_Guerra dei Veneziani coi Turchi. Morte di Alessandro VI.
Elezione di Pio III e di Giulio II. Disastri del Valentino;
sconfitta dei Francesi al Garigliano. Tregua tra la Francia e la
Spagna._
1499 = 1504.
Le due più importanti rivoluzioni che potesse provare l'Italia,
l'espulsione della dinastia degli Sforza e quella della linea bastarda
di Arragona, la conquista del Milanese fatta dai Francesi e quella del
regno di Napoli fatta dagli Spagnuoli, si erano condotte a fine senza
che il più saggio e più potente stato d'Italia, senza che la repubblica
di Venezia potesse aver parte nell'una o nell'altra. Vero è che Venezia
trovavasi impegnata in un'alleanza nominale con Lodovico XII contro la
casa Sforza, ma senza per altro associarsi attivamente nella guerra. Non
era intervenuta al trattato di divisione del regno di Napoli a Granata;
non aveva difesa la casa d'Arragona, nè contribuito a balzarla dal
trono; e non aveva preso parte nella guerra, che quasi subito dopo era
scoppiata fra gli spogliatori. Fin dalla prima ritirata dei Francesi,
dopo la spedizione di Carlo VIII, la repubblica possedeva molte fortezze
nella Puglia, sulle coste dell'Adriatico; ma dalle mura di Trani, di
Monopoli, di Brindisi e di Otranto, i comandanti veneziani guardavano le
battaglie de' Francesi cogli Spagnuoli senza prendervi parte, osservando
una rigorosa neutralità. Certo non avevano veduto senza una viva
inquietudine gli oltramontani acquistare le due più ricche e più
popolate regioni dell'Italia; ma le pretese di Massimiliano sopra quelle
province, e le continue sue minacce, gli avevano costretti ad
acconsentire alla ruina di Lodovico Sforza, ed anche a concorrervi,
sperando che i Francesi, loro nuovi vicini, li difenderebbero, in caso
di bisogno, contro i Tedeschi. La pericolosa guerra, che di quest'epoca
dovettero sostenere coll'impero ottomano, fu cagione che non prendessero
parte negli affari di Napoli, e che lasciassero in quel regno balzar dal
trono un monarca italiano per sostituirvi un vicerè spagnuolo: tanto è
vero che l'Italia non soggiacque agli attacchi degli oltramontani che
per essersi questi tutti riuniti contro di lei sola; e che i Turchi,
sebbene nemici degli Spagnuoli, e che i Tedeschi, sebbene nemici dei
Francesi, contribuirono alle conquiste de' loro avversarj, perchè con
incessanti attacchi esaurirono quella nazione italiana, che sola avrebbe
dovuto far testa a tutti.
La guerra dei Turchi con Venezia aveva cominciato nello stesso tempo che
quella di Lodovico XII colla casa Sforza. Ella occupò dunque la
repubblica in tutto quello spazio di tempo la di cui storia è compresa
nei tre ultimi capitoli, e per tutto questo tempo impedì al più potente
degli stati italiani di potere opporsi all'ambizione de' Francesi, a
quella degli Spagnuoli, ed a quella di papa Alessandro VI e di suo
figliuolo. Bajazette secondo, il nono sultano ottomano, non era nè tanto
inquieto, nè tanto crudele quanto suo padre Maometto II, o quanto suo
figlio Selim. Il suo gusto per gli studj, per la filosofia e pel riposo
lo fece perfino tenere, in confronto degl'illustri guerrieri della sua
stirpe, per un principe neghittoso. Pure Bajazette II aveva sostenuto
una gloriosa guerra contro Cait-Bey, soldano dei Mamelucchi d'Egitto, e
contro i Croati ed i Valacchi. Egli aveva, siccome il suo predecessore,
allontanati i confini dell'impero ottomano, ed il terrore che aveva
inspirato questa costante successione di conquiste, non si era per anco
dissipato sotto il suo regno. La repubblica di Venezia, che confinava
colla Turchia per una lunga estensione di paesi, e che sola custodiva
contro di lei l'Italia e tutto l'Occidente, non entrava senza spavento
in una guerra col gran signore; e quando aveva un così potente nemico da
combattere, metteva da canto ogni altra rivalità; implorava i soccorsi,
e cercava di conciliarsi l'affetto di tutti i principi cristiani. Invece
di pensare ancora a tenere la bilancia in bilico tra di loro, il suo
primo oggetto era per lo contrario quello di tutti riunirli per la
comune difesa.
Varj motivi vengono da varj storici assegnati alla guerra che scoppiò in
sul finire del quindicesimo secolo tra Bajazette II e la repubblica di
Venezia. Forse tutti contribuirono ad accenderla o come cagione o come
pretesto. Bajazette, in seno alla pace, cercava d'indebolire i suoi
vicini, incoraggiando l'assassinio ai confini. La Dalmazia veneziana era
sempre infestata da bande armate di ladri che uscivano dall'Albania: nè
solo assalivano i mercanti ed i viaggiatori, ma saccheggiavano le
borgate, bruciavano i villaggi, conducevano gli abitanti in ischiavitù,
e gli sforzavano a riscattarsi con ricche taglie; e da tutti i porti
dell'impero turco uscivano nello stesso tempo pirati, che saccheggiavano
le coste ed interrompevano il commercio. Quando i mercanti veneziani
portavano le loro lagnanze a Bajazette, il sultano, invece di prendere
le difese di que' malfattori, dichiarava che li vedrebbe volentieri
castigati, e ch'egli confortava i suoi vicini a trattarli con estrema
severità. Frattanto le province, contro le quali era intenzionato di
portare in appresso le armi, venivano da prima così ruinate; la
popolazione fuggiva, ed all'ultimo riusciva impossibile il
difenderle[220].
[220] _Teodoro Spandugino Cantacuzeno dell'origine dai Turchi.
Presso Fran. Sansovino, l. II, f. 210, v. Ven. in 4.º 1568. — Alf.
de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 9, v._
Nello stesso tempo il sultano era sempre apparecchiato a porgere
orecchio ai traditori che offrivano di dargli in mano qualche fortezza
de' suoi vicini posta presso le frontiere. Una trama di tale natura fu
formata a Corfù, e Bajazette allestì un potente armamento per occupare
quell'isola così importante; ma fortunatamente il capitano della flotta
veneziana, che tornava di Candia, sia che segretamente avesse avuto
contezza dei traditori, o che il solo accidente lo abbia favorito, fece
imbarcare, passando a Corfù, tutti coloro che avevano trattato cogli
Ottomani, e rifece la guarnigione dell'isola. Bajazette non volle
lasciar sospettare che fosse stato prevenuto; condusse nella Bulgheria e
nella Valacchia l'armata che aveva adunata; nello stesso tempo spedì i
suoi luogotenenti a saccheggiare i monti della Chimera, i di cui
abitanti si mantenevano indipendenti, e conquistò il piccolo stato di
Giorgio Czernowitsch, in vicinanza di Cattaro. Ma sospettando che i suoi
disegni sopra Corfù fossero stati scoperti dal balivo di Venezia,
dichiarò di non voler più soffrire spie presso di sè, e scacciò il
balivo da Costantinopoli con tutti gli altri ambasciatori o residenti
de' principi cristiani[221].
[221] _And. Cambini Fiorentino, Dell'origine dei Turchi, presso il
Sansovino, l. II, f. 175. — Teod. Spandugino, ivi, f. 208._
Verso lo stesso tempo Niccolò Pesaro, ammiraglio della flotta veneziana,
incontrò una galera turca che ricusò d'ammainare le vele secondo la
cerimonia di pratica. Il Pesaro la colò a fondo. Il senato, inquieto per
questo atto di severità e pel rinvio del suo balivo, mandò a
Costantinopoli Andrea Zancani per regolare tutte queste differenze colla
Porta, e per ottenere dal sultano un nuovo trattato. Pareva che le
negoziazioni non incontrassero difficoltà. Bajazette non mostrossi
adirato e sottoscrisse il trattato che gli fu presentato
dall'ambasciatore. Ma questo trattato era scritto in latino, ed il
sultano riservavasi di protestare contro tutto ciò che potev'essere
espresso nella lingua degl'infedeli, ch'egli non intendeva. Lodovico
Sforza, che ancora aveva la signoria di Milano, e che sperava di
salvarsi con una potente diversione, gli aveva di quei tempi spediti
accorti negoziatori che lo esortavano ad attaccare la repubblica di
Venezia[222]. Bajazette II promise di farlo, e tenne la cosa
segretissima. E cominciò a fare grandiosi apparecchj, senza che si
sapesse contro quale provincia dell'Asia o dell'Europa erano destinati.
Credevano molti che volesse attaccare l'isola di Rodi, posseduta dai
cavalieri di san Giovanni di Gerusalemme. Quando i suoi apparecchj
furono terminati, l'irruzione di due mila cavalli turchi nel territorio
di Zara fu il principio delle ostilità; e nello stesso tempo tutti i
mercanti veneziani, stabiliti in Costantinopoli, furono posti in catene
e confiscate le loro proprietà. Trovavasi tra costoro Andrea Gritti, che
doveva uscire di prigione per terminare questa guerra e per salire dopo
alcun tempo sul trono ducale[223].
[222] _P. Bembi Hist. Ven., l. IV, p. 82. — Vettor Sandi Stor. civ.
Veneta, l. IX, c. VII, t. IV, p. 203. — Ann. Eccl. Rayn. 1499, § 5,
p. 480._
[223] _P. Bembi Ist. Ven., l. V, p. 91. — Vettor Sandi Stor. civile,
l. IX, c. VII, t. IV, p. 204. — Teod. Spandugino presso Sansovino,
l. II, f. 208, v._
La flotta ottomana, di cui Bajazette aveva dato il comando al sangiacco
di Gallipoli, e che gli storici veneziani pretendono che fosse composta
di dugento settanta vele, si avanzò in traccia de' Cristiani verso le
coste della Morea, nelle acque della Sapienza e di Modone. Dal canto suo
il senato di Venezia diede il comando di una flotta di cento quaranta
vele, con cui sperava di difendere i suoi possedimenti del Levante, ad
Antonio Grimani, gentiluomo che, fino all'età di sessantaquattro anni
cui era allora pervenuto, aveva goduta una costante felicità. La sua
famiglia, sebbene nobile, era assai povera; ma egli aveva in poco tempo
ammassate immense ricchezze. Sapevasi che possedeva più di cento mila
ducati in capitali o in numerario, oltre i poderi ch'erano
considerabili. Aveva costui esercitato il commercio con tanta
prosperità, che tutti gli altri mercadanti prendevano il di lui esempio
per norma delle loro speculazioni, comperando quando lo vedevano
comperare e vendendo quando lo vedevano vendere. Era stato ammesso in
senato, e dopo tale epoca aveva occupate le più luminose cariche della
repubblica, ed erasene mostrato degno colla sua eloquenza, colla sua
prudenza, col suo coraggio. Aveva maritate le sue figlie nelle
principali case di Venezia; aveva ottenuto da Alessandro VI, pel prezzo
di trenta mila ducati il cappello cardinalizio pel suo figliuolo
primogenito, ed in appresso dal senato il patriarcato d'Aquilea. Gli
altri suoi figli avevano ottenuto dalla repubblica onoratissimi
impieghi, ed egli stesso era rivestito della dignità di procuratore di
S. Marco; la prima dello stato dopo quella del doge. Aveva comandate non
senza gloria le flotte della repubblica nella guerra di Carlo VIII, e
conquistato Monopoli; e il suo ritorno da quella spedizione era stato un
trionfo. Pure aveva ricusato con non so quale spavento il comando che
gli veniva affidato contro i Turchi, quasi prevedesse che la lunga sua
prosperità stava per abbandonarlo; ma quando era stato forzato ad
addossarsi tanta responsabilità aveva mandato al tesoro pubblico, come
un dono patriottico, venti mila ducati per concorrere alle spese
dell'armamento della flotta ch'egli doveva comandare[224].
[224] _Chron. Ven. t. XXIV, Rer. Ital. p. 125-130 e seg._
La flotta veneziana incontrò in agosto presso Modone la flotta turca. La
prima aveva poco più che la metà meno delle vele dell'altra; anzi tra le
sue cento quaranta navi non vi erano che quarantasei galere; e tutti gli
altri bastimenti erano poco proprj ai movimenti militari. Dalla banda
dei Turchi non vedevasi che un prodigioso numero di navi male armate,
male governate, ed i di cui equipaggi, ignoranti e tolti di fresco
all'aratro, non sentivano veruna disciplina; e perciò i musulmani
temevano la battaglia non meno di quello che i cristiani la
desiderassero, nella ferma fiducia di uscirne vittoriosi.
Le due flotte manovrarono parecchi giorni l'una in faccia all'altra, ma
qualunque volta pareva che il Grimani si disponesse all'attacco, i
Turchi si ritiravano in Porto Longo. Nella loro flotta trovavasi un
vascello di enorme grandezza, della portata di quattro mila tonnellate,
il quale pareva sollevarsi in mezzo agli altri come una rocca. Era
comandato da Barach Raiz. Il 22 di agosto del 1599 questo vascello si
trovava in faccia a Chiarenta, alquanto lontano dagli altri, e fu subito
investito dalle due galere d'Andrea Loredano, e dell'Albanese d'Armier,
che attaccatesi a lui coi ramponi, vennero all'abordaggio. La zuffa fu
accanita, e senza che gli altri equipaggi vi prendessero parte, o perchè
tenuti distanti da una subita perfetta calma, come dicono alcuni, o
perchè il Grimani, invidiando la gloria del Loredano, come fu creduto
dai più, fosse contento di vederlo perire. Più di mille soldati
difendevano il vascello turco, e la battaglia pendeva ancora indecisa,
quando il fuoco s'appiccò ad uno de' tre bastimenti, e rapidamente
comunicossi agli altri due senza che potessero separarsi; così perirono
tutti e tre in mezzo alle acque. Quando il Loredano vide affatto perduto
il suo, taluno gli propose di salvarsi a nuoto; egli prese per tutta
risposta lo stendardo di San Marco che volteggiava sul ponte; _È sotto
quest'insegna, egli disse, che io sono nato, che ho vissuto e che voglio
morire_; e dicendo queste parole entrò tra le fiamme. Varie lance turche
circondavano i combattenti e raccoglievano le loro genti che si
gittavano in mare; ma i Veneziani, abbandonati dai loro compatriotti,
perirono quasi tutti[225].
[225] _Chron. Ven. t. XXIV, Rer. Ital. p. 104. — Sabellius Gunead.
X, l. IX, apud Rayn. 1499, § 9, p. 480. — Theod. Spandugino, f. 208,
presso Sansovino l. II, Imperio de' Turchi._
Finchè durò questa zuffa le due flotte si erano cannonate senza troppo
accostarsi; ma l'incendio delle navi del Loredano e del Darmier
scoraggiò tutti i Veneziani, i quali invece di desiderare la battaglia
come avevano fatto fin allora, cominciarono a temerla, ed il Grimani,
cedendo alle circostanze, si ritirò sulla Costa del Peloponneso. Colà
ebbe avviso che una flotta francese di ventidue galere, che Lodovico XII
aveva fatta armare a Genova per soccorrere i cavalieri di Rodi, e che in
appresso aveva offerta al senato quando seppe che Rodi non era
minacciata, stava ancorata a Zante. Il Grimani andò subito a
raggiugnerla e tornò colla medesima in cerca de' Musulmani. Pure
allorchè fu a vista della loro flotta, la stessa irrisoluzione, o la
stessa pusillanimità, ond'era stato incolpato precedentemente, lo
dissuase dall'attaccarli. Le due flotte si limitarono a ricambiarsi
alcune cannonate, ed i Francesi, soffrire non potendo questa timida
maniera di combattere, si congedarono dall'ammiraglio veneziano, e si
ritirarono[226].
[226] _P. Bembi Ist. Ven, l. V, p. 93. — Chron. Ven. t. XXIV, p.
103, 110. — And. Cambini, presso Sansovino l. II, f. 176._
Nello stesso tempo i Turchi avevano assediato Lepanto; ed il Grimani non
osò soccorrere quella città che si arrese quando vide allontanarsi la
flotta veneziana[227]. Il Grimani per ristabilire il suo nome fece dal
canto suo un tentativo sopra Cefalonia, ma senza successo. Allora
ricondusse la sua flotta a Corfù, e vi trovò Melchiorre Trevisani, che
il consiglio dei Dieci gli aveva mandato per successore, e che aveva
ordine di spedirlo a Venezia carico di catene per dare conto della sua
condotta. La bella flotta da lui comandata pareva ai Veneziani bastante
per distruggere quella dei Turchi, e fare in appresso la conquista del
Peloponneso e dell'Eubea; ed in ragione delle alte speranze che avevano
concepite, erano più inclinati a dare colpa della cattiva riuscita a
viltà, o a tradimento. Forse peraltro non calcolavano abbastanza i
progressi fatti dai Turchi nell'arte della guerra marittima, ed il
Grimani accostandosi ad una flotta di lunga mano superiore alla sua di
navi e di equipaggi, aveva conosciuto che più non trattavasi di una
moltitudine disordinata come supponevasi a Venezia. I pochi vantaggi
ottenuti dagli ammiragli che succedettero al Grimani, ed il trionfo
ch'era a lui riservato, quando nell'estrema sua vecchiezza di
ottantasette anni fu eletto doge di quella medesima repubblica che lo
aveva condannato, sono indizj della sua innocenza. Ma quando arrivò a
Venezia, troppo gagliarda era la prevenzione contro di lui perchè
potesse resistervi. Invano suo figliuolo, il cardinale Grimani, accorse
da Roma per riceverlo, e vestito pontificalmente portò le catene di suo
padre, e quando questi attraversò il ponte, e quando fu tradotto innanzi
al gran consiglio; la severità di quell'assemblea non si lasciò
addolcire. Ella aveva a sè richiamato questo giudizio, temendo che il
prevenuto non adoperasse un'illecita influenza sul consiglio dei Dieci,
sia colle sue ricchezze che colle aderenze della sua famiglia. Il
Grimani venne condannato alla relegazione nelle isole di Cherso e di
Ozero nel golfo del Quarnero: dopo alcun tempo fuggì da questo luogo di
esilio, e rifugiossi a Roma presso suo figlio cardinale[228].
[227] _Rayn. An. eccl. 1499, § 9 e 10, p. 480. — Theod. Spandugino,
presso il Sansovino l. II, f. 209._
[228] _P. Bembi Ist. Ven, l. V, p. 98. — Vettor Sandi l. IX, c. VII,
t. IV, p. 207. — Chron. Ven. t. XXIV, Rer. Ital. p. 124. — Rayn.
Ann. eccl. 1499, § 10, e 11, p. 481. — P. Giovio Vita di Antonio
Grimani. Ritratti l. V, p. 290._
Le truppe di terra non si comportarono meglio di quelle di mare. Il
Zancagno aveva avuto ordine di adunare le milizie dei confini della
Carniola, di porre in istato di difesa le rive dell'Isonzo, e di
stabilire il suo campo a Gradisca. Ma Scander bassà, sangiacco di
Bosnia, avendo condotti sull'Isonzo sette mila cavalli, il 29 di
settembre ne mandò due mila al di là del fiume. Il Zancagno non oppose
loro veruna resistenza, e tenne i suoi soldati chiusi in Gradisca. I
contadini, che vivevano in piena sicurezza dietro l'armata della
repubblica, furono presi da estremo terrore quando videro vicine quelle
barbare truppe; le rive della Piave e del Tagliamento furono
abbandonate, sebbene capaci di difesa. Numerose bande di fuggiaschi
lasciarono il Friuli; Treviso e la stessa Padova si salvarono in
Venezia, e la campagna fu ruinata fin presso alle Lagune. I Turchi, dopo
aver fatto un grosso numero di prigionieri, parte de' quali furono
uccisi prima di ripassare il Tagliamento, rientrarono ne' loro paesi,
senza aver trovato occasione di combattere[229].
[229] _P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 97. — Chron. Ven. t. XXIV, p.
116. — Vettor Sandi l. IX, c. VII, t. IV, p. 205, 206. — Ann. eccl.
Rayn. 1499, § 7 e 8, p. 480. — Theod. Spandugino l. II, f. 208._
In principio del 1500 i Veneziani, scoraggiati dalla cattiva riuscita
dell'ultima campagna, e desiderando di poter volgere tutta la loro
attenzione agli affari dell'Italia, le di cui rivoluzioni facevansi ogni
di sempre più importanti, spedirono a Costantinopoli per lagnarsi col
gran signore di essere stati attaccati senza precedente provocazione, e
per ripetere i loro mercanti fatti prigionieri in tutta l'estensione
dell'impero turco, e la restituzione di Lepanto; ma Bajazette rispose
loro che non accorderebbe la pace alla repubblica che a condizione che
questa gli cedesse Modone, Corone e Napoli di Malvasia, e si obbligasse
a pagargli l'annuo tributo di dieci mila ducati[230].
[230] _P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 100. — Chron. Ven. t. XXIV, p.
148. — Vett. Sandi Stor. civ. Veneta l. IX, c. VII, t. IV, p. 207._
Durante l'inverno la flotta turca si era divisa ne' due golfi d'Ambracia
e di Lepanto. Melchiorre Trevisani, che aveva preso il comando della
flotta veneziana, voleva impedire ai Turchi di riunirsi, ed a tal fine
occupava le acque di Corfù e di Cefalonia; ma i nemici ingannarono la
sua vigilanza e si riunirono presso al promontorio di Leucade; dopo di
che trovandosi più forti fecero dar a dietro i Veneziani. Daüth pascià
entrava nel Peloponneso con una formidabile armata, mentre che la flotta
turca attaccava dalla banda del mare le città di cui Bajazette aveva
chiesta la cessione. I Turchi furono respinti sotto Napoli di Malvasia e
sotto Zonchio, l'antico Pilos di Nestore; ma occuparono il sobborgo di
Modone, ed all'istante cominciarono l'assedio di quella città di tanta
importanza[231].
[231] _P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 102. — Chron. Ven. t. XXIV, Rer.
Ital. p. 122._
Girolamo Contarini fu sostituito nel comando della flotta veneziana a
Melchiorre Trevisani morto di malattia naturale sotto Cefalonia. Il
nuovo ammiraglio volle soccorrere Modone, ma avendo incontrata la flotta
turca presso Pilos l'attaccò con isvantaggio, perdette alcune galere, e
fu forzato a rifugiarsi a Zanto[232]. Pure perchè non sapeva risolversi
ad abbandonare gli assediati, si presentò per la seconda volta il nove
di agosto sotto Modone, non con intenzione di venir a battaglia, ma per
distrarre l'attenzione de' nemici, mentre che cinque galere, le più
leggieri al corso, entrerebbero in porto coi rinforzi e colle munizioni
destinate agli assediati. Parve che il suo disegno riuscisse, perciocchè
quattro delle cinque galere, attraversando la flotta turca, arrivarono
fino allo steccato che chiudeva il porto. Tutti gli abitanti di Modone
si affollavano verso le galere per iscaricarle più presto, e la stessa
guardia scese dalle mura in riva al mare. Del che avvedutisi i Turchi,
dierono in quell'istante l'assalto e superarono le mura. Invano gli
abitanti vollero fare resistenza; ma troppo tardi, essendo i musulmani
già scesi nelle strade. Pure nè i Greci nè i Veneziani, sebbene perduta
avessero ogni speranza, tentarono di fuggire, e, continuando a
combattere, furono quasi tutti uccisi sulla piazza, mentre che il fuoco,
appiccato dagli assalitori alle prime case, andava rapidamente
dilatandosi per tutta la città; ed in breve tempo l'incendio si fece
universale come la carnificina. Modone cadde in potere degli Ottomani;
ma omai più non vi erano nè edificj, nè abitanti[233].
[232] _P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 103._
[233] _P. Bembi hist. Ven. l. V, p. 103. — Rayn. Ann. eccl. 1500, §
11 e 12, p. 490, ex Sabellino Ennead X, l. IX. — Andrea Cambini
origine dei Turchi f. 176, e Theod. Spandugino f. 209, in Sansovino
l. II. — Alfonso de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 7. v._
Il terrore, che questa catastrofe sparse in tutta la Morea, consigliò
gli abitanti di Pilos e di Corone ad arrendersi senza fare resistenza.
Il generale turco attaccò in appresso Napoli di Malvasia: fece condurre
sotto le mura di quella città Paolo Contarini da lui fatto prigioniere a
Modone, e lo minacciò di condannarlo al più crudele supplicio se non
eccitava gli assediati ad arrendersi. Il Contarini cercò di parlare a
quegli abitanti, ma mentre gli arringava, vedendo che le sue guardie
distratte non lo tenevano d'occhio, spronò il suo cavallo, e
sottraendosi a loro, varcò con un salto la prima fossa delle
fortificazioni e giunse in città senz'essere colpito dai dardi o dalle
palle che i Turchi facevano piovere sopra di lui; e contribuì
potentemente alla difesa di Napoli dove si era rifugiato[234].
[234] _P. Bembi hist. Ven. l. V, p. 104. — Theod. Spandugino in
Sansovino l. II, f. 309, v. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I,
f. 8._
Il consiglio dei Dieci aveva incaricato Benedetto Pesaro del comando
della flotta veneziana. Questo nuovo capitano la trovò scoraggiata,
indebolita e dispersa da una burrasca che aveva sofferta. La riunì a
Corfù ed a Zante, vi ristabilì la disciplina, severamente gastigando gli
ufficiali che avevano mal fatto il loro dovere, ed in appresso la
condusse in traccia di quella dei Turchi; ma era in tempo che questi,
soddisfatti degli ottenuti vantaggi, si ritiravano a Costantinopoli. Il
Pesaro, rimasto padrone del mare, occupò Egina, saccheggiò Mitilene e
Tenedo, prese molte navi da trasporto della flotta turca, e condannò a
morte tutti i loro equipaggi, lasciandoli appesi alle forche piantate
sulle due rive dell'Europa e dell'Asia, affinchè tutte le navi che
attraversavano i Dardanelli vedessero gli effetti della sua crudeltà,
ch'egli credeva di giustificare col nome di rappresaglie. Prima di
lasciare quelle acque ridusse l'isola di Samotracia sotto il dominio
della repubblica[235].
[235] _P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 105. — Sabellicus Cunead X, l.
IX, apud Rayn. 1500, § 17, p. 492 — Theod. Spandugino f. 209._
La flotta che Ferdinando ed Isabella avevano armata a Malaga sotto gli
ordini di Gonsalvo di Cordova, e che destinavano a fare la conquista del
regno di Napoli, sebbene volessero ancora per qualche tempo nascondere i
loro disegni, era arrivata a Messina, indi passata a Zante, ove dietro
l'invito di Gonsalvo doveva trovarsi Benedetto Pesaro. Colà i due
generali furono di parere di attaccare l'isola di Cefalonia, ed
approfittando di un vento favorevole entrarono a forza ne' due porti di
quell'isola, sbarcarono le loro truppe e strinsero d'assedio la
capitale. Era questa difesa dall'epirota Gisdar, che sostenne il loro
attacco con valorosa costanza. Gli Spagnuoli soffrirono e fame e
malattie crudeli; ma diedero in quest'assedio una prima prova di quella
costanza e di quella confidenza nel loro capo che due anni più tardi
doveva a Barletta farli trionfare de' loro nemici. Finalmente Pietro
Navarra fece una larga breccia nelle mura di Cefalonia con una mina
caricata; la città fu presa d'assalto il 1.º di novembre del 1500, e la
guarnigione fu passata a fil di spada. Zonchio o Pilos si ricuperò
parimenti per sorpresa; ed il Pesaro avrebbe voluto attaccare anche
Modone, quando si seppe che i Turchi vi avevano mandati gagliardi
rinforzi; onde il Cordova dichiarò di essere costretto a ricondurre la
sua flotta ne' porti della Sicilia. Non pertanto, volendo la repubblica
mostrarsi grata ai di lui servigj, lo fece inscrivere nel libro d'oro
tra i nobili veneziani[236].
[236] _P. Jovii Vita M Consalvi l. I, p. 191, 192. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 8._
Il Pesaro continuò tutto l'inverno la guerra contro i Turchi. Prese o
distrusse molti loro vascelli che si stavano fabbricando alla Prevezza,
nel golfo d'Ambracia[237]; tentò di bruciare una parte della loro flotta
nel fiume di Loüs, ma venne respinto con molta perdita di gente[238];
finalmente accettò la sommissione d'Alessio che si arrese alla
repubblica. Dall'altra banda la città di Zonchio e di Durazzo furono di
nuovo prese dai Turchi: e tutti questi prosperi avvenimenti o perdite
venivano accompagnati da atroci crudeltà tanto per parte de' Cristiani
che dei Turchi. Si rendevano responsabili della sorte della guerra gli
sventurati abitanti, ai quali, benchè mal difesi dalle guarnigioni,
facevasi rendere conto, riprendendoli, dell'infortunio, cui davasi il
nome di ribellione; e rispetto ai soldati prigionieri perivano quasi
tutti in mezzo ai supplicj[239].
[237] _P. Bembi hist. Ven, l. V, p. 108._
[238] _Idem, l. V, p. 110._
[239] _P. Bembi l. V, p. 114. — Vettor Sandi l. IX, c. VII, t. IV,
p. 213. — Rayn. An. eccl. 1501, § 77, p. 528. — Theod. Spandugino f.
210._
I Veneziani, minacciati di perdere quasi tutti i loro possedimenti
d'oltremare, avevano chiesti soccorsi a tutti i principi della
Cristianità; tutti risguardavano tuttavia come un dovere la guerra
contro gl'infedeli; tutti convenivano intorno alla necessità di
soccorrere Venezia nella lotta disuguale in cui si era posta; pure
sembravano più disposti a salvare l'onor loro con un momentaneo
servigio, che a somministrare ai loro alleati una reale assistenza.
Alessandro VI fece armare venti vascelli, de' quali diede il comando a
Giacomo Pesaro, vescovo di Pafo, che li condusse in rinforzo della
flotta veneziana; ma il più efficace soccorso proveniente dal papa fu la
cessione del prodotto delle indulgenze vendute nello stato veneto, che
ammontò ad 80,000 ducati[240]. Il Ravenstein, governatore di Genova a
nome della Francia, condusse a Zante una flotta francese destinata a
secondare quella della repubblica; ma non era stata pagata che per tre
mesi, due e mezzo de' quali erano di già scorsi prima che giugnesse ne'
mari di Grecia, onde si ritirò senza rendere ai Veneziani verun
servigio. Anche una flotta portoghese comparve nello stesso luogo, ma il
suo comandante non volle prendere parte negli assedj, dichiarando di
avere soltanto ordine di porsi nella linea di battaglia de' Veneziani, e
si ritirò ancor essa quando vide che nel presente anno i musulmani non
sembravano intenzionati di venire a battaglia[241].
[240] _P. Bembi l. V, p. III. — Rayn. Ann. eccl. 1500, § 22, p.
494._
[241] _P. Bembi hist. Ven. l. VI, p. 121. — Theod. Spandugino f.
210._
Prima che terminasse l'anno, Filippo di Ravenstein ricondusse la flotta
francese in ajuto de' Veneziani; attaccò di concerto con loro l'isola di
Mitilene, ma l'indisciplina de' suoi soldati lo costrinse ad abbandonare
l'intrapresa quando era quasi sicura la vittoria[242]. Tutti questi
efimeri ausiliarj avevano probabilmente impedito alla Porta di far
uscire in quest'anno dai Dardanelli la sua flotta, ma non avevano
procurato veruno stabile vantaggio ai Veneziani. Lo stesso non deve
dirsi dell'attacco di Uladislao, re d'Ungheria e di Boemia, ai confini
de' Turchi; perciocchè le scorrerie degli Ungheri costrinsero Bajazette
II a mandare le sue armate verso il Danubio. Dal canto loro i Polacchi
cominciavano a porsi in movimento, ed il loro re aveva promesso alla
repubblica di Venezia di fare una diversione in di lei favore. La morte
di questo re impedì, a dir vero, la guerra della Polonia, ma la sola
voce de' suoi apparecchi era stata utile ai Veneziani[243].
[242] _P. Bembi hist. Ven. l. VI, p. 122. — Rayn. Ann. eccl. 1501, §
81, p. 530. — F. Jovii Epitome Hist. l. VIII, p. 156._
[243] _Ann. eccl. Rayn. 1501, § 84, p. 530._
Nel susseguente anno 1502 un nuovo, e più dei precedenti inaspettato,
ausiliario recò pure qualche sollievo alla repubblica. Fu questi Ismaele
Sofì, che armò la Persia contro Bajazette II, invase la parte
dell'Armenia soggetta ai Turchi, e richiamò in Asia le armi del
Sultano[244]. Il Pesaro, che aveva ricevuti alcuni soccorsi dai
cavalieri di Rodi, dal re di Francia e da Alessandro VI, volle
approfittarne per attaccare l'isola di Leucade o di Santa Maura, che fu
da lui conquistata[245]. Questa fu press'a poco la sua sola intrapresa
in quest'anno. I Turchi, distratti da due potenti diversioni in Europa
ed in Asia, più non diressero i principali loro sforzi contro la
repubblica. Ma questa, ancora atterrita dai passati pericoli, e temendo
di vedere ogni anno invaso il Friuli, e consumata la conquista del
Peloponneso, evitava di provocare maggiormente la collera del Sultano.
In sul finire di quest'anno la repubblica ricevette da Achmet, uno de'
Pascià di Bajazette II, alcune aperture di pace, che partecipò al re
d'Ungheria; e siccome questi non volle acconsentirvi, non ricusò di
trattare sola. Andrea Gritti, uno de' mercanti che i Turchi avevano
arrestati in principio della guerra, e che in allora trovavasi nelle
prigioni di Costantinopoli, trattò a nome della sua patria; avendo la
fortuna destinato questo uomo, che non era meno distinto per nobiltà,
per la bellezza della persona, e per la forza del suo corpo, che per i
militari e politici talenti, a conchiudere in tempo della sua prigionia
due de' più importanti trattati che facesse la repubblica. Il Gritti,
che alquanto più tardi acquistò tanta gloria nella guerra della lega di
Cambray, e che dopo riconciliò la sua patria colla Francia; che
all'ultimo, salito sul trono ducale, l'occupò quindici anni, e
sottoscrisse il trattato di pace che in principio del 1503 riconciliò la
repubblica di Venezia coll'impero turco, e che non fu rotto prima del
1537. I Veneziani restituirono Santa Maura o Leucade ai Turchi,
rinunciarono ai loro diritti sopra Lepanto, Modone e Corone, che avevano
perdute nel corso della guerra, ed ottennero invece soltanto la
restituzione delle private proprietà che dal sultano erano state
confiscate in principio della guerra[246].
[244] _An. eccl. Rayn. 1502, § 17, p. 536. — Bart. Senaregæ de reb.
Genuen. t. XXIV, p. 577._
[245] _P. Bembi hist. ven. l. VI, p. 129. — Rayn. An. eccl. 1502, §
21, p. 537._
[246] _P. Bembi hist. ven. l. VI, p. 132. — Vett. Sandi Stor. civ.
di Ven, l. IX, c. VII, t. IV, p. 214. — An. eccl. Rayn. 1503, § 2,
p. 539. — Fr. Guicciardini l. VI, p. 333. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gall. l. X, p. 281. — Theod. Spandugini Cantacuzeni: presso
Sansovino l. II, Imp. Turco, f. 211. — P. Giovio ritratti d'uomini
illustri l. VI, p. 368._
Questo trattato, che Andrea Gritti non portò a Venezia che in novembre
del 1503, fu ricevuto con esultanza dalla repubblica, sebbene
sanzionasse la perdita di alcune delle sue migliori fortezze possedute
in Levante. Ma finchè era durata la guerra, i Veneziani eransi trovati
in faccia ai principi cristiani loro vicini in uno stato di costante
umiliazione e d'inquietudine. Ora erano stati forzati ad assecondare gli
ambiziosi progetti di Lodovico XII, spesso a soffrire l'insolenza de'
suoi luogotenenti, talvolta a chiudere gli occhi sulle pratiche del duca
Valentino. Essi nè avevano potuto dar peso alle loro raccomandazioni, nè
far rispettare i proprj interessi; e lo stato di crisi in cui erasi
trovata l'Italia ne' precedenti anni, non pareva vicino a terminare. La
guerra di Napoli aveva accesa l'ambizione di tutti gli oltremontani, ed
i sovrani della Francia, della Spagna, della Germania, manifestavano più
apertamente che mai le loro pretese sulle province della penisola.
Il re di Francia non poteva darsi pace della perdita del regno, che così
rapidamente gli era stato rapito dalla mala fede del re cattolico. Egli
si doleva all'arciduca Filippo, che gli avesse legate le mani con una
ingannevole negoziazione di pace. Questi, che aveva lealmente trattato,
e che trovavasi investito de' più estesi poteri di suo suocero,
lagnavasi che il suo onore fosse stato crudelmente compromesso.
Ferdinando ed Isabella avevano da prima cercati pretesti per ritardare
la ratifica del trattato conchiuso dal loro genero; ma quando ebbero
sicuri avvisi de' vantaggi ottenuti da Gonsalvo di Cordova, ricusarono
assolutamente di sottoscrivere il trattato, accusando Filippo di avere
ecceduti i suoi poteri. Pure proponevano ancora altre negoziazioni per
ingannare di nuovo Lodovico XII[247]. Ma questo monarca, conoscendo
finalmente che con principi senza fede la sola forza può dare qualche
valore ai trattati, risolse di attaccare nello stesso tempo la Spagna
dalla banda di Bajona e di Fontarabia, e dalla banda del contado di
Rossiglione; di far guastare le coste della Catalogna e di Valenza da
una flotta francese, finalmente di mandare nel regno di Napoli un'armata
tale da restituirgli la perduta superiorità[248].
[247] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 306._
[248] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 312. — Jac. Nardi l. IV, p. 153. —
Fr. Belcarii Comm. l. IX, p. 271._
Il comando di quest'armata fu dato a Lodovico della Tremouille; e sotto
di lui doveva servire Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, quello
stesso che si era opposto ai Francesi a Fornovo, e che aveva comandata
l'armata veneziana spedita contro di loro nella Puglia. Il Balivo di
Bissì aveva avuta la commissione di levare e condurre gli Svizzeri. I
Fiorentini, i Sienesi, i principi di Ferrara, di Mantova e di Bologna
avevano promessi i loro contingenti; l'armata di La Tremouille doveva
contare mille ottocento lance, e circa diciotto mila fanti; doveva
secondarla una potente flotta, e non si erano mai veduti in Francia più
formidabili apparecchi[249]. Pure La Tremouille, prima d'ingolfarsi nel
regno di Napoli, voleva essere sicuro della condotta del papa e di suo
figliuolo. Ai timori renduti tanto legittimi dal loro carattere
aggiugnevasi da qualche tempo la diffidenza che ispirar dovevano le loro
contraddittorie negoziazioni; le insolenti pretese del papa, che voleva
perseguitare e spogliare de' suoi feudi Gian Giordano Orsini, sebbene
fosse sotto l'immediata protezione del re[250]; la licenza data agli
Spagnuoli di reclutare in Roma, e le non ignote pratiche del Valentino
con Gonsalvo di Cordova. Il Valentino, che aveva sotto i suoi ordini
cinquecento uomini d'armi, offriva di unirli all'armata francese, purchè
Lodovico XII gli sagrificasse non solo Gian Giordano Orsini, ma ancora
lo stato di Siena; ed i Francesi erano in procinto di sottoscrivere così
vergognoso trattato allorchè il Borgia ne propose uno meno ignominioso,
ma più pericoloso. Egli offriva il passo per lo stato della Chiesa,
conservando egli stesso una neutralità armata. Facilmente si
comprendeva, che sua intenzione era quella di dichiararsi a seconda
delle circostanze per opprimere i vinti; o pure che, malgrado le sue
promesse, mentre i Francesi sarebbero nel regno di Napoli, attaccherebbe
la Toscana da loro lasciata senza truppe[251]. Ma in mezzo a tali
progetti ed a tali speranze, il 18 di agosto, papa Alessandro VI fu
colpito da quasi improvvisa morte: il duca Cesare Borgia, suo figlio, ed
il cardinale di Corneto furono nello stesso tempo portati a Roma quasi
moribondi da una vigna in cui dovevano cenare con lui, ed il corpo di
Alessandro VI, copertosi di subito da negra spaventosa gangrena, diede
motivo a tutto il pubblico di sospettare, che il papa, il figliuolo ed
il commensale fossero vittime di un veleno apparecchiato dallo stesso
papa per un altro[252].
[249] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 313. — Jac. Nardi l. IV, p. 153. —
Mém. de la Tremouille t. XIV, ch. XI, p. 167. — P. Giovii V. M.
Consalvi l. II, p. 229._
[250] _Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 151, 154._
[251] _Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 155._
[252] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 314. — Raphael Volaterranus l.
XXII, apud Rayn. An. eccl. 1503, § 10, p. 540._
L'intera vita d'Alessandro Borgia era stata contraddistinta da tanti
delitti, ed egli si era per tanti titoli meritato l'odio di Roma,
dell'Italia e di tutta la Cristianità, che non è maraviglia che la di
lui morte si attribuisse a quegli stessi delitti cui aveva accostumata
la sua corte, e che si cercasse di trovare nel rapidissimo rovesciamento
della sua famiglia, e nel giusto gastigo della sua malvagità, una
conseguenza degli scellerati mezzi da lui praticati per accrescere la
sua fortuna. In tutto il corso del suo pontificato erasi veduto
Alessandro VI ricavare molto danaro dalle promozioni al sacro collegio,
che in forza delle costituzioni ecclesiastiche aveva il diritto di fare.
In undici promozioni aveva creati quarantatrè cardinali[253], e quasi
niuna di tali promozioni era stata gratuita. Da ognuna aveva ricavato
almeno dieci mila fiorini; quella di Francesco Soderini, fratello del
gonfaloniere di Firenze, era stata pagata ventimila: trentamila quella
di Domenico Grimani, figliuolo del procuratore di san Marco; ed altre
probabilmente un prezzo ancora maggiore. Ma pel papa non era gran cosa
la vendita di questa principalissima dignità ecclesiastica. I cardinali
da lui adoperati nell'amministrazione si arricchivano rapidamente; ed il
papa fu accusato di averne fatti perire moltissimi per usurpare le loro
eredità, e disporre nuovamente de' loro beneficj, che ricadevano alla
santa Sede. Questi erano, si diceva, i criminosi mezzi con cui il papa
suppliva alle enormi spese che richiedevano il mantenimento delle armate
del duca Valentino, il lusso della corte pontificia, le prodigalità di
Lugrezia Borgia, e il collocamento degli altri figli e nipoti di
Alessandro. Fu raccontato e creduto in tutta l'Italia, che il papa aveva
invitato il cardinale Adriano di Corneto ad un convito nella sua vigna
di Belvedere presso al Vaticano con intenzione di avvelenarlo, come
aveva altra volta avvelenati i cardinali di sant'Angelo, di Capoa e di
Modena, prima suoi zelantissimi ministri, poi vittime della sua
cupidigia; che il duca Valentino aveva mandato una bottiglia di vino
avvelenato al coppiere del papa, senza palesargli il mistero, facendogli
soltanto dire di non mandarla in tavola senza suo espresso ordine; che
nella momentanea assenza di questo coppiere, il suo sostituto avea dato
per errore di questo vino al papa, a Cesare Borgia ed al cardinale di
Corneto. Quest'ultimo disse egli medesimo molto tempo dopo a Paolo
Giovio, che, appena inghiottita tale bevanda, avea sentito nelle sue
viscere un ardente fuoco, che subito avea perduta la vista, ed in
appresso l'uso di tutti i sensi, e che dopo una lunga malattia, la sua
guarigione era stata preceduta dalla totale escoriazione della sua
pelle[254].
[253] _Onofrio Panvino Vita di Alessandro VI, p. 479._
[254] _P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 82. — Vita del card.
Pompeo Colonna, p. 358. — Ejusdem Vita M. Consalvi, l. II, p. 229. —
Fr. Guicciardini l. VI, p. 314. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l.
I, f. 31._
Gli scrittori contemporanei meglio informati e che più minutamente
parlarono di tale avvenimento, convengono rispetto alle circostanze.
Pure un giornale della corte di Roma e le lettere dell'ambasciatore
della casa d'Este sembrano provare che la malattia del papa durasse otto
giorni, che fosse giudicata febbre perniciosa e come tale medicata[255].
Inoltre non sappiamo con precisione l'epoca del banchetto nella vigna di
Belvedere: è probabile che avesse luogo il 10 di agosto; che la
malattia, prodotta dal veleno diviso in tre invece di essere preso da un
solo, abbia durato otto giorni, e che in tale tempo non gli si desse il
suo vero nome, per non accusare il papa e suo figlio ancora vivi ed
onnipotenti[256].
[255] _Muratori An. d'Ital. t. X, p. 15. — Rayn. An. eccl. 1503, §
11, p. 541._
[256] _P. Bembi Ist. Ven. l. VI, p. 133. — Jac. Nardi Ist. Fior. l.
IV, p. 157. — Scip. Ammirato l. XXVIII, p. 272. — Ist. di Gio.
Cambi, p. 194. — Orlando Malavolti Stor. di Siena p. III, l. VI, f.
112. — Fr. Belcarii l. IX, p. 272. — Onof. Panvino Vita di
Alessandro VI, p. 478. — Barth. Senaregæ de reb. Gen. t. XXIV, Rer.
Ital. p. 578._
Alessandro VI, il di cui solo nome ricorda tanti delitti e tante
infamie, dovette in tempo del suo pontificato pronunciare a nome della
Chiesa Romana molte decisioni che hanno ancora presentemente forza di
leggi. Perciò gli scrittori ecclesiastici cercano di provare, che a
fronte degli enormi suoi vizj egli non si slontanò mai un solo istante
dalla purità della fede[257]. Alessandro VI fu uno degl'istitutori
dell'ordine de' Minimi di san Francesco di Paola, ch'egli ratificò colla
sua bolla del 1.º di maggio del 1501, e di quello delle sorelle di Maria
Vergine, fondato da Giovanna di Valois, moglie divorziata di Lodovico
XII[258]. La Chiesa romana gli deve inoltre un'istituzione, che forse
più d'ogni altra contribuì a conservare la sua autorità contro gli
assalti della filosofia ed i progressi dello spirito, quella della
censura ecclesiastica dei libri. Alessandro VI, con suo breve del nove
di giugno del 1501, ordinò agli stampatori sotto pena di scomunica di
non istampare verun libro senza l'assenso degli arcivescovi o de' loro
vicarj ed ufficiali, ed ordinò a questi di far sequestrare e bruciare
ogni libro contenente dottrine eretiche, contrarie alla fede cattolica,
empie e malsonanti[259].
[257] _Raynaldi Ann. eccl. 1501, § 22, p. 511._
[258] _Idem, § 24, p. 511._
[259] _Idem, § 36, p. 514._
Il duca Valentino diceva al Machiavelli, che credeva di avere pensato a
tuttociò che potrebbe accadere nella circostanza della morte di suo
padre, e che a tutto aveva trovato rimedio; ma che mai non aveva pensato
che nella circostanza di tale avvenimento potrebbe egli medesimo
trovarsi mortalmente infermo[260]. Aveva contato che l'elezione del
nuovo pontefice sarebbe in gran parte del voler suo, dovendo, a suo
credere, conservarsi da lui dipendenti i cardinali nominati da suo
padre, ed in particolare gli otto Spagnuoli ch'egli aveva fatti entrare
nel sacro collegio. Aveva ridotta sotto la sua clientela quasi tutta la
piccola nobiltà degli stati romani, ed aveva in modo oppressata l'altra
nobiltà, che credeva di non aver che temere dalla medesima. Tutte le
fortezze tanto in Roma che nel suo territorio erano guardate dai suoi
soldati, e l'armata con cui faceva la guerra agli Orsini trovavasi
acquartierata ne' contorni di Roma. Ma d'altra parte egli si trovava
colpito appunto nell'istante in cui, incerto di decidersi per la corte
di Francia o per quella di Spagna, non poteva far capitale del favore
dell'una o dell'altra; anzi sentivasi nello stesso tempo stretto dalle
due armate nemiche: pure per quanto travagliato fosse dalla malattia,
non si lasciò scoraggiare. Mentre che il popolo affollavasi a San Pietro
con indicibile gioja per saziare la sua vista sul cadavere di Alessandro
VI, ed esprimere tutto l'orrore ond'era verso di lui compreso, Cesare
Borgia si tenne nel palazzo del Vaticano; entrò in trattato coi Colonna
che suo padre aveva spogliati de' loro feudi; loro restituì Chiazzano,
Capo d'Anzo, Frascati, Rocca di Papa e Nettuno, che Alessandro VI aveva
notabilmente fortificato, ed a tal prezzo comperò la loro
neutralità[261].
[260] _Macchiavelli del Principe c. VII, p. 259._
[261] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 315. — P. Giovio Vita del card.
Pompeo Colonna, p. 360. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 197. — Fr.
Belcarii Comm. Rer. Gall. l. IX, p. 273. — P. Jovii V. M. Consalvi
l. II, p. 229._
Il duca Valentino non aveva abbastanza soldati per potere vietare ai
suoi nemici l'ingresso in Roma, e contenere nello stesso tempo il popolo
che lo detestava. Era tornato in patria Prospero Colonna alla testa di
tutto il suo partito. Dal canto suo Fabio Orsini era rientrato in
possesso dei palazzi della sua famiglia a Monte Giordano; aveva fatte
saccheggiare le case e le botteghe de' cortigiani e de' mercanti
spagnuoli, così favoreggiati sotto il regno dell'ultimo papa, ed
altamente domandava la testa dello stesso Cesare Borgia in espiazione
del sangue di suo padre e de' suoi parenti che questo tiranno avea
versato. Le truppe del Valentino erano tutte acquartierate in Borgo e
ne' contorni del Vaticano; di modo che i cardinali, per non cadere nelle
loro mani, si adunarono nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva; ma
non si affrettarono di cominciare l'esequie del papa, che dovevano
durare nove giorni, e terminarsi prima del conclave[262].
[262] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 316. — Rayn. Ann. eccl. 1503, §
12, p. 541. — P. Bembi Ist. Venez. l. IV, p. 133. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 31, v. — Jac. Nardi l. IV, p. 156._
Fuori delle porte di Roma, e negli stati fin allora occupati dal
Valentino, le convulsioni politiche erano ancora più rapide. Gian Paolo
Baglioni si era associato a Bartolommeo d'Alviano, capitano della casa
Orsini, al servigio de' Veneziani. Col di lui ajuto era rientrato in
Perugia, aveva cacciata da Viterbo la fazione dei Gatti; da Todi quella
di Chiaravalle; ed aveva uccisi o svaligiati tutti que' cittadini
addetti ai due partiti, che gli erano venuti in mano. Fabio Orsini,
perseguitando in compagnia de' Savelli nel patrimonio di San Pietro
tutti i partigiani del Valentino, ed avendo ucciso un individuo della
famiglia Borgia, si lavò le mani e la bocca col di lui sangue[263].
Tutti i baroni romani avevano ricuperate le rocche loro tolte dal papa;
i Vitelli erano tornati in Città di Castello, Giacomo d'Appiano in
Piombino, il duca d'Urbino, ed i signori di Pesaro, di Camerino e di
Sinigaglia negli stati che avevano perduti[264]. Soltanto la Romagna non
si mosse, e si mantenne ubbidiente al duca Valentino. Le altre sue
conquiste erano più fresche; in quella di Romagna aveva avuto tempo di
far gustare i vantaggi del suo governo. Quest'uomo, tanto crudele e di
così perversi principj politici, ottimamente conosceva ciò che poteva
formare la felicità de' suoi sudditi; egli faceva fare tra di loro
rigorosa giustizia, e manteneva inviolabile la pubblica sicurezza. Tutte
le fazioni erano compresse; tutti i furti de' magistrati e de' principi
erano cessati; tutti gli uomini più distinti avevano nel Borgia un
illuminato protettore; i militari trovavano avanzamento nelle armate, o
nel comando delle rocche del duca; i letterati venivano riccamente
provveduti di benefici ecclesiastici: finalmente lo stato prosperava, e
verun Romagnuolo poteva senza timore figurarsi il ritorno de' piccoli
antichi signori[265].
[263] _Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 32._
[264] _Jac. Nardi l. IV, p. 156._
[265] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 316. — Macchiavelli il Principe,
c. VII, p. 259._
Lodovico de La Tremouille, che doveva avere il comando dell'armata
francese, era trattenuto in Parma da una malattia che più non gli
acconsentì di aver parte nell'impresa di Napoli. Gli era succeduto nel
comando il Marchese di Mantova come luogotenente del re; ma in fatto
quasi tutta l'autorità era nelle mani del balivo d'Occan e di
Sandricourt, perchè i Francesi sdegnavano di ubbidire ad un principe
straniero. Era quest'armata entrata in Toscana per la via di Pontremoli,
avanzando lentamente a motivo degli Svizzeri, che di mal animo
prendevano parte nelle disastrose spedizioni del regno di Napoli.
Finalmente attraversò lo stato di Siena, ed arrivò tra Nepi e l'Isola
nell'istante in cui i cardinali stavano per entrare in conclave. Il
primo ministro della Francia ed il favorito del re, il cardinale
d'Amboise, giugneva nello stesso tempo frettolosamente col cardinale
d'Arragona e col cardinale Ascanio Sforza, ai quali aveva renduta la
libertà, nella ferma fiducia che i loro suffragj sarebbero regolati dal
suo. Appoggiato da tutta la protezione del suo padrone, dalla libertà di
valersi a voglia sua de' tesori del re, e di una potente armata, giunta
presso le mura di Roma, credeva d'avere in pugno la tiara pontificia, e
subordinò alle sue personali viste le negoziazioni del gabinetto, ed i
movimenti dell'esercito francese. In particolar modo cercò il duca
Valentino, che dicevasi arbitro di tutti i voti de' cardinali spagnuoli;
e per guadagnarlo al suo partito non temette di scontentare gli Orsini
fin allora affezionati alla Francia. Il Borgia dal canto suo sentì che
l'armata francese era a lui più vicina che non quella di Spagna, e che
poteva fargli più bene e più male; onde troncò le negoziazioni
intavolate con Gonsalvo di Cordova per mezzo dei Colonna, ed il primo di
settembre sottoscrisse cogli ambasciatori francesi un nuovo trattato, in
forza del quale si obbligava a servire Lodovico XII con tutte le sue
forze nella guerra di Napoli; a condizione che quel monarca si rendesse
garante degli stati che ancora possedeva, e gli promettesse il suo ajuto
per riconquistare i perduti[266]. Gonsalvo di Cordova, quand'ebbe avviso
di questo trattato, ordinò a tutti i capitani spagnuoli che militavano
nell'armata del Borgia, di abbandonarlo per servire sotto le insegne
della Spagna, se non volevano farsi colpevoli di alto tradimento.
Quest'ordine privò il duca di Ugo di Moncade, di Girolamo Olorico, di
Pietro de Castro, di Diego Chignones, e di altri riputatissimi
ufficiali[267].
[266] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 317. — Jac. Nardi Ist. Fior. l.
IV, p. 157._
[267] _P. Jovii V. M. Consalvi l. II, p. 230. — Alf. de Ulloa Vita
di Carlo V, l. I, f. 32._
La cessione dei suffragj de' cardinali dipendenti dalla casa Borgia, non
formava un'esplicita condizione del trattato del Valentino, sebbene
fosse questo il principale motivo che aveva consigliato il cardinale
d'Amboise a sottoscriverlo. Ma questi cardinali, di cui si credevano
disponibili i voti, miravano assai più ai futuri loro vantaggi che a
mostrarsi riconoscenti de' passati beneficj. Desideravano in particolar
modo la propria libertà e quella della loro elezione; perciò non
acconsentirono di chiudersi in conclave finchè il cardinale d'Amboise
non ebbe promesso che l'armata francese non si avanzerebbe oltre Nepi, e
finchè Cesare Borgia non fu partito da Roma con dugento uomini d'armi e
trecento cavaleggieri per raggiugnere l'armata[268].
[268] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 318._
I cardinali non avevano ancora presi fra di loro gli opportuni concerti
per procedere ad una definitiva elezione. Giorgio d'Amboise non aveva
presso il conclave tutta l'influenza che si era ripromessa, ma sperava
di guadagnare col tempo nuovi partigiani; invece i suoi avversarj non
dubitavano che non perdesse qualche suffragio tosto che l'armata
francese sarebbesi allontanata da Roma: d'altra parte tutti i partiti
conoscevano egualmente quanto sarebbe pericolosa cosa per la libertà
loro e per l'indipendenza della Chiesa il protrarre il conclave in mezzo
a tanti militari movimenti. Tutti adunque convennero di scegliere per
papa un cardinale, di cui l'estenuate forze, e la conosciuta infermità
facevano prevedere vicina la morte. Fu questi Francesco Piccolomini,
nipote di papa Pio II, dal quale era stato fatto arcivescovo di Siena ed
in appresso cardinale. Questo decano del sacro collegio, che veniva da
tutti risguardato come uomo assai virtuoso, riunì i suffragj di
trentasette de' suoi fratelli, su trent'otto che si trovavano in
conclave. Fu proclamato il 22 di settembre, e coronato l'8 di ottobre
sotto il nome di Pio III[269].
[269] _Onof. Panvino Vita di Pio III, 219, Pontefice p. 481. — Fr.
Guicciardini l. VI, p. 318. — Rayn. Ann. eccl. 1503, § 13, p. 541. —
P. Bembi Ist. Ven. l. VI, p. 134. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p.
158. — Fr. Belcarii l. IX, p. 274. — Arn. Ferroni l. III, p. 54._
Dopo quest'elezione, l'armata francese, che non aveva più motivo di
trattenersi, passò il Tevere e proseguì il suo cammino verso il regno di
Napoli: ed il duca Valentino, che sempre era ammalato, e che si era
fatto portare in lettica a Nepi, si fece nello stesso modo riportare a
Roma, dove si afforzò nel Borgo con dugento cinquanta uomini d'armi,
altrettanti cavaleggeri, ed ottocento fanti. Gli Orsini, che sospiravano
l'istante di potersi vendicare di lui erano essi pure tornati in città
colle loro truppe, e si afforzavano in un altro quartiere. Avevano essi
chiamati Gian Paolo Baglioni e Bartolommeo d'Alviano, ed ogni giorno
venivano alle mani colla gente del Valentino. Nel momento in cui la
guerra andava a ricominciare, trattavano come condottieri per mettersi
al soldo dell'una o dell'altra potenza. La loro inclinazione li piegava
verso la Francia, e quest'inclinazione veniva accresciuta dalla loro
rivalità coi Colonna, che servivano nell'esercito spagnuolo. Ma il
cardinale d'Amboise gli aveva vivamente offesi col favore accordato al
Valentino: aveva in appresso mercanteggiati i loro servigj, come se non
facesse gran conto della loro assistenza, o credesse che per difendersi
dai Colonna gli Orsini sarebbero sempre obbligati a porsi anche senza
soldo sotto le insegne francesi. Bartolommeo d'Alviano, che aveva
lasciato il servigio della repubblica di Venezia per venire a Roma a
riunirsi alla sua famiglia, si sentì offeso da questa mancanza di
riguardi, e trattò con Gonsalvo di Cordova a nome di tutti gli Orsini,
promettendo di condurre ai servigj della Spagna cinquecento uomini
d'armi per sessanta mila ducati all'anno. Ma volle in contraccambio che
il Gonsalvo promettesse di rimettere i Medici in Firenze dopo finita la
guerra[270].
[270] _F. Guicciardini l. VI, p. 319. — P. Giovio Vita di Leon X, l.
II, p. 84. — P. Jovii V. M. Consalvi, l. II, p. 230._
L'ambasciatore di Venezia in Roma si adoperava per questa
riconciliazione degli Orsini cogli Spagnuoli, ed aveva prestato agli
ultimi il danaro necessario per fare il primo pagamento: in appresso gli
ajutò ancora a rappattumarsi coi Colonna, che militavano nella medesima
armata. Il Valentino, spaventato da questa coalizione, che suppose
diretta contro di lui, volle in allora uscire da Roma. Gian Giordano
Orsini non aveva fatto causa comune co' suoi parenti, ed aveva promesso
al cardinale di Roano che condurrebbe il Borgia sicuro fino all'armata
francese; onde il Borgia si mosse per andare a trovarlo a Bracciano; ma
nello stesso tempo Fabio Orsini e Gian Paolo Baglioni avevano attaccata
la porta del Torrione e l'avevano bruciata, indi erano entrati nel
quartiere del Valentino ed aveano caricati i di lui soldati con forze
molto superiori. Quando Cesare Borgia vide che la sua cavalleria
cominciava a fuggire, si riparò col principe di Squillace suo fratello
ed alcuni cardinali spagnuoli nel palazzo del Vaticano, di dove
coll'assenso del papa passò in castel Sant'Angelo. Il comandante del
castello era una creatura d'Alessandro VI, e non solo promise di
difendere il Borgia contro i suoi nemici, ma ancora di lasciare che si
ritirasse qualunque volta lo vorrebbe. Intanto l'armata del duca,
inseguita dagli Orsini e dal Baglioni, si dissipò interamente, ed i
brillanti sogni dell'ambizioso Borgia si dissiparono coll'armata[271].
[271] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 320. — Rayn. Ann. eccl. 1503, §
15, p. 542._
Pio III non ingannò l'aspettazione de' cardinali, che avevano calcolato
sopra un brevissimo papato; dopo ventisei soli giorni di regno, morì il
18 di ottobre in età di sessantaquattro anni e cinque mesi. Fin da
quando era stato eletto aveva in una gamba una piaga che poteva farsi
pericolosa; non pertanto si sospettò che fosse stata avvelenata per
commissione di Pandolfo Petrucci, tiranno di Siena, che temeva di
trovare in lui i risentimenti di un gentiluomo sienese, e quindi nemico
dell'ordine dei Nove, col di cui appoggio regnava Pandolfo[272].
[272] _Onof. Panvino Vite de' Pont. p. 482. — Or. Malavolti Stor. di
Siena, p. III, l. VII, f. 112, v. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V,
l. I, f. 32, v._ — Il Rainaldo non parla di questo sospetto di
veleno. _Ann. eccl. 1503, § 16-19, p. 542._
Durante il breve regno di Pio III i cardinali avevano prese migliori
misure; le diverse fazioni avevano conosciute le proprie forze; e quelle
che non isperavano di trionfare, avevano se non altro ottenuto di
vendere a più alto prezzo la loro adesione. Giorgio d'Amboise pel primo
era stato forzato di conoscere ch'egli non otterrebbe mai più la tiara,
ed in conseguenza impiegò i suffragj di cui poteva disporre a favore di
quel cardinale che al tempo della spedizione di Carlo VIII si era
totalmente dedicato agl'interessi della Francia. Era costui il cardinale
di San Pietro _ad vincula_, Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV,
il quale, per vendicarsi di Alessandro VI, suo personale nemico, aveva
chiamate le armi de' Francesi in Italia, ed, esigliato da Roma, era
quasi sempre vissuto alla corte di Francia. Possedeva questo cardinale
immense ricchezze e molti beneficj ecclesiastici de' quali poteva
disporre a favore de' suoi partigiani.
Alessandro VI, che lo detestava, aveva contribuito a procacciargli
riputazione di sincerità, replicatamente dichiarando di conoscere in lui
questa sola virtù in mezzo a vizj senza numero; e Giuliano approfittò
dell'universale confidenza che ispirava la sua sincerità per meglio
ingannare. Ognuno credeva così implicitamente alla sua parola ed alle
sue promesse, che moltissimi amici gli affidarono ogni loro sostanza e
tutti i loro beneficj ecclesiastici, ond'egli se ne valesse per
comperare partigiani. Il cardinale Ascanio Sforza, conoscendo assai
meglio che Giorgio d'Amboise lo spirito ambizioso ed inquieto del La
Rovere, vide che questo preteso partigiano della Francia era di tutto il
sacro collegio l'uomo più disposto a strappare il ducato di Milano dalle
mani de' Francesi per restituirlo alla sua famiglia. Finalmente il
Valentino, ridotto in così pericolosa situazione da non poter più
seguire le regole della consueta sua politica, prestò facile orecchio
alle promesse che aveva costume di sprezzare: suppose o volle supporre
che freschi beneficj potrebbero far dimenticare le vecchie ingiurie, e
il 29 di ottobre sottoscrisse col La Rovere un compromesso confermato
con giuramento, in forza del quale assicurò al cardinale i suffragj di
tutti i cardinali spagnuoli, mediante la promessa del gonfalone della
Chiesa, della conservazione di tutti i suoi stati, e del matrimonio di
sua figlia con Francesco Maria della Rovere, nipote del futuro papa. Con
questi varj trattati e con tutte queste pratiche l'elezione di San
Pietro _ad vincula_ era così bene concertata, che lo stesso giorno 31 di
ottobre in cui i cardinali entrarono in conclave, senza che si avesse
avuto il tempo di rinchiuderveli, proclamarono Giuliano della Rovere,
che prese il nome di Giulio II[273].
[273] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 321. — Jo. Burchardi Diar. Cur.
Rom. 2159. — Barth. Senaregæ de reb. Gen. t. XXIV, p. 578. — Jac.
Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 158. — Scip. Am. l. XXVIII, p. 272. — Fr.
Belcarii Com. l. IX, p. 275._
Ben furono necessarie grandi sventure per determinare il Valentino a
dare le voci di cui disponeva al suo più antico nemico. Ma in fatti dopo
la sconfitta della sua piccola armata intorno al Vaticano, la sua
potenza era quasi venuta al nulla. Le città della Romagna, che si erano
lusingate del suo ritorno, vedendo caduta la sua fortuna, avevano voluto
acquistarsi merito presso gli antichi loro padroni, dandosi
spontaneamente nelle loro mani. Cesena era tornata sotto l'immediato
dominio della Chiesa: a Imola era stato ucciso il comandante della
rocca, e la città era divisa tra i partigiani dei Riarj e quelli della
Chiesa. Forlì aveva aperte le porte ad Antonio Ordelaffi, erede della
famiglia che aveva regnato in quel piccolo stato prima che se ne
impadronisse Girolamo Riario. Giovanni Sforza era rientrato in Pesaro,
Pandolfo Malatesta in Rimini, di dove fu ben tosto scacciato da Dionigi
Naldo, soldato di Cesare Borgia. Faenza aspettò più lungamente il
Valentino che niun'altra città di Romagna; ma all'ultimo, perdendo la
speranza di vederlo ricuperare l'antica potenza, si diede a Francesco,
figliuolo naturale di Galeotto di Manfredi, il solo erede di una
famiglia, della quale tutti i legittimi discendenti erano stati uccisi
dal Borgia. Le rocche di tutte queste città non presero parte a queste
rivoluzioni e furono fedelmente custodite dai loro capitani a nome del
duca Valentino[274].
[274] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 322. — Scip. Ammirato l. XXVIII,
p. 272. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 157._
Ma ormai sembrava che la sorte della Romagna dovesse assai meno
dipendere dai voti del popolo, dai mezzi del duca Valentino, o dai
maneggi dello stesso papa, che dalle armi della potente repubblica, la
quale aveva sempre risguardata questa provincia come più particolarmente
sommessa alla sua influenza; la quale già da gran tempo dava pensioni ai
suoi piccoli principi, ed aveva pure conquistata qualche città. In
primavera di questo stesso anno Venezia aveva sottoscritto il suo
trattato di pace coi Turchi; Andrea Gritti, che lo aveva negoziato non
era peranco tornato da Costantinopoli, e di già la repubblica faceva
sentire a' suoi vicini, che le di lei forze più non erano compresse dal
terrore degli Ottomani; che i suoi consiglj più non erano esclusivamente
occupati intorno ai costanti progressi degl'infedeli, e che trovavasi
nuovamente in istato di farsi rispettare e temere. Giacomo Venieri, che
comandava a Ravenna, vi adunava ragguardevoli forze; si procurava
intelligenze in Cesena, ed all'ultimo tentò di sorprenderla; ma ne fu
respinto. Poco dopo Dionigi Naldo, più non isperando di vedere il duca
Valentino, e non si volendo assoggettare ai Manfredi, contro i quali si
era precedentemente ribellato, consegnò ai Veneziani le fortezze di Val
di Lamone, e persuase il comandante della rocca di Faenza a venderla ai
medesimi a prezzo d'oro. Queste due vendite non si trassero però dietro
la sommissione della capitale, perchè i suoi abitanti, irritati di
vedere che il comandante della rocca ed i contadini di Val di Lamone
pretendevano di disporre della sorte loro, si difesero ostinatamente, e
fecero in pari tempo domandare ajuto a Giulio II ed ai Fiorentini[275].
[275] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 322. — P. Bembi Ist. Ven. l. II,
p. 134._
Tutti gli altri piccoli principati di Romagna erano simultaneamente
attaccati dai Veneziani, ai quali aprirono le porte Forlimpopoli ed
altre diverse fortezze. Fano, che volevano sorprendere, si difese;
Rimini venne loro volontariamente abbandonato da Pandolfo Malatesta, che
loro chiese soltanto in cambio la signoria di Cittadella nello stato di
Padova, ed il grado di gentiluomo veneziano[276].
[276] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 323. — P. Bembi Ist. Ven. l. VI,
p. 135. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 32, v._
Giulio II, di fresco salito sulla cattedra di san Pietro, non ancora
abbastanza conosceva quali erano le sue forze, e non voleva affrettarsi
a dispiegarle. Pure non poteva vedere senza sdegno occuparsi dai
Veneziani le città dipendenti dalla Chiesa. I vicarj, che le possedevano
in addietro, ed il duca Valentino stesso, erano dalla loro debolezza e
dai giornalieri loro bisogni ricondotti alla dipendenza della santa
sede; ma la repubblica di Venezia, sempre potente e sempre ugualmente
formidabile, più non restituiva ciò che una volta aveva preso. Giulio II
che ancora non ardiva romperla con lei tentò le vie della persuasione.
Spedì il vescovo di Tivoli a Venezia, per lagnarsi degli affronti che il
senato gli faceva sul bel principio del suo pontificato, attaccando una
città della Chiesa, quando egli aveva sperato di potere far capitale
dell'amicizia della repubblica, che d'altronde credeva essersi meritata
col suo attaccamento ai di lei interessi quand'era ancora
cardinale[277].
[277] _Machiavelli Legaz. II (a Roma) t. VI, p. 400. — Leg. Lett.
XIII, p. 133. — P. Bembi Ist. Ven. l. VI, p. 136._
I Veneziani erano allora traviati da quella medesima ambizione, che loro
aveva fatta accettare la protezione di Pisa, la divisione del ducato di
Milano ed i porti del regno di Napoli: cercavano di dilatare il loro
dominio in Toscana, in Lombardia, e lungo le coste dell'Adriatico, senza
pensare che ogni conquista provocava contro di loro un nuovo nemico; e
non li trattenne il timore di aggiugnere agli altri anche il papa.
Perciò risposero con vaghe proteste d'amicizia, e coll'offerta di pagare
per Faenza lo stesso tributo che pagavano i precedenti vicarj;
rappresentavano nello stesso tempo, che da più secoli quella città più
non era sotto l'immediato dominio della Chiesa, e promettevano di essere
così fedeli vassalli quanto lo erano stato i Manfredi o il duca
Valentino. Mentre che in apparenza tenevano questo moderato linguaggio
le loro truppe andavano gagliardamente stringendo l'assedio di Faenza:
si erano accampate presso la Chiesa dell'osservanza, e cominciavano a
battere in breccia le mura della città. I Fiorentini, che in sulle prime
avevano mandato a Faenza un piccolo soccorro di dugento uomini, quando
non si videro assecondati dal papa non vollero entrar soli in così
pericolosa guerra; onde gli assediati abitanti, più non isperando di
potersi difendere, capitolarono il 19 di novembre a condizione che i
Veneziani corrisponderebbero al giovane Francesco Manfredi una pensione
annua di trecento ducati[278].
[278] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 324_, il quale dà per abbaglio al
giovane Manfredi il nome di Astorre. — _Jac. Nardi Ist. fior, l. IV,
p. 157. — Macchiavelli Legaz. II, lett. VII, VIII. IX, X e seg. p.
117. — Opera t. VI, p. 389 e seg. — P. Bembi Ist. Ven. l. VI, p.
136._
Dopo quest'epoca più non avendo la casa Manfredi ricuperata la sua
sovranità di Faenza, riputiamo conveniente cosa di riportare in
questo luogo una tavola cronologica del regno di questi piccoli
principi.
_an. C._
1334. Riccardo Manfredi, proclamato dal popolo
signore di Faenza e d'Imola.
{ { figli di Riccardo, si difendono
{ Giovanni { contro Clemente VI
1350. { {
{ Renieri { fino al 1358, nel quale sono
{ { scacciati dalla loro signoria.
1377. Astorre I di Manfredi rientra il 25 di luglio
per un acquedotto in Faenza, spalleggiato
dai Fiorentini, ed è riconosciuto
come Vicario di Faenza e d'Imola.
È costretto di vendere queste città a Baldassarre
Cossa, che lo fa decapitare il 28
di novembre.
1410. Giovanni Galeazzo Manfredi, figlio d'Astorre
I, rientra in Faenza il 18 di giugno.
Morto nel 1416.
1416. Guid'Antonio Manfredi, figlio del precedente,
signore di Faenza e d'Imola. Morto
il 18 giugno 1448.
{ Astorre II } { signore di Faenza.
{ } figli di { Morto il 2 maggio
{ } Guid' { del 1468.
1448. { Taddeo } Antonio { signore d'Imola, vende
{ } Manfredi { questa città a Girolamo
{ } { Riario 1473.
1468. Galeotto, figlio d'Astorre II, signore di
Faenza, ucciso da sua moglie il 31 maggio
del 1488.
1480. Astorre III, figlio di Galeotto, prigioniere
di Cesare Borgia il 22 aprile del 1501;
strozzato a Roma il nove luglio del 1501.
1503. Francesco di Manfredi, figlio naturale di
Galeotto, proclamato dagli abitanti signore
di Faenza in ottobre del 1503, si arrende
ai Veneziani il 19 novembre del 1503.
In allora i Veneziani avevano acquistato in Romagna, oltre i due
principati di Faenza e di Rimini, Monte fiore, sant'Arcangelo,
Verucchio, Porto Cesenatico e sei altre terre murate. Loro non sarebbe
stato difficile di occupare ancora Imola e Forlì, ma si rattennero per
non irritare soverchiamente il papa. Il duca Valentino altro omai non
possedeva che le rocche di Forlì, Cesena, Forlimpopoli e Bertinoro. Le
offrì al papa in deposito, affinchè non venissero in mano dei Veneziani;
ma questi, dice il Guicciardini, la di cui sincerità non era peranco
affatto corrotta dall'abitudine del potere, le ricusò per non esporsi in
appresso alla tentazione di mancare di parola[279].
[279] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 324._
Giulio II aveva fatte al Valentino onorate accoglienze, mostrando
esternamente una sincera riconciliazione; il 3 di novembre gli aveva
dato alloggio nel Vaticano, dove il duca era circondato da una
quarantina de' suoi ufficiali, e gli andava promettendo che nel primo
concistoro lo dichiarerebbe Gonfaloniere della Chiesa[280]. Cesare
Borgia, avvezzo alla prosperità, non aveva trovato nel suo spirito le
necessarie forze per giudicare le circostanze del suo presente stato.
Quest'uomo, che mai non aveva con chicchessia mantenute le sue promesse,
dava piena fede alla parola del suo più antico nemico, ed aspettava con
intera confidenza il gonfalone della Chiesa, che Giulio II aveva
promesso di dargli, protraendo fin dopo tale nomina la sua partenza alla
volta della Romagna. Pensava in allora di ragunare alcuni uomini d'armi
che lo aspettavano, di attraversare la Toscana, o forse di passare per
mare a Genova, di là in Lombardia, indi coll'ajuto de' suoi partigiani
soccorrere i castellani che avevano fedelmente custodite le fortezze.
Quando il Machiavelli, che in allora trovavasi in legazione a Roma, andò
il 5 di novembre a partecipargli l'intrapresa de' Veneziani contro
Faenza, il Borgia si alterò contro i Fiorentini, i quali con soli cento
uomini d'armi avrebbero potuto, volendolo, salvare tutti i di lui
possedimenti. Giurò che non dissiperebbe tra le mani de' banchieri di
Genova i danari che gli restavano, i quali ammontavano a più di dugento
mila fiorini, per difendere invano una città che stava per perdere; che
piuttosto darebbe egli stesso le sue fortezze ai Veneziani per avere la
soddisfazione di vederli in appresso attaccare Firenze e ruinarla. Pochi
mesi prima tali minacce avrebbero potuto fare una profonda impressione;
ma più non si conveniva al Borgia questo modo di parlare; e lo stesso
cardinale d'Amboise, che sempre lo proteggeva, e che lo risguardava come
un utile alleato della Francia, quando il Machiavelli gli riferì questo
discorso, si fece a dire: «Dio mai non lasciò verun peccato impunito, e
nemmeno perdonerà quelli di quest'uomo[281]».
[280] _Burchardus Diar. Cur. Rom. p. 2159._
[281] _Macchiavelli Leg. II, lett. IV del 6 di novembre, p. 110. Op.
lett. IX, t. VI, p. 390._
Il papa ancora non voleva mancare di parola al Valentino, pure
desiderava di sbarazzarsi presto di lui; e sebbene cercasse di
approfittare di quell'avanzo di credito che ancora gli restava per
difendere la Romagna contro i Veneziani, si rallegrava di vederlo
abbandonato da tutti i suoi amici. Egli, non meno che il cardinale
d'Amboise, lo aveva incoraggiato a chiedere un salvacondotto ai
Fiorentini per mandare la sua piccola armata ai confini della
Romagna[282]; ma non ebbe dispiacere che questo salvacondotto gli fosse
rifiutato; cercò soltanto di trattenere il duca con fallaci speranze di
un accomodamento coi Fiorentini per ridurlo a partire[283].
[282] _Macchiavelli ivi p. 397, lett. 10 novembre._
[283] _Ivi, p. 418, lett. del 18 novembre._
Finalmente il Valentino si pose in viaggio il 19 di novembre circa la
mezza notte con intenzione d'imbarcarsi ad Ostia e di farsi trasportare
con quattrocento o cinquecento uomini alla Spezia. Aveva ordinato di
trovarsi colà a settecento cavalli, che vi mandava per la strada della
Toscana[284]. Era questo precisamente l'istante in cui Faenza, stretta
dai Veneziani, stava in procinto di capitolare. Giulio II, spaventato
dai loro progressi, si persuase che il solo mezzo di farvi argine fosse
quello di farsi rilasciare le fortezze che tuttavia il Valentino
possedeva in Romagna. Il duca partendo aveva lasciata la corte di Roma
in potere de' suoi nemici, i quali tutti incoraggiavano Giulio II a
mancargli di fede, ed anticipatamente facevano plauso al gastigo d'un
uomo perfido dal papa detestato. Questi non oppose lunga resistenza alle
loro insinuazioni. Fece partire alla volta di Ostia il cardinale di
Volterra, fratello del gonfaloniere Pietro Soderini, per domandare al
Valentino la consegna di tutte le sue fortezze. I venti contrarj
ritardavano la partenza del duca, ed il Volterra lo trovò tuttavia in
Ostia il 22 di novembre; ma il Borgia, nell'istante medesimo in cui
intraprendeva un viaggio per tentare di riconquistare la Romagna, non
poteva rinunciare al suo titolo su quella sovranità, nè alle rocche che
ancora vi possedeva, e ricusò di prestarsi all'inchiesta del pontefice.
Giulio II, troppo orgoglioso e troppo irascibile per sopportare un
rifiuto, fece subito arrestare il Valentino, che rimase prigioniero in
faccia ad Ostia sopra una galera francese[285]. Si sparse ben tosto voce
che il papa l'aveva fatto gettare nel Tevere. Tutti applaudirono
anticipatamente a quest'atto di perfidia, e mostraronsi in seguito
dolenti, sentendo che non erasi eseguito[286]. Nello stesso tempo la
piccola armata del Valentino, comandata da Michele di Coreglia, era
giunta ai confini di Perugia e di Firenze, dove fu attaccata dalla gente
di Giovanni Paolo Baglioni, e svaligiata. Don Michele restò prigioniere
dei Fiorentini, che cedendo alle calde preghiere del papa glielo
consegnarono; e Giulio II si mostrò soddisfattissimo, che gli ultimi
mezzi che restavano a colui, al quale aveva promesso di perdonare,
fossero finalmente distrutti[287].
[284] _Macchiavelli Leg. II, p. 424, lett. del 19 di novembre._
[285] _Macchiavelli Legaz. a Roma, 23 e 24 novembre t. VI, p. 440._
[286] _Ivi lett. del 16 di novembre t. VI, p. 448. — Fr. Belcarii l.
IX, p. 276._
[287] _Macchiavelli Legaz. a Roma. Lett. del 1.º dicembre, p. 462. —
Fr. Guicciardini l. VI, p. 325. — Jac. Nardi l. IV, p. 158._
Per grande che fosse l'odio che Giulio II nutriva in fondo al cuore
contro il Valentino, mai del tutto non dimenticò che gli andava debitore
della tiara, e che gli aveva promessa la sua riconoscenza. Lo fece
condurre al palazzo del Vaticano, e sempre insistendo per avere un
ordine diretto ai suoi castellani, di consegnargli le loro rocche, gli
mostrò tali riguardi, che da lui non si aspettavano. E con tali mezzi
almeno apparentemente vi riuscì. Il 2 di dicembre il Valentino
sottoscrisse l'ordine che gli si chiedeva, e Pietro d'Oviedo, uno de'
suoi luogotenenti, incaricato di recarlo, partì alla volta della
Romagna, onde farlo eseguire. Dopo ciò il Borgia ebbe maggiore libertà,
ed il papa promise di lasciarlo partire per la Francia, tostocchè avesse
notizia dell'ingresso delle truppe pontificie nelle rocche della
Romagna[288].
[288] _Macchiavelli Legaz. alla Corte di Roma lett. del 2 di
dicembre, p. 468._
Nelli stesso tempo, e quasi in su le porte di Roma una più importante
lite decideva del destini dell'Italia ed in qualche modo di quelli
dell'Europa. Le due potenti armate dei Francesi e di Gonsalvo di Cordova
trovavansi in faccia l'una all'altra su le rive del Garigliano; si
aspettava ad ogni istante una battaglia generale, che le continue piogge
facevano di giorno in giorno differire; la fortuna tenevasi in bilico,
ed in tale stato di ansiosa incertezza, nè il papa, nè i Fiorentini
osavano di fare novità. Su gli altri punti la guerra tra le due
monarchie non aveva prodotto verun grande avvenimento. L'armata francese
che si avanzava a traverso della Guascogna si era tosto dispersa per
mancanza di danaro e per l'imprudenza di colui che ne aveva il comando;
la flotta, dopo avere minacciate senz'effetto le coste della Catalogna,
erasi chiusa nel porto di Marsiglia; l'armata del Rossiglione erasi
trattenuta all'assedio di Salses, posto alle falde de' Pirenei, e dopo
di avere consumati quaranta giorni sotto quella piazza, che
valorosamente si difese, erasi ritirata all'avvicinarsi dell'armata di
Spagna comandata dallo stesso re. Frattanto Federico, titolare re di
Napoli, cui Lodovico XII e Ferdinando promettevano egualmente di riporre
in trono, aveva tra di loro negoziata una tregua di cinque mesi, nella
quale non era compresa l'Italia intera; egli dava fede alle loro parole,
e non si accorgeva che ambidue i re cercavano di cancellare la vergogna
del precedente tradimento, senza rinunciare ai frutti che ne avevano
raccolti[289].
[289] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 326. — Macchiavelli Legaz. a Roma,
t. VI, p. 447, lett. del 24 novembre._
Ma l'armata francese, che il cardinale d'Amboise aveva così lungamente
tenuta presso di Roma per esercitare maggiore influenza sul sacro
collegio, aveva in appresso presa la via di Napoli, sotto gli ordini del
marchese di Mantova. Quest'armata, in numero superiore d'assai a quella
che poteva opporle il Gonsalvo, era stata abbondantemente provveduta di
danaro e di vittovaglie dalla antiveggenza del re; e soltanto la
fanteria svizzera, che ne formava una parte essenziale, non era stata
scelta con tanta cura come nelle precedenti spedizioni, e perciò era più
debole assai di quella che aveva servito nelle precedenti armate. Gli
uomini d'armi francesi più non volevano assoggettarsi a verun ordine o
disciplina dopo che più non erano comandati da La Tremouille; il loro
orgoglio si trovava offeso dell'averla il re assoggettata ad un generale
italiano; ed il marchese di Saluzzo, il balivo d'Occan, e Sandricourt,
suoi luogotenenti generali, erano poco d'accordo tanto tra di loro
quanto col loro capo[290].
[290] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 328. — Jac. Nardi Ist. Fior. l.
IV, p. 157. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. II, p. 231. — Alf. de
Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 33._
In tempo delle affrettate marcie e nel caldo delle battaglie,
l'indisciplina francese era difficilmente osservabile; ma diventava
particolarmente pericolosa nelle zuffe degli avamposti, e qualunque
volta le operazioni si traevano in lungo. Perciò la lenta marcia
dell'armata francese a traverso all'Italia, ed il suo lungo soggiorno
presso Roma, avevano avuta la più fatale influenza sulle disposizioni
de' combattenti. Pure non fu che quando si videro cominciare le piogge
dell'autunno, che in quest'anno furono assai più lunghe e più ostinate
che all'ordinario, che si potè conoscere quanto la personale ambizione
del cardinale d'Amboise, e le sue pratiche per salire sul trono
pontificio fossero riuscite pregiudicevoli alla Francia. La campagna
aveva cominciato con abbastanza felici auspicj. Il marchese di Saluzzo,
dopo avere valorosamente difesa Gaeta cogli avanzi dell'armata che in
primavera era stata sconfitta a Cerignole, aveva riconquistato il ducato
di Trajetto, e la Contea di Fondi fino alle rive del Garigliano, ed indi
aveva raggiunta l'armata del marchese di Mantova tra Pontecorvo e
Cepperano.
Gonsalvo di Cordova aveva stabilito il suo quartier generale a san
Germano con intenzione di difenderne il passaggio, protetto dalle due
fortezze di Rocca-Secca e di Monte Casino. Un capitano spagnuolo,
chiamato Vitalba, erasi chiuso in Rocca-Secca, ed avendo valorosamente
respinti due assalti dati dall'armata francese, tenne a cagione della
sua resistenza sette giorni i Francesi nelle vicinanze di Pontecorvo. Il
paese era ruinato, nè bastava a provvederli di vittovaglie, e le
continue piogge inondavano i loro quartieri. All'ultimo, dopo avere
sofferta la fame e l'umidità, abbandonarono l'assedio di Rocca-Secca, ed
il progetto di forzare il passo di san Germano, e ripiegando sulla loro
destra a scirocco delle montagne di Fondi, tentarono d'entrare nel regno
per la strada che costeggia il mare; e s'inoltrarono così fino alla
torre posta al passo del Garigliano, dove credesi che anticamente fosse
fabbricata la città di Minturno. La sponda del fiume, più alta dal canto
loro che dall'opposta parte, riusciva vantaggiosa per gettare un ponte;
e mentre stavano costruendolo si trovavano in un paese amico. Essi
possedevano le città di Gaeta, Itri, Fondi e Trajetto, e la loro flotta,
padrona del mare, poteva tenerli provveduti di vittovaglie fino alla
foce del fiume. Gonsalvo di Cordova, a dir vero, senza lasciarsi
scoraggiare da queste sfavorevoli circostanze, venne immediatamente ad
occupare l'opposta sponda del Garigliano, ed a contrastare il terreno ai
lavoratori francesi; ma questi, coperti dalle loro batterie, il 5 di
novembre terminarono il ponte a fronte dell'opposizione del
Gonsalvo[291].
[291] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 327. — Macchiavelli Legaz. a Roma,
lett. del 10 di novembre, p. 394. — Sabellicus Ennead. XI, apud
Rayn. Ann. 1505, § 15, t. XX, p. 4. — P. Jovii Vita M. Consalvi l.
II, p. 233. — Alf. de Ulloa l. II, f. 34._
Quando ebbero stabilito il loro ponte, i Francesi attraversarono il
Garigliano senza incontrare gagliardi ostacoli, e s'impadronirono di
alcuni pezzi d'artiglieria abbandonati dagli Spagnuoli sull'opposta
riva. Ma il Cordova non si era ritirato che un miglio a dietro, e,
tagliando il basso piano alla sinistra del fiume con una profonda fossa,
che ben tosto si trovò piena di acqua, aveva innalzato in riva alla
medesima assai migliori fortificazioni che non erano quelle che aveva
dovute abbandonare al Garigliano. Non potendo i Francesi passare oltre,
lasciarono soltanto una guardia avanzata sulla sinistra del Garigliano e
tornarono al consueto loro quartiere. Don Pietro de Paz, il più
fortunato cavaliere dell'armata spagnuola, sebbene la sua piccola e
contraffatta presenza non annunciasse verun vigore nè di animo nè di
corpo, tentò di sorprendere il barone di Sandricourt, che aveva il
comando della guardia avanzata: egli è senza dubbio a questo attacco che
devesi riferire l'impresa alquanto romanzesca che il _leale servitore_
racconta del suo padrone Bajardo, allorchè dice, che questi tutto solo
fece testa a dugento cavalli spagnuoli, e difese contro di loro il ponte
del Garigliano[292]. Comunque andasse la bisogna, in questa
sanguinosissima scaramuccia, Fabio figlio di Paolo Orsini, giovane
capitano che degnamente si avanzava sulle orme di suo padre, fu ucciso;
i Francesi rimasero padroni del ponte, ma conobbero la necessità di
afforzarvisi, onde porsi al coperto dagli attacchi del nemico[293].
[292] _Mém. du chev. Bayard t. XV, ch. XXV, p. 45._
[293] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 327._
Il paese che stendesi al sud-est del Garigliano è pantanoso e quasi
deserto; i soldati del Cordova erano perciò ridotti a starvi quasi allo
scoperto in mezzo al fango mentre che le continue piogge inondavano il
paese. L'opposta riva era più coperta assai di abitazioni e per
conseguenza il quartiere de' Francesi assai migliore; ma in cambio i
loro corpi sembravano meno proprj a soffrire le intemperie del clima e i
loro animi meno tolleranti. Mentre il Gonsalvo riteneva tutte le sue
truppe con inalterabile costanza entro un miglio di raggio intorno alla
testa del ponte de' Francesi, questi, che avevano le loro truppe sparse
fino a Fondi ed Itri ad otto miglia di distanza, sostenevano con pena la
pioggia, le privazioni, e le cattive stazioni[294].
[294] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 327. — Macchiavelli Legaz. alla
Corte di Roma, lett. del 10 di novembre e seguenti giorni, p. 400
ec. — Fr. Belcarii Com. l. X, p. 278. — P. Jovii Vita M. Consalvi l.
II, p. 234. — Alf. de Ulloa l. I f. 34, v._
Forse un più rischioso e più ubbidito generale, che non era il marchese
di Mantova, avrebbe attaccati gli Spagnuoli per uscire da così difficile
situazione; forse avrebbe cercato di cambiare il teatro della guerra, e
di uscire da que' pantani renduti dalle piogge impraticabili. Ma la sua
superiorità stava tutta negli uomini d'armi francesi e nell'artiglieria,
mentre che la sua fanteria era di lunga mano inferiore a quella degli
Spagnuoli; la sua cavalleria non avrebbe potuto liberamente muoversi
nelle inondate pianure al di là del Garigliano, ed i suoi cavalli
d'attiraglio non avrebbero potuto trarre dal fango l'artiglieria;
altronde se il tempo tornava sereno, questo stesso piano gli offriva il
più vantaggioso campo di battaglia per agire contro gli Spagnuoli; ed
aveva pochi giorni prima sperimentati gl'inconvenienti della guerra tra
le montagne. Quanto più le piogge avevano continuato, tanto più
lusingavasi il marchese di Mantova di vederle bentosto terminare. I suoi
quartieri erano migliori, le sue truppe meglio alimentate, ricco il suo
tesoro, mentre che al Gonsalvo mancava ogni cosa; credeva perciò di
poter aspettare più pazientemente che gli Spagnuoli; e pareva
dimostrato, che colui che più lungamente sosterrebbe gl'inconvenienti di
questa situazione sarebbe vittorioso[295].
[295] _Macchiavelli Legaz. alla Corte di Roma, lett. XIII a XXVIII,
p. 398 a 470. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. II, p. 235._
Ma i Francesi, tormentati dall'umidità da cui non si potevano salvare,
dal deperimento de' loro cavalli, dalle malattie e più di tutto dalla
noja, attribuivano ai loro generali tutte le intemperie del clima.
Sandricourt accusava il marchese di Mantova di timidità e di lentezza;
ed in una numerosa adunanza aveva detto, ch'era ben cosa strana che in
tutta la nobiltà francese il re non avesse trovato un solo uomo che
sapesse guidarla, invece di assoggettarla ad uno di quegli Italiani,
ch'egli additò coll'ingiurioso epiteto dato abitualmente dai soldati a
tutta la nazione. Questo motto così offensivo pel Gonzaga venne
applaudito da tutti i Francesi. Il marchese di Mantova più non otteneva
ubbidienza nè regolarità di servizio; i commissarj dei viveri,
credendosi tutto permesso sotto un capo così poco rispettato, rubavano
al soldato con impudenza e lo lasciavano esposto a tutti i bisogni. Il
marchese di Mantova, più nulla sperando da un'armata da cui non poteva
farsi temere, sentendo offeso l'onor suo, e non volendo addossarsi la
responsabilità de' funesti avvenimenti che prevedeva, colse il pretesto
di una leggiera febbre quartana, che lo travagliava, per abbandonare il
1.º di dicembre il comando dell'armata e ritirarsi ne' suoi stati[296].
[296] _P. Jovii Vita M. Consalvi l. II, p. 235. — Macchiavelli
Legaz. alla Corte di Roma, lett. del 2 di dicembre, p. 470. —
Belcarius Comm. Rer. Gal. l. X, p. 278. — Arn. Ferroni l. III, p.
55._
Le piogge, le nevi, i perversi tempi continuavano sempre con una
costanza che non pareva doversi supporre nel clima della Campania
felice. L'armata francese si andava indebolendo per le malattie e per le
diserzioni; molti cavalieri, molti soldati, che tollerare non sapevano
tanti patimenti e tanto ozio, si allontanavano dal campo con congedo, o
senza; ed i ladronecci dei commissarj de' viveri andavano raddoppiando
le privazioni di coloro che restavano al campo. Gonsalvo di Cordova,
sebbene la sua situazione sembrasse ancora peggiore, aveva saputo farla
dimenticare ai suoi soldati colla confidenza che loro aveva inspirata;
altronde egli aveva ricevuti i rinforzi condottigli da Bartolommeo
d'Alviano con tutti gli Orsini, mentre che Giampaolo Baglioni, che nella
stessa epoca si era posto al soldo de' Francesi, mai non aveva loro
condotta la sua compagnia. Il Gonsalvo contava nel suo esercito
novecento uomini d'armi, mille cavaleggeri e novemila fanti spagnuoli.
Con queste forze si dispose finalmente ad offrire la battaglia invece di
aspettare che i Francesi lo attaccassero; e dopo essere rimasto
cinquanta giorni nello stesso luogo in faccia al nemico, incaricò
Bartolommeo d'Alviano di gettare durante la notte un ponte di barche a
Sugio quattro miglia al di sopra del campo francese.
Il ponte degli Spagnuoli si fece senza incontrare opposizione nella
notte del 27 di dicembre, e Bartolommeo d'Alviano occupò il villaggio di
Sugio. Ne fu però subito portato l'avviso al quartier generale de'
Francesi; ed Ivone d'Allegre tentò invano con un impetuoso attacco di
cacciare l'Alviano al di là del fiume, mentre che la cavalleria
francese, sparsa in tutto il vicino paese, adunavasi tumultuariamente
intorno al marchese di Saluzzo. Questi non tardò ad avvedersi che il
Gonsalvo aveva passato il fiume sul ponte dell'Alviano col suo corpo di
battaglia, e che una retroguardia, lasciata in faccia ai Francesi,
attaccava la testa del loro ponte. Vedendo di non potersi mantenere
nella sua posizione, nè difendere lungamente il passaggio del fiume
colla poca gente che aveva ragunata, abbandonò prima che facesse giorno
la torre del Garigliano per ripiegare sopra Gaeta dopo di avere rotto il
ponte, lasciando nel suo campo nove grossi pezzi d'artiglieria, la
maggior parte delle munizioni e moltissimi soldati ammalati o
feriti[297].
[297] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 330. — Sabellicus Ennead. XI, l.
II, apud Rayn. Ann. eccl. 1503, § 16, t. XX, p. 4. — Belcarius Rer.
Gall. Comm. l. X, p. 279. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p.
238._
Il Gonsalvo, avvisato della ritirata dei Francesi, mandò loro dietro
Prospero Colonna, per ritardare la loro marcia. I Francesi camminavano
in buon ordine, avevano mandata innanzi l'artiglieria, cui teneva dietro
la fanteria, ed in coda stava la cavalleria, che quasi sempre era alle
mani col nemico che la inseguiva. Tenevano con quest'ordine la strada
lungo la riva del mare, facendo alto a tutti i ponti, a tutti i passi
angusti per dar tempo all'armata di sfilare. Ma la retroguardia di
Gonsalvo, lasciata alla torre del Garigliano, avendo raggiunte le barche
che i Francesi avevano abbandonate alla corrente dopo tagliato il ponte
di battelli, rifece ben tosto questo ponte; passò immediatamente il
fiume, prendendo via più retta verso il Molo di Gaeta, e trovossi ben
tosto in sul fianco ed ancora più avanzata dei Francesi. L'armata degli
ultimi, giunta al ponte che trovasi a poca distanza di Molo, si fermò di
nuovo per dar tempo di sfilare all'artiglieria, che cominciava a
cagionare del disordine sulla strada. La zuffa fu ostinata; ma vedendo i
Francesi che alcuni corpi spagnuoli li soverchiavano di fianco, essi
abbandonarono la loro posizione con qualche disordine, e quando giunsero
al bivio delle due strade, una delle quali conduce ad Itri l'altra a
Gaeta, si posero apertamente in fuga. La loro artiglieria e tutti gli
equipaggi vennero in potere dei vincitori; molti Francesi rimasero sul
campo di battaglia, altri in assai maggior numero, coloro cioè che si
erano dispersi per le campagne, o che, alloggiati a qualche distanza
dall'armata, non avevano potuto raggiugnerla, furono spogliati dai
contadini e fatti prigionieri; i più fortunati si salvarono in Gaeta, e
furono inseguiti fino ai piedi delle mura[298].
[298] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 330. — P. Jovii Vita M. Consalvi
l. IX, p. 239. — Fr. Belcarii Comm. l. X, p. 279. — Saint Gelais,
Hist. de Louis XII, f. 173. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I,
f. 35. — Arn. Ferroni l. III, p. 56._
Pietro de' Medici, che seguiva il campo francese, erasi imbarcato sul
Garigliano con quattro pezzi d'artiglieria che sperava di condurre a
Gaeta; ma una folla di fuggiaschi gettandosi nella sua barca la
travolsero, ed il Medici si annegò con tutti quelli che si trovavano a
bordo[299].
[299] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 331. — Barth. Senaregæ de reb.
Gen. t. XXIV, p. 579. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. V, p. 159. — Scip.
Ammirato l. XXVIII, p. 273. — Ist. di Gio. Cambi t. XXI, p. 199. —
P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p. 240._
Gonsalvo di Cordova si acquartierò quella notte a Castellone ed a Molo;
ed all'indomani, avvicinandosi a Gaeta, occupò senza difficoltà i borghi
e la Montagna d'Orlando, che i Francesi nella confusione cagionata dalla
loro sconfitta non avevano pensato a porre in istato di difesa. Essi
avevano in città assai più gente che non abbisognava per sostenere un
lungo assedio, ed essendo libero il mare, non potevano temere che loro
mancassero le vittovaglie. Ma la loro costanza era venuta meno; ad altro
non pensavano che a tornare subito in Francia e domandarono
immediatamente di capitolare. Convennero che il d'Aubignì e tutti gli
altri loro prigionieri sarebbero posti in libertà senza taglia, e
potrebbero ritirarsi in Francia con tutti i loro effetti; ed il primo
giorno di gennajo del 1504 consegnarono la fortezza di Gaeta a Gonsalvo
di Cordova. La loro capitolazione era stata fatta con così poca
precisione, oppure l'uomo con cui trattavano aveva così poca buona fede,
che gli Spagnuoli non vollero comprendere i baroni napolitani tra i
prigionieri che si era convenuto di porre in libertà; e Andrea Matteo
Acquaviva, Alfonso ed Onorato di Sanseverino, furono gettati in un fondo
di torre in Castel nuovo di Napoli. Del resto i Francesi, ai quali il
Gonsalvo diede la libertà non furono quasi più fortunati. La maggior
parte di coloro che partirono da Gaeta perirono per istrada di freddo,
di miseria, e delle malattie che contratte avevano ne' cinquanta giorni
di accampamento in mezzo al fango. Alcuni giunsero in Francia, tra i
quali il marchese di Saluzzo, Sandricourt ed il balivo di Bissì; ma la
morte gli aspettava al loro arrivo. Di tutta quella fiorente armata, che
la Tremouille aveva condotta in Italia, e che sembrava bastante a
condurre a fine in pochi mesi la conquista del regno di Napoli, quasi
non sopravanzò alcun uomo in istato di servire ancora la patria, sebbene
pochissimi fossero periti sotto il ferro de' nemici[300].
[300] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 332. — Barth. Senaregæ de reb.
Gen. p. 579. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p. 240. — Fr.
Belcarii Comm. Rer. Gall. l. X., p. 280. — Alf. de Ulloa Vita di
Carlo V, l. I, f. 36. — Arn. Ferroni l. III, p. 56._
La sconfitta del Garigliano coprì la Francia di lutto; immerse Lodovico
XII nel più profondo dolore; decise la sorte del regno di Napoli, e fece
temere che il restante dell'Italia non cadesse in pochi giorni in mano
agli Spagnuoli. I Francesi più non avevano forze in Lombardia; i loro
soldati, disgustati delle guerre d'Italia, ricusavano di passare le
Alpi; ed i Fiorentini, i soli alleati che avesse il re, non erano in
istato di far testa a tutti i suoi nemici. Pure contro l'universale
aspettazione questa sconfitta fu seguita da un riposo generale. Gonsalvo
di Cordova, che il re Cattolico aveva lasciato senza danaro, doveva alle
sue truppe più di un anno di soldi arretrati; non poteva senza pagarle
tentare di condurle nell'alta Italia; e per soddisfarle, fu ridotto ad
alloggiarle a discrezione nelle provincie del regno di Napoli, ove le
loro ruberie ed i loro oltraggi terminarono di ruinare gl'infelici
abitanti.
Lodovico d'Ars, capitano francese, mantenevasi solo nel regno di Napoli:
dopo la sconfitta di Cerignole occupava sempre Venosa, Troja e
Sanseverino. Il Cordova ristrinse le sue imprese a cacciarlo da quelle
città; e Lodovico d'Ars, dopo di averle valorosamente difese, sdegnò di
capitolare, e si aprì la strada colla lancia sulla coscia per ricondurre
i suoi uomini d'armi in Francia[301].
[301] _Mém. du chev. Bayard ch. XXV, p. 53, et notes p. 437. — Fr.
Guicciardini l. VI, p. 338. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p.
241. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gall. l. X, p. 282. — Jac. Nardi Ist.
Fior. l. IV, p. 159._
Giulio II, allegando per pretesto gl'imbarazzi della sua situazione
mentre saliva sul trono, seppe mantenersi neutrale tra la Francia e la
Spagna, sebbene tutti i suoi voti fossero per i Francesi; di modo che la
disfatta del Garigliano non lo compromise personalmente col vincitore.
La sua condotta verso i Francesi non cambiò a seconda de' rovesci che
avevano provati; egli soccorse generosamente tutti gli sventurati che
attraversarono lo stato della Chiesa. La sua politica limitavasi
interamente a difendere la Romagna contro i Veneziani, e sebbene più non
potesse per quest'oggetto valersi dell'appoggio della Francia, non si
ostinava perciò meno a stringere il Valentino perchè gli cedesse le sue
fortezze. Pietro d'Oviedo era stato mandato con un ordine del Borgia per
consegnarle al papa; ma quando era entrato nella rocca di Cesena, Diego
di Chignones, che ne teneva il comando, lo aveva fatto appiccare,
dichiarando di risguardare come un traditore colui che assumevasi il
carico di eseguire ordini così pregiudicevoli al suo padrone, quando ben
sapeva che gli erano stati estorti a forza, e mentre stava in
prigione[302].
[302] _Burchardi Diar. Cur. Rom. p. 2159. — P. Jovii Vita M.
Consalvi l. III, f. 246. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f.
37._
Quest'atto di rigore riuscì vantaggioso a Cesare Borgia, il quale
l'aveva forse segretamente ordinato. Vedendo Giulio II che la violenza
riusciva inutile, acconsentì a consegnare il suo prigioniero nella
fortezza d'Ostia a Bernardino Carvajale cardinale spagnuolo. Questi si
obbligò a porlo in libertà all'istante che le rocche di Cesena,
Bertinoro e Forlì sarebbero consegnate al pontefice, ed inoltre
sottoscrisse una polizza di quindici mila ducati per guarenzia della sua
promessa. In allora Cesare Borgia diede ai suoi luogotenenti ordini
senza restrizioni, e colla ferma volontà che si eseguissero. Frattanto
sospirava l'istante di uscire dalle mani del papa, e fece segretamente
chiedere a Gonsalvo di Cordova un asilo, che questi gli promise
mandandogli un salvacondotto. Poco dopo il cardinale Carvajale ebbe
avviso che le rocche della Romagna erano state consegnate alle genti del
papa, e senza aspettare gli ordini di Giulio II, di cui egli diffidava
non senza ragione, il 19 di aprile del 1504, pose il duca Valentino in
libertà[303].
[303] _Burchardi Diar. Cur. Rom. p. 2160. — Fr. Belcarii Com. Rer.
Gal. l. X, p. 283. — Epist. Papæ ad Regem et Reginam Hispan. 11
maii. — Rayn. Ann. eccl. 1504, § 12, p. 10. — Alf. de Ulloa Vita di
Carlo V, l. I, f. 37._
Cesare Borgia, caduto da così alte speranze, ed altro non conservando
della passata sua fortuna che il danaro che aveva deposto presso i
banchieri di Genova, si riputava ancora felice d'avere ricuperata la
libertà; s'imbarcò a Nettuno sopra una felucca, che lo trasportò a
Mondragone, di dove passò per terra a Napoli. Il Cordova lo accolse con
tutte le dimostrazioni di affetto e di rispetto, che avrebbe potuto
prodigare ai più grandi personaggi. Cominciò subito a trattare con lui
intorno agli affari d'Italia, ed in particolare rispetto al progetto del
Valentino di gettarsi in Pisa. Gli promise per quest'impresa sei galere
e gli diede licenza di assoldar gente nel regno. Non pertanto scrisse a
Ferdinando il cattolico per sapere quale condotta doveva tenere col
Borgia, e quand'ebbe ricevuti i suoi ordini lo fece arrestare il giorno
26 o 27 di maggio nell'atto che usciva da una conferenza, nella quale
gli aveva rinnovate le proteste della più perfetta confidenza, e del più
vivo affetto, e dopo averlo più volte abbracciato. Le fece trasportare
sopra una galera, dove non gli lasciò che un solo paggio per servirlo, e
lo fece immediatamente partire per la Spagna. Quest'uomo, colpevole di
tanti tradimenti, e vittima a vicenda di non meno neri tradimenti, fu
gettato al suo arrivo nella fortezza di Medina del Campo, che Ferdinando
il Cattolico, dal Valentino non offeso giammai, destinava a servirgli di
sepolcro[304].
[304] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 389. — Burchardi Diar. Cur. Rom.
die 29 maii p. 2160. — P. Giovio Vita M. Consalvi l. III, p. 247. —
Lo stesso, Vita di Leone X, l. II, p. 83. — Rayn. Ann. eccl. 1504, §
13, t. XX, p. 11. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 37, v._
Alcun tempo prima della caduta di questo principe, che aveva così
lungamente turbata l'Italia colla sua ambizione e co' suoi delitti, si
seppe che le negoziazioni tra il re di Francia e di Spagna, che si erano
sempre continuate anche nel tempo in cui la guerra pareva più viva,
avevano prodotta una tregua sottoscritta il 31 di marzo del 1504, nella
quale era compresa l'Italia come tutti gli altri loro stati. Questa
tregua doveva durare tre anni, e ciascuno contraente aveva tempo tre
mesi a nominare i suoi confederati ed a farveli comprendere. Soltanto le
fortezze che Lodovico d'Ars teneva ancora a nome della Francia nel regno
di Napoli, non furono comprese; ma questo capitano, avendo perduta ogni
speranza di difenderle, non tardò ad evacuarle. Il restante dell'Italia
si riposò con timore, non potendo darsi a credere che la tregua, segnata
all'abbazia di nostra signora della Misericordia, ponesse fine a così
violenti nimicizie, e non vedendo nella divisione degli stati, che aveva
stabilita la forza, una bilancia di potere che lungamente mantenere
potesse la tranquillità[305].
[305] _Fr. Guicciardini l. VI, p. 341. — N. Macchiavelli Legaz. II
alla corte di Francia, lett. I e seg., p. 501 e seg. — Jac. Nardi
Ist. Fior. l. IV, p. 160. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal. l. X, p.
283._ — Si rileva da una lettera di Niccolò Valori alla signoria,
che la ratifica della tregua era seguita alla corte di Francia in
Lione, l'11 febbrajo; pure il Leonardi, _t. II_, la riferisce al 31
di marzo. — _Legaz. di Niccolò Macchiavelli alla corte di Francia
lett. IX e X, p. 533._