_Lega di Cambrai, battaglia di Vailate o di Agnadello, conquista
di tutto lo stato di terra ferma dei Veneziani._
1508 = 1509.
La lega conclusa a Cambrai tra le grandi potenze dell'Europa per
attaccare e spogliare i Veneziani, fu, dopo le crociate, la prima
intrapresa eseguita di concerto, con uno scopo comune da tutti gli stati
inciviliti. Per la prima volta i padroni delle nazioni convennero di
dividere fra di loro uno stato indipendente; per la prima volta fecero
essi rivivere col sussidio d'una pedantesca erudizione inveterate
pretese; finalmente per la prima volta riclamarono gl'imprescrittibili
diritti della loro legittimità. Le crociate avevano mostrato un'unione
europea fondata sullo zelo e sull'entusiasmo religioso; nella lega di
Cambrai si vide un nuovo accordo europeo, che altro principio non aveva
fuorchè il personale momentaneo interesse dei forti che spogliavano il
debole, non altra sanzione che le pretese da gran tempo abbandonate di
coloro che risguardavano i loro titoli come non caduchi. Pure gli è a
questo avvenimento che può attribuirsi l'origine del diritto pubblico,
che da tre secoli e fino ai nostri giorni ha governata l'Europa. Questo
diritto cominciò colla più clamorosa ingiustizia; e la scienza
diplomatica, che in qualche modo si vide nascere nel sedicesimo secolo,
fu dopo tal epoca adoperata il più delle volte a somministrare pretesti
alla rapacità ed alla mala fede.
Non è questa l'idea che abbiamo costume di formarci del diritto pubblico
o internazionale: l'umana società avrebbe bisogno di un'altra guarenzia;
avrebbe bisogno di una legislazione che regolasse le nazioni nelle
relazioni fra di loro, in quel modo che il diritto civile regge i
cittadini in una stessa nazione. I nostri desiderj ci persuadono
agevolmente che abbia esistito ciò che noi desideriamo. Qualunque volta
proviamo grandi abusi di potere, confrontiamo avidamente i presenti
tempi, in cui trionfa l'ingiustizia, con quel passato, che ci dipinge
l'immaginazione, in cui non si ricorreva alla guerra che per dare
esecuzione a diritti di già stabiliti dai trattati e in cui la conquista
medesima non somministrava pretese al possesso ove non fosse sanzionata
da legittimi titoli. Ma noi cerchiamo invano nella storia quell'epoca in
cui la giustizia prendeva il luogo della forza, ed in cui la potenza dei
trattati o degli imprescrittibili diritti incatenava la stessa violenza.
Tre basi assolutamente diverse sono date al diritto pubblico; i loro
principj sono direttamente contraddittorj, e fino a tanto che la scelta
fra questi principj venga fissata di concerto da tutte le nazioni,
ciaschedun sovrano troverà sempre il modo d'accomodar la propria causa
all'uno o all'altro sistema, ed egli sarà ancor sempre impossibile,
com'è stato finora, d'intendersi sopra alcun fatto o sopra alcuna
conseguenza. Queste tre basi sono la legittimità imprescrittibile, il
diritto dei trattati, e le convenienze nazionali. Per la prima volta,
all'occasione della lega di Cambrai, questi tre principj furono messi in
opposizione. L'imperatore ed il re di Francia annunziarono che
prendevano le armi per ricuperare i loro diritti imprescrittibili, l'uno
sulle terre dell'impero della Venezia, e l'altro sul ducato di Milano. I
Veneziani difendendosi invocavano il diritto pubblico dei trattati che
loro guarentivano tutti i loro possedimenti di terra ferma. Il papa,
dopo avere egli medesimo ricuperato ciò che pretendeva essere di suo
imprescrittibile diritto, più non fece valere nel secondo anno della
guerra che le convenienze nazionali, l'indipendenza dell'Italia, dalla
quale voleva scacciare i Barbari; la sovranità di un popolo sul proprio
territorio, ed il vantaggio di una nazione che non può essere vincolata
dal primitivo contratto forse favoloso co' suoi sovrani, nè dai trattati
impostile dalla forza.
Ciascheduno di questi sistemi politici è in sè stesso difettoso, e nella
sua applicazione soggetto a grandi difficoltà: ma quanto non lo
diventano ancora di più, allorchè confondonsi l'uno coll'altro;
allorchè, dopo avere riclamato a favor suo diritti imprescrittibili, si
pretende poi di limitare quelli degli altri coi trattati, o di spiegarli
dietro l'interesse dei popoli. Pure niuna potenza non si è mai
fedelmente attenuta all'una o all'altra di queste ruinose basi, e non ha
confessate tutte le conseguenze che discendevano dal primo principio:
perciò la scienza del diritto pubblico altro mai non è stata che un vano
studio di sofismi; col suo ajuto sonosi risvegliate le passioni dei
popoli onde secondassero l'ambizione dei loro governi, e col mezzo di
questi si è dissimulata agli occhi dei primi l'ingiustizia dei pretesi
diritti.
Lodovico XII, quando aveva voluto togliere a Lodovico Sforza il ducato
di Milano, aveva egli medesimo cercato l'assistenza dei Veneziani, ai
quali per ricompensa aveva anticipatamente accordato Cremona e la Ghiara
d'Adda, che effettivamente rimasero in potere della repubblica allorchè
i Francesi furono padroni del Milanese. Pure Lodovico XII, oramai
riconosciuto quale legittimo successore di Valentina Visconti,
desiderava quelle province che pretendeva inalienabili, credendo di
conservare imprescrittibili diritti sopra possedimenti da lui medesimo
ceduti. Ma ciò non basta, i Visconti, de' quali egli aveva raccolta
l'eredità, avevano essi medesimi, in occasione delle loro guerre coi
Veneziani, perdute Brescia e Bergamo, che prima si risguardavano come
parte del ducato di Milano; e sebbene queste città colle loro province
fossero incorporate alla repubblica di Venezia fino dal 1426, e che gli
stessi Visconti non le avessero possedute così lungamente quanto i
Veneziani, Lodovico XII le risguardava come comprese nella sua
inalienabile eredità, pretendendo conservare sopra di loro tali diritti,
che niun tempo, niun trattato, niuni prestati servigj, potevano
distruggere.
Dal canto suo Massimiliano si risguardava come il legittimo successore
non solo de' più potenti monarchi germanici, ma ancora degli imperatori
romani: perciò credevasi autorizzato ad attivare tutti i diritti che
avevano esercitati Federico Barbarossa ed Ottone il Grande, e lo stesso
Trajano ed Augusto. Parevagli che la repubblica di Venezia si fosse
innalzata sulle ruine dell'impero, e credevasi chiamato a spogliarla di
queste antiche usurpazioni. A' suoi occhi, Treviso, Padova, Verona e
Vicenza erano sempre terre dell'impero, e questa opinione, spalleggiata
dall'autorità degli antiquarj, era in allora generalmente ricevuta, e
niuno storico del tempo dubitò de' diritti di Massimiliano. Pure questi
diritti non erano fondati che sopra un'antica conquista. I monarchi
tedeschi non avevano potuto mantenere più di cento cinquant'anni un
dominio dubbioso e spesso interrotto: in appresso, pel corso di tre
secoli, alcune repubbliche ed i principi di Carrara e della Scala
avevano colle armi difesa la loro sovranità; loro era finalmente
succeduta da circa un secolo la repubblica di Venezia; ma in questo
sistema i potenti non possono mai perdere i loro diritti, ed i deboli
mai non possono acquistarne.
Tuttavolta è difficile il farsi illusione sull'assurdità di questo
sistema d'imprescrittibile legittimità, che verun trattato, veruna
convenzione tra gl'interessati, veruna umana autorità non può cambiare.
Fermando ogni movimento nelle cose di questo mondo, respingendo tutti i
progressi, tutte le innovazioni, cotale sistema riconduce gli uomini ad
uno stato primitivo, e perciò sconosciuto; ad uno stato, che avendo
preceduto lo sviluppo delle società ed i loro nuovi interessi, non
potrebbe essere mantenuto senza rendere stazionarj, l'incivilimento, la
popolazione, le cognizioni e lo stesso ordine politico. I diritti che
Massimiliano e Lodovico XII pretendevano di attivare contro i Veneziani,
erano stati prescritti da un tranquillo possesso, che rispetto ad alcune
province contava due e tre secoli. Ma se niuna durata di possesso, nè
veruna specie di trattati potevano fondare i diritti de' Veneziani, gli
antichi sovrani rappresentati da Massimiliano e da Lodovico XII non
avevano potuto acquistarne di più cogli stessi mezzi. Converrebbe
provare che la legittimità non abbia mai cominciato, onde concluderne
che non deve giammai aver fine; altrimenti le medesime cause che avevano
dato origine ai diritti degli imperatori e dei re di Francia, potevano
altresì dare origine ai diritti dei loro successori. D'uopo è inoltre
convenire che il principio della legittimità o non esiste per
chicchessia, o esiste egualmente in tutte le linee della sovranità.
L'espropriazione del più piccolo principe non ferisce meno questo
principio che quella del più grande monarca. Venezia, che si presentava
come il più antico stato della cristianità, come la sola legittima
figlia della repubblica romana, poteva allegare diritti anteriori a
quelli di tutti i sovrani. Le famiglie de' principi di Padova e Verona,
cui era succeduta, non erano meno legittime che quelle dei re di Francia
e di Germania. O tutti dovevano essere ristabiliti ne' loro antichi
diritti, o niuno poteva pretenderlo.
Il sistema del diritto dei trattati è certamente assai meno assurdo che
quello della legittimità. Non avendo le nazioni giudici al disopra di
loro, nè altra autorità che decida tra di loro, tranne la forza, le loro
reciproche convenzioni possono soltanto mettere fine alle loro contese.
Esse medesime devono avere la facoltà di obbligarsi, o di rinunciare ai
loro diritti; che se non fosse niuno l'avrebbe per loro, e le guerre
sarebbero eterne. La violenza loro fatta non potrebbe annullare i loro
contratti senza annullare nello stesso tempo tutti i possibili trattati;
imperciocchè ogni trattato è opera della forza o della minaccia, ogni
trattato è stato fatto per terminare la guerra o per evitarla, ogni
trattato è una concessione che il più debole fa al più forte,
sagrificando una parte de' suoi diritti per salvare il rimanente, ogni
trattato è una concessione di questo rimanente che il più forte fa al
più debole in ragione de' suoi mezzi di resistenza.
Ma se il diritto de' trattati non è che una conseguenza del diritto del
più forte, è difficile che lungamente si conservi obbligatorio dopo che
la bilancia delle forze avrà cambiato. Una nuova lotta, il di cui
risultamento sarà diverso, darà luogo ad un nuovo trattato non meno
legittimo del precedente: e per tal modo si distruggerebbe ogni idea del
giusto e dell'ingiusto, e diventerebbe impolitica ogni moderazione del
vincitore, poichè tutte le forze che col favore di un trattato
lascerebbe al suo nemico, potrebbero in breve rivolgersi contro di lui.
La terza base del pubblico diritto, l'interesse dei popoli, è la sola
che sostener possa una profonda disamina, e che possa nello stesso tempo
ammettere alcune parti degli altri due sistemi. Richiede l'interesse de'
popoli la conservazione del loro riposo; e per guarentire questo riposo
ammette la legittimità non come un diritto, ma come una presunzione
della volontà nazionale. Ammette ancora la prescrizione non come un
diritto, ma come una presunzione della vicendevole soddisfazione delle
parti. Ammette i trattati, siccome l'unico mezzo di disarmare gli odj
popolari, e di salvare il vinto dalla rabbia del vincitore. Ammette
ancora la violazione di questi medesimi trattati, come unico e
necessario rimedio, quando condizioni crudeli o disonoranti furono
imposte dall'abuso della forza. Questa violazione può allora diventare
giusta, perciocchè nè il governo che ha stipulato aveva il diritto di
legare la nazione ad una cosa vergognosa o ruinosa, nè l'attuale
generazione aveva il diritto, pel suo proprio vantaggio, di legare la
posterità. L'interesse nazionale, che lascia una speranza ai vinti cui
viene imposto un disonorevole trattato, insegna ai vincitori pel loro
proprio vantaggio a non abusare della vittoria.
Fu in nome di questo nazionale interesse che Giulio II pretese nel corso
della presente guerra, che veruna linea legittima, veruna successione,
nè verun trattato avesse potuto trasferire una parte della sovranità
dell'Italia ai barbari; che ogni convenzione era nulla, quando così
essenzialmente derogava all'interesse ed all'onore dei popoli; che
qualunque linea di legittimità doveva essere riguardata come interrotta,
quando dava per capi alle nazioni dei re, che avevano interesse non già
alla loro grandezza ma all'abbassamento ed alla ruina loro. Pure i
governi che abbracciarono questo sistema ne temettero sempre le
applicazioni contro di loro medesimi, e sono caduti in contraddizioni
inestricabili, perchè non si potesse loro domandar conto poscia
dell'interesse e dell'onore dei proprj loro popoli.
Del resto per quanto fallaci fossero gli argomenti con cui i potentati
colorivano le loro pretese, la cupidigia, la gelosia, ed il timore di
umilianti paragoni, erano i veri motivi che loro ponevano le armi in
mano. Le grandi potenze non potevano vedere senza invidia la ricchezza,
la prudenza ed i prosperi costanti successi della repubblica di Venezia.
Con meno di tre milioni di sudditi sopra un'estensione di territorio
minore della decima parte della Francia, della Spagna o della Germania,
Venezia si era innalzata al livello de' più grandi imperj; aveva
sostenuti a vicenda gli attacchi de' Musulmani, de' Francesi, degli
Spagnuoli e de' Tedeschi, senza dar segni di debolezza; il più vivo
commercio animava la capitale, numerose manifatture fiorivano in tutte
le città suddite, le campagne prosperavano mercè un'industre
agricoltura, vaste opere erano state terminate per l'irrigazione di un
suolo che coprivasi di ricche messi, ed i contadini erano felici. I
sudditi de' vicini monarchi, paragonando la loro miseria con tanta
forza, tanta opulenza e sicurezza, potevano essere tentati di chiedere
da che procedesse tale diversità, e rispondere a sè medesimi: che non
vedevansi in Venezia, nè lo stolido lusso di una corte voluttuosa, nè le
ruberie dei ministri e de' loro subalterni, nè la petulante ignoranza e
i ruinosi intrighi di giovani favoriti. Senza voler dare ammaestramenti,
senza avvicinarsi alla perfezione, Venezia era una viva satira degli
altri governi, i quali per istinto e senza rendersi conto de' loro
motivi, da gran tempo desideravano di distruggerla.
Fino dall'anno 1504, Lodovico XII, Massimiliano e Giulio II, avevano
progettata la divisione degli stati di Venezia, piantandone i fondamenti
nel trattato di Blois del 22 di settembre; ma la versatilità di
Massimiliano, la diffidenza di Giulio II, la gelosia di Ferdinando,
avevano a quell'epoca sottratta la repubblica alla congiura contro di
lei formata. Il violento risentimento di Massimiliano, dopo le sconfitte
avute in principio del 1508, lo persuase a rinnovare le stesse
negoziazioni, ed a ricercare l'alleanza de' Francesi, da lui detestati,
per vendicarsi coll'ajuto loro della repubblica che lo aveva
umiliato[444].
[444] _Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. XI, p. 311._
La tregua di tre anni, che il re de' Romani aveva di fresco conchiusa
colla repubblica di Venezia e co' suoi alleati, non comprendeva il duca
di Gueldria allora in guerra con lui e con suo nipote. Era questo duca
protetto dalla Francia, e sotto pretesto di fare la sua pace
particolare, si aprirono delle conferenze a Cambrai tra il cardinale
d'Amboise, ministro e confidente di Lodovico XII, e Margarita d'Austria,
figlia dell'imperatore Massimiliano e vedova del duca di Savoja. Il
cardinale e la principessa avevano l'intera confidenza de' loro
committenti. L'una aggiugneva tutta la forza di spirito di un uomo a
tutta l'accortezza di femmina; l'altro conservava odio contro Venezia,
fin dall'epoca dei due conclavi in tempo de' quali erasi trovato in
Roma, e nel consiglio del re non aveva voluto ascoltare Stefano Poucher,
vescovo di Sens, il quale rappresentava quanto la conservazione di
Venezia fosse necessaria alla difesa del Milanese; quanto la Francia si
era pochi anni prima pentita di aver chiamato un potentato straniero a
dividere il regno di Napoli, e quanto doveva temersi che la progettata
divisione della Lombardia la precipitasse tutta intera sotto il dominio
della casa d'Austria[445].
[445] _Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. XI, p. 310. — Arn. Ferroni,
l. IV, p. 67._
Il cardinale d'Amboise e Margarita d'Austria, essendosi uniti a Cambrai
sotto colore di trattarvi gli affari di Gueldria, non ammisero alle loro
conferenze gli ambasciatori di Ferdinando il cattolico, sebbene Lodovico
XII avesse comunicati a questo monarca i suoi disegni sopra Venezia
nell'abboccamento di Savona, e gli avesse offerto come prezzo della sua
cooperazione le città marittime della Puglia, che i Veneziani tenevano
in pegno del danaro somministrato alla casa d'Arragona: non ammisero
nemmeno il nunzio del papa, sebbene Giulio II, per ricuperare le sue
città di romagna, fosse stato il primo a suggerire l'idea di questa
associazione. Il cardinale e la principessa deliberarono soli e senza
assistenti, e le loro negoziazioni diedero luogo a così vivi alterchi,
che Margarita scriveva, _poco mancò che il signor legato ed io non ci
prendessimo pei capelli_; ma queste negoziazioni furono tosto terminate
da due trattati sottoscritti il 10 di dicembre del 1508. Col primo le
vertenze del duca di Gueldria coll'arciduca Carlo vennero conciliate,
siccome ancora quelle intorno all'eredità dei feudi dei Paesi Bassi
dipendenti dalla corona di Francia; ed in conseguenza Massimiliano si
obbligò di dare a Lodovico XII una nuova investitura del ducato di
Milano[446]. Col secondo fu stipulata la lega dell'Europa contro
Venezia, tenendosi per certi i due plenipotenziarj di ottenere la
ratifica degli altri sovrani, sebbene il nunzio del papa, interpellato,
rifiutasse la sua per mancanza di formale istruzione.
[446] _De Flassan, Hist. de la Diplom. Française t. I, l. II, p.
286. — Léonard Corps Diplom., t. II._
Questo secondo trattato, che viene propriamente indicato dal nome di
Lega di Cambrai, portava: che, avendo l'imperatore ed il re di Francia
determinato, dietro le istanze di Giulio II, di fare un'alleanza per
portare la guerra contro i Turchi, avevano essi preventivamente
convenuto: «di far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni,
che i Veneziani hanno apportato non solo alla santa sede apostolica, ma
al santo romano impero, alla casa d'Austria, ai duchi di Milano, ai re
di Napoli ed a molti altri principi, occupando e tirannicamente
usurpando i loro beni, i loro possedimenti, le loro città e castella,
come se cospirato avessero per il male di tutti.» Per tutte queste
ragioni, aggiungono i monarchi: «noi abbiamo trovato non solo utile ed
onorevole, ma ancora necessario, di chiamar tutti ad una giusta vendetta
per ispegnere, come un incendio comune, la insaziabile cupidigia dei
Veneziani e la loro sete di dominare[447].»
[447] _Manifesto di Massimiliano in data del 5 di gennajo del 1509,
che serve di preambolo al trattato di Cambrai. Ann. Eccles. Rayn.
An. 1509, § 2, 3, 4, t. XX, p. 64._
Dopo questo preambolo, il trattato porta: che i confederati agiranno di
comune accordo per costringere i Veneziani a rendere alla santa sede,
Ravenna, Cervia, Faenza, Rimini, Imola e Cesena. I plenipotenziarj
negoziarono con tanta inavvertenza o ignoranza, che non rimarcarono
neppure che Imola e Cesena erano già da lungo tempo state cedute al
papa. Il trattato aggiugne: che i Veneziani renderebbero all'impero,
Padova, Vicenza e Verona, ed alla casa d'Austria, Roveredo, Treviso ed
il Friuli; che i Veneziani verrebbero obbligati di cedere al re di
Francia, Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, la Ghiara d'Adda e tutte le
dipendenze del ducato di Milano; al re di Spagna e di Napoli, Trani,
Brindisi, Otranto, Gallipoli, Mola e Polignano con tutte le città che
avevano ricevute in pegno da Ferdinando II; al re d'Ungheria, se
entrasse in quest'alleanza, tutte le città della Dalmazia e della
Schiavonia, che avevano già un tempo appartenuto alla di lui corona; al
duca di Savoja, il regno di Cipro; alle case d'Este e di Gonzaga, i
possessi che la repubblica aveva conquistati sui loro antenati; e
rispetto alle potenze che non avevano niente a pretendere sulle spoglie
di Venezia, come l'Inghilterra, potrebbero ancora quelle essere ammesse
a questa alleanza, se lo domandassero avanti che fosse spirato il
termine di tre mesi[448].
[448] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 412. — Jac. Nardi, l. IV, p.
204. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 311. — Hist. de la diplom. française,
t. I, l. II, p. 288. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 53._
Quanto ai modi d'esecuzione, era convenuto con questo trattato: che il
re di Francia attaccherebbe in persona i Veneziani, il primo giorno
d'aprile; che nello stesso tempo il papa fulminerebbe contro loro tutte
le censure ecclesiastiche, e che dimanderebbe l'assistenza
dell'imperatore come avvocato della chiesa. Questa domanda doveva
sciogliere Massimiliano dagli impegni che aveva contratti pochi mesi
avanti, e dargli motivo per attaccare i Veneziani, ciò ch'egli
prometteva di fare in persona entro quaranta giorni dopo l'attacco del
re di Francia. Nello stesso tempo Ferdinando e gli altri alleati
dovevano, ciascuno per parte sua, impadronirsi delle province loro
assegnate. Ognuno de' confederati doveva agire per conto proprio, e
tener dietro alle proprie conquiste senz'obbligo di assecondare i suoi
associati.
I coalizzati non si limitavano a promettersi la divisione di uno stato
col quale erano legati da solenni trattati; per compiere con maggior
sicurezza quest'atto d'iniquità bisognava sorprendere i Veneziani, e
togliere loro la notizia del trattato che avevano sottoscritto.
Contribuì a coprire lo scopo de' confederati la convenzione fatta nello
stesso tempo col duca di Gueldria: i plenipotenziarj si affrettarono di
partire da Cambrai, per non richiamar troppo sopra di loro l'attenzione
dell'Europa; e l'ambasciatore veneziano, avendo avuto qualche sospetto
del turbine che lo minacciava, Lodovico XII gli protestò che nulla erasi
conchiuso a Cambrai che potesse riuscire svantaggioso alla sua
repubblica, e che egli non prenderebbe mai parte in tuttociò che potesse
nuocere a così antichi alleati[449].
[449] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 412. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
312. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 54._
Lodovico XII aveva senza esitanza ratificato il trattato di Cambrai.
Alberto Pio, signore di Carpi, ed il vescovo di Parigi, deputati di
Massimiliano, ottennero altresì immediatamente la sua ratifica; nè più
lungo tempo si fece desiderare quella di Ferdinando il cattolico, che,
sebbene temesse la potenza degli stranieri in Italia, e diffidasse
egualmente di Massimiliano e de' Francesi, non sentendosi però
abbastanza forte per difendere i Veneziani, preferì di cominciare ad
ingrandirsi a spese loro[450].
[450] _Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. XV, p. 280._
L'odio che Giulio II aveva concepito contro i Veneziani veniva
accresciuto da due nuove offese: essi avevano accordato ai Bentivoglio
un asilo negli stati della repubblica dopo la loro espulsione dal
Milanese, e il loro senato aveva rifiutato di ammettere al vescovado di
Vicenza il nuovo cardinale di san Pietro _ad Vincula_, nipote del papa,
e da lui recentemente nominato[451]. Pure Giulio II esitava più che gli
altri confederati a ratificare il trattato di Cambrai. Sentiva che
questa lega accrescerebbe la potenza degli oltremontani in Italia,
mentre che l'oggetto de' suoi più ardenti desiderj tendeva a purgarla da
coloro ch'egli chiamava barbari. La sua diffidenza verso i Francesi
veniva inoltre accresciuta dal suo odio contro il cardinale d'Amboise,
ch'egli risguardava come colui che aspirava a succedergli, e di cui
temeva le trame contro la propria sua vita. Aveva di fresco provato, in
occasione del tumulto di Genova, quanto poco lo rispettassero i
Francesi, e non poteva senza timore accrescere ancora la loro
preponderanza. Massimiliano non era meno formidabile alla santa sede,
sia per le pretese che l'impero aveva sempre avute sopra l'Italia, sia
perchè il di lui erede essendo nello stesso tempo quello di Ferdinando,
poteva di già temersi di vedere il nipote di questi due sovrani riunire
le due monarchie in allora rivali; e se desso aggiugneva il regno di
Napoli e la Marca veronese a tanti altri estesissimi stati, la santa
sede, chiusa da ogni banda, più sperar non poteva di conservare la
propria indipendenza, ed inutili diventavano tutti gli sforzi fatti da
Giulio II per riunire le province staccate della Chiesa.
[451] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 410._
L'Epirota, Costantino Cominates, trovavasi in allora in Roma,
ambasciatore di Massimiliano, che lo aveva in grandissimo favore. Era
questi colui che in altri tempi ebbe la tutela dei giovani marchesi di
Monferrato, e che in appresso, cacciato dai Francesi da quel principato,
aveva contro di loro concepito grandissimo odio. Dopo di aver conferito
con Giulio II, fu da lui incaricato di parlare segretamente al ministro
della repubblica in Roma, Giovanni Badoero. Andò a trovarlo di notte;
gli comunicò il trattato di Cambrai, di cui la repubblica non aveva
ancora avuta contezza; e nello stesso tempo gli dichiarò che, se il
senato voleva restituire al papa Faenza e Rimini, questi si staccherebbe
dalla lega; che il senato potrebbe ancora disgustare Massimiliano colla
Francia, assecondando i progetti dell'imperatore sul Milanese. Queste
aperture furono immediatamente comunicate al consiglio dei dieci, che
verso lo stesso tempo aveva da Milano avuto sentore del trattato[452].
[452] _P. Bembi Hist. Ven., l. VII, p. 158._
Il consiglio dei dieci, prima di trattare col papa, volle tentare se
infatti potrebbe staccarsi l'imperatore dall'alleanza della Francia. Gli
mandò Giovan Pietro Stella, segretario del senato, colle più vantaggiose
proposizioni. Ma quest'inviato non seppe conservare un impenetrabile
segreto; l'ambasciatore francese, informato della sua venuta, impedì che
fosse ricevuto: fu egualmente rimandato un altro negoziatore. Una
conciliatrice proposizione che lo stesso Giulio II fece a Giorgio
Pisani, secondo ambasciatore della repubblica a Roma, fu sdegnata da
quest'uomo acre e di un carattere contraddicente, che neppure la
comunicò ai suoi capi[453]. Finalmente la signoria, dopo avere
deliberato intorno ai mezzi di staccare il papa dalla lega contro di lei
formata, trovò, dietro il consiglio di Domenico Trevisani, che col
cedere alla Chiesa, senza combattere, ciò che questa a stento potrebbe
ottenere colle armi, si veniva ad acquistare a carissimo prezzo la
neutralità di così debole nemico, e si dava in principio della guerra
una troppo pericolosa prova di pusillanimità. Il papa, che aveva
protratta fino all'ultimo giorno la ratifica del trattato, finalmente vi
acconsentì; ma sotto l'espressa condizione ch'egli non agirebbe
scopertamente contro i Veneziani, che quando i Francesi avrebbero di già
cominciate le ostilità[454].
[453] _Ivi._
[454] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 414. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
312._
Vero è che il loro attacco non doveva più lungamente differirsi;
Lodovico XII si era recato a Lione per affrettare la marcia delle sue
truppe verso l'Italia; ii cardinale d'Amboise, che avidamente cercava un
pretesto per rompere l'antica alleanza, aveva, in presenza di tutto il
consiglio, fatti sanguinosi rimproveri all'ambasciatore veneziano,
perchè i di lui padroni facevano afforzare l'abbadia di Cerreto, nello
stato di Crema, contro il tenore di un trattato conchiuso dalla
repubblica con Francesco Sforza il 29 aprile del 1454[455]. Lodovico XII
nello stesso tempo si faceva dare, per questa guerra, vascelli dai
Genovesi, danaro dai Fiorentini, danaro e soldati dai Milanesi, ai quali
stavano sul cuore le province del loro stato cedute dalla Francia alla
repubblica di Venezia. Finalmente in sul cadere di gennajo la corte di
Francia si cavò la maschera; richiamò da Venezia il suo ambasciatore,
rimandò quello de' Veneziani, come pure il segretario della repubblica
residente in Milano, e pubblicò il suo manifesto. Per lo contrario
Ferdinando il cattolico, seguendo la sua astuta politica, fece
dichiarare alla repubblica: ch'egli era entrato nella lega sottoscritta
a Cambrai contro i Turchi, ma non in quella contro Venezia; che gli
erano ignoti i motivi di Lodovico XII per attaccare la signoria, ma che
le offriva tutti i buoni ufficj ch'ella aveva diritto di ripromettersi
dal suo affetto e dalla sua ricchezza[456].
[455] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 418. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
314._
[456] _P. Bembi Hist. Ven. l. VII, p. 159._
Le ostilità erano già cominciate in riva all'Adda tra alcune truppe
leggeri francesi e veneziane, allorchè l'araldo d'armi di Francia,
introdotto in senato, denunciò la guerra a Leonardo Loredano, doge di
Venezia, ed a tutti i cittadini di quella città, qualificandoli come
uomini infedeli, che ingiustamente ritenevano le città del sommo
pontefice e dei re dopo averle occupate colla violenza. Rispose il
Loredano: che la repubblica non aveva mancato di fede a chicchessia, e
che se ella non avesse troppo scrupolosamente osservati i suoi impegni
verso la Francia medesima, Lodovico XII non avrebbe in Italia tanto
terreno da poter riporre il piede. Dopo queste solenni proteste da
ambedue le parti, ad altro non si pensò che alla guerra[457].
[457] _P. Bembi, l. VII, p. 162. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p.
421._
I Veneziani, sebbene abbandonati agli attacchi di quasi tutta l'Europa,
e senza alleati, non disperavano della salute pubblica. Purchè non
soggiacessero alla prima aggressione, essi non dubitavano che la lega
non si sciogliesse entro pochi mesi: gli alleati erano posti in
movimento da troppo discordi interessi, ed il carattere del papa e di
Massimiliano promettevano troppo poca costanza per poter credere che
lungo tempo persistessero in un'intrapresa tanto contraria ad ogni sana
politica. I Veneziani pensarono adunque a porsi in sulle difese; le loro
ricchezze, che ancora erano intatte, e la prosperità del commercio, non
ancora scemato dai progressi de' Portoghesi nelle Indie, mettevano a
loro disposizione tutti i condottieri, e loro permettevano di ragunare
sotto lo stendardo di san Marco la più bell'armata che avesse fino
allora combattuto nelle guerre d'Italia. Ma queste ricchezze, che
formavano tutta la loro forza, furono successivamente disperse da
fortuiti accidenti, come se il cielo medesimo si fosse unito alla lega
di tanti nemici della repubblica. Il magazzino della polvere
dell'arsenale di Venezia scoppiò con orribile fracasso, mentre che il
consiglio stava adunato, e quest'incendio coprì l'intera città di ceneri
e di brage. La fortezza di Brescia fu colpita da un fulmine, che spaccò
le sue mura; una barca, che portava a Ravenna dieci mila ducati per
pagare le truppe, affondò. Finalmente gli archivj della repubblica, che
contenevano tutte le più preziose carte, furono preda del fuoco: e
queste replicate disgrazie non erano tanto dannose per sè medesime,
quanto per la funesta influenza che avevano sul coraggio del popolo, il
quale le risguardava come altrettanti funesti presagj[458].
[458] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 419. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gall., l. XI, p. 315._
I Veneziani avevano preso al loro soldo molti condottieri nati negli
stati della chiesa, fra gli altri Giulio e Renzo Orsini, signori di
Ceri, di cui portavano il nome, e Troilo Savelli. Questi dovevano condur
loro cinquecento uomini d'arme e tre mila fanti, ed essi avevano già
ricevuto a conto quindici mila ducati. Ma il papa ordinò loro sotto le
più severe pene ecclesiastiche e temporali di rompere il contratto, e
nello stesso tempo di non restituire il danaro. I condottieri ubbidirono
a quest'ordine del loro sovrano abituale[459]. Malgrado la loro assenza
i Veneziani avevano non pertanto presso di Ponte Vico sull'Olio due mila
cento lance intere, locchè suppone per ogni lancia quattro ed anche sei
cavalli, mille cinquecento cavaleggieri italiani, mille ottocento
Stradioti, diciotto mila fanti di linea, e dodici mila uomini di
milizie[460]. Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, aveva il titolo di
capitano generale di quest'armata, e Bartolommeo d'Alviano, della
medesima famiglia, quello di governatore. Stavano presso all'armata a
nome della signoria i due provveditori, Giorgio Cornaro ed Andrea
Gritti, i quali si erano acquistata grandissima riputazione nelle
negoziazioni e nelle armate. Uno era stato nel precedente anno contro
Massimiliano nel Friuli, l'altro a Roveredo; ed in quella campagna si
erano coperti di gloria[461].
[459] _Fr. Guicciardini l. VIII, p. 419. — P. Bembi Ist. Ven., l.
VII, p. 165._
[460] _Muratori Ann. d'Italia, l. X, p. 41, secondo una cronaca
manoscritta. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 425. — P. Bembi, l.
VII, p. 167. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 317._
[461] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 416._
Il re di Francia era in sul punto di attaccare la repubblica, mentre che
gli altri confederati erano determinati a non muoversi che dopo aver
giudicato dai primi avvenimenti della sorte della guerra. Perciò i
Veneziani, destinando tutte le loro forze contro i Francesi, le avevano
adunate sull'Olio. Colà due piani di guerra affatto contrarj vennero
proposti dai due capi dell'armata. L'Alviano, che si era sempre distinto
coll'ardimento de' suoi disegni, e colla prontezza della loro
esecuzione, voleva portare la guerra nel paese nemico prima che Lodovico
XII avesse potuto ragunare tutte le sue forze; faceva conto di giovarsi
del malcontento, che il governo francese aveva destato in tutta
l'Italia, per ribellar il ducato di Milano, appropriarsi tutti i mezzi
di uomini e di danaro, che aveva la Lombardia, invece di lasciarli a
disposizione del nemico; indi attaccare i diversi corpi francesi, di
mano in mano che scenderebbero dalle Alpi, prima che potessero mettersi
in linea. Per lo contrario il Pitigliano, prudente generale, che niente
lasciava alla sorte, ma che l'Alviano accusava d'aggiugnere la timidità
di un'età avanzata a quella del suo proprio carattere, avrebbe voluto
che non si pensasse pure a difendere le terre della Ghiara d'Adda, che
non erano di grande importanza; che si lasciasse che l'impeto francese
si smorzasse negli assedj, facendo che l'armata si tenesse nel campo
trincerato degli Orci, di cui Francesco Carmagnola e Giacomo Piccinino
avevano conosciuta l'importanza nelle precedenti guerre: l'armata colà
difesa dall'Olio e dal Serchio, minaccerebbe le truppe che volessero
assediare Cremona o Crema, Bergamo o Brescia, travagliandole colla
cavalleria leggiere, e avvicinandosi ancora alle medesime per toglier
loro le vettovaglie, ma senza giammai abbandonare i luoghi
fortificati[462].
[462] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 416. — P. Bembi, l. VII, p.
165. — Fr. Belcarii l. XI, p. 315._
Questi due piani di campagna potevano presentare grandi vantaggi; ma,
come quasi sempre accade quando le operazioni militari dipendono dalle
decisioni de' consiglj civili, i due partiti estremi, che potevano
essere egualmente buoni, furono rigettati per prenderne uno di mezzo
necessariamente cattivo. Coloro che consigliano intorno a materie che
non conoscono, credono, secondo il detto di Necker, _di porre il loro
consiglio in sicuro_, quando si tengono ad eguale distanza dalle
opinioni estreme di due uomini dell'arte; e questo calcolo d'amor
proprio riuscì fatale a molti stati. Il senato rigettò il consiglio
dell'Alviano, come troppo audace, e quello del Pitigliano, come troppo
timido; ma ordinò ai generali di condurre l'armata presso l'Adda per
difendere la Ghiara d'Adda, loro prescrivendo nello stesso tempo di non
venire a battaglia, quando non vi fossero forzati da urgente necessità,
o che loro non si presentasse una favorevolissima occasione[463].
[463] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 420._
Il re di Francia avvicinavasi con più bellicose disposizioni; egli
voleva venire a battaglia il più presto che fosse possibile, e sebbene
tutte le sue truppe non fossero ancora in sulla linea, si affrettò di
cominciare le ostilità, perchè il termine dei quaranta giorni, dopo il
quale il papa e l'imperatore dovevano secondarlo, cominciasse a
decorrere. Di suo ordine il signore di Chaumont passò l'Adda presso
Cassano, il 15 aprile del 1509, con tre mila cavalli, sei mila fanti e
poca artiglieria, dirigendosi sopra Treviglio distante tre miglia.
L'armata veneziana non aveva ancora lasciato Pontevico; ma Giustiniano
Morosini, provveditore degli Stradioti, trovavasi a Treviglio con
Vitelli di città di Castello e Vincenzo Naldi, che comandava la buona
infanteria dei Brisighella, assoldata in Romagna nel castello di questo
nome[464]. Questi capi, credendo di non aver a fare che con un piccolo
corpo di cavalleria leggiere, mandarono dugento fanti ed alcuni
Stradioti per respingerli. Ma questi furono bentosto incalzati fino alle
porte di Treviglio, ed i Francesi, che li caricavano con ardore,
impostarono subito alcuni pezzi d'artiglieria contro le mura. Lo
spavento sottentrò bentosto ad una imprudente confidenza, e gli abitanti
di Treviglio forzarono la guarnigione ad arrendersi. Il provveditore
Giustiniano, Vitelli e Naldi, furono fatti prigionieri con circa cento
cavaleggieri e mille fanti. Solamente dugento Stradioti si salvarono
colla fuga. Lo stesso giorno i Francesi attaccarono ancora i confini
veneziani su quattro diversi punti, dai monti di Brianza fino alle
vicinanze di Piacenza; ma dopo di avere in tal modo cominciata la
guerra, tutti questi corpi si ritirarono, e lo stesso Chaumont tornò a
Milano per aspettarvi il re[465].
[464] _Mém. du chev. Bayard., c. XXIX, p. 70._
[465] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 421. — Jac. Nardi Ist. Fior.,
l. IV, p. 205. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. XI, p. 316._
Non giunse appena a Roma la notizia di queste prime ostilità che il papa
pubblicò il 27 di aprile la bolla di scomunica, che aveva tenuta in
serbo, contro il doge, i pregadi, il consiglio generale ed i cittadini
di Venezia. Rinfacciava in questa alla repubblica di avere usurpate
tutte le terre che possedeva in Romagna, e dichiarava, che, fino
dall'epoca dell'acquisto di Cervia, l'anno 1468, si trovava colpita
dalle scomuniche annuali della bolla _in coena domini_. Inoltre la
repubblica aveva ne' suoi stati turbata l'ecclesiastica giurisdizione,
vietando e perfino castigando gli appelli alla santa sede, assoggettando
le persone ecclesiastiche ad un foro laico, ed attribuendosi contro la
disposizione de' canoni la collazione de' beneficj. In disprezzo delle
scomuniche pronunciate contro i Bentivoglio la repubblica aveva dato
asilo ne' suoi stati a que' nemici della santa sede, e loro aveva
inoltre permesso di stare nelle città più vicine ai confini per
favoreggiare le loro pratiche in Bologna. Per tutte queste cagioni,
conchiudeva Giulio II, la santa sede avrebbe potuto immediatamente
trattare i Veneziani come infedeli, come pagani, come membra infette
della chiesa, che conviene distruggere prima che corrompano le altre.
Pure il pontefice per un effetto della sua estrema indulgenza voleva
ancora denunciar loro le pene nelle quali erano caduti, accordando un
termine perentorio di ventiquattro giorni per ravvedersi e restituire
alla chiesa tuttociò che possedevano nel suo territorio, purchè gli
rimettessero ancora tutti i frutti che avevano percetti in tutti gli
anni della loro usurpazione[466].
[466] _Rayn. Ann. Eccl. 1509, § 6-9, t. XX, p. 65._ Ma non riporta
testualmente che questa prima parte della bolla, e sopprime le
minacce con cui si chiude.
Se poi i Veneziani differivano oltre il prescritto termine a ravvedersi
e a dar prove del loro pentimento, il papa colla stessa bolla
assoggettava agli interdetti non solo Venezia, ma tutte le terre del suo
dominio, e tutte quelle che darebbero asilo a qualunque veneziano.
Dichiarava i cittadini di Venezia colpevoli di lesa divina maestà e
perpetui nemici del nome cristiano, permettendo a chiunque di
attaccarli, d'impadronirsi de' loro beni e delle loro persone e di
venderli come schiavi: tanto è vero che la chiesa romana ha poco
meritato l'encomio spesso accordatole d'avere abolita la schiavitù[467].
[467] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 422. — P. Bembi Ist. Ven., l.
VII, p. 165. — Fr. Belcarii l. XI, p. 316._
Frattanto l'armata veneziana trovandosi adunata, si avanzò da Ponte Vico
a Fontanella, grossa terra lontana sei miglia da Lodi, dal qual luogo
poteva facilmente soccorrere Cremona, Crema, Caravaggio e Bergamo. Colà
seppero i suoi generali che il signore di Chaumont aveva ripassata
l'Adda, ed in conseguenza credettero venuta l'opportunità di ricuperare
Treviglio. Il solo Alviano si oppose a questa risoluzione,
rappresentando che non conveniva avvicinarsi al nemico che quando si
volesse attaccare, e che era un seguire contemporaneamente due progetti
contraddittorj lo avanzarsi contro di lui e il volere stare in sulla
difensiva. Ma non essendosi dato orecchio a queste obbiezioni, l'armata
veneziana occupò prima Rivolta sulle sponde dell'Adda, ed in appresso
attaccò Treviglio, ove il signore di Chaumont aveva lasciate cinquanta
lance e mille fanti sotto gli ordini dei capitani Imbauld e Fontrailles.
Avendo subito l'artiglieria aperta una breccia dalla banda di Cassano,
la guarnigione capitolò; gli ufficiali rimasero prigionieri, ed i
soldati si ritirarono disarmati. Per disgrazia i Francesi non
capitolarono l'amnistia per gli abitanti, i quali sollevandosi avevano
fatto cedere la piazza; onde i generali veneziani per gastigare questa
insubordinazione, abbandonarono Treviglio al saccheggio[468].
[468] _P. Bembi Ist. Ven., l. VIII, p. 166. — Fr. Belcarii Com., l.
XI, p. 317. — Mém. du chev. Bayard., c. XXIX, t. XV, p. 70._
Ma lo stesso giorno 8 di maggio in cui Treviglio aveva capitolato,
Lodovico XII giunse sull'opposta sponda dell'Adda, e nel susseguente
giorno fece gettare tre ponti su questo fiume al dissotto di Cassano,
senza che i Veneziani, che n'erano lontani alcune miglia, ed intenti al
sacco di Treviglio si opponessero alla loro costruzione. La sponda di
Cassano è più alta che non la sponda opposta, e la difesa del fiume
sarebbe sempre riuscita difficile; pure i Francesi non avevano mai
potuto aspettarsi che non si tentasse di farlo; e quando Gian Giacopo
Trivulzio vide Lodovico XII con tutta la sua armata sulla riva sinistra
dell'Adda, gli disse, «Sire, oggi voi avete vinti i Veneziani[469].»
L'Alviano, senza essere informato del passaggio dei Francesi, sentiva la
necessità di condurre la sua armata sulle rive del fiume, e non potendo
in altro modo strappare i suoi soldati dal saccheggio, fece appiccare il
fuoco a Treviglio per iscacciarli; ma a malgrado di questa crudele
esecuzione, arrivò troppo tardi; e le due armate più non essendo
separate da verun ostacolo, i Veneziani rientrarono nel loro campo
intorno a Treviglio, che era situato vantaggiosissimamente, ed i
Francesi si accamparono in distanza di un miglio.
[469] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 424. — Jac. Nardi Ist. Fior.,
l. IV, p. 205._
Avendo Lodovico XII riconosciuta la posizione de' Veneziani, e
giudicando troppo pericolosa cosa l'attaccarli, dopo essere rimasto un
giorno in loro presenza, nel susseguente piegò dalla banda di
mezzogiorno e discese lungo il fiume fino a Rivolta, di cui s'impadronì.
Dopo esservi rimasto un giorno, bruciò quel villaggio, e continuò ad
avanzarsi per quella strada onde giugnere a Pandino o a Vailate, e
separare in tal modo l'armata veneziana dai magazzini che aveva a Crema
ed a Cremona. Mentre che il re camminava lungo le tortuose rive
dell'Adda, i Veneziani avrebbero potuto, seguendo la corda dell'arco che
descriveva Lodovico XII, giugnere per più breve via ad una seconda
posizione più vicina a Crema e non meno buona di quella che occupavano.
Il Pitigliano voleva eseguire questo viaggio soltanto all'indomani, e
l'Alviano insisteva di porsi subito in cammino onde sopravanzare il
nemico. Infatti fu dato l'ordine di partire. Gli alti cespugli, ond'è
coperto il paese, nascondevano affatto l'armata veneziana, che teneva la
strada a destra, alla vista de' Francesi, che seguivano la manca; e la
linea di quella essendo più diretta, essa si trovò bentosto
avvantaggiata. Ma precisamente in questo luogo le due strade si
ravvicinavano, e l'Alviano, che aveva il comando della retroguardia,
ebbe contezza che Carlo d'Amboise e Gian Giacopo Trivulzio, che
comandavano l'avanguardia francese, si trovavano a lui vicinissimi[470].
[470] _Fr. Guicciardini l. VIII, p. 425. — P. Bembi Ist. Ven., l.
VII, p. 168. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. XI, p. 318._
Contavansi nell'armata di Lodovico XII due mila lance, mille
svizzeri e dodici mila fanti guasconi o italiani con un bel parco
d'artiglieria[471]. L'avanguardia d'Amboise aveva cinquecento lance ed
alcuni svizzeri; nella retroguardia dell'Alviano trovavansi ottocento
uomini d'armi ed il fiore della fanteria italiana. La battaglia tra
queste due divisioni non era disuguale; ma la marcia degli altri corpi
allontanava sempre più il Pitigliano dall'Alviano, e per l'opposto
ravvicinava sempre più Lodovico XII a Carlo d'Amboise. Non potendo
l'Alviano schivar la battaglia mandò subito a dire al suo collega
ch'egli era alle mani, e lo invitava nello stesso tempo a fermare la sua
colonna ed a soccorrerlo. Il Pitigliano fin dal principio della campagna
aveva dovuto lottare contro l'impetuosità dell'Alviano; l'aveva sempre
veduto cercare que' pericoli ch'egli credevasi in dovere di evitare,
onde, supponendo che in questa occasione l'Alviano volesse costringerlo
suo malgrado a combattere, gli fece dire di continuare la sua ritirata
in buon ordine, poichè era volontà del senato di non venire a
battaglia[472].
[471] _Mém. du chev. Bayard., ch. XXIX, t. XV, p. 69._
[472] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 425. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
318._
Frattanto l'Alviano si era apparecchiato a combattere: aveva collocati i
suoi fanti con sei pezzi d'artiglieria sopra un argine destinato a tener
a freno le acque di un torrente che in quel momento era secco, ed aveva
vigorosamente attaccata la cavalleria francese in un suolo imbarazzato
da vigne, ove non poteva liberamente muoversi. L'Alviano approfittò di
questo vantaggio, la respinse e la inseguì fino ad un luogo più aperto.
Nello stesso tempo giugneva il re col corpo di battaglia e la
retroguardia dell'Alviano, che aveva di già ottenuto un notabile
vantaggio, trovavasi addosso tutta l'armata nemica. Il valore del
generale si era comunicato ai soldati e l'ottenuto vantaggio sosteneva
il loro ardore, di modo che continuarono la battaglia tre ore colla più
grande intrepidezza. Una dirotta pioggia sopraggiunta in tempo della
battaglia faceva pei pedoni sdrucciolevole il terreno; la speranza di
veder giugnere il Pitigliano, nei di cui soccorsi era riposta ogni
fiducia, cominciava a mancare; ma la fanteria italiana di Brisighella,
che era distinta dalle sue casacche mezzo bianche e mezzo rosse, si rese
degna della sua nuova riputazione; perciocchè, sebbene costretta a
ripiegare fino in un aperto piano, ed ivi esposta agli attacchi della
cavalleria, mai non ruppe le sue linee. Circondati, serrati, oppressi,
questi fanti romagnoli si fecero quasi tutti uccidere, dopo avere a caro
prezzo venduta la loro vita. Avevano costoro ricevuto da Naldo di
Brisighella in valle di Lamone il loro nome e la loro organizzazione, e
tutta la fanteria di linea dei Veneziani aveva in appresso adottati i
loro colori e la loro ordinanza. Questa fanteria lasciò sei mila morti
sul campo di battaglia, il doppio press'a poco di ciò che perduto
avevano i Francesi. Gli uomini d'armi veneziani non soffrirono molto; ma
Bartolommeo d'Alviano, ferito in volto, fu fatto prigioniero, e condotto
al padiglione del re. Caddero in potere de' Francesi venti pezzi
d'artiglieria: il restante dell'armata veneziana continuò a ritirarsi
senza essere inseguito[473].
[473] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 425. — P. Bembi Hist. Ven., l.
VII, p. 170. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IX, p. 206. — Fr. Belcarii,
l. XI, p. 318. — Jo. Mariannae de reb. Hisp., l. XXIX, c. XIX, p.
287. — P. Bizzarri Hist. Gen., l. XVIII, p. 426. — Mém. du chev.
Bayard., t. XV, c. XXIX, p. 71. — Arn. Ferronii, t. IV, p. 68._
Questa battaglia, chiamata di Vailate o di Agnadello, nella Ghiara
d'Adda, si diede il 14 maggio del 1509. Con questa cominciò un nuovo
sistema di guerra distinto da maggior ferocia nella mischia e da
sconfitte più sanguinose. Da quindici anni gli oltramontani avevano
portate le loro armi in Italia; pure non si era ancora veduto un campo
di battaglia coperto da tanti morti, nè l'infanteria avere una parte
così importante nell'azione. Ma quanto più le guerre si prolungano,
tanto più diventano nazionali; quanto più i patimenti de' vinti rendonsi
intollerabili, tanto più ognuno sente essere meglio il difendersi fino
all'estremo, che il lasciarsi opprimere senza combattere. Finalmente
giugne l'istante in cui i popoli pongono nella lotta la totalità delle
loro forze ed in cui la vittoria più non sembra potersi ottenere che
coll'esterminio de' vinti: e quanto più gli agressori hanno accresciuto
il loro numero ed i loro mezzi di attacco, tanto più ruinosa diventa la
loro consumazione ed insoffribile il loro giogo. La resistenza si
accresce coll'oppressione. Dopo sanguinose battaglie la medesima ferocia
vien portata nell'assedio delle città e nel trattamento de' paesi
conquistati. Dall'epoca di questa prima battaglia, ogni anno fu
insignito da maggior furore e da più grande effusione di sangue, fino
all'istante in cui un generale spossamento costrinse finalmente alla
pace le nazioni ed i loro capi, perchè la generazione atta alle armi era
quasi affatto distrutta, e perchè non potevansi mettere a numero le
armate coi vecchi e coi fanciulli.
Lodovico XII approfittò della sua vittoria con una rapidità, che fece
più onore ai suoi militari talenti, che non l'esito medesimo della
battaglia. Nel susseguente giorno si presentò sotto Caravaggio, che aprì
subito le sue porte; e la rocca, attaccata dall'artiglieria, capitolò il
giorno dopo. Bergamo gli mandò le chiavi il giorno 17, ed il re la fece
occupare da cinquanta lance e da mille fanti: la rocca non si sostenne
che due o tre giorni. In ogni capitolazione Lodovico XII richiedeva
sempre che i gentiluomini veneziani che si trovavano nelle città
restassero suoi prigionieri. Egli voleva costringerli a pagargli così
grosse taglie da rovinare le loro famiglie e porli nell'assoluta
impossibilità di soccorrere colle private loro sostanze il pubblico
erario. Intanto egli si avvicinava a Brescia, tenendo dietro all'armata
veneziana che si era ritirata verso quella città, ed era assai diminuita
dalla diserzione. I due provveditori, Giorgio Cornaro ed Andrea Gritti,
avevano in vano pregati i Bresciani di riceverli entro le loro mura; il
conte Giovan Francesco Gambara, capo della fazione Ghibellina, nel
momento in cui aveva avuto avviso della sconfitta di Vailate si era co'
suoi partigiani impadronito delle porte, ricusò d'aprire alle truppe
venete, ed il ventiquattro di maggio le diede ai Francesi. Il
Pitigliano, non si trovando sicuro in vicinanza di una città ribellata,
si ritirò a Peschiera coi resti della sua armata[474].
[474] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 427. — P. Bembi Ist. Ven., l.
VIII, p. 173. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 207. — Fr. Belcarii
Comm., l. XI, p. 319._
Le calamità si succedevano a danno dei Veneziani con una così spaventosa
rapidità, che nè il senato di cui si era tanto vantata la costanza e la
fermezza, nè il popolo da cui speravansi atti di patriottismo, non
trovavano in loro medesimi abbastanza di forza per resistere. Prodigiosi
sforzi erano stati fatti per raccogliere danaro prima dell'apertura
della campagna. A tal fine la repubblica aveva adottati espedienti
contrarj a tutte le sue costumanze; aveva preso a prestito da qualunque
persona; ottenuti doni patriottici da tutti i nobili e da tutte le città
suddite; aveva levata la metà dei soldi a tutti i pubblici
funzionarj[475], e di già tutti questi tesori erano consumati; e
l'armata raccolta a sì gran prezzo era distrutta o dispersa. Omai non
trattavasi soltanto di rimontarla, conveniva pensare ancora alla flotta,
poichè i Francesi ne armavano una in Genova la quale non avrebbe tardato
ad infestare le rive dell'Adriatico. Infatti il senato ordinò di
equipaggiare cinquanta galere sotto gli ordini di Angelo Trevisani, ed
in pari tempo mandò ordine in tutti i suoi possedimenti marittimi di
trasportare a Venezia tutti i grani disponibili, onde mettere almeno la
capitale in istato di sostenere un lungo assedio[476].
[475] _P. Bembi Ist. Ven., l. VII, p. 162._
[476] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 418. — P. Bembi Ist. Ven., l.
VIII, p. 175. — F. Belcarii, l. XI, p. 320._
Subito dopo la sommissione di Brescia, Crema aprì le sue porte al re ad
istigazione di Soncino Benzoni, discendente dagli antichi tiranni di
quella città; Cremona e la fortezza di Pizzighettone avevano pure
capitolato. La sola fortezza di Cremona continuava a difendersi, perchè
Lodovico XII aveva preteso che tutti i gentiluomini veneziani che vi si
trovavano fossero suoi prigionieri; e Zaccaria Contarini, di cui erano
note le grandi ricchezze, vi si era chiuso con molti altri signori, che
i Francesi volevano ruinare con esorbitanti taglie. Il conte di
Pitigliano aveva abbandonata anche Peschiera per ripiegarsi sopra
Verona; ma aveva lasciato in guardia di questa fortezza Andrea di Riva e
suo figlio, gentiluomini veneziani, con quattrocento fanti; essendosi
lusingato che questi, approfittando della forza della piazza e dei
vantaggi della sua situazione, ritarderebbero i Francesi tanto tempo
quanto gliene abbisognava per rifare la sua armata.
Il successo non corrispose alle speranze del Pitigliano: non appena
l'artiglieria ebbe fatta una stretta breccia nelle mura di Peschiera,
che gli Svizzeri ed i Guasconi corsero all'assalto e presero la
fortezza. La guarnigione fu tutta passata a fil di spada, e Lodovico XII
fece appiccare Andrea di Riva e suo figlio, non per altro motivo che per
incutere terrore a coloro che tenterebbero di difendersi. Nello stesso
modo aveva fatto pochi giorni prima appiccare quei valorosi che
difendevano Caravaggio. Gli uomini deboli sono quasi sempre crudeli; ed
i re, che seguono le armate senza essere generali, sono più che gli
altri inclinati a crudeltà, perchè risguardano ogni resistenza alla loro
volontà, come una personale offesa, che gli assolve dalle leggi della
guerra[477].
[477] _Mém. du chev. Bayard., c. XXX, t. XV, p. 73. — Mém. de
Fleuranges, t. XVI, p. 49. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 319. — Fr.
Guicciardini, l. VIII, p. 429. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p.
207._
Erano appena passati quindici giorni dopo la vittoria di Vailate, che
Lodovico XII aveva di già conquistata tutta quella parte del territorio
veneziano che gli dava il trattato di Cambrai; e la sola cittadella di
Cremona, che ancora resisteva, non tenne più di quindici giorni. Le
province che aveva occupate accrescevano di più di dugento mila ducati
le reali entrate del ducato di Milano. Gli altri alleati, che appena
avevano lasciato conoscere la loro nimicizia, finchè Venezia conservava
tutta la sua potenza, attaccarono su tutti i punti i confini veneziani
quand'ebbero avviso della sconfitta di Vailate. Il papa aveva dato il
comando della sua armata a suo nipote, Francesco Maria della Rovere, che
nel precedente anno era succeduto nel ducato di Urbino a Guid'Ubaldo da
Montefeltro, suo padre adottivo. Contava quest'armata quattrocento
uomini d'armi, quattrocento cavaleggieri, e pochi giorni dopo venne pure
ingrossata da tre mila Svizzeri assoldati dal pontefice. Dopo aver
guastato il territorio di Cervia prese Solarolo, tra Faenza ed Imola, e
andò ad attaccare Brisighella, principal luogo della bellicosa provincia
di val di Lamone. Giovan Paolo Manfrone era incaricato di difendere
questa terra con ottocento fanti ed alcuni cavalli; aveva tentata una
sortita senza ben conoscere la forza degli assalitori; ma venne così
vigorosamente respinto, che i nemici entrarono coi fuggitivi nella
terra. La loro ferocia non era minore di quella degli oltremontani, e
tutti gli sgraziati abitanti di Brisighella caddero sotto le loro
spade[478].
[478] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 429. — P. Bembi Ist. Ven., l.
VII, p. 164. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 320._
L'armata pontificia si accostò a Ravenna, ma fu dieci giorni trattenuta
dalla fortezza di Russi, posta tra Faenza e Ravenna: Giovanni Greco,
comandante degli Stradioti veneziani, fu fatto prigioniero da Giovanni
Vitelli; Russi capitolò, e sebbene i generali pontificj non avessero
talenti, e non agissero d'accordo, pure tanto scarso era il numero delle
truppe veneziane in Romagna, e così grande lo scoraggiamento ed il
terrore, che Faenza, Rimini, Ravenna e Cervia capitolarono, promettendo
di aprire le loro porte se non venivano soccorse entro un determinato
tempo[479].
[479] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 429. — P. Bembi, l. VIII, p.
176. — Jac. Nardi, l. IV, p. 207. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 320._
Anche Alfonso d'Este, duca di Ferrara, era entrato nella lega di
Cambrai, ed il diecinove d'aprile fu dal papa nominato gonfaloniere
della chiesa romana. Pure egli aveva aspettata la rotta di Vailate per
cominciare le ostilità. Allora congedò il Vismodino, che in Ferrara
teneva ragione pei Veneziani; richiamò il suo ambasciatore, ed il
diecinove di maggio mandò trentadue pezzi di cannone al campo della
Chiesa che attaccava la rocca di Ravenna. Il trenta di maggio entrò in
campagna, occupando senza trovar resistenza il Polesine di Rovigo, Este,
Montagnana e Monselice, antico patrimonio della sua casa[480].
[480] _Muratori An. d'Italia, l. X, p. 47. — Fr. Guicciardini, l.
VIII, p. 430. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 320._
Il marchese di Mantova non fu meno sollecito ad approfittare della
sconfitta de' suoi antichi vicini: s'impadronì d'Asola e di Lunato, che
Filippo Maria Visconti aveva conquistati ai tempi del suo bisavo, e che
in appresso erano stati ceduti alla repubblica. Avrebbe dovuto avere
anche Peschiera; ma questa fortezza conveniva troppo al re di Francia,
perchè il marchese ardisse di rifiutargliela; e si accontentò della
promessa di essere altrove indennizzato[481].
[481] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 434._
L'ambasciatore di Spagna, che si era trattenuto in Venezia fin dopo la
rotta di Vailate, senza cessar mai di protestare l'attaccamento del suo
padrone a Venezia, colse altresì questo istante per domandare la sua
udienza di congedo. Ferdinando aveva mandati due mila fanti spagnuoli a
Napoli, che, uniti a tre mila fanti napolitani, si erano in sul finire
di maggio avvicinati a Trani per formarne l'assedio. Una flotta
francese, unita alla siciliana, si era presentata in faccia al porto
della stessa città; pure, così persuaso da Fabrizio Colonna, il vicerè
di Napoli aveva proceduto a questa spedizione con molta lentezza. I
Veneziani, che di già pensavano a staccare Ferdinando dalla lega formata
contro di loro, colsero quest'occasione per offrirgli la restituzione di
tuttociò che possedevano nel regno di Napoli; richiamarono tutti i
comandanti, ordinando loro di consegnare agli Spagnuoli le città che
abbandonavano[482].
[482] _Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XIX, p. 287. — Fr.
Guicciardini, l. VIII, p. 433. — P. Bembi Ist. Ven., l. VIII, p.
175._
L'armata di Massimiliano non compariva ancora in verun luogo; ma i suoi
vassalli e governatori delle limitrofe province, approfittavano del
terrore in cui tutto era immerso lo stato di Venezia per attaccarlo
contemporaneamente sopra varj punti. Nell'Istria, Cristoforo Frangipani
s'impadronì di Pisino e di Duino; il duca di Brunswik entrò nel Friuli
con due mila uomini e prese Feltre e Belluno. Nello stesso tempo
Trieste, Fiume e le altre città conquistate in principio del precedente
anno rialzarono le insegne di Casa d'Austria; il conte di Lodrone
soggiogò alcuni castelli in vicinanza del Lago di Garda; per ultimo il
vescovo di Trento occupò Riva di Trento ed Agresto[483]. L'intera
repubblica pareva cadere in dissoluzione, ed anche nell'interno di
Venezia il senato più non tenevasi sicuro, nè di quella infinita
moltitudine di forastieri che vi aveva raccolti il commercio, nè di que'
plebei che la costituzione escludeva dalle funzioni governative, e che
riclamavano contro un'usurpazione che più non era legittimata dalla
prosperità, esterno segno della saviezza de' consiglj[484].
[483] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 430. — F. Belcarii, l. XI, p.
321._
[484] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 430._
La diserzione aveva ridotta l'armata veneziana in uno stato deplorabile.
Abbandonando tutta la terra ferma, allontanandosi da tutte le città che
successivamente avevano ricusato di riceverla, si era rifugiata a Mestre
in riva alla Laguna, ove più non conservava nè disciplina nè ubbidienza
verso i suoi superiori. Il senato non risparmiò nè attività, nè tesori
per formare una nuova armata; fece offrire a Prospero Colonna, che
allora trovavasi ai confini del regno di Napoli, il comando di tutte le
sue truppe, ed un annuo soldo di sessanta mila ducati, purchè il Colonna
conducesse subito alla repubblica mille e due cento cavalli[485]. Le
guarnigioni ritirate dalle città di Romagna e dell'Adriatico, e le
truppe leggeri, che stavano nella Grecia e nell'Illiria, avrebbero
potuto riparare le perdite dell'armata; ma la più funesta conseguenza di
una sconfitta non è già la morte di alcune migliaia d'uomini, bensì la
distruzione della confidenza e della fedeltà del soldato.
[485] _P. Bembi Ist. Ven., l. VIII, p. 175._
In questa universale sciagura i Veneziani non pensarono nemmeno a
placare il re di Francia: la mala fede con cui aveva dissimulato il suo
odio, la perfidia delle sue trame contro di loro mentre combattevano per
lui medesimo, l'accanimento con cui approfittava de' presenti vantaggi,
e la sua crudeltà verso i prigionieri ed i vinti, inspiravano per lui un
invincibile allontanamento. Non eravi verun altro nemico con cui i
Veneziani non desiderassero di riconciliarsi piuttosto che con lui; non
eravene alcuno cui non preferissero di cedere quelle piazze che più non
isperavano di poter difendere. Avevano di già consegnate a Ferdinando
tutte le città della Puglia da questo monarca pretese; cercarono di
appagare cogli stessi mezzi l'ambizione del papa e dell'imperatore, onde
staccarli dalla Francia. Avevano più volte cercato di mandare deputati
in Germania; ma il vescovo di Trento non aveva voluto permetter loro di
entrare nel suo paese, perchè erano scomunicati. Finalmente Antonio
Giustiniani, nominato ambasciatore presso Massimiliano, potè giugnere
alla sua corte; gli chiese grazia con tanta umiltà, con tanto
avvilimento della repubblica che avrebbe dovuto ispirare piuttosto il
disprezzo, che la compassione, se la stessa pedanteria della sua arringa
latina, che ci fu conservata, non avesse fatto conoscere che, secondo il
costume dei retori, il Giustiniani esagerava i sentimenti che era
incaricato di esprimere e loro dare non sapeva alcuna misura[486].
[486] Il Guicciardini dice espressamente di avere traslatata
quest'arringa parola per parola dal testo latino, che fu poi
originalmente pubblicato nel 1613 da Goldast, _Politica imperialis,
p. 977_. Pure i Veneziani pretesero che fosse opera del
Guicciardini. Se ne lagnarono amaramente, e questa controversia
letterario-politica venne sostenuta da ambedue le parti con maggiore
asprezza che non si conveniva all'importanza dell'argomento. Veggasi
_Histoire de la Ligue de Cambrai, l. I, p. 138-160. — Fr.
Guicciardini, l. VIII, p. 431._
Ma l'istruzione che aveva quest'oratore era ancora più esplicita che la
sua arringa. Egli dichiarò all'imperatore essere la repubblica
apparecchiata a consegnargli tutti i suoi stati di terra ferma, ed avere
richiamate le sue guarnigioni da tutte le terre dell'impero, che
consegnerebbe agli ufficiali di Massimiliano, tosto che si presentassero
per riceverle. Tanta sommissione ed umiltà non sortirono verun effetto:
il re de' Romani non volle ascoltare verun trattato senza partecipazione
del re di Francia. Nello stesso tempo il senato aveva pure spedito in
Romagna un segretario di stato con ordine di consegnare al papa la rocca
di Ravenna e tutto ciò che ancora restava in quella provincia sotto gli
ordini di Venezia, altro non si riservando che l'artiglieria delle
piazze di guerra, e la libertà di tutti i prigionieri fatti dall'armata
pontificia. In appresso i cardinali veneziani supplicarono il papa
d'accordare l'assoluzione alla loro patria a motivo che conformemente al
suo monitorio Venezia aveva ubbidito prima che spirassero i ventiquattro
giorni che egli le aveva assegnati. Ma il papa dichiarò che questa
ubbidienza invece d'essere intera era stata condizionale, che inoltre la
repubblica non aveva restituiti i frutti percetti durante la sua
usurpazione, e che perciò non poteva assolverla[487]. Per altro il
pontefice sospettoso cominciava ad essere spaventato dalla preponderanza
che gli oltramontani acquistavano in Italia; il suo orgoglio era
lusingato dalla sommissione di una repubblica temuta da' suoi
predecessori, e quando gli fu annunziato che un'ambasceria composta di
sei dei più distinti membri del senato offriva di venire a Roma a
chiedere grazia, non oppose ulteriori ostacoli; ed a dispetto delle
rimostranze di Lodovico e di Massimiliano, promise che all'arrivo di
questi ambasciadori leverebbe la scomunica e l'interdetto[488].
[487] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 433. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
321._
[488] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 434. — P. Bembi Hist. Ven., l.
VIII, p. 178-181. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 322. — Ann. Eccl.
Raynaldi, 1509 § 14, p. 68._
Intanto le città veneziane di terra ferma non erano più difese da veruna
guarnigione, e, vedendo al loro confini la formidabile armata de'
Francesi, si disponevano ad aprirle le porte. Quando i Veronesi ebbero
notizia della presa di Peschiera, spedirono deputati a Lodovico XII per
consegnargli le chiavi della loro città; ma il re di Francia le rifiutò,
indirizzandoli agli ambasciatori di Massimiliano che si trovavano nel
suo campo. Egli non era intenzionato di spingere più in là le sue
conquiste; le sue finanze erano di già probabilmente esauste, ed egli
era impaziente di licenziare l'armata e di tornare in Francia. La rocca
di Cremona aveva finalmente capitolato; la guerra rispetto a lui era
terminata: egli non aveva più che pretendere, ed i Veneziani non
sembravano la istato di resistere a coloro che volevano terminare la
divisione delle loro province.
Prima di abbandonare l'Italia, Lodovico XII desiderava di vedere
Massimiliano. Il cardinal d'Amboise andò a trovarlo a Trento il 13 di
giugno, e concertò, che i due monarchi avrebbero un abboccamento a
Garda, in sui confini dei due territorj che avevano allora conquistati.
Lodovico XII partì per trovarsi colà nel determinato giorno, e
Massimiliano si avanzò ancor esso fino a Riva di Garda; ma ossia che si
trovasse troppo male accompagnato per la sua sicurezza o per la sua
dignità, o pure che abbia avuto qualche altra ragione di cui faceva un
segreto, come di tutti i motivi della sua condotta, ripartì dopo due ore
da Riva, dichiarando di essere chiamato altrove dalle notizie ricevute
dal Friuli. Mandò al re il nuovo vescovo di Gurck, Matteo Langen, suo
segretario, per pregarlo di aspettarlo a Cremona. Lodovico XII, offeso
senza dubbio da questa mancanza di riguardi, e sapendo quanto si dovesse
dar poca fede alle promesse di Massimiliano, prese la strada di Milano,
e pochi giorni dopo tornò in Francia[489].
[489] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 436. — Fr. Belcarii, l. XI, p.
322. — Mém. du chev. Bayard, c. XXX, p. 75. — Mémoires de
Fleuranges, t. XVI, p. 50._
In questa guerra Massimiliano si era condotto come in tutte le altre.
Dopo la sottoscrizione del trattato di Cambrai, erasi trattenuto alcun
tempo in Fiandra per ottenere i sussidj di que' popoli; ma non appena li
ricevette che tutti li dissipò. Il papa desiderava di affrettare la sua
spedizione, affinchè l'armata dei Francesi non si trovasse sola in
Italia e padrona di tutto il paese; a tale oggetto gli aveva accordato
di prendere cento mila ducati sui fondi di riserva della crociata che si
era levata in Germania, ma che non poteva convertirsi in usi profani
senza l'autorità pontificia. Poco dopo gli aveva ancora mandato
Costantino Cominates con cinquanta mila ducati; Lodovico XII gli aveva
pagati cento mila ducati per la seconda investitura del ducato di
Milano, che aveva ricevuta recentemente: gli stati ereditarj
dell'Austria e quelli dell'impero gli avevano accordati dei sussidj. Ma
tanti fondi ammassati per la guerra erano di già consumati senza che
avesse in verun luogo adunato un'armata imperiale[490]. Massimiliano
protestava che la sua riconciliazione con Lodovico XII era senza
riserva. Nel suo passaggio da Spira aveva bruciato un libro nel quale
erano notate tutte le ingiurie che l'impero aveva ricevuto dai Francesi,
dichiarando di non volerne più conservare memoria. Aveva scritto da
Trento a Lodovico XII, ringraziandolo d'avergli fatto ricuperare tutte
le terre che i Veneziani avevano usurpate sopra di lui e de' suoi
antenati. Il tredici di giugno aveva convenuto col cardinale d'Amboise
che il re gli presterebbe cinquecento lance francesi per terminare la
guerra[491], e non pertanto niente ancora si effettuava. Massimiliano
non trovavasi nemmeno a portata di accettare le capitolazioni delle
città dello stato veneto che chiedevano di arrendersi.
[490] _Fr. Guicciardini l. VIII, p. 436. — Fr. Belcarii l. XI, p.
322._
[491] _Fr. Guicciardini l. VIII, p. 436._
Finalmente il vescovo di Trento scese in Lombardia con un piccolo corpo
di truppe tedesche, e ricevette la sommissione di Verona e di Vicenza.
Il 4 di giugno Leonardo Trissino, emigrato vicentino, si presentò a
Padova con soli trecento fanti tedeschi ed un araldo d'armi
dell'imperatore. Le porte della città gli furono subito aperte.
Treviso aveva ancor essa mandati deputati per sottomettersi a
Massimiliano, ma quando il popolo di quella città vide lo stesso
Trissino alle sue porte, senza forze, senza armi e senza veruna
decorazione, che potesse servire di guarenzia della protezione
imperiale, non dissimulò il suo rincrescimento di cambiare il dominio di
un senato italiano contro quello dei Tedeschi. Un calzolajo, chiamato
Marco Caligaro[492], riprodusse agli occhi del popolaccio lo stendardo
della repubblica e riunì i suoi concittadini, gridando _viva san Marco_!
I nobili, che per salvare i loro beni si erano affrettati di arrendersi,
videro i loro palazzi abbandonati al saccheggio. Leonardo Trissino e la
sua piccola scorta tedesca furono scacciati; si chiamarono dal campo di
Mestre settecento fanti italiani, che vennero introdotti in città; e
questo primo felice avvenimento, dopo tanti disastri, rincorò i
Veneziani siccome presagio di migliore avvenire. La prima città degli
stati di terra ferma che si attaccava alla sorte della repubblica quando
il senato risguardava il continente come affatto perduto, fu di nuovo
accolta con trasporti di riconoscenza. La signoria accordò agli abitanti
di Treviso l'esenzione delle imposte per quindici anni. I ruoli de'
contribuenti furono bruciati sulla pubblica piazza, ed il campo
veneziano che fino allora non aveva fatto che rinculare, si avanzò
nuovamente per prendere una forte posizione tra Marghera e Mestre[493].
[492] Caligaro, in dialetto veneziano, significa calzolajo.
[493] _Fr. Guicciardini l. VIII, p. 435. — Fr. Belcarii l. XI, p.
322. — P. Bembi Ist. Ven., l. VIII, p. 180. — Muratori An. d'Italia,
l. X, p. 46._