se giammai ricadeva nelle sue mani[366].
[365] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 366. — Macchiavelli Legaz. lett.
XXXV, XXXVI, XXXVII, del 16 al 21 ottobre p. 135._
[366] _Macchiavelli Legaz. lett. XXXI, ex Forlì 10 oct., p. 128. —
Bulla apud Rayn. Ann. eccl. 1506, § 25-27, p. 41._
Il papa giunse ad Imola il 20 di ottobre alla testa di un'assai
ragguardevole armata, di cui diede il comando al marchese di Mantova.
Oltre ai quattrocento uomini d'armi coi quali Giulio era partito da
Roma, Giovan Paolo Baglioni ne conduceva cento cinquanta; Marc'Antonio
Colonna, condottiere de' Fiorentini, ne aveva cento; cento il duca di
Ferrara; il marchese di Mantova dugento cavaleggeri; e v'erano di più
cento Stradioti venuti dal regno di Napoli, e parecchie migliaja di
fanti levati nel ducato di Urbino, nella Toscana e nella Romagna.
Dall'altra parte lo stesso giorno in cui il marchese di Mantova
attaccava san Pietro, primo castello de' Bolognesi dalla banda d'Imola,
il signore di Chaumont con seicento lance francesi e tre mila Svizzeri
entrava in Castel-Franco, primo castello del Bolognese dalla parte di
Modena. Per tal modo il papa aveva ottenuto di far sì che quello tra i
suoi feudatarj, la di cui indipendenza contrariava più d'ogni altra i
suoi ambiziosi progetti, fosse da que' medesimi attaccato che avrebbero
avuto maggiore interesse a difenderlo[367].
[367] _Macchiavelli Legaz. l. XXXVIII, ex Imola 22 oct. p. 140. —
Fr. Guicciardini l. VII, p. 367. — Fr. Belcarii l. X, p. 294. —
Scip. Ammirato l. XXVIII, p. 283._
In tutti i suoi discorsi, in tutte le sue dichiarazioni, Giovanni
Bentivoglio aveva fin allora affettato molto coraggio ed una ferma
risoluzione di respingere la forza colla forza. Infatti aveva armate le
milizie ed afforzata la sua capitale; ma non sapeva risolversi a
spendere per la sua difesa quel danaro che risguardava come l'estremo
suo appoggio se perdeva la sovranità. Non aveva perciò fatte sufficienti
leve; altronde comunicava a' suoi sudditi la propria diffidenza,
lasciandola travedere, ed inimicavasi tutti coloro ai quali chiedeva
que' sacrificj cui dubitava di fare egli stesso. Pure perchè i suoi
vicini, che lo volevano salvare, non cessavano di lusingarlo
d'interporsi a di lui favore; e perchè il signore di Chaumont gli fece
sapere ch'egli non lo attaccherebbe, il Bentivoglio faceva ancora buon
contegno. Ma il 15 di ottobre il signore di Chaumont gli fece intimare
che dovesse entro due giorni assoggettarsi a tutti gli ordini del papa,
se non voleva perdere la protezione della Francia ed essere
immediatamente da lui attaccato. Nello stesso tempo, purchè ubbidisse
subito, il Chaumont gli assicurava il godimento di tutte le proprie
sostanze patrimoniali, e la libertà di vivere in Bologna come semplice
privato co' suoi figliuoli[368].
[368] _Legaz. di N. Macchiavelli l. XL, ex Imola 26 oct., p. 145. —
Fr. Guicciardini l. VII, p. 367. — Fr. Belcarii l. X, p. 294._
Quand'ebbe questa intimazione, il Bentivoglio perdette ogni speranza,
dimenticò le sue proteste d'irremovibile costanza, ed i sarcasmi coi
quali aveva accolto Pietro de' Medici, allorchè questi senza combattere
aveva abbandonato la città in cui regnava. Questo principe, di già in
età di settant'anni, si recò il 2 di novembre al campo francese colla
sua sposa, Ginevra Sforza, e tutti i suoi figliuoli, per implorare dal
signore di Chaumont migliori condizioni. Ebbe costui tanta viltà di
farsi pagare dodici mila ducati dal principe fuggitivo per patrocinare i
di lui interessi. In appresso convenne col papa che il Bentivoglio
conserverebbe a Bologna il godimento di quegl'immobili di cui proverebbe
il legittimo acquisto, che liberamente esporterebbe il danaro ed i
mobili, e che potrebbe vivere in perfetta sicurezza colla sua famiglia
nel ducato di Milano[369].
[369] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 367. — Diar. Parisii de Grassis
ap. Rayn. 1506, § 29, p. 42. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 190._
Appena partito il Bentivoglio, i Bolognesi spedirono altri ambasciatori
al papa, per chiedergli soltanto l'assoluzione dalle pene
ecclesiastiche, e la guarenzia che l'armata francese non entrerebbe
nella loro città. Giulio II non aveva al certo intenzione di ricevere
que' pericolosi alleati; perciocchè temeva egualmente e l'indisciplina
de' soldati, e l'ambizione del governo, che potrebbe voler conservare
alcuni diritti nella sua conquista. Di già l'armata del Chaumont si era
innoltrata sin presso le mura tra le porte di Saragossa e di san Felice,
e ad alte grida chiedeva il sacco di quella così ricca e commerciante
città. Trovandosi l'armata schierata lungo il canale che conduce le
acque del Reno a Bologna, il papa diede licenza ai Bolognesi di chiudere
la porta di ferro che attraversa il canale a' piè delle mura, e di far
così rifluire le acque sulla campagna in cui stavano i Francesi. Questi,
scacciati dall'inondazione, si ritirarono disordinatamente al ponte del
Reno, lasciando nel fango una parte della loro artiglieria e dei loro
equipaggi. In appresso il papa congedò il signore di Chaumont,
facendogli un dono di otto mila ducati per lui e di dieci mila da
distribuirsi all'armata, e aggiungendovi la promessa di accordare un
cappello cardinalizio al di lui fratello. Il vescovo d'Alby. Poscia
l'undici di novembre, giorno di san Martino, fece con gran pompa il suo
solenne ingresso in Bologna; conservò alla città i suoi privilegi e la
sua amministrazione repubblicana, ma ne mutò la costituzione. Fin allora
Bologna era stata governata da sedici magistrati; Giulio ne escluse tre
dalla signoria, cioè Giovanni Bentivoglio e due de' suoi più zelanti
partigiani; incorporò gli altri tredici in un nuovo senato, composto di
quaranta membri, al quale affidò tutta l'autorità. Dopo tale epoca e
fino a questi ultimi tempi l'oligarchia de' quaranta di Bologna
amministrò quella provincia con varie prerogative, che ricordavano la
sua libertà e l'antica indipendenza. La loro situazione, in opposizione
a quella della corte di Roma, li rendeva, a dispetto di una stretta
oligarchia ereditaria, i veri rappresentanti del popolo, ed i costanti
propugnatori de' suoi privilegj. Con ciò ottennero di far rifiorire
nella loro città le arti ed il commercio sbandeggiati dagli altri stati
della Chiesa; ma dopo quest'epoca Bologna più non venne annoverata tra
gli stati indipendenti d'Italia, e più non iscosse che una sola volta e
per breve intervallo il giogo impostole da Giulio II[370].
[370] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 368. — Jac. Nardi Ist. Fior. l.
IV, p. 191. — Ist. di Gio. Cambi t. XXI, p. 214. — P. Bembi Ist.
Ven. l. VII, p. 144._
L'Italia non fu quest'anno turbata da verun altro movimento militare; i
Fiorentini, spossati dalla guerra di Pisa, soffrivano un'estrema carezza
di frumento in primavera del 1506. Vi avevano provveduto colla consueta
loro generosità, senza nemmeno scacciare i poveri forastieri che da ogni
banda si affollavano nella loro città per partecipare alle pubbliche
carità[371]; ma in questa campagna non fecero veruna spedizione contro
Pisa, neppure per guastarne il territorio. Avevano pure in aprile del
1506 rinnovata per tre anni la loro tregua con Pandolfo Petrucci e coi
Sienesi, rinunciando per tutto questo tempo a far valere i loro diritti
sopra Montepulciano, ed obbligandosi ancora a non accettare questa
borgata quand'anche offrisse di darsi spontaneamente. Avevano preferito
di fare quest'accordo con un vicino di cui non si fidavano, ma che non
temevano, al pericolo di chiamare in Toscana un alleato, che sarebbesi
portato da padrone; ed avevano rifiutate le offerte del re di Francia,
che loro proponeva di mandare contro Pandolfo Petrucci cinquecento lance
e due mila svizzeri da mantenersi a spese comuni[372].
[371] _Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 173. — Scip. Ammirato l.
XXVIII, p. 276. — Gio. Cambi t. XXI, p. 209._
[372] _Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 186. — Scip. Ammirato l.
XXVIII, p. 282._
La tranquillità di cui godeva l'Italia raddoppiava la sua attenzione ai
movimenti di Ferdinando il Cattolico, diventato uno de' suoi più potenti
sovrani. Questo monarca si era imbarcato a Barcellona il 4 di settembre
ed aveva dato fondo con una flotta di cinquanta galere prima in
Provenza, indi a Genova, ove fu ricevuto con infinite onorificenze: poco
dopo, trattenuto dai venti a Porto Fino nella riviera di Levante, vi
ricevette l'inaspettata notizia della morte di suo genero, Filippo I,
accaduta in Burgos il 25 di settembre del 1506 dopo una breve malattia.
Questo principe, che aveva mostrata tanta premura di regnare e che aveva
per così dire spinto in esiglio il suo suocero per occupare il di lui
trono, non aveva potuto goderlo più di tre mesi. Alcuni attribuivano la
sua morte ad uno smoderato esercizio, altri ad una malattia epidemica,
altri all'intemperanza propria di un Fiammingo, diventata assai più
pericolosa in un clima tanto diverso dal suo. Molti finalmente, i quali
sapevano con quanto rincrescimento avesse Ferdinando ceduta la
Castiglia, lo sospettavano vittima di lento veleno[373]. Pure invece di
tornare addietro per riprendere le redini di un governo che aveva
abbandonato con tanto dispiacere, Ferdinando continuò il suo viaggio
alla volta di Napoli. Arrivò il giorno 18 ottobre a Gaeta, ma si
trattenne in quella città o a Portici fino al primo di novembre, giorno
da lui destinato al suo solenne ingresso in Napoli. Gonsalvo di Cordova,
che sapevasi avere così vivamente eccitata la gelosia di Ferdinando, e
che aveva avuto amichevoli avvisi di non porsi tra le di lui mani, non
fece difficoltà di andare a bordo della di lui galera, e di affidarsi a
lui interamente[374]. Ferdinando, accolto con entusiasmo dai Napolitani,
che gli diedero magnifiche feste, volle partecipe di tutti questi onori
il gran capitano che gli aveva conquistato il regno. Volle che il solo
Gonsalvo gli presentasse tutta la nobiltà di Napoli e tutti coloro che
meritavano i suoi favori; lo colmò di distinzioni e di gloria; gli
confermò il possesso del ducato di sant'Angelo, de' suoi beni nel regno
di Napoli, che gli fruttavano ventimila ducati, e vi aggiunse l'ufficio
di grande contestabile del regno; ma era al tutto determinato di non
lasciarlo dietro di sè a Napoli, e facevagli sperare la carica di gran
maestro dell'ordine di san Giacomo di Compostella per compensarlo degli
onori e dell'autorità cui Gonsalvo doveva rinunciare lasciando l'Italia
per la Spagna[375]. L'Europa, che conosceva la fede di Ferdinando il
Cattolico, non vide senza una certa sensazione di duolo il grand'uomo
che l'aveva tanto tempo intrattenuta colle sue imprese, ripartire di là
a cinque mesi col suo padrone per rientrare nell'oscurità.
[373] _Macchiavelli Legaz. a Roma lett. XXIX, ex Cesena 6 oct., t.
VII, p. 125. — Jo. Mariana Hist. de las Españas, t. II, p. 225. — P.
Jov. Epit. Hist. l. IX, p. 156. — Ejusd. Vita M. Consalvi l. III, p.
251. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 53._
[374] Il Guicciardini dice che il Gonsalvo andò incontro a
Ferdinando fino a Genova. Il Giovio nella Vita del Gonsalvo, indica
che lo aspettava al capo di Miseno.
[375] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 368. — P. Jovii Vita M. Consalvi
l. III, p. 251. — Belcarii Com. l. X, p. 294. — Macchiavelli Legaz.
lett. XXIII, ex Urbino 28 sett. p. 113. — Summonte Ist. di Napoli l.
VI, c. V, t. IV, p. 4. — Jac. Nardi l. IV, p. 190. — Ist. di Gio.
Cambi t. XXI, p. 213. — P. Bembi Ist. Ven. l. VII, p. 143._