_Guerra nel regno di Napoli tra Lodovico XII e Ferdinando il
cattolico; rivoluzione d'Arezzo; conquiste di Cesare Borgia;
carnificina di Sinigaglia; battaglia di Cerignole; i Francesi
scacciati dal regno di Napoli_.
1501 = 1503.
Gli oltremontani, che in principio del sedicesimo secolo guerreggiavano
in Italia, non dissimulavano in verun modo i sentimenti di diffidenza,
di disprezzo, o di odio che nudrivano verso la nazione che venivano a
combattere. Questi sentimenti mostravansi scopertamente nelle scritture
de' contemporanei, e perchè i successivi avvenimenti più d'una volta li
giustificarono, contribuirono a fondare in tutta l'Europa un pregiudizio
svantaggioso alla nazione che all'ultimo soggiacque. Pure, almeno a
quell'epoca, l'avversione degli oltremontani per gli Italiani altro non
era che l'odio che nutrono tutti i barbari contro le nazioni ridotte a
maggiore civiltà. Sentivano la superiorità dello spirito, del senno,
delle cognizioni dei loro nemici, ma si esasperavano perciò contro la
nazione. Essi rappresentavano questi vantaggi come necessariamente
legati alla dissimulazione ed alla perfidia; si appropriavano invece la
palma del valore e della lealtà, ed abbandonavano con dispregio agli
Italiani il merito dell'astuzia e dell'avvedutezza. Ogni nazione,
paragonandosi agli Italiani, si attribuiva qualità incompatibili con
que' meschini artificj che sono proprj di un popolo giunto all'estrema
civiltà; vantavano a vicenda la buona fede teutonica, la rozza
franchezza elvetica, l'onore francese, la lealtà castigliana. Per altro
ognuna di queste nazioni parve farsi carico di dare nel periodo di pochi
mesi, in seno alla stessa Italia, tali prove di mala fede, che i più
diffamati politici italiani non avrebbero mai pareggiate.
Massimiliano d'Austria, che ambiva di essere ancora più cavaliere che
re, non aveva fino a tale epoca presa veruna importante parte negli
affari d'Italia; soltanto più tardi ed in occasione delle sue contese
con Venezia mostrò in particolar modo il suo disprezzo per le proprie
promesse. Pure la sua inconseguenza aveva di già renduta la di lui
alleanza fatale a coloro che l'avevano comperata: questa aveva ingannati
i Pisani, cagionata la ruina di Lodovico Sforza, e contribuito a quella
di Federico d'Arragona. Questo re di Napoli aveva prestati a
Massimiliano quaranta mila fiorini, a condizione che non farebbe accordi
colla Francia senza comprendervelo. Ma Massimiliano, che dalla sua
insensata prodigalità veniva reso dipendente da tutti gli avvenimenti, e
che durante tutto il suo regno altro non fece che dare parole a prezzo
di danaro, e che mancare di fede per ricevere altre somme, acconsentì
per un sussidio pagatogli dalla Francia a fare con questa una tregua di
più mesi senza comprendervi don Federico, dando così tempo a Lodovico
XII d'attaccare il re di Napoli e di precipitarlo dal trono[127].
[127] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 260._
Il tradimento degli Svizzeri a Novara, di cui fu vittima Lodovico
Sforza, lasciava a quella nazione pochi titoli per vantare la sua
lealtà; tanto più che quella transazione fu preceduta e seguita da molte
altre, che, sebbene meno strepitose per l'importanza degli avvenimenti,
e meno funeste nelle loro conseguenze, non perciò riuscivano meno
contrarie alla fedeltà ed all'onore militare.
La condotta del governo francese era quasi sempre stata macchiata da
un'eguale mala fede: aveva trafficate le sue alleanze coi Pisani, coi
Fiorentini, col duca Valentino; aveva per una somma di danaro
abbandonati ai suoi nemici coloro cui avevano più solennemente accordata
protezione; e la costante sua alleanza con Cesare Borgia l'aveva fatto
partecipe di tutti i delitti di quell'uomo perfido. Ad ogni modo la
Spagna superava tutte le altre potenze per la impudenza della sua mala
fede. Pareva che Ferdinando il Cattolico si recasse a merito di non
promettere che per mancare, si facesse un trastullo de' giuramenti, come
i fanciulli de' fantocci, e pigliasse diletto a moltiplicare gl'inganni
anche più che non richiedeva il buon esito de' suoi disegni. I due
spagnuoli, Alessandro VI e Cesare Borgia suo figlio, fondarono in certo
qual modo col loro esempio la terribile scuola machiavellica; e lo
stesso eroe della Spagna, Gonsalvo di Cordova, si espose più volte al
rimprovero di perfidia.
Ma veruna transazione del secolo non portava l'impronta d'una violazione
più perfida di tutti i diritti, di tutti i doveri, quanto il trattato di
Granata per la divisione della monarchia di Napoli: verun'altra
transazione disvelava in coloro che sottoscrissero un più alto disprezzo
per le obbligazioni morali e per le leggi dell'onore. Bisognava essere
accecati dalla cupidigia per isperare che l'una parte o l'altra
eseguirebbe di buona fede una convenzione fondata sopra la sovversione
di ogni fede, di ogni principio. Una tale convenzione non poteva
produrre che la guerra e non la pace; ed infatti appena fu terminata la
conquista del regno di Napoli dai due principi che avevano concertato
tale tradimento, che cominciarono a contendersene le province.
Il trattato di divisione di Granata aveva avuto per base l'antica
divisione del regno di Napoli in quattro province, attribuendosene due
ogni potenza. La Campania comprendeva ciò che oggi chiamasi Terra di
Lavoro ed i due principati; l'Abbruzzo comprendeva i due moderni
Abbruzzi e la contea di Molise. Queste erano le province assegnate alla
Francia. La Puglia comprendeva la Capitanata, la terra di Bari e quella
di Otranto; la Calabria comprendeva la Basilicata e le due moderne
Calabrie. Per altro quest'antica divisione di province era stata
cambiata dal re Alfonso I. Le province della Capitanata e della
Basilicata, staccate una dalla Puglia l'altra dalla Calabria, non erano
state chiaramente indicate nel trattato di Granata siccome devolute al
re di Spagna. Alcune città della prima erano state occupate, senza
rimostranze in contrario, a nome del conte di Lignì, cui erano state
accordate in feudo da Carlo VIII: altronde pareva che la Capitanata non
si potesse separare dagli Abbruzzi; il quasi intero prodotto delle quali
due province consisteva nelle gabelle delle mandre che in tempo d'estate
pascolavano le erbe delle alte montagne dell'Abbruzzo e nell'inverno
quelle delle aduste campagne della Puglia[128].
[128] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. I, p. 199. — Alf. de Ulloa Vita
di Carlo V, l. I, f. 18. Venezia 1574 in 4.º — Fr. Guicciardini, l.
V, p. 274. — Fr. Belcarii Comm., l IX, p. 253._
Le ostilità cominciarono ad Atripalda nella Basilicata; i Francesi vi si
erano stabiliti, e gli Spagnuoli li sorpresero e li discacciarono. Pure
nè gli uni, nè gli altri erano apparecchiati ad una nuova guerra. Luigi
d'Armagnacco, duca di Nemours, vicerè di Napoli a nome di Lodovico XII,
acconsentì di scontrarsi con Gonsalvo di Cordova nella chiesa di
sant'Antonio tra Atella e Melfi, per regolare i punti intorno ai quali
non andavano d'accordo. Convennero che in pendenza della decisione dei
loro monarchi per la dilucidazione del trattato, le città controverse
sarebbero governate in comune dai due vicerè, che vi spiegherebbero le
insegne delle due nazioni, e che le gabelle pel pedaggio delle mandre,
che davano cento mila ducati all'anno, e che formavano il reddito più
depurato del regno, ma che sarebbe stato totalmente perduto pei Francesi
se avessero rinunciata la Capitanata, verrebbe in eguali porzioni diviso
fra loro e gli Spagnuoli[129].
[129] _Pauli Jovii de Vita M. Consalvi, l. II, p. 201. — Al. de
Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 18. — Fr. Guicciardini, l. V, p.
275._
Quest'accomodamento favorevole ai Francesi non era stato dal Gonsalvo
accettato che per conoscersi più debole; egli diede il tempo di scrivere
alle corti. Confessarono i due re di non conoscere il paese e di non
avere prevedute le difficoltà che si affacciavano; ma sentendo ambidue
l'impossibilità di conservare la pace, invece di commettere al
rispettivo luogotenente di ultimare la controversia all'amichevole,
l'invitarono ad approfittare il più che potesse delle presenti
circostanze, ed a spiegare a suo vantaggio tutto ciò che fosse oscuro.
L'uno e l'altro volevano la guerra, ma i Francesi trovaronsi
apparecchiati a sostenerla prima degli altri. Perciò il 19 di giugno del
1502 il Nemours fece dichiarare al Gonsalvo, che se non gli veniva
restituita la Capitanata, i Francesi si farebbero da sè giustizia colle
armi; e subito dopo attaccò Atripalda, l'occupò di nuovo, e nello stesso
tempo fece cominciare le ostilità su tutta la linea. Il Gonsalvo,
sentendo che i principi di Salerno e di Bisignano eransi dichiarati a
favore dei Francesi, e che tutto il paese era in fermentazione, fuggì di
notte da Atella, e si ritirò successivamente verso Andria, Bitonto e
Barletta, distribuendo tutte le truppe che gli restavano nelle fortezze,
ed abbandonando la campagna alle incursioni de' Francesi[130].
[130] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 275. — P. Jovi Vita M. Consalvi,
l. II, p. 202. — Al. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 18._
Gonsalvo di Cordova aveva scelta Barletta per riunirvi la sua armata,
aspettarvi i soccorsi della Spagna, e lasciar tempo ai Francesi di
snervarsi in una guerra di avamposti. Questa città, fabbricata
dall'imperatore Eraclio al sud-est della foce dell'Ofanto, era stata
spesse volte la sede degli antichi re di Napoli: angusto era il suo
porto e non sicuro per tutti i venti, e le vecchie sue mura non avevano
terrapieni. Ma il Gonsalvo vi adunava i suoi più valorosi soldati, ed i
baroni del regno che si erano dichiarati a favore della Spagna. Le era
rimasto fedele l'antico partito arragonese, il quale non aveva preso
parte al vivissimo sdegno di Federico, e mentre che questo re aveva
preferito di porsi in mano della Francia, piuttosto che commettersi a
suo cugino, quasi tutti coloro che l'avevano seguito nel suo esilio, e
particolarmente Prospero Colonna trovavansi in allora presso Gonsalvo.
Per lo contrario l'antica fazione d'Angiò si era ovunque dichiarata
favorevole ai Francesi, ed era appunto più potente nelle province cedute
alla Spagna.
Nel consiglio di guerra tenuto dal duca di Nemours intorno al suo piano
di campagna, Andrea Matteo d'Acquaviva, duca d'Adria, il più riputato
tra i baroni angiovini e come letterato e come guerriero, propose di
assediare Bari, la più florida città ed il miglior porto che gli
Spagnuoli avessero sull'Adriatico. Diceva che la sua conquista trarrebbe
seco quella di Giovenazzo e di Bitonto, e la rivoluzione di tutta la
provincia. Ma Isabella di Arragona, figlia di Alfonso II e vedova di
Giovan Galeazzo Sforza, aveva il comando di Bari assegnatale per suo
appannaggio; ed i generali francesi non sapevano senza ripugnanza
risolversi ad attaccare una donna, il di cui padre e marito erano stati
da loro privati del trono, e di cui ne tenevano in prigione il
figliuolo; una donna fatta da loro tanto infelice, e di cui rispettavano
il carattere. Ivone d'Allegre e la Palice dissero ch'essi credevano più
conveniente al carattere de' cavalieri francesi ed in pari tempo alle
regole dell'arte militare di attaccare lo stesso Gonsalvo nella città in
cui si era chiuso, di non dargli tempo di accrescere le fortificazioni,
e di approfittare dell'impeto francese per terminare la guerra sulle
medesime brecce di Barletta[131].
[131] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 203. — Alf. de Ulloa
vita di Carlo V, l. II, f. 18._
Il duca di Nemours, che non aveva nè talenti distinti nè carattere,
appigliossi, come il più delle volte sogliono fare gli uomini mediocri,
ad un partito di mezzo tra i due che gli venivano proposti, e con una
fallace prudenza rinunciò ai vantaggi dell'uno e dell'altro. Attaccando
Bari, temeva di lasciare il Gonsalvo in libertà; temeva, assediando
Barletta, di avere a lottare coi talenti di un grande generale e col
vigore di una grossa armata, e risolse di bloccare soltanto Barletta.
Luigi d'Ars, Chatillon de Formant, e Chandieu o Chandenier, comandante
degli Svizzeri, furono dello stesso parere. Il d'Aubignì fu staccato con
un terzo dell'armata francese per fare un'invasione nella Calabria. Egli
si era fatto amare e rispettare in quella provincia in tempo della
precedente guerra colla giustizia e colla dolcezza del suo governo; ed
infatti non vi fu appena rientrato, che i principi di Salerno e di
Bisignano, della casa di Sanseverino, ed il conte di Mileto, si posero
sotto le sue bandiere; tutte le città, e la stessa Cosenza, capitale
della provincia, aprirono le loro porte ai Francesi; e le guarnigioni ed
i magistrati spagnuoli si ritirarono in Sicilia, lasciando che il
d'Aubignì stendesse il suo dominio fino allo stretto di Messina[132].
[132] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 204. — Al. de Ulloa vita
di Carlo V, l. I, p. 19._
Intanto il duca di Nemours andava prendendo varie posizioni intorno a
Barletta, ed occupando tutti i vicini castelli; tentava di togliere al
Gonsalvo i viveri e le comunicazioni colle altre parti del regno: egli
non entrava colle sue truppe che in iscaramucce di poca importanza; e
rinnovava l'errore in cui caddero diversi generali francesi, di lasciar
languire il soldato, di annojarlo ed impazientarlo, dissipando in tal
modo quell'ardore e quell'impeto nazionale, che gli avrebbero data la
vittoria.
Mentre che i due generali scansavano le regolari battaglie e le azioni
sanguinose, uno per prudenza l'altro per imperizia, le due armate, la di
cui cavalleria era tutta formata di coraggiosa nobiltà, cambiava la
guerra in tornei ed in duelli nelle forme. Gli uomini d'armi francesi,
confessando il valore della fanteria spagnuola, sprezzavano la
cavalleria, che risguardavano come formata nella scuola dei Mori, e più
fatta per caracollare che per combattere. Loro rispondevano gli
Spagnuoli, che con armi eguali ed in egual numero, non temevano i
Francesi. Si convenne perciò che si proverebbero undici cavalieri contro
undici. Erano i più distinti tra i campioni francesi, Bajardo, il
cavaliere senza paura e senza macchia, e Francesco d'Urfè, signore
d'Orose; tra gli Spagnuoli Diego de Vera e Diego Garcia de Paredes. I
Veneziani, che comandavano a Trani, e che osservavano una perfetta
neutralità fra le due armate, accordarono lo steccato e nominarono i
giudici della zuffa. Doveva terminare al tramontare del sole, e coloro
che verrebbero scavalcati, o cacciati fuori dell'aringo più non dovevano
prendervi parte. Al primo urto furono rovesciati sette francesi o uccisi
i loro cavalli; ma i quattro che rimanevano, cioè Bajardo, Orose, Torci,
luogotenente de la Palice, e Montdragon, chiudendosi come in un baluardo
dietro i cavalli de' loro compagni, stesi sul campo di battaglia, vi si
difesero tanto valorosamente e con tanta costanza, che dopo sei ore
d'inutili sforzi, essendo caduto il sole, i giudici della battaglia
divisero i combattenti, e dichiararono la gloria fra di loro
eguale[133].
[133] _P. Jovi vita M. Consalvi, l. II. p. 205. — Mém. du chev.
Bayard, t. XV, c. 13, p. 36. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I,
f. 19._
Le due nazioni avevano fatto un accordo pei prigionieri, e si facevano
un punto d'onore di trattarli con umanità. Don Alonzo de Sotomajor, il
quale era stato prigioniere del cavaliere Bajardo, lagnavasi di essere
stato trattato con soverchia severità. Protestava il Bajardo di non
averlo ristretto che dopo che il Sotomajor aveva tentato di fuggire
malgrado la data parola. I due cavalieri terminarono la loro lite in uno
steccato, ove il Sotomajor fu ucciso; e gli stessi Spagnuoli fecero
plauso alla vittoria del guerriero che rispettavano, risguardandola come
un giudizio di Dio contro il loro compatriotta[134].
[134] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 206. — Ar. Ferroni, l.
III, p. 45. — Mém. du chev. Bayard, c. 19-22, p. 15 e segu. — Alf.
de Ulloa, l. I, f. 19._
Queste battaglie in isteccato chiuso, questi cavallereschi riguardi tra
i soldati delle due armate non avevano luogo che tra i gentiluomini; i
pedoni ignobili non erano trattati con minore crudeltà che in addietro,
nè i contadini spogliati meno barbaramente. Intanto il Gonsalvo andava
ogni giorno afforzando Barletta con nuove opere, ed il Nemours, che
aveva trascurato di attaccarlo vivamente nel primo istante, non avrebbe
oramai potuto farlo con isperanza di riuscita. Si limitò quindi ad
occupare le fortezze del vicinato, Cerignole, l'antica rocca di Gerione,
che aveva resistito ad Annibale, e dove Zarate e d'Acunha comandavano
agli Spagnuoli, e Canosa difesa da Pietro Navarro. Questi due assedj
furono valorosamente sostenuti; ma conoscendo il Gonsalvo che finalmente
quelle guarnigioni avrebbero dovuto cedere, e non volendo esporsi a
perdere così buoni ufficiali e tanti valorosi soldati, ordinò loro di
evacuare quelle due città e di ritirarsi a Barletta[135].
[135] _Pauli Jovii vita M. Gonsalvi, l. II, p. 207. — Alf. de Ulloa
vita di Carlo V, l. I, f. 20._
Erano di già più mesi passati da che Gonsalvo di Cordova teneva chiusa
la sua armata entro le mura di una povera città, che gli offriva così
pochi mezzi. La corte di Spagna colla consueta sua lentezza nulla aveva
fatto per soccorrerlo. Egli più non aveva nè danaro, nè vesti; ed ai
suoi soldati cominciavano pure a mancare le vittovaglie e le armi, ma
loro aveva saputo inspirare tanto amore, aveva così profondamente
penetrato il carattere spagnuolo, e approfittato così destramente
dell'orgoglio, della costanza e della sobrietà nazionali, che in mezzo a
tante privazioni i suoi soldati non diedero verun indizio d'impazienza,
d'indisciplina, o di scoraggiamento. Finalmente una nave siciliana portò
a Gonsalvo il frumento di cui aveva urgentissimo bisogno; un'altra gli
recò da Venezia armi, vesti, scarpe, che affatto mancavano alla sua
truppa; comperò tutti questi oggetti sul credito di Isabella di Arragona
e de' più ricchi mercanti di Bari, e mentre trovavasi affatto senza
danaro, fece credere ai suoi soldati che un forziere, che loro mostrava,
fosse tuttavia pieno d'oro, e che lo teneva in serbo per pagare il loro
soldo il giorno dopo la battaglia[136].
[136] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 209. — Alf. de Ulloa
vita di Carlo V, l. I, f. 20. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 295._
In tal modo si consumò tutta la campagna del 1502. Frattanto il duca di
Nemours, avanti di distribuire le sue truppe ne' quartieri d'inverno, le
condusse sotto le mura di Barletta, ed invitò il Gonsalvo per mezzo di
un araldo d'armi a misurarsi con lui in aperta campagna. Il Gonsalvo lo
ringraziò della sua offerta, ma gli fece dire che gli sarebbe ancora più
tenuto, se da lui otteneva di aspettare la propria convenienza, tanto
più ch'egli non aveva costume di ricevere consiglio dal suo nemico circa
al tempo di combattere o no. Il Nemours, contento di avere terminata la
campagna con questa braveria, si ritirò verso Canosa, e senza temere un
nemico che ricusava di venire a battaglia, non camminava ordinatamente,
lasciando che i suoi battaglioni si sbandassero a molta distanza gli uni
dagli altri. Tutt'ad un tratto Diego di Mendoza, che gli teneva dietro
con Prospero Colonna, piombò sulla retroguardia, l'avviluppò cogli
uomini d'armi italiani, e gli fece moltissimi prigionieri[137].
[137] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 210. — Alf. de Ulloa
vita di Carlo V, l. I, f. 20, v._
Trovavasi tra costoro Carlo Hennuyer de la Mothe, illustre ufficiale
francese, che co' suoi compagni di sventura, fu il giorno susseguente
invitato ad un banchetto in casa del Mendosa, di cui era prigioniero. Il
capitano spagnuolo, rendendo giustizia al valore francese, attribuì
tutta la riuscita della vigilia all'intrepidezza ed alla precisione dei
movimenti della cavalleria italiana comandata da Prospero Colonna. I
Francesi erano ben contenti di dividere la palma del valore cogli
Spagnuoli, ma risguardavano come un insoffribile affronto il paragone
cogl'Italiani. Il La Mothe sostenne caldamente che gl'Italiani, tante
volte vinti, non potevano con verun'arme, in veruna sorta di zuffa
essere eguali ai Francesi. Non si astenne nel susseguente giorno di
ripetere a sangue freddo le stesse ingiuriose parole in faccia a
Prospero Colonna, che lo aveva interpellato appostatamente, e che in
risposta gli diede una mentita. L'onore delle due nazioni parve
interessato in questa privata contesa; e i due generali furono contenti
che si venisse solennemente all'esperimento delle armi. Tredici Italiani
e tredici Francesi armati di tutto punto dovettero trovarsi in campo
chiuso per battersi fino all'ultimo sangue. Il campo venne scelto ad
eguale distanza tra Barletta, Quadrata e Andria; gli fu dato
l'estensione di un ottavo di miglio quadrato, e segnato con semplice
solco d'aratro: e fu convenuto che chiunque verrebbe spinto fuori di
questo recinto, si riconoscerebbe per vinto, nè più potrebbe rientrare
nella pugna. I due generali in capo, che avevano acconsentito ad una
tregua, eransi avanzati colle loro armate in ordine di battaglia per la
guardia del campo. I campioni erano stati diligentemente scelti, ed in
particolare dal lato degl'Italiani, il di cui onore sembrava più
gagliardamente compromesso. In conformità della disfida di La Mothe ogni
parte doveva armarsi a piacere, e come troverebbe più vantaggioso di
fare; sicchè le armi non erano eguali. Gl'Italiani usavano lance più
lunghe di un piede, ed avevano inoltre piantato sul campo di battaglia
due spiedi di riserva per uso de' cavalieri che si troverebbero
scavalcati. I vinti dovevano restar prigionieri dei vincitori, a meno
che non si riscattassero con cento scudi d'oro per cadauno.
Questo conflitto, cui gl'Italiani diedero maggiore importanza che ad una
formale battaglia, ebbe luogo il 13 di febbrajo del 1503. I loro
campioni erano stati scelti tra gli uomini d'armi di Prospero Colonna,
il quale per altro aveva avuto l'avvedutezza di prenderne qualcuno di
ogni provincia d'Italia. I voti dei generali, dell'armata, del popolo,
gli accompagnarono; e non dobbiamo maravigliarci, che una nazione
oppressa, assai più divisa che vinta, e che versava il proprio sangue
per gli stranieri, senza trovare occasione di spargerlo per la propria
indipendenza, cogliesse avidamente l'occasione di salvare il proprio
onore, quando aveva perduta ogni altra cosa, e che accogliesse poi con
trasporti di gioja e con entusiasmo i campioni che lo difesero. Questi
campioni furono vittoriosi. Invece di mettere in piena corsa i loro
cavalli, come fecero i loro avversarj, gli aspettarono di piè fermo, ed
ingannandoli rispetto allo spazio che dovevano percorrere, li
disordinarono. Alcuni cavalli francesi oltrepassarono il solco, ed i
loro cavalieri rimasero esclusi dalla pugna. Altri cavalieri furono
rovesciati dalle più lunghe lance degl'Italiani, senza che potessero
raggiugnerli colle loro. Due cavalieri italiani, caduti nel primo urto,
diedero di mano agli spiedi posti in serbo, ed atterrarono varj cavalli
francesi. Un solo francese fu ucciso; i suoi camerata, scavalcati gli
uni dopo gli altri, s'arresero successivamente agl'Italiani che li
fecero prigionieri, e dopo un'ostinata lotta si diedero per vinti e
furono condotti in trionfo a Barletta: niuno di loro aveva portati i
cento scudi pel suo riscatto, perchè niuno aveva creduta possibile la
loro sconfitta[138][139].
[138] Tutti gli storici Italiani parlarono con manifesta compiacenza
di questa zuffa ed assai circostanziatamente. _Fr. Guicciardini, l.
V, p. 296-298. — P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 211-214. —
Ejusdem vita di Pompeo Colonna, p. 354. — Summonte istor. di Napoli,
l. VI, c. IV, p. 542, e 552. — Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l.
I, f. 21. — Arn. Ferroni, l. III, p. 47._
[139] Il nostro autore, che d'ordinario si mostra parziale per
gl'Italiani, pare che in questa circostanza accordi la vittoria
piuttosto all'accortezza che al vero valore de' campioni italiani.
Oltre i citati autori e molti altri che non importa ricordare, non
dobbiamo ommettere il frammento di un poema latino del Vida,
pubblicato in Milano nel 1818, e probabilmente dall'autore non
veduto. Io mi limiterò a riferire, secondo lo stesso Vida, i nomi
de' guerrieri italiani:
Fieramosca Capuano
Miale o Aminale Toscano
Mariano da Sarni Napolitano
Pachis } Siciliani
Salamene }
Braccaleone Romano
Capoccio Romano
Carellario Napolitano
Fanfulla Cremonese
Riccio Parmigiano
Lod. d'Abenavolo Napolitano
Practius } Siciliani
Gelenus }
Mentre che i generali francesi conservavano la loro superiorità nel
regno di Napoli, piuttosto pel vantaggio del numero, che per quello de'
talenti, i loro commilitoni non erano senza qualche inquietudine nel
ducato di Milano. I figli di Lodovico il Moro si erano rifugiati alla
corte di Massimiliano, re de' Romani. Questo principe, che aveva sposata
una loro cugina, ed era vincolato col loro genitore non meno
dall'amicizia che dai trattati, nudriva da gran tempo tanta gelosia
contro la Francia, che non aspettava che l'istante propizio di
manifestarsi. Egli non aveva riconosciuti i pretesi diritti della casa
d'Orleans; rifiutava a Lodovico XII l'investitura del ducato di Milano,
e con tale rifiuto annullava, secondo il diritto feudale, la di lui
conquista. Il ministero francese mai non aveva potuto ottenere da
Massimiliano che tregue di pochi mesi, e le aveva tutte comperate col
danaro. Temeva ad ogni istante che l'imperatore invadesse la Lombardia,
e con ciò mettesse in pericolo il regno di Napoli. Il cardinale
d'Amboise, primo ministro di Lodovico XII, risoluto di non risparmiare
alcuna cosa per conservare la pace con Massimiliano, recossi a Trento
per avere con lui un abboccamento. Lodovico XII non aveva figli maschi,
ed il cardinale offrì la figlia del suo re, madama Claudia di Francia,
in matrimonio al nipote di Massimiliano, Carlo, figliuolo di Filippo e
di Giovanna di Castiglia, il quale trovavasi ancora in fasce. Questi due
sposi fanciulli dovevano avere per loro appannaggio il ducato di Milano,
di cui Massimiliano darebbe loro l'investitura. Filippo, sovrano de'
Paesi Bassi, era stato illuminato dall'interesse de' suoi industri
sudditi; desiderava conservare la pace colla Francia, ed incaricavasi
con zelo delle parti di mediatore tra Massimiliano, suo padre, e
Lodovico XII, suo formidabile vicino. Perciò la negoziazione, cominciata
molto prima dell'abboccamento di Trento, pareva portata a buon termine:
il cardinale d'Amboise vi aveva aggiunto il progetto della riforma della
Chiesa nel suo capo e nelle sue membra, credendo con ciò di farsi strada
al papato. Si mostrò quindi facile rispetto alle condizioni accessorie,
e tra le altre cose promise di porre in libertà Lodovico Sforza, il
cardinale Ascanio e gli altri prigionieri milanesi. Ma non era facile a
regolarsi la quistione principale. Lodovico XII poteva ancora avere un
figlio, e non voleva preventivamente diseredarlo a favore di sua figlia:
e l'imperatore non volle mai acconsentire alla riserva che Lodovico
avrebbe voluto fare di questo diritto contingente, onde si ruppe la
conferenza di Trento, senz'altro risultamento che quello di aver
prolungata di pochi mesi la tregua[140].
[140] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 271._
Intanto Massimiliano, che credevasi chiamato a far rivivere tutti i
diritti della casa di Sassonia o di Hohenstauffen sopra l'Italia, vi
spedì due ambasciatori, il marchese Ermes Sforza ed il proposto di
Brixen, per rivendicare le prerogative de' suoi predecessori. Costoro
entrarono solennemente in Firenze il 21 di febbrajo del 1502. Esposero
alla signoria che il loro padrone, apparecchiandosi a venire a prendere
la corona imperiale a Roma, per andare in appresso ad attaccare i
Turchi, domandava alla loro repubblica, quale parte dell'impero, ed in
conformità delle antiche sue obbligazioni il pagamento di cento mila
fiorini per le spese della spedizione, metà subito, e l'altra metà nel
passaggio del monarca, che a questo prezzo dichiaravasi disposto a porre
in obblio la predilezione che i Fiorentini avevano sempre mostrato per
la casa di Francia[141].
[141] _Fr. Guicciardini, p. 273. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p.
127. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 265._
I Fiorentini non avevano altrimenti vaghezza di trattare con
Massimiliano, particolarmente a così onerose condizioni; ma la sola
apparenza di questa negoziazione riuscì loro vantaggiosa. Lodovico XII,
dopo la sgraziata spedizione del signore di Belmonte, non aveva loro
perdonati i torti suoi proprj, gli aveva privati della sua protezione,
ed abbandonati alle malvage pratiche del duca Valentino. Ebbe finalmente
paura che i Fiorentini stancheggiati cercassero in Massimiliano un altro
protettore, ed il 16 di aprile acconsentì a sottoscrivere con loro un
trattato, col quale, mercè un annuale sussidio di quaranta mila fiorini,
assicurava per tre anni i loro attuali possedimenti, e lasciava che
colle forze loro tentassero di ricuperare ciò che avevano
precedentemente perduto[142].
[142] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 266. — Jac. Nardi, l. IV, p.
128. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 270._
Il solo nome della protezione di Francia era per la repubblica una
potente salvaguardia, che la guarentiva dagli aperti attacchi di Cesare
Borgia, il quale, circondando di già i di lei confini, ed avendo in sul
piede di guerra un formidabile corpo d'uomini d'armi, minacciava ad ogni
istante la stessa di lei esistenza. Il Borgia, padrone della Romagna,
arbitro supremo di tutto lo stato della Chiesa, aveva di fresco
afforzata la sua casa con una potente alleanza. Il 4 di settembre del
1501 aveva fatta sposare sua sorella Lucrezia ad Alfonso, figliuolo
primogenito del duca di Ferrara; ed il 5 di gennajo del 1502 Lucrezia
era partita da Roma per recarsi alla corte degli Estensi[143].
[143] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 397-405. — P. Bembi Ist. Ven., l.
VI, p. 128. — Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2133 e 2136._
Il duca di Ferrara aveva veduto Cesare Borgia attaccare successivamente
tutti i vicarj pontifici; l'aveva veduto ajutato dalla Francia,
accarezzato dai Veneziani, non trovare chi si opponesse a' suoi disegni.
Onde non sapeva qual sorte si riservasse a lui medesimo, e si pose
premurosamente al coperto degli attacchi di così potente ad un tempo e
perfido vicino con un parentado, che a dir vero la casa d'Este doveva
trovare alquanto vergognoso. Lucrezia Borgia, sebbene ancora giovane
assai, aveva di già avuto tre mariti. Suo padre prima di giugnere al
pontificato l'aveva data ad un gentiluomo napolitano mentre ella non era
ancora nubile. Ma poichè fu fatto papa, pronunciò il suo divorzio per
maritarla a Giovanni Sforza, signore di Pesaro. Tra poco parve ai Borgia
che il parentado di così piccolo principe non fosse corrispondente al
grado loro, ed il papa nel 1497 pronunciò un secondo divorzio per
maritare sua figlia nel susseguente anno ad Alfonso d'Arragona, duca di
Biseglia, principe di Salerno, e figliuolo naturale di Alfonso II re di
Napoli[144]. Mentre ciò si trattava, il regno di Napoli fu conquistato
dai Francesi; il principe di Biseglia, che non aveva che diciassette
anni nel momento del matrimonio, invece di essere il nipote di un gran
re, più non fu che quello di un proscritto. I Borgia non avevano mai
avuta l'ambizione di mantenersi fedeli a coloro che la fortuna
abbandonava. Il 15 di luglio del 1501 il terzo sposo di Lucrezia venne
assassinato sulla scala della basilica di san Pietro. Si vietò qualunque
processura contro gli uccisori; e perchè non moriva abbastanza
sollecitamente per le riportate ferite, il 18 di agosto fu strozzato nel
suo letto[145]. I disordini della privata vita di Lucrezia superavano
ancora lo scandalo de' suoi matrimoni e dei suoi divorzj: perciocchè il
pubblico l'accusava di essere stata l'amante di suo padre e de' suoi
fratelli: era stata veduta presiedere ai banchetti delle cortigiane ed
alle scandalose feste con cui Alessandro infamava il Vaticano: invece di
tornei Lucrezia instituiva lotte di libertinaggio; giudicava co' suoi
occhi il valore de' combattenti, e distribuiva premj ai
vincitori[146][147].
[144] _Burchardi Diar. Cur. Rom., p, 2096._
[145] _Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2122, 2123. — Jac. Nardi Ist.
Fior., l. IV, p. 126. — Raynal. An. Eccl. 1501, § 21, p. 511._
[146] _Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2134._
[147] Il signor Roscoe nella vita di Leon X, _t. 1_, si sforza di
voler difendere da così gravi imputazioni la duchessa di Ferrara,
Lucrezia Borgia, ma trattò l'argomento piuttosto da retore che da
storico imparziale. Avrebbe fatto miglior senno ad abbandonare le
difese della Borgia prima del suo matrimonio con Alfonso d'Este, per
dimostrarla savia principessa dopo quest'epoca, ai quale oggetto non
doveva che distruggere qualche sospetto di soverchia domestichezza
con Pietro Bembo e con qualche altro illustre personaggio; potendosi
in generale asserire che alla corte di Ferrara si contenne come si
conviene a saggia e colta principessa. _N. d. T._
Lucrezia portò al suo sposo cento mila ducati di dote, la cessione di
alcuni feudi ecclesiastici in Romagna, e la protezione del papa per la
casa d'Este, che valeva più di tutt'altra cosa. L'alleanza poi del duca
di Ferrara copriva il nuovo ducato di Romagna dalla banda de' confini
più esposti, e lasciava a Cesare Borgia la facoltà di volgere tutte le
sue forze e tutta la sua attenzione verso la Toscana e verso l'Ombria.
In fatti partì da Roma il 13 giugno del 1502 per avvicinarsi a quelle
province[148].
[148] _Burchardi Diar. Curiae Rom., p. 2138._
Il giorno 1.º di maggio del precedente anno il papa aveva pronunciato in
concistoro una sentenza contro Giulio Cesare da Varano, signore di
Camerino, colla quale, per castigo dell'assassinio di suo fratello
Rodolfo, e dell'asilo che aveva accordato ai banditi ed ai ribelli dello
stato della Chiesa, il Varano era spogliato del suo feudo, ed il piccolo
principato di Camerino riunito alla camera apostolica[149]. Il duca
Valentino, poichè fu arrivato ai confini del territorio perugino, diede
voce che stava per dare esecuzione a tale sentenza. Mandò il duca di
Gravina Orsini ed Oliverotto di Fermo, suoi luogotenenti, a guastare la
Marca di Camerino; e nello stesso tempo domandò a Guid'Ubaldo di
Montefeltro, duca d'Urbino, di prestargli tutti gli uomini d'armi e
tutta l'artiglieria che aveva; e perchè Guid'Ubaldo non aveva veruna
contesa col pontefice e niun motivo di diffidenza, si affrettò di
ubbidire, onde non compromettersi con un così formidabile vicino. Ma
quando il Borgia ebbe in sua mano tutti i mezzi di difesa del duca,
condusse improvvisamente le sue truppe nel suo ducato, ed occupò lo
stesso giorno Cagli, una delle quattro città di quello stato.
Guid'Ubaldo spaventato fuggì senza far resistenza, si ritirò a Ravenna
in abito di contadino e di là passò a Mantova; suo nipote, Francesco
Maria della Rovere, prefetto di Roma e signore di Sinigaglia, fuggì
nello stesso tempo, e Cesare Borgia non incontrò verun ostacolo a
ridurre in suo potere tutto il ducato d'Urbino, tranne le fortezze di
san Leo e di Majolo[150].
[149] _Rayn. Ann. 1501, § 17, p. 508._
[150] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 278. — Burchardi Diar. Cur. Rom.,
p. 2138 — P. Bembi Ist. Ven., l. VI, p. 130. — Jac. Nardi Ist.
Fior., l. IV, p. 132, — Ist. di Gio. Cambi, p. 179._
Questa è una delle occasioni assai rare in cui viene dagli storici
accennata la repubblica di san Marino. Due villaggi presso la sommità
del monte Titano formano tutt'intero quel piccolo stato, che si era fin
allora conservato libero, ma sotto la protezione del duca d'Urbino. Gli
abitanti, spaventati dalla ruina del loro protettore, offrirono ai
Veneziani di darsi a loro, se volevano difenderli contro Cesare Borgia;
ma i Veneziani non ardirono di accettarli. Dall'altra banda il Borgia
loro domandò soltanto di ricevere un podestà dalle sue mani; i cittadini
di san Marino vi acconsentirono, ed approfittarono delle prime
rivoluzioni della Romagna per riporsi in libertà[151].
[151] _P. Bembi, Ist. Ven., l. VI, p. 130. — Melch. Delfico Mem.
Stor. di san Marino cap. VI, p. 175._
Mentre il Valentino conquistava il ducato d'Urbino, e teneva aperti gli
occhi sulle rivoluzioni che scoppiavano in Toscana, il suo luogotenente,
Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello aveva intavolata una
cospirazione con alcuni cittadini d'Arezzo per farsi dare in mano la
città. Guglielmo de' Pazzi, ch'era colà commissario della repubblica
fiorentina, la scuoprì, e fece arrestare due de' più colpevoli; ma il
partito de' ribelli, ch'era più numeroso ch'egli non credeva, fece che
prendesse le armi tutta la città per liberarli, ed avendo imprigionato
il commissario stesso con tutti i suoi ufficiali, gli Aretini
proclamarono nello stesso giorno, il 4 giugno del 1502, il
ristabilimento dell'antica loro repubblica, e cinsero d'assedio la
rocca[152].
[152] _Jac. Nardi, Ist. Fior., l. IV, p. 129. — Ist. di Gio. Cambi,
t. XXI, p. 177 — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 267._
Cosimo de' Pazzi, vescovo d'Arezzo e figlio del commissario, essendosi
chiuso nella rocca, fece frettolosamente chiedere soccorsi a Firenze: ma
quelli de' ribelli erano più vicini, e Vitellozzo Vitelli entrò quasi
subito in Arezzo cogli uomini d'armi di Città di Castello. Gian Paolo
Baglioni, signore di Perugia lo seguì immediatamente, seco conducendo
Fabio, figliuolo di Paolo Orsini, ed i due Medici, Pietro e suo fratello
cardinale, sempre apparecchiati ad unirsi a tutti i nemici della loro
patria. Pandolfo Petrucci loro mandò da Siena danaro ed artiglieria, ed
il 18 di giugno la rocca d'Arezzo, che i Fiorentini non avevano potuto
soccorrere, dovette arrendersi[153].
[153] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 276. — Burchardi Diar., p. 2138. —
Jac. Nardi, l. IV, p. 130. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p.
III, l. VI, f. 108, v._
Tutti i capitani che avevano preso parte nella rivoluzione d'Arezzo,
Vitellozzo, gli Orsini, Baglioni e Petrucci erano al soldo del duca
Valentino; e se questi non erasi immischiato nella trama, almeno
sembrava tenersi pronto a coglierne i frutti; ma quando era in sul punto
di entrare in Toscana, ebbe comunicazione del trattato di protezione
soscritto il 16 di aprile tra il re di Francia e la repubblica
fiorentina, ed un formale divieto di Lodovico XII di molestare i
Fiorentini. Egli si vide costretto ad ubbidire, almeno in apparenza, e
si accontentò di far passare segretamente a Vitellozzo tutti gli uomini
d'armi di cui poteva disporre[154]. Nello stesso tempo rivolse le sue
forze dalla banda di Camerino, entrò in quella città per sorpresa, si
assicurò della persona di Giulio Cesare di Varano e di due de' suoi
figliuoli, e li fece subito strozzare[155].
[154] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 277. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
IV, p. 132. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 109.
— P. Giovio Vita di Leon X, l. I, p. 79. — Fr. Belcarii Comm., l.
IX, p. 254._
[155] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 279. — Burchardi Diar., p. 2141. —
Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 268. — Jac. Nardi, l. IV, p. 134._
Intanto Vitellozzo teneva sotto i suoi ordini ottocento uomini d'armi e
tre mila fanti; assumeva il titolo di generale dell'armata della Chiesa,
e continuava la guerra contro Firenze. E perchè tutto il raccolto era
ancora ne' campi, i contadini, temendo di esporli ad essere bruciati,
non osavano fare resistenza; onde Vitellozzo non incontrò difficoltà
alcuna ad impadronirsi di Monte Sansovino, di Castiglione Aretino, di
Cortona e di tutte le terre murate di Val di Chiana[156]. Se si fosse
immediatamente avanzato nel Casentino sarebbe giunto fino alle mura di
Firenze, non vi essendo armata apparecchiata a resistergli; perchè la
fanteria adunata a Quarata nell'istante della ribellione d'Arezzo, era
stata compresa da tale terrore per l'occupazione de' Castelli di Val di
Chiana, che si era tutta dispersa. Ma Vitellozzo non si prendeva verun
pensiero di rimettere i Medici in Firenze, finchè poteva sperare di
tenere in suo dominio le conquiste che farebbe ne' contorni del suo
piccolo stato di Città di Castello. Invece adunque di passare avanti,
piantò le sue batterie da principio contro Anghiari, in appresso sotto
Borgo san Sepolcro, e prese quelle due terre. D'altra parte i Fiorentini
avevano ricorso in principio di questa guerra a Chaumont d'Amboise,
governatore del Milanese, per avere i soccorsi cui Lodovico XII si era
obbligato. Di già dugento lance francesi, comandate dal capitano
Imbault, erano giunte a Firenze, ed altre dugento si avvicinavano.
Vitellozzo, che aveva fatto intimare la resa al castello di Poppi,
quand'ebbe avviso della loro venuta, si ritirò immediatamente e si
chiuse in Arezzo[157].
[156] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 131. — Ist. di Gio. Cambi,
t. XXI, p. 178. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 267._
[157] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 279. — Jac. Nardi, l. IV, p. 131.
— Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 267. — P. Giovio vita di Leone X, l.
I, p. 80. — Fr. Belcarii, l. IX, p. 255._
Il Vitellozzo non era entrato in quest'intrapresa senza l'assenso del
duca Valentino; ma tosto che il duca vide che realmente eccitava la
collera del re di Francia, che le lagnanze di tutta l'Italia contro di
lui avevano scosso Lodovico XII al suo arrivo in Asti, e l'avevano
finalmente persuaso a tarpare le ali alla di lui ambizione; che il re
aveva mandato a Parma Lodovico della Tremouille con dugento lance e con
grosso treno d'artiglieria; che vi faceva andare tre mila Svizzeri, e
che si apparecchiava a frenare i troppo turbolenti capitani dello stato
della Chiesa, si affrettò di negare le commissioni date al suo
luogotenente; anzi minacciò di attaccarlo a forza aperta, e Vitellozzo,
che ben sapeva che dal suo padrone non aveva a sperare nè pietà nè buona
fede, che ne' freschi esempi del duca d'Urbino e del signore di Camerino
vedeva fin dove poteva giugnere la sua crudeltà e la sua perfidia,
temeva di essere da lui sagrificato. Per tirarsi con qualche onore dalla
sua spedizione si affrettò di trattare col capitano Imbault; il 1º di
agosto gli consegnò Arezzo, e tutto ciò che aveva conquistato in
Toscana, assoggettandosi al giudizio del re di Francia intorno alla
sorte di quella provincia[158].
[158] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 280. — Machiavelli Disc. sopra
Tito Liv., l. I, c. 38, p. 167. — Jac. Nardi, Ist. Fior., l. IV, p.
135. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 180. — Scip. Ammirato, l
XXVII, p. 268._
La collera di Lodovico XII contro Cesare Borgia pareva essere foriera di
una rapida rivoluzione nello stato della Chiesa: tutti i nemici di
quest'uomo crudele e perfido, tutte le vittime che si erano sottratte ai
precedenti suoi tradimenti, tutti coloro che temevano di esserne in
breve le vittime, eransi riuniti in Asti presso il re di Francia per
affrettarlo a liberare dal padre e dal figlio la Chiesa e l'umanità. Ma
dal canto loro Alessandro e Cesare Borgia non si tenevano inattivi, ed
avevano spediti presso Lodovico e presso il cardinale; d'Amboise i loro
più destri negoziatori. Sapevano che quel cardinale aspirava alla tiara,
e che per giugnervi aveva bisogno di far entrare alcune sue creature nel
sacro collegio; perciò Alessandro VI gli promise di fare una promozione
di sua scelta, gli riconfermò per diciotto mesi il titolo di legato a
latere in Francia, e lusingò la sua vanità facendolo figurare quale
protettore della Chiesa. Il cardinale d'Amboise, guadagnato dai Borgia,
rappresentò allora a Lodovico XII che non poteva riporre veruna
confidenza nelle sue negoziazioni con Massimiliano; che le pretese dei
quattro cantoni sopra Bellinzona potevano essere cagione di dissapori
con tutto il corpo elvetico; che la guerra di Napoli coi re di Spagna
poteva riuscire molesta; che i Veneziani, sempre occupati nella guerra
coi Turchi, vedevano con occhio geloso i progressi della Francia; che il
papa e suo figlio erano alla fine le sole potenze d'Italia che avessero
un'armata, un tesoro ed una posizione degna di essere comperata. Tosto
che fu noto a Cesare Borgia che Lodovico XII erasi lasciato calmare da
tali considerazioni politiche, partì in posta da Roma il 3 agosto del
1502 e recossi a Milano alla corte del re[159]. Lodovico XII lo accolse
con tali onorificenze e testimonianze di affetto, che ridussero alla
disperazione coloro che avevano contro di lui implorata giustizia. Si
confermò l'alleanza tra la Francia e la casa Borgia; le truppe francesi
mandate in Toscana furono richiamate; la repubblica di Siena e Pandolfo
Petrucci, pagando quaranta mila ducati, vennero nuovamente ricevuti
sotto la protezione della Francia; due mila Svizzeri e due mila Guasconi
ebbero ordine di passare nel regno di Napoli per raggiugnervi il duca di
Nemours; e Lodovico XII, contento di avere così regolati gli affari
d'Italia, ripartì in settembre per tornare in Francia[160].
[159] _Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2142. — Jac. Nardi, l. IV, p.
136. — Fr. Belcarii, Comm. Rer. Gal., l. IX, p. 256._
[160] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 282. — Jac. Nardi, l. IV, p. 138.
— Agost. Giustin., l. VI, p. 258._
Le condizioni della nuova alleanza del Valentino col re non si conobbero
che dopo la partenza di questi, ed eccitarono l'universale indignazione.
Lodovico XII, associandosi alle sue perfidie, gli prestava trecento
lance francesi per continuarle impunemente. Egli non avea riclamato a
favore del principe di Piombino e del duca d'Urbino, ambidue suoi
alleati, e che avevano somministrati i piccoli loro contingenti alle sue
armate. Era pure alleato di Giovanni Bentivoglio, ed aveva ricevuto in
danaro il prezzo della protezione che gli aveva promessa, pure lo
sagrificava egualmente al Valentino. Le trecento lance che prestava a
costui dovevano impiegarsi contro Bologna, Perugia e Città di Castello,
per cacciarne il Bentivoglio, Gian Paolo Baglioni e Vitellozzo
Vitelli[161].
[161] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 283._
Non sapevasi se la repubblica fiorentina fosse stata egualmente
abbandonata dal re alla cupidigia di Cesare Borgia, ma il trattato che
la univa a Lodovico XII, e ch'essa aveva fin allora risguardato come la
sua guarenzia, non era nè più chiaro, nè più sacro che quelli del
principe di Piombino, del duca d'Urbino, del Bentivoglio, che vedevansi
posti in non cale. Altronde sapevasi che Alessandro VI e suo figlio si
erano accusati di pusillanimità per non avere spinti più vivamente i
vantaggi che ottenuti avevano contro i Fiorentini, resi sicuri dalla
conoscenza che fatta avevano della corte di Francia, che questa
perdonerebbe sempre le cose fatte, e che se avessero aspettato a
trattare colla medesima dopo essersi impadroniti di Firenze, non
avrebbero trovate maggiori difficoltà a fare la loro pace, di quello che
ne avessero incontrate rispettando quella città[162].
[162] _Fr. Guicciardini, l. I, p. 284. — Machiavelli della Natura
dei Francesi, t. III, p. 195._
Ai Fiorentini erano state restituite in agosto tutte le città e castelli
che Vitellozzo loro aveva tolti; ma essi non andavano debitori di tale
restituzione che ad una protezione straniera, mentre che le loro perdite
facevano conoscere la loro debolezza. Spossati da otto anni di guerra
con Pisa, questa interna piaga rodeva continuamente le loro finanze,
mentre che con tutto il restante dell'Italia erano partecipi de' mali
dell'invasione straniera e di tutte le pubbliche calamità. Avendo il re
fatto conoscere che gl'increscerebbe che prendessero al loro soldo il
duca di Mantova, ch'egli risguardava come suo nemico, essi nè avevano
preso questo capitano, nè verun altro per rispettare tale insinuazione,
e si trovavano quasi disarmati[163].
[163] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 284._
A questi esterni pericoli aggiugnevansi pei Fiorentini quelli che
dipendevano dall'instabilità del proprio governo. Dopo che non avevano
più la balìa, non più elezioni fatte alla mano, non più fazioni estranee
all'amministrazione, che segretamente governassero i magistrati; dopo
che questi venivano scelti ogni due mesi dai suffragi del gran
consiglio, si sentiva più gagliardamente l'inconvenienza di non avere
nello stato una stabile autorità. La politica esterna aveva tutt'affatto
mutata natura: trovavasi presentemente concentrata nel gabinetto di
pochi principi assoluti; richiedeva segreto, accortezza, ed una
personale conoscenza degli uomini e de' ministri; richiedeva l'impiego
non de' buoni cittadini, ma de' diplomatici. Le potenze straniere non
cessavano mai di rinfacciare ai Fiorentini quel continuo rinnovamento
della loro amministrazione, che non permetteva di penetrare per entro ai
misterj della politica. Il duca Borgia ed il re di Francia, nelle loro
negoziazioni colla signoria, avevano più volte osservato, che il
confidarle i loro segreti era lo stesso che pubblicarli. I partigiani
dei Medici non avevano verun altro pretesto da mettere in campo pel
ristabilimento della tirannide, e dal canto loro gli amici della libertà
sentirono che in una così pericolosa crisi dovevano dare alquanto più di
stabilità al loro governo. Alamanno Salviati, uno de' priori, propose
alla signoria di porre alla testa della repubblica un gonfaloniere a
vita, quale era il doge di Venezia; d'alloggiare questo gonfaloniere in
palazzo, assegnandogli pel suo mantenimento dugento ducati al mese;
d'accordargli il diritto d'intervenire a tutti i consiglj e tribunali, e
metà dell'iniziativa col _proposto_ giornaliero della signoria; ma in
pari tempo di dichiarare che queste eminenti incumbenze non lo
assolvevano da un giudizio capitale se venisse contro di lui pronunciato
dal supremo tribunale degli otto di balìa. Questa proposizione,
approvata da principio dalla signoria e dai collegi, venne sanzionata il
16 agosto del 1502 dal gran consiglio[164].
[164] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 181. — Jac. Nardi Ist. Fior.,
l. IV, p. 138. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 269._
Nell'istante in cui si portò questa legge, i voti del popolo non si
erano per anco riuniti a favore di verun individuo; ma il gran consiglio
in cui si adunarono più di due mila cittadini, consultato da uno
scrutinio segreto, presentò per questa sublime dignità tre candidati, il
giudice Antonio Malegonnelle, Giovachino Guascone e Piero Soderini.
L'ultimo in un secondo giro di scrutinio riunì la pluralità assoluta, e
fu proclamato il 22 di settembre, sebbene non dovesse entrare in carica
che il primo di novembre. Era questi un uomo di matura età, d'una
indipendente fortuna, d'una illustre famiglia, d'una riputazione
intangibile. E perchè non aveva figli, non si aveva ragione di temere
che l'ambizione di famiglia nuocesse ai suoi sforzi pel bene di
tutti[165]. Poco tempo prima era stato in Firenze riformato anche
l'ordine giudiziario. Una legge del 15 aprile del 1502 aveva soppressi
gli uffici di podestà e di capitano di giustizia, e fondata la ruota
fiorentina, composta di cinque giudici, quattro dei quali dovevano
essere d'accordo per portare una sentenza. Si era per altro conservato
pel presidente del tribunale il titolo di podestà. Ogni membro
esercitava per turno quest'incumbenza sei mesi; e fu appunto questa
rotazione, che in Italia fece dare ai tribunali il titolo di
_ruota_[166].
[165] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 281. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI,
p. 183. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 269._
[166] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 172. — Scip. Ammirato, l.
XXVIII, p. 270._
Dopo di avere con queste interne riforme consolidata la stabilità del
loro governo, i Fiorentini si posero in istato di difendersi: ottennero
da Lodovico XII cento cinquanta lance francesi, cui pagavano essi il
soldo, e nello stesso tempo spedirono Gio. Vittore Soderini ambasciatore
a Roma, e Niccolò Machiavelli, lo storico, ad Imola presso al duca
Valentino per sapere fino a qual punto potevano contare sulla durata
della pace[167].
[167] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 138._
I vicarj pontificj ed i condottieri, contro i quali il duca Valentino
aveva dichiarato di voler condurre la sua armata e le genti sovvenutegli
dalla Francia, erano tutti segreti o dichiarati nemici della repubblica
fiorentina: tutti dall'altro canto si trovavano ancora in principio di
quest'anno medesimo al soldo dei Borgia, ed avevano lungo tempo servito
d'istrumenti alla sua politica. I Fiorentini potevano adunque temere, o
che l'apparente loro discordia non fosse che una astuzia destinata ad
ingannare i loro vicini, o che la loro riconciliazione non si facesse a
spese della repubblica. Ma que' capitani conoscevano essi meglio degli
altri il pericolo che loro sovrastava. Il Borgia aveva dichiarato di
volere ricondurre all'ubbidienza della Chiesa Bologna, Perugia e Città
di Castello: con ciò veniva a dire ch'egli voleva occupare quelle città,
e far perire le famiglie de' loro signori come aveva fatto rispetto a
quelle dei Varani e dei Manfredi. Gli Orsini, strettamente uniti ai
Vitelli, ben sentivano che verrebbe presto la volta loro. Pandolfo
Petrucci vedevasi stretto da ogni banda dalle conquiste del Valentino,
il quale, padrone della Romagna, dell'Ombria e del Patrimonio, afforzava
ancora Piombino. Tutti e due avevano, siccome Vitellozzo, i medesimi
diritti alla riconoscenza di Borgia, e tutti due più non potevano
dubitare che la sua riconoscenza non avesse alcuna influenza sulla sua
anima. Questi capitani, che vedevano il turbine vicino a cadere sopra di
loro, si riunirono segretamente alla Magione, nello stato di Perugia,
per concertare i comuni mezzi di difesa. I più di loro trovavansi
tuttavia al soldo di Cesare Borgia, ma avevano avuta la precauzione di
far ritirare in luogo sicuro i loro uomini d'armi; e, secondo i calcoli
loro, trovarono di potere adunare all'istante settecento uomini d'armi,
quattrocento alabardieri a cavallo e nove mila fanti. Altronde
occupavano tutto il paese posto tra la Romagna e Roma, e speravano di
potere impedire ogni comunicazione tra Cesare Borgia e suo padre[168].
[168] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 284._
Trovavansi alla dieta della Magione il cardinale Orsini, che aveva
sprezzato il divieto del papa di passare a Milano presso Lodovico XII, e
che più non ardiva di tornare a Roma; Paolo Orsini suo fratello, il
quale era padrone di molta parte del Patrimonio di san Pietro;
Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello; Giovan Paolo Baglioni,
signore di Perugia; Ermes Bentivoglio, che rappresentava suo padre
Giovanni, signore di Bologna; Antonio di Venafro, ministro e confidente
di Pandolfo Petrucci, signore di Siena; e per ultimo Oliverotto, che con
esecrabile perfidia si era fatto padrone della signoria di Fermo e della
sua Marca[169]. Rimasto questi orfano in tenera età, era stato allevato
da Giovanni Fogliano, suo zio materno, e trattato con tutta la tenerezza
di un padre verso un prediletto figlio. Volendo il Fogliani farlo
entrare nella carriera militare, l'aveva posto presso Paolo Vitelli,
sotto il quale Oliverotto si distinse. Dopo la morte di Paolo venne
annoverato tra i più bravi ed intraprendenti luogotenenti di Vitellozzo,
e finalmente la spedizione del Borgia contro Camerino lo ricondusse ai
confini della sua patria. Scrisse in allora al Fogliani, che desiderava
di rivedere la casa paterna, e mostrarvisi cogli onori acquistati in
guerra, facendosi accompagnare da cento de' suoi cavalieri. Il Fogliani
ottenne per lui la licenza d'introdurli in città; gli procurò il più
lusinghiero accoglimento; lo alloggiò in sua casa con tutta la truppa, e
pochi giorni dopo, per onorarlo, diede un banchetto a tutta la
magistratura di Fermo. A mezzo il pranzo Oliverotto fece entrare i
soldati che l'avevano seguito, fece assassinare il Fogliani e tutti i
commensali, indi, assediata la signoria ch'era rimasta in palazzo, la
costrinse a riconoscerlo per principe di Fermo e del suo
territorio[170].
[169] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 286._
[170] _Machiavelli il Principe, c. VIII, p. 264. — Fr. Guicciardini
l. V, p. 290._
I nemici di Cesare Borgia non erano quindi nè meno perfidi, nè meno di
lui macchiati di delitti; e non potevano avere confidenza gli uni negli
altri, nè ispirarne ai loro vicini. Invano cercarono che i Fiorentini
prendessero parte nella loro associazione; questi vi si rifiutarono
costantemente[171]. I Veneziani, sia per lo stesso motivo, sia a motivo
dell'imbarazzo e dell'inquietudine che loro dava continuamente la guerra
coi Turchi, ricusarono egualmente di entrare nella loro lega; ma
scrissero a Lodovico XII per dissuaderlo dall'assecondare per lo innanzi
le intraprese del duca Valentino. Gli rappresentavano quanto torto
facesse alla sua riputazione ed al nome di Cristianissimo ch'egli
portava, spalleggiando un mostro, la di cui ambizione non era frenata da
verun pudore, da verun sentimento d'umanità; un tiranno che non
risparmiava nè donne, nè fanciulli, nè i proprj fratelli; che faceva
perire i prigionieri ricevuti sotto la fede del giuramento; che
raggiugneva col ferro o col veleno coloro che cercavano di sottrarsi
alla sua potenza, e che aveva dati al mondo esempj di ferocia fin allora
sconosciuti: Lodovico XII rispose alle rimostranze de' Veneziani, come
sogliono fare i potenti il di cui orgoglio si offende trovandosi colto
in fallo: dichiarò che niuno poteva vietare al pontefice di disporre
come più gli piaceva delle terre della Chiesa, che niuno poteva dargli
colpa ch'egli ajutasse il papa in così legittima impresa, e che, se i
Veneziani tentassero di porvi ostacolo, li tratterebbe come nemici. Non
contento di avere così risposto, mandò copia della sua lettera al duca
Valentino, che la fece leggere al Machiavelli[172].
[171] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 139._
[172] _Machiavelli Legaz. al duca Valentino, Lett. I. — Fr.
Guicciardini, l. V, p. 285. — Fr. Belcarii Comment. Rer. Gal., l.
IX, p. 258._
I confederati della Magione invitarono pure il duca d'Urbino, allora
rifugiato in Venezia, ad entrare nella loro lega. Questi, che, tutto
avendo già perduto, non correva verun rischio, accettò avidamente
l'offerta. Sbarcò a Sinigaglia, dove una congiura gli diede in mano il
forte san Leo, e tutti i popoli del ducato di Urbino che lo amavano,
prendendo subito le armi in favor suo, gli diedero modo di ricuperare i
proprj stati colla stessa rapidità con cui gli aveva perduti[173]. In
tal guisa scoppiò in principio di ottobre la sommossa de' capitani di
Cesare Borgia contro di lui: a ciò egli non era apparecchiato; molti di
loro facevano ancora parte della sua armata, ed egli aveva calcolato di
assicurarsi de' soldati di tutti gli altri prima di attaccare il
Bentivoglio, il solo ch'egli avesse scopertamente minacciato. Nel
momento in cui ebbe notizia della rivoluzione del ducato d'Urbino,
trovavasi in Imola con poche truppe; ed il Bentivoglio, che aveva alcune
compagnie a Castel san Pietro, ordinò loro di battere il paese fino a
Doccia a breve distanza da Imola. Il Valentino scrisse frettolosamente a
don Ugo di Cardone ed a don Michele, due de' suoi capitani ch'erano nel
ducato d'Urbino, di schivare ogni zuffa, di piegare in faccia al nemico,
e di condurgli a Rimini cento uomini d'armi, dugento cavaleggieri e
cinquecento fanti da loro comandati. Ma i due luogotenenti non
ubbidirono ai suoi ordini: tentati da un'occasione che si presentò loro
d'impadronirsi della Pergola e di Fossombrone, rientrarono nel ducato
d'Urbino, e si lasciarono sorprendere presso Cagli da Paolo Orsini e dal
duca di Gravina, suo cugino, che avevano con loro seicento fanti di
Vitellozzo. Le truppe del Borgia furono battute, Ugo di Cardone fatto
prigioniere, ucciso il suo luogotenente, e don Michele, rifugiatosi a
Fano, si ritirò poscia a Pesaro[174].
[173] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 140. — Burchardi Diar.
Curiae Rom., p. 2142._
[174] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 287._
Il Valentino trovavasi in Imola in grandissimo pericolo, e vi ragunava
quanti più soldati poteva; ma quelli che gli erano stati promessi dal re
di Francia non erano ancora arrivati, e gl'Italiani che prendeva al suo
soldo non avevano meno ragione di diffidare di lui che quelli che
avevano allora prese contro di lui le armi. Un subito impetuoso attacco
de' confederati l'avrebbe probabilmente sgominato; ma questi temevano
particolarmente di provocare lo sdegno del re di Francia, cui avevano
fatto dichiarare che ben lungi dal voler combattere contro i suoi
soldati, erano apparecchiati ad eseguire i suoi ordini. Avevano pure
ricusato di ricevere i Colonna nella loro lega pel solo motivo che erano
aperti nemici della Francia. Questi vani riguardi diedero tempo a Cesare
Borgia ed a suo padre di negoziare, tanto per riconciliarsi coi capi
nemici, quanto per seminare tra loro la discordia. In particolare
Alessandro VI cercava di riacquistare la confidenza del cardinale Orsini
per mezzo di suo fratello, Giulio Orsini, che si era trattenuto in
Roma[175].
[175] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 286._
Cesare Borgia era dotato di singolari talenti per le negoziazioni, e di
una straordinaria facilità di guadagnarsi l'affetto di coloro che lo
avvicinavano. Questo così falso e perfido tiranno sapeva sopra tutto
prendere a voglia sua il linguaggio della franchezza e della confidenza.
Trovasi nelle lettere che il Machiavelli scriveva alla signoria in tempo
della sua legazione presso il Valentino l'impronta di quel tuono di
bonomia che prendeva nelle sue negoziazioni. Spesso il segretario
fiorentino riferisce le precise parole dell'abboccamento avuto col duca.
«Quando tu sei venuto per la prima volta, gli diceva il Borgia, il 23 di
ottobre, io non ti ho parlato così apertamente (del mio intero
soddisfacimento della condotta tenuta dalla repubblica, e del mio
desiderio di servirla), perchè io mi trovava allora in difficilissima
situazione; Urbino si era ribellato, e non sapevo su quale appoggio
contasse presso di me tutto era disordine, e nulla poteva parere stabile
con quei nuovi stati; perciò io non voleva che i tuoi signori si dessero
a credere che la paura che io aveva mi facesse abbondare in promesse.
Presentemente che ho meno da temere, ti prometto assai più; e quando non
temerò più nulla, i fatti, ove fia d'uopo, terranno dietro alle
promesse». Il Machiavelli dopo di avere nella sua lettera dello stesso
giorno riferita circostanziatamente questa conversazione soggiugne: «Voi
vedete, o signori, di quali parole si serve questo signore, sebbene io
non ne scriva che la metà; le loro signorie considereranno d'altra parte
la persona che parla, e giudicheranno secondo la consueta loro
prudenza»[176].
[176] _Machiavelli Legaz. I, lett. I, p. 5 e 6._
L'immobilità del Borgia, che dopo il cominciamento della guerra si tenne
dieci settimane in Imola senza nè avanzare, nè retrocedere, fece credere
ai confederati che sentisse la propria debolezza, e che a qualunque
patto si riconcilierebbe; entrarono perciò di buon animo in negoziazioni
con lui, tanto più che nello stesso tempo le loro truppe andavano
facendo nuovi acquisti. Il popolo di Camerino si era ribellato ed aveva
richiamato dal suo esilio all'Aquila Giovan Maria di Varano, figlio
dell'ultimo signore; Vitellozzo aveva presa la fortezza di Fossombrone,
poscia le rocche di Urbino, Cagli ed Agobbio; di modo che nel ducato
d'Urbino agli ufficiali di Borgia non restava che sant'Agata; Fano e
tutta la provincia erano stati egualmente occupati dai confederati.
Intanto il Valentino chiamava da ogni banda al suo soldo _lance
spezzate_; che così si chiamavano que' piccoli gentiluomini, che non
avendo sotto i loro ordini che cinque o sei cavalli, pure prendevano
soldo separatamente. Siccome non si presentavano per compagnie da sè, e
che non erano comandati da un riputato capitano, pareva che non
formassero corpo[177].
[177] _Machiavelli Legaz. I, lett. IV, p. 16 e passim._
Il Valentino voleva ridurre Paolo Orsini a venire a trattare con lui
personalmente in Imola, e per averlo acconsentì di mandare ai
confederati in ostaggio il cardinale Borgia. In fatti Paolo Orsini
giunse ad Imola il 25 di ottobre[178]. Il Valentino lo accolse
amichevolmente; convenne che non doveva accusare che la propria
imprudenza, se que' capitani che lo avevano fin allora servito con tanta
fedeltà, si erano tutt'ad un tratto da lui alienati; che era tutta sua
colpa il non avere con loro agito in maniera da liberarli da così mal
fondati sospetti; ma che poichè questa mal intelligenza non avea avuto
verun reale motivo, sperava che ben lungi da lasciare tra di loro semi
d'inimicizia, servirebbe per lo contrario a formare tra di loro una
perpetua indissolubile unione; perciocchè da una banda vedendo i suoi
capitani che il re di Francia lo ajutava con tutta la sua potenza, si
convincerebbero di non lo potere opprimere; e dall'altra egli stesso
aveva per questa esperienza aperti gli occhi, e confessava ingenuamente
che dai loro consiglj e dal loro valore doveva riconoscere tutta la sua
felicità e la sua riputazione[179].
[178] _Machiavelli Legaz. I, lett. II, p. 8. — Jac. Nardi Ist.
Fior., l. IV, p. 141._
[179] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 287._
Le proteste di Cesare Borgia venivano accolte con tanta maggiore
confidenza da Paolo Orsini, in quanto ch'egli era persuaso non potersi
un papa mantenere, quando aveva nello stesso tempo contro di sè la sua
famiglia e quella dei Colonna. E tale fu la sua cocciutagine, che, non
credendosi per parte del duca esposto a verun pericolo, poichè questi
non dava segno di veruno risentimento, sottoscrisse con lui il 28 di
ottobre una convenzione in forza della quale tutte le ricevute
vicendevoli ingiurie dovevano essere dimenticate. Il soldo che i
condottieri confederati avevano inaddietro avuto dal duca doveva essere
loro conservato; essi obbligavansi ad ajutarlo a ricuperare con tutte le
loro forze gli stati d'Urbino e di Camerino, senza per altro essere
obbligati a venire in persona nelle sue armate, od a porsi in poter suo.
Finalmente le vertenze del papa con Giovanni Bentivoglio, rispetto alla
sovranità di Bologna, dovevano decidersi dal cardinale Orsini, dal duca
Valentino e da Pandolfo Petrucci[180].
[180] Il Machiavelli in una sua lettera del 10 novembre manda alla
signoria l'intera convenzione. _Legaz. I, l. VIII, p. 30. — Jac.
Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 141._
Ma questa convenzione, che fu comunicata al Machiavelli da un segretario
del duca con un sorriso ironico[181], perchè avesse effetto era
necessario che venisse ratificata dal papa e dai singoli confederati.
Non fu difficile il portare in lungo tale formalità, e di accrescere in
tal maniera la diffidenza del Bentivoglio, che con estremo
rincrescimento vedeva tenersi in sospeso i suoi interessi, mentre che
regolati erano quelli di tutti gli altri. Il Valentino seppe
approfittarne per conchiudere con lui, per mezzo di suo figlio il
protonotajo, un parziale trattato di pace che fu sottoscritto in Imola
il giorno 2 di dicembre. Il Bentivoglio si obbligò a staccarsi
assolutamente dai Vitelli e dagli Orsini; promise di servire il duca a
proprie spese nelle sue guerre con cento uomini d'armi e con cento
alabardieri a cavallo; ed a tale prezzo fu dalla Chiesa riconosciuta la
sua sovranità sopra Bologna: inoltre doveva pagare a Cesare Borgia sotto
il titolo di condotta, per cento lance, dodici mila ducati all'anno. Suo
figliuolo Annibale doveva sposare la sorella del vescovo d'Enna, nipote
del duca Valentino. Finalmente il re di Francia, che non vedeva
volentieri l'incorporazione di Bologna allo stato della Chiesa, il duca
di Ferrara ed i Fiorentini, dovevano essere garanti di questo
trattato[182].
[181] _Machiavelli Legaz. I, l. IV, p. 20._
[182] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 288. — Machiavelli Legaz. I, lett.
XIV, p. 48._
Intanto essendo giunta la ratifica del trattato degli Orsini, ed essendo
sottoscritto il trattato del Bentivoglio, il duca d'Urbino sentiva che,
per quanto fosse grande l'affetto che gli mostravano i suoi sudditi, non
potrebbe in verun modo difendere il suo principato. Si affrettò dunque a
demolire tutte le sue fortezze, onde non avere bisogno di assediarle in
più felici tempi, e ritirossi a Città di Castello. Il Valentino fece
pubblicare un perdono universale pei popoli sollevati del ducato
d'Urbino, i quali rientrarono sotto la sua ubbidienza l'otto di
dicembre[183].
[183] _Machiavelli Legaz. I, lett, XVI, p. 51. — Jac. Nardi, l. IV,
p. 142. — P. Bembi Hist. Ven., l. VI, p. 131. — Jo. Burchardi Diar.
Cur. Rom., p. 2143._
Lo stato di Camerino seguì l'esempio di quello d'Urbino, ed il signore
fuggì di nuovo nel regno di Napoli. Vitellozzo ritirò le sue truppe da
Fano, e la guerra pareva terminata. E questo fu l'istante scelto dal
Valentino per muoversi colla sua armata. Partì da Imola il dieci di
dicembre[184].
[184] _Machiavelli Legaz. I, lett. XVII, p. 54. — Jac. Nardi, l. IV,
p. 142._
La marcia del Borgia con una così potente armata, che pareva essergli
diventata inutile sparse l'inquietudine e lo spavento ne' vicini stati.
I Veneziani facevano così attenta guardia alle loro terre di Romagna,
come se il nemico fosse accampato sotto le loro mura; i Fiorentini
temevano che la riconciliazione di tanti capitani, da loro egualmente
temuti, non si fosse fatta a danno loro; ma più d'ogni altro i
condottieri rientrati di fresco in grazia col duca cominciavano a
credere che potrebbero essere vittime della sua doppiezza[185]. Ma,
tutto ad un tratto, il 22 dicembre, le quattrocento cinquanta lance
francesi, che accompagnavano il duca, lo abbandonarono a Cesena e
ripigliarono la strada di Bologna, senza che si potesse sapere se ciò
fosse l'effetto di qualche subito disgusto colla Francia, o se fossero
chiamate a Milano da qualche impreveduto bisogno[186]. Comunque la cosa
fosse, il Borgia, perduta la metà delle sue forze, e disgustato, almeno
in apparenza, dall'alleato che aveva inspirato tanto terrore, continuò
ad avanzare colla sua armata con meno minaccioso apparato. Oliverotto di
Fermo fu il primo de' confederati della Magione che ardisse
raggiugnerlo. Consultarono assieme se attaccherebbero la Toscana o
Sinigaglia, ed il Borgia si decise per Sinigaglia. Questo piccolo
principato veniva governato da una figlia del precedente duca d'Urbino,
Federica, che chiamavasi prefettessa. Papa Sisto IV l'aveva fatta
sposare a suo nipote Giovanni della Rovere, ch'egli aveva nominato
prefetto di Roma. Rimasta vedova, ella aveva mandato in Francia suo
figlio, Francesco Maria della Rovere, per sottrarlo alle trame del
Valentino; quegli era il presuntivo erede del ducato d'Urbino, poichè il
duca regnante, Guidubaldo, suo zio, non aveva figliuoli. La prefettessa
era rimasta in Sinigaglia sotto la protezione dei confederati della
Magione, e conoscendo che non poteva difendersi senza di loro si ritirò
per mare a Venezia; ma coloro cui aveva affidato il comando della rocca,
dichiararono di non volerla cedere che allo stesso duca Valentino, onde
Oliverotto e gli Orsini lo invitarono ad avvicinarsi per prenderne
possesso[187].
[185] _Machiavelli Legaz. I, lett. XVII e XVIII, p. 54 e 55._
[186] _Machiavelli Legaz. I, lett. XIX, p. 60._
[187] _Machiavelli, del Modo tenuto dal duca Valentino ec., t. III,
p. 148. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 289. — Jac. Nardi Ist. Fior.,
l. IV, p. 142. — Jo. Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2147._
Il Borgia, che aveva di già rinviate le truppe francesi per dissipare i
sospetti dei capitani confederati, conobbe quanto poteva ripromettersi
dalla loro confidenza quando si vide chiamato da loro medesimi. Li fece
avvisare di distribuire i loro soldati ne' villaggi del territorio di
Sinigaglia, per lasciare ai suoi il quartiere nella stessa città, ed il
31 di dicembre partì da Fano per giungere lo stesso giorno in quella
città, avendo con lui almeno due mila cavalli e due mila fanti.
Vitellozzo Vitelli, Paolo Orsini e Francesco Orsini, duca di Gravina, si
avanzarono disarmati per incontrare il duca Valentino e fargli onore.
Prima di giugnere a lui dovettero attraversare tutta la sua cavalleria
ch'era distribuita in due file ai due lati della strada. Il duca li
salutò amorevolmente, e li consegnò a due gentiluomini destinati a
corteggiarli, ed a non abbandonarli finchè non fossero giunti al
palazzo. Mancava tuttavia Oliverotto, il quale comandava la parata della
sua compagnia, che sola era rimasta in Sinigaglia per onorare la venuta
del Valentino. Uno de' confidenti del duca andò ad avvisarlo, che se non
faceva prendere ai suoi soldati i loro quartieri, non potrebbesi
impedire alle truppe che giugnevano di occuparli. Oliverotto in allora
licenziò i suoi uomini d'armi, e si portò presso al duca, che lo accolse
non meno gentilmente degli altri tre; ma che sotto lo stesso pretesto di
fargli onore, lo fece come gli altri guardare a vista. Scesero tutti
assieme da cavallo all'alloggio destinato al duca; ma non appena i
quattro capitani vi furono entrati che trovaronsi arrestati. Allora il
Valentino rimontò subito a cavallo, e conducendo i suoi uomini d'armi ad
attaccare i quartieri di Oliverotto, fece svaligiare i di lui soldati.
Nello stesso tempo ordinò di attaccare quelli degli Orsini e del Vitelli
che trovavansi a cinque in sei miglia di distanza; ma questi, essendo
stati a tempo avvisati di ciò che accadeva, si ritirarono in buon
ordine. La stessa sera il Borgia fece strozzare Vitellozzo ed
Oliverotto, e protrasse fino al giorno 18 la morte di Paolo Orsini e del
duca di Gravina, perchè voleva prima sapere se suo padre aveva eseguito
quanto aveva seco concertato contro gli altri membri della casa
Orsini[188].
[188] _Machiavelli Legaz. I, lett. XXI del primo gennajo 1503, p.
67. — Idem, Del modo tenuto ec., l. III, p. 153. — Jac. Nardi, l.
IV, p. 143. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 290. — Burchardi Dia. Cur.
Rom., p. 2148. — Ist. di Gio. Cambi, p. 184. — Fr. Belcarii, l. IX,
p. 260._
Il signor Roscoe ammette come cosa probabilissima che il Machiavelli
fosse a parte del complotto di Sinigaglia (_Vita e Pont. di Leon X,
t. l, c. VI, p. 336 della trad. francese nota I_). Questo sospetto,
così leggermente promosso contro un uomo che finora non venne
accusato di verun delitto, non avrebbe nemmeno potuto venire in
mente all'autore, se avesse lette le lettere del segretario
fiorentino alla signoria scritte in tempo di questa prima legazione.
I naturali progressi de' suoi dubbj, de' suoi timori, delle sue
conghietture di mano in mano che gli avvenimenti avanzano, le
difficoltà che incontra per parlare al Valentino, perchè egli era un
uomo troppo poco importante, le sue replicate inchieste perchè si
mandi un ambasciatore in sua vece, per ultimo ogni linea delle 29
sue lettere distrugge vittoriosamente così ingiuriosi sospetti. Il
più grande argomento del signor Roscoe è che il Machiavelli, nella
separata sua relazione di questo avvenimento, non arricchisce la sua
narrazione di veruna considerazione: parmi che non fossero
altrimenti necessarie, e che i fatti parlino da sè. Vero è che il
Machiavelli non aveva nè stima, nè compassione per questi nemici del
suo paese, ed erano in fatti poco degni di stima. Rispetto al
Valentino, egli ne ammirava l'accortezza; e vedeva in lui un gran
principe. Ma di quell'epoca i vocaboli di _principe_, di
_usurpatore_, di _tiranno_ erano tutti sinonimi. Il Machiavelli mai
non fa distinzione alcuna fra di loro, e non credeva possibile di
potervi associare veruna virtù morale, fuorchè grandezza di
coraggio, carattere fermo ed accortezza.
La perfidia colla quale Cesare Borgia trattò i capi delle bande adunate
a Sinigaglia non indisponeva i popoli contro di lui. Questi capitani
erano quasi tutti amati dai loro soldati e detestati dai loro sudditi;
il solo timore poteva tenere i popoli ubbidienti verso un governo
puramente militare, e che non conosceva nè giustizia, nè moderazione; e
Cesare Borgia era troppo accorto per non rendere il proprio giogo meno
pesante ai nuovi suoi sudditi. Volle subito approfittare dello spavento
de' suoi nemici, persuaso che i popoli si dichiarerebbero a suo favore;
ed il primo di gennajo del 1503 partì alla volta di Conrinaldo,
Sassoferrato e Gualdo per avvicinarsi ad Agobbio e di là minacciare
nello stesso tempo Perugia e Città di Castello[189]. Il 4 dello stesso
mese ricevette gli ambasciatori di Città di Castello, che gli
annunciavano che il vescovo di quella città e tutti i Vitelli erano
fuggiti, e che gli abitanti si affrettavano di manifestargli la loro
ubbidienza. Giulio Vitelli, rimasto il capo della sua famiglia dopo che
i suoi quattro fratelli maggiori, tutti rinomati guerrieri, erano
successivamente periti di morte violenta, era partito alla volta di
Venezia col duca d'Urbino, dopo di avere mandati i suoi nipoti a
Pitigliano[190]. Gian Paolo Baglioni era fuggito da Perugia, tostocchè
gli era giunta la notizia della carnificina di Sinigaglia; e gli
abitanti di quella città avevano fatto chiedere alla repubblica di
Firenze di ajutarli a mantenere la loro libertà; ma i Fiorentini
risposero, che in ogni altra occasione avevano potuto fare sì poco conto
dell'amicizia e dei buoni ufficj di Perugia che non volevano per salvare
così fatti vicini correre rischio di romperla con un papa tanto potente.
I Perugini spedirono in allora ambasciatori al duca Valentino, i quali
gli si presentarono il 5 di gennajo per dichiarargli che le truppe degli
Orsini, dei Vitelli e dei Baglioni avendo evacuata la loro città per
ritirarsi a Siena, essi lo avevano proclamato loro sovrano. Pure il
Borgia, o perchè così gli avesse ordinato suo padre, o perchè gli
convenisse di tenere celati i suoi ulteriori disegni, non ricevette
l'omaggio di Perugia e di Castello che come gonfaloniere della Chiesa, e
non in proprio nome. Dichiarò di avere determinato di scacciare tutti i
tiranni dai paesi ereditarj de' romani pontefici, e di spegnervi le
fazioni; ma che non voleva dilatare la propria signoria al di là del suo
ducato di Romagna, e che perciò lusingavasi che qualunque si fosse il
papa che occuperebbe dopo Alessandro VI la cattedra di san Pietro, desso
papa gli saprebbe buon grado dell'avere distrutti i nemici dell'autorità
pontificia. Egli non volle pure entrare nelle due sottomesse città, ne
ricondurre gli esiliati a Perugia, ma si apparecchiò subito a scacciare
da Siena Pandolfo Petrucci. Egli risguardava quest'uomo, distintissimo
per la sua accortezza, siccome l'anima del partito. Lo vedeva chiuso in
una fortissima città, provveduto di danaro, e circondato da numerosa
armata a lui affezionatissima; perciò chiese al Machiavelli di
persuadere la sua repubblica ad unirsi a lui per iscacciare quest'ultimo
nemico, che i Fiorentini non dovevano temere meno di quello ch'egli lo
temeva. Desiderava che questi mandassero gente ai confini, mentre
ch'egli si avanzerebbe colle sue truppe; e nello stesso tempo Alessandro
VI intavolava negoziazioni con Pandolfo Petrucci per ingannarlo, se
possibile fosse, e trovar modo di averlo nelle sue mani[191].
[189] _Machiavelli Legaz. I, lett. XXI, XXII, p. 72. — Jac. Nardi,
l. IV, p. 145._
[190] _Machiavelli Legaz. I, lett. XXV, p. 76. — Jac. Nardi, l. IV,
p. 145._
[191] _Machiavell. Legaz. I, lett. XXVII del 10 gennajo, p. 82. —
Fr. Guicciardini, l. V, p. 291. — Orl. Malavolti, Stor. di Siena, p.
II, l. VII, p. 109, f. v._
I Sienesi non erano disposti ad esporsi ai pericoli di un assedio al
solo oggetto di salvare il Petrucci; ma nello stesso tempo diffidavano
del papa e del suo figliuolo, ed erano determinati a difendersi fino
all'ultimo sangue, se sotto pretesto di scacciare un tiranno Cesare
Borgia voleva entrare nella loro città, o faceva qualche tentativo per
rendersene padrone. Pandolfo Petrucci approfittò di questa disposizione
per negoziare e non cedere alla burrasca che a seconda del bisogno.
Acconsentì di uscire da Siena, purchè il duca Valentino, che si era
avanzato fino a Pienza, uscisse in pari tempo dal territorio della
repubblica. Questa convenzione si eseguì il 28 di gennajo: Pandolfo
Petrucci si ritirò a Lucca con Gian Paolo Baglioni, e gli avanzi delle
truppe dei Vitelli; ma i suoi partigiani continuarono ad esercitare in
Siena la suprema autorità, mentre che il Valentino ricondusse la sua
armata alla volta di Roma, per approfittare della carnificina di
Sinigaglia, e terminare l'abbassamento degli Orsini[192].
[192] _Machiavelli ultima lettera della prima Legazione, N.º XXIX,
p. 93. — Jac. Nardi, l. IV, p. 146. — Orl. Malavolti Stor. di Siena
p. III, l. VI, f. 110._
Il papa si era dato tutto l'impegno di assecondare i delitti di suo
figlio; dietro i suoi avvisi dell'accaduto in Sinigaglia fece invitare
il cardinale Orsini a portarsi al Vaticano per un abboccamento. Il
cardinale aveva avuta l'imprudenza di tornare a Roma; viveva senza
sospetti, e niente sapeva dell'arresto de' suoi due parenti; onde
recossi a palazzo, ove fu subito imprigionato. Nello stesso tempo
Alessandro VI fece prendere nelle loro case Rinaldo Orsini, arcivescovo
di Firenze, il protonotajo Orsini, l'abbate d'Alviano, fratello di
Bartolommeo e Giacomo di Santa Croce. Questi prigionieri, spaventati
dalle minacce del papa, acconsentirono di dargli tutte le loro fortezze,
ed a tale prezzo riebbero la libertà, ad eccezione del cardinale; perchè
Alessandro voleva obbligare questi a consegnargli tutti i suoi beni. Il
papa aveva di già fatta occupare la di lui casa a Monte Giordano, e
trasportarne gli effetti ed i mobili tutti al palazzo pontificio.
Esaminando i libri delle ragioni del cardinale, trovò che questi aveva
un credito di due mila ducati verso qualcuno il di cui nome non era
stato scritto; vide inoltre che aveva acquistata pel prezzo di due mila
ducati una perla che non si trovava. Perciò il primo di febbrajo fece
vietare l'ingresso della prigione del cardinale a coloro che gli
portavano da mangiare per parte di sua madre, dichiarando che questo
sciagurato prelato più non mangerebbe finchè non si rinvenissero que'
due effetti. La madre del cardinale pagò subito col proprio danaro i due
mila ducati, e l'amica di lui, vestita da uomo, andò in persona a
consegnare al pontefice la perla che aveva ricevuta dal prelato.
Alessandro acconsentì allora che si portassero al cardinale i cibi che
gli venivano mandati, ma prima gli fece dare una bevanda avvelenata che
lo trasse a morte il 22 di febbrajo[193].
[193] _Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2149. — Raphael Volater. apud
Raynald. Ann. 1503, $ 8, p. 540. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 291. —
Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 146._
Ma non tutti gli Orsini erano caduti nelle mani del pontefice o di suo
figliuolo; la loro famiglia era assai numerosa, perchè tutti i figli
cadetti, appigliandosi al mestiere delle armi, trovavano sempre una
carriera aperta: Giulio Orsini con molti suoi parenti si afforzava a
Pitigliano; Fabio, figliuolo di Paolo Orsini, strozzato a Sinigaglia, ed
Organtino Orsini adunavano la loro cavalleria a Cervetri. Muzio Colonna
era tornato dal regno di Napoli, ed era entrato in Palombara che aveva
tolta al papa. I Savelli si erano rappattumati cogli Orsini, di modo che
tutta l'alta nobiltà di Roma faceva causa comune contro i Borgia. Gian
Girolamo Orsini era in allora ai servigj del re di Francia, nel regno di
Napoli; Niccolò, conte di Pitigliano, al servigio dei Veneziani; e
questi due capitani interessavano alla loro difesa i potenti padroni per
cui guerreggiavano. Il Borgia volle tentare di opprimerli prima che
potessero ottenere assistenza, persuaso che gli riuscirebbe più facile
la giustificazione, quando non vi fosse più rimedio per coloro che
voleva distruggere. Ma sebbene riuscisse ad impadronirsi di Palombara e
di Ceri, le altre fortezze degli Orsini gli opposero una resistenza
abbastanza lunga da dare tempo ai Veneziani ed al re di Francia di
dichiarare altamente, che prendevano Gian Giacomo Orsini ed il conte di
Pitigliano sotto la loro protezione[194].
[194] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 293._
Le minacce del re determinarono Cesare Borgia a levare l'assedio di
Bracciano, ma non senza lagnarsi amaramente della Francia; mentre che
Alessandro VI faceva condannare dai tribunali ecclesiastici tutti gli
Orsini come ribelli. Lodovico XII, vedendo che i Borgia cominciavano a
mancare di rispetto alla sua autorità, e perchè nello stesso tempo era
di già inquieto rispetto agli affari di Napoli, risolse di mettere fine
al rapido ingrandimento della potenza del duca Valentino; prevedendo
che, quando sentirebbe la propria indipendenza, si farebbe pagare a
troppo caro prezzo la sua amicizia. Parvegli più di tutto importante di
porre in salvo la Toscana da nuovi attentati; a tale oggetto trovò
opportuno di formare un'alleanza tra Firenze, Siena, Lucca e Bologna, ed
incaricò di negoziarla Francesco Cardulo di Narni, protonotajo
apostolico. Questi presentossi il giorno 14 di marzo alla balìa di
Siena, ed offrì ai partigiani di Pandolfo Petrucci di ricondurre nella
città loro questo capo di parte coll'assenso de' Fiorentini, ai quali si
prometteva la restituzione di Montepulciano. L'alleanza venne
sottoscritta, e Pandolfo tornò a Siena il 29 di marzo del 1503, senza
che la rivoluzione che l'aveva scacciato, o quella che lo richiamava,
fossero accompagnate da verun disordine[195].
[195] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 149. — Fr. Guicciardini, l.
V, p. 294. — Fr. Belcarii t. IX, p, 262. — Orl. Malavolti, p. III,
l. VI, f. 111._
Ma non sì tosto trovossi Pandolfo in Siena, che chiese dilazione alla
restituzione di Montepulciano. Pretese che i Sienesi fossero in modo
attaccati a questo possedimento da non voler comperare a sì alto prezzo
l'amicizia de' Fiorentini; questi dal canto loro, malgrado le istanze
del ministro francese, non volevano entrare nella lega che a tale
condizione; onde non potevasi avere la ratifica del trattato, senza del
quale sembrava che la Toscana rimanesse in balìa del duca
Valentino[196].
[196] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 309._
Altronde gli affari di Pisa, che da quasi dieci anni avevano sempre
riaccese guerre vicine a spegnersi, eccitavano nuovamente la diffidenza
e l'animosità dei popoli toscani. I Fiorentini avevano fatto capitano
delle loro armate il balivo d'Occan, capitano francese, il quale
coll'assenso del re aveva condotte cinquanta lance; eransi lusingati che
le bandiere francesi sarebbero per loro una salvaguardia contro le
intraprese del papa e di suo figlio, dalle quali non li guarentiva la
santità dei trattati. Avevano mandata la loro armata nello stato di Pisa
per guastare le messi, sperando che quella città si ridurrebbe colla
fame, se perdeva per più anni consecutivi i suoi raccolti: e di già nel
precedente anno avevano distrutto prima che maturasse tutto il frumento
dei Pisani. Questa volta ruinarono soltanto le campagne del Val d'Arno,
non avendo potuto penetrare nella vallata del Serchio meglio
difesa[197].
[197] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 309. — Jac Nardi Ist. Fior., l.
VI, p. 151, 152. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 175 e 187. — Scip.
Ammirato, l. XXVIII, p. 271._
Intanto il balivo d'Occan, poi che ebbe guastato il paese, condusse la
sua armata sotto Vico Pisano, difeso da cento fanti svizzeri al soldo
dei Pisani. Il balivo li minacciò di farli appiccare se portavano le
armi contro un re alleato della loro nazione; nello stesso tempo i
Fiorentini loro offrirono del danaro, onde gli Svizzeri, atterriti o
corrotti, il 16 di giugno aprirono le porte della fortezza che dovevano
difendere. Il loro tradimento spianò ai Fiorentini la strada della
fortezza assai più importante della Verrucola, che, attaccata dal lato
fin allora inaccessibile di Vico Pisano, si arrese il 18 di giugno.
Questa signoreggiava il piano di Pisa, e così bene lo scopriva tutto
intero, che nulla entrar poteva o sortire dalle porte della città
senz'essere veduto dalla Verrucola. E quanto questa posizione era stata
utile ai Pisani per prevenire gli attacchi dei loro nemici, altrettanto
poteva riuscirle fatale dopo ch'era venuta in mano de' Fiorentini[198].
[198] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 310. — Jac. Nardi, l. IV, p. 152,
153. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 271. — Ist. di Gio. Cambi, t.
XXI, p. 193._
Questa perdita risvegliò l'interesse de' Sienesi e de' Lucchesi a favore
de' loro vicini. Scordarono gli uni e gli altri la lega toscana, sebbene
Pandolfo Petrucci andasse debitore ai Fiorentini del fresco suo
ristabilimento in patria, e spedirono ajuti ai Pisani, i quali dal canto
loro fecero fare l'offerta al duca Valentino di darsi a lui. Veruna
città era da questo principe più ardentemente desiderata, risguardandola
egli come quella che gli darebbe modo di conquistare tutta la Toscana.
Ma finchè il re di Francia trovavasi in Italia onnipotente, il Valentino
per non esporsi alla sua collera non aveva osato di accettare una così
seducente offerta. Ma da qualche tempo pareva che la fortuna
abbandonasse le armi francesi, ed il Valentino, che mai non era l'ultimo
ad allontanarsi da coloro cui la fortuna volgeva le spalle, cominciava a
prendere coi generali di Lodovico XII un più audace contegno; trattava
segretamente con Gonsalvo di Cordova e colla Spagna, temporeggiava coi
Pisani, si armava, metteva la sua alleanza a più alto prezzo, e non
pertanto aspettava per prendere una definitiva decisione un ultimo
esperimento delle forze dei due re, che pareva dover essere
imminente[199].
[199] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 311._
Ferdinando il cattolico aveva lasciato, in tutto il primo anno della
guerra, il suo generale, Gonsalvo di Cordova, senza soccorsi. I rinforzi
che aveva per lui apparecchiati non lo raggiunsero che quando era già
cominciata la campagna del 1503. Anche prima che questi giugnessero, il
generale Spagnuolo ricevette a Barletta un sollievo dovuto soltanto
all'imprudente avarizia de' generali francesi. Ivone d'Allegre aveva
presa la città di Foggia, dove aveva trovati grandissimi magazzini di
grani, formati coi raccolti di quella ubertosa provincia. Invece di
acconsentire che si vendessero a credenza ai Napolitani, che ne avevano
urgente bisogno, o di tenerli custoditi per l'armata, la mancanza di
danaro lo consigliò a venderlo ad alcuni mercanti veneziani che lo
trasportarono a Barletta[200]. Subito dopo l'ammiraglio spagnuolo,
Liscano, ottenne presso alla punta della terra di Otranto, ossia
l'antico promontorio Japiga, una vittoria sopra il signore di Prejan,
che aveva il comando della flotta francese, la quale sarebbe stata
interamente distrutta, se non avesse trovato un rifugio nel porto
d'Otranto che apparteneva ai Veneziani, ed era egualmente rispettato
dalle due nazioni belligeranti. Dopo questa vittoria il mare rimase
libero ai vascelli spagnuoli e siciliani, che poterono trasportare senza
pericolo soldati, vittovaglie e danaro a Barletta. Le quali cose si
facevano senza che i Francesi potessero impedirle, anzi senza che niente
sapessero di ciò che accadeva in mare[201].
[200] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 214. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 23, v._
[201] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 214. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 24._
Non pertanto l'armata francese continuava ad acquistar terre
nell'interno del regno. Da una parte il Nemours aveva ridotte alla sua
ubbidienza tutte le città della Puglia, che formavano un circolo intorno
a Barletta; cioè Canosa, Altamura, Cerignole, Quadrata, Robio, Foggia e
Siponto: dall'altra erasi avanzato fino all'estremità della terra
d'Otranto, ed aveva costretto Lecce, san Piero, Nardo, Rodea, Oria e
Matula ad arrendersi. Vero è che non aveva potuto occupare Gallipoli, nè
Taranto, ma bensì costretto aveva il conte di Conversano a passare al
suo partito, ed aveva lasciata guarnigione in Castellaneta, onde
reprimere le incursioni delle truppe spagnuole che Pietro Navarra
comandava a Taranto[202].
[202] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 215. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 24._
Il Nemours era di già tornato sotto Barletta, quando seppe che gli
abitanti di Castellaneta, più soffrire non potendo l'insolenza de'
soldati francesi alloggiati nella loro città, aveano aperte le loro
porte agli Spagnuoli di Taranto, e dati prigionieri i loro ospiti.
Accecato dalla sua collera, il Nemours non volle dare orecchio alle
rimostranze dell'Acquaviva, che gli dava avviso che il Gonsalvo
uscirebbe presto in campagna. Partì coll'armata alla volta di
Castellaneta, e, non ascoltando che il caldo suo desiderio di vendetta,
non volle ricevere gli abitanti alle condizioni da loro offerte. Ma
Gonsalvo di Cordova, approfittando della sua lontananza, uscì di notte
da Barletta con tutte le sue genti, e lasciò pure quella città così
sguarnita, che per essere sicuro della sua fedeltà trovò necessario di
condurre con sè i magistrati in ostaggio, e passò a sorprendere Rubio,
dove comandava La Palice. Colle prime scariche la sua artiglieria aprì
varie brecce nelle mura; i suoi soldati volarono intrepidamente
all'assalto, e sebbene i Francesi si difendessero per sette ore con non
minor valore, fu fatto prigioniere La Palice ferito, e la città di Rubio
presa e saccheggiata. Il Gonsalvo non cercò pure di conservarla;
trasportò frettolosamente tutto il bottino a Barletta, dov'era rientrato
avanti che il Nemours, che per opporsi al Gonsalvo aveva abbandonato
l'assedio di Castellaneta, fosse tornato a Rubio colla sua armata[203].
[203] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 216. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 24, v. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 296. —
Arn. Ferroni, l. III, p. 48._
Intanto Ugone di Cardone aveva ragunati in Sicilia tre mila fanti e tre
mila cavalli che trasportò a Reggio. Incontrò prima Giacomo di
Sanseverino, conte di Mileto, che sconfisse, poi liberò Diego Ramirez
assediato nella fortezza di Terranuova, saccheggiò e bruciò quella
città, fugò il principe di Rossano e fece prigioniere il signor
d'Humbercourt. In quest'ultima zuffa Antonio di Leyva, che era di fresco
giunto dalla Spagna, e che serviva ancora in qualità di semplice
soldato, fece le sue prime prove in Italia; egli doveva in appresso
passare per tutti i gradi della milizia prima di comandare in capo le
armate, e di essere annoverato tra i primi generali di Carlo V[204].
[204] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 294. — Fr. Belcarii Com. Rer.
Gall., l. IX, p. 263. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 24._
Mentre il Cardone sbarcava le sue genti, il d'Aubignì trovavasi occupato
in un'altra parte della Calabria; ma si affrettò di accorrere per
attraversare i di lui disegni; ed i principi di Salerno e di Bisignano,
della casa Sanseverino, si unirono a lui a Cosenza con molti baroni
angioini. Don Ugone di Cardone, avvisato della loro marcia, ebbe prima
pensiero di ritirarsi verso le montagne, ma fu ritenuto dall'arrivo di
don Emmanuele di Benavides, che gli conduceva quattrocento cavalli e
quattro battaglioni d'infanteria siciliana; altronde le sue spie gli
avevano dato motivo di credere che al d'Aubignì abbisognavano ancora due
giorni per raggiugnerlo, allorchè lo vide sboccare nel piano dalla banda
di mezzodì di Terranuova. I cavalieri siciliani e spagnuoli non
sostennero l'impeto degli uomini d'armi del d'Aubignì, ed in particolare
degli Scozzesi; la fanteria venne egualmente maltrattata dagli Svizzeri
e dai Guasconi; l'armata di Ugone di Cardone fu sgominata e dispersa, ed
egli medesimo si salvò a piedi tra le montagne, dopo avere tagliata la
corda magna al suo cavallo. Il signore di Grignan, luogotenente del
d'Aubignì, che aveva più d'ogni altro contribuito a questa vittoria, fu
ucciso mentre inseguiva il nemico[205].
[205] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 218. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 25. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 295. —
Arnoldi Ferroni, l. III, p. 49._
La battaglia di Terranuova non bastava a consolidare il dominio de'
Francesi nella Calabria, tanto più che in quel tempo la nuova flotta che
Ferdinando aveva armata a Cartagena era giunta in Sicilia e poco dopo a
Reggio. Eranvi su questa seicento cavalli, comandati da Alfonso
Carvajale, e cinque mila fanti di Galizia, di Biscaglia e delle Asturie,
sotto gli ordini di Ferdinando d'Andrades. Il re di Spagna aveva dato il
generale comando di questa spedizione a Porto Carrero, della casa
Boccanegra di Genova, scelto dal re, perchè egli ed il Gonsalvo avevano
sposate due sorelle, e che perciò doveva sperarsi che agirebbero di
perfetto accordo. Ma passò lungo tempo avanti che quest'armata fosse in
istato di combattere; prima perchè la flotta fu contrariata dai venti
nel suo tragitto, poi perchè Porto Carrero, appena giunto in Reggio, fu
preso da grave malattia in conseguenza della quale morì, dopo d'avere
nominato d'Andrades suo successore[206].
[206] _P. Jovii Vita M. Gonsalvi, l. II, p. 219. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, p. 26. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 295._
Inquietanti notizie intorno agli affari di Napoli circolavano di già in
tutte le altre province d'Italia, quando i tre piccoli cantoni svizzeri
che si erano fatti padroni di Bellinzona, non potendo soffrire che la
Francia loro contrastasse il possedimento di quella città, attaccarono
impetuosamente Locarno sul lago maggiore, e la Murata. Dopo parecchj
assalti s'impadronirono dell'ultima, che altro non era che una lunga
muraglia fatta per frenare le loro incursioni; ma non poterono
conquistare Locarno, e bentosto trovaronsi bloccati dai Francesi ed
esposti a crudeli privazioni. Frattanto Lodovico XII, che sentiva quanto
gl'importasse di evitare una guerra nel Milanese, mentre che aveva così
gravi affari nel regno di Napoli, e che aveva più di tutto bisogno di
mettere a numero le sue armate colla fanteria svizzera per opporla a
quella dei Tedeschi e degli Spagnuoli, ordinò ai suoi commissarj di
contentare gli Svizzeri a qualunque condizione. Dietro ciò l'undici
aprile del 1503 fu sottoscritto un nuovo trattato di pace fra la Francia
e la lega elvetica nel campo sotto Locarno, e Lodovico XII accordò ai
tre piccoli cantoni la contea di Bellinzona in piena sovranità[207].
[207] _Leonard., t. IV. — Hist. de la Diplomat. Française, t. I, p.
457. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 299. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gal., l. IX, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 149._
Mentre la guerra tra la Francia e la Spagna si faceva nel regno di
Napoli con maggior vigore, l'arciduca Filippo d'Austria, figlio di
Massimiliano e genero di Ferdinando e d'Isabella, attraversava la
Francia per tornare nella sua sovranità de' Paesi Bassi. Pochi mesi
prima aveva accompagnata sua moglie per la prima volta alla corte di
Spagna, e l'aveva colà abbandonata bruscamente il 22 dicembre del 1502,
lasciando Ferdinando di lui geloso, Isabella scontenta de' pochi
riguardi che aveva per sua figlia, e Giovanna, la di cui seconda
gravidanza era avanzata, in uno stato di disperazione che turbò la sua
mente. Filippo venne in Francia ricevuto con quel rispetto ond'era stato
onorato in occasione del suo primo passaggio. Egli desiderava la pace
pel vantaggio de' suoi stati de' Paesi Bassi, la desiderava ancora per
accrescere il suo credito alla corte di Castiglia, e se ne fece con
premura il mediatore. L'accompagnavano due ambasciatori del re
d'Arragona e di Castiglia, i quali intervennero alle conferenze che
Filippo tenne con Lodovico XII, ed il 5 d'aprile sottoscrissero con loro
a Lione un trattato di pace fra le due monarchie. Tutti i diritti della
Francia sul regno di Napoli dovevano darsi per dote a madama Claudia di
Francia, figlia di Lodovico XII, che Carlo, figlio di Filippo, poi Carlo
V, doveva sposare. I due sposi fanciulli dovevano essere dichiarati re e
regina di Napoli; ma fino alla consumazione di questo matrimonio, il
trattato di divisione di Granata doveva avere piena esecuzione[208].
[208] _P. Martiris Anglerii Epist. 255. — Saint Gelais Hist. de
Louis XII, p. 170. — Raynald. Ann. Eccl. 1503, § 3, p. 539. — Fr.
Guicciardini, l. V, p. 299. — Jac. Nardi, l. IV, p. 150. — Orl.
Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 111, v. — Ist. di Gio.
Cambi, p. 192. — Fr. Belcarii, l. IX, p. 265._
Pareva che questa convenzione terminasse la guerra a condizioni
d'equità, sebbene tutto il vantaggio fosse per la Spagna, poichè
l'oggetto in disputa era ceduto interamente all'erede di quella
monarchia. Perciò Filippo aveva mostrata molta premura di conchiuderla;
e perchè erano illimitate le facoltà da lui prodotte, Lodovico XII non
dubitò punto che il trattato di Lione non venisse ratificato; onde più
non si prese cura di spedire soccorsi ai suoi luogotenenti in Italia, ai
quali solamente raccomandò di schivare ogni fatto d'armi, finchè il
cambio delle ratifiche facesse interamente cessare le ostilità. Ma
Gonsalvo di Cordova, dopo essere stato lungamente confinato in un angolo
del regno di Napoli, cominciava a travedere la possibilità di
conquistarlo interamente. Egli non volle andare debitore ad un trattato
di ciò che poteva ottenere a forza aperta; ed i suoi padroni, quando
meglio conobbero lo stato degli affari, ebbero la stessa ambizione, e
ricusarono di ratificare il trattato di Lione.
Ferdinando d'Andrades prese il comando dell'armata di Calabria; egli
avea riunito alle sue truppe, condotte da Porto Carrero, gli avanzi di
quelle di Ugone di Cardone, e, dopo aver loro pagati i soldi arretrati,
le condusse attraverso alla Calabria fino presso a Seminara. In questo
stesso luogo sette anni prima Ferdinando II e Gonsalvo erano stati
battuti dal d'Aubignì, e Terranuova, dove lo stesso d'Aubignì aveva
ottenuta una più fresca vittoria sugli Spagnuoli, trovatasi pure a breve
distanza; perciò questo generale francese avanzavasi pieno di
confidenza, punto non dubitando di liberare la Calabria dai nemici con
una terza vittoria. Sebbene le sue forze fossero alquanto inferiori a
quelle d'Andrades, egli lo sfidò a battaglia. Le due armate
s'incontrarono il 21 d'aprile al passo di Fiume Secco tra Gioja e
Seminara. Emmanuele Benavides, che aveva il comando della vanguardia
spagnuola, si trattenne sopra una delle rive del fiume per parlamentare
col d'Aubignì, che trovavasi sulla riva opposta. Mentre che l'ultimo era
distratto da tale conferenza, il Carvajale, che comandava la
retroguardia spagnuola, passò il fiume un miglio al di sopra, e venne a
piombare alle spalle dell'armata francese nello stesso tempo che veniva
attaccata di fronte. Un istante di confusione e di disordine bastò a
perderla; gli uomini d'armi sgominati dovettero fuggire, ed il d'Aubignì
con loro: Onorato ed Alfonso di Sanseverino, che comandavano il secondo
ed il terzo corpo d'armata, composti di Calabresi, non opposero lunga
resistenza; ambidue furono fatti prigionieri; ed in mezz'ora di tempo
quasi tutta la fanteria francese fu passata a fil di spada. Il d'Aubignì
era fuggito a Gioja, dove trovò il capitano della sua fanteria Mallerbe;
essi continuarono a ritirarsi assieme, ma, giunti al forte d'Angitula,
furono costretti a chiudervisi, perchè gli Spagnuoli stavano loro alla
coda; e questi, non volendo lasciarsi fuggire di mano il più temuto di
tutti i generali francesi, lo assediarono appena entrato in
Angitula[209].
[209] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 220. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 26. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 301. —
Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 150. — Zurita Annales de Aragon.,
t. V, l. V, c. 15. — Ann. Eccl. Raynald. 1503, § 5, p. 539. — Fr.
Belcarii, l. IX, p. 266. — Arn. Ferroni, l. III, p. 51._
Press'a poco nel tempo in cui d'Andrades sbaragliava l'armata di
d'Aubignì a Seminara, Gonsalvo di Cordova vide giugnere a Barletta un
corpo di due mila Tedeschi che gli conduceva Ottaviano Colonna, e che
dopo essere uscito dalle montagne della Carniola si era imbarcato a
Trieste. Erano sette mesi che il Gonsalvo si trovava chiuso in Barletta,
ed aveva ottenuto colla forza del suo carattere e colla sua accortezza
nel guidare a voglia sua gli animi di sostenervi la costanza de' soldati
in mezzo a tutte le privazioni. Tutte le città di quel vicinato erano in
potere de' Francesi, ad eccezione di quella di Andria, ma non ebbe
appena ricevute le truppe tedesche che aveva così lungamente aspettate;
che risolse di porsi in campagna, e fece passare a Pietro Navarra ed a
don Lodovico di Errera l'ordine di condurgli da Taranto tutti que'
soldati che potrebbero. Dal canto suo il Nemours, avvisato dei movimenti
che si facevano in Barletta, volle pure adunare in un solo corpo i suoi
migliori ufficiali. Scrisse ad Andrea Matteo d'Acquaviva che stava a
Conversano di recarsi ad Altamura, per incontrarvi Lodovico d'Ars, e
ritornare con lui. Questi due ufficiali ebbero qualche corrispondenza
insieme per concertare il loro cammino; ma una delle lettere dell'Ars
essendo caduta in mano di Pietro Navarra, questi venne a conoscere la
strada dell'Acquaviva, e gli tese una imboscata. L'Acquaviva, attaccato
all'impensata, fu gravemente ferito e fatto prigioniere, ucciso suo
fratello Giovanni, e tutta la sua cavalleria presa o dispersa[210].
[210] _P. Jovii V. Magni Consalvi, l. II, p. 221. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 26, v. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 301. —
Fr. Belcarii, Comm. Rer. Gall., l. IX, p. 266._
L'arrivo a Barletta di Navarra e di Errera, che conducevano prigioniere
il più savio e più rispettato barone angiovino e varj capitani
dell'armata nemica, parve a Gonsalvo ed a' suoi soldati di buon augurio.
Onde non vollero frapporre ulteriore ritardo a rompere il blocco nel
quale erano stati così lungamente chiusi. Il 28 di aprile l'armata
spagnuola uscì di Barletta, passò l'Ofanto, e dirigendosi verso ponente
giunse nello stesso giorno sotto Cerignole. Il calore era di già estremo
nelle pianure della Puglia; il soldato non trovava acqua in quelle arse
campagne, e soffriva crudelmente la sete, sebbene Gonsalvo, nel
passaggio dell'Ofanto, avesse fatte riempire d'acqua molte otri che
faceva portare dietro l'armata. Per sollevare i pedoni oppressi dal
caldo ordinò ancora ad ogni cavaliere di prenderne uno in groppa, ed
egli stesso ne diede agli altri l'esempio facendo dietro di sè montare
sul suo cavallo un porta insegne tedesco. Cerignole, lontana soltanto
dieci miglia da Barletta, è un castello posto sulla sommità di un colle,
i di cui fianchi sono tutti coperti di viti. Il fondo di queste vigne è
separato dalla pianura da una fossa. Prospero e Fabricio Colonna, che vi
erano giunti prima degli altri, disegnarono di accampare l'armata dietro
questa fossa; la allargarono, e colla terra che avevano levata
innalzarono sulla sponda interna un piccolo parapetto. Il Gonsalvo
diresse in persona questi lavori, e vi fece immediatamente collocare i
cannoni in batteria[211].
[211] _P. Jovii V. M. Consalvi, l. II, p. 221. — Alf. de Ulloa Vita
di Carlo V, l. I, f. 27._
Il Nemours, partito da Canosa, era giunto presso Cerignole, quasi nello
stesso tempo che il Gonsalvo. Nel consiglio di guerra da lui tenuto il
Chatillon e Lodovico d'Ars insistevano perchè si differisse la battaglia
fino al susseguente giorno, onde meglio conoscere la posizione del
nemico, e dar tempo ai soldati di riposarsi. Per lo contrario il
Chandieu, che aveva il comando degli Svizzeri, ed Ivone d'Allegre
volevano che si approfittasse dell'ardore francese per attaccare in
quell'istante. La disputa tra i capitani si protrasse oltre il dovere e
fece perdere un tempo prezioso. Per inconsiderata vivacità d'Allegre
disse che la lentezza del generale gli rendeva sospetto o il suo
coraggio o la sua abilità. Il Nemours, ferito nell'onore, ebbe la
debolezza di risolversi contro la propria opinione a venire a battaglia
per purgarsi da questo rimprovero: ma prese questa risoluzione così
tardi, che nell'istante in cui cominciò la battaglia non restava che
mezza ora di giorno. Nell'armata francese eranvi cinquecento lance,
mille cinquecento cavaleggeri e quattro mila pedoni[212]. L'armata
spagnuola contava mille ottocento uomini di cavalleria pesante,
cinquecento cavaleggeri, due mila fanti spagnuoli ed altrettanti
Tedeschi[213]. Il Nemours condusse le sue truppe contro il nemico
nell'ordine obbliquo, nascondendo la sua sinistra. Egli era con Lodovico
d'Ars alla testa dell'ala destra che doveva cominciare la pugna; il
Chandieu cogli Svizzeri stava nel centro alquanto a dietro, ed il
d'Allegre col resto della cavalleria era alla sinistra ed ancora più a
dietro[214].
[212] _Sabellicus Aeneadum XI, l. II ap. Rayn. Ann. Eccl. 1503, § 6,
p. 540._
[213] _Bart. Senaregae de Reb. Gen., t. XXIV, Rer. Ital., p. 578._
[214] _P. Jovii V. M. Consalvi, l. III, p. 222. — Alf. de Ulloa Vita
di Carlo V, l. I, f. 27, v._
Il Gonsalvo, che aveva divisa la sua armata in sei battaglioni, aveva
mandata avanti tutta la sua cavalleria leggiera sotto gli ordini di
Fabrizio Colonna e di don Diego di Mendoza per ritardare il nemico.
Nelle arse campagne della Puglia i piedi de' cavalli sollevavano un così
denso polverìo, che ai Francesi impedì totalmente di vedere le posizioni
degli Spagnuoli. I finocchj, che in que' campi sono d'una smisurata
grandezza, occultavano affatto la fossa ed il parapetto che chiudevano
il campo; e l'artiglieria col suo fumo accrebbe maggiormente l'oscurità.
Una delle prime scariche appiccò il fuoco al magazzino della polvere
degli Spagnuoli. Il Gonsalvo, lungi dal mostrarsene spaventato, gridò:
«Gli è questo un felice presagio; noi non abbiamo bisogno di polvere
perchè nostra è la vittoria.» Frattanto il Nemours, che si avanzava
contro i Tedeschi e contro la cavalleria della loro sinistra, fu
improvvisamente trattenuto dalla fossa, di cui non sospettava
l'esistenza, e mentre cercava un passaggio rivolgendosi di fianco, fu
colpito da una palla e cadde morto alla testa delle sue truppe. In
quell'istante il Chandieu giugneva in riva al fosso cogli Svizzeri. Ma i
Tedeschi, che tenevano l'opposta riva li rispingevano colle loro
alabarde, mentre che gli archibugeri spagnuoli li prendevano di fianco,
ond'essi si disordinarono e perdettero molta gente. Il Chandieu, che si
faceva conoscere in mezzo a loro a motivo delle penne bianche che
ornavano il suo caschetto, e che si batteva a piedi alla loro testa, fu
ucciso mentre era sceso nella fossa per attraversarla. Vedendo il d'Ars
ed il d'Allegre rotti i loro compagni, si posero in fuga; ed il
Chatillon, che fuggiva dietro di loro, fu preso e ricondotto prigioniero
dalla cavalleria spagnuola. Nello spazio di mezz'ora l'armata francese
era stata dispersa, ed aveva perduti tre in quattro mila uomini. Tutti i
suoi equipaggi e tutti i viveri vennero in potere del nemico[215].
[215] _P. Jovii de Vita M. Consalvi, l. II, p. 223. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 28. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 303. —
Saint Gelais Hist. de Louis XII, p. 171. — Mém. de Fleuranges, t.
XVI, p. 15. — Mém. de Louis de la Tremouille, t. XIV, c. XI, p. 166.
— Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 552. — P. Giovio Vita
del Card. Pompeo Colonna, p. 355. — Fr. Belcarii Comm., l. IX, p.
267. — Arn. Ferroni, l. III, p. 52._
Il Gonsalvo fece conoscere i suoi singolari talenti col profitto che
seppe trarre da questa vittoria. L'oscurità della notte, che era
sopraggiunta quando appena cominciava ad essere decisa la sconfitta de'
Francesi, aveva salvati i fuggiaschi; ma Lodovico d'Ars ed Ivone
d'Allegre non avevano presa la medesima strada; il primo si era posto su
quella di Venosa, l'altro su quella che conduce al ducato di Benevento.
Il Gonsalvo li fece rapidamente inseguire per impedirne la riunione.
Garzia de Paredes inseguì Lodovico d'Ars, e don Fedro de Paz il
d'Allegre. Questi nella sua fuga si era riunito a Trajano Caraccioli,
conte di Melfi; ma per quanto cercassero di affrettare la loro fuga,
erano sempre preceduti dalla notizia del loro disastro; onde tutte le
città, tutte le fortezze chiudevano loro le porte in faccia; ed appena a
forza di preghiere e di danaro potevan essi ottenere che loro si
calassero giù dalle mura colle corde pochi viveri entro le ceste. Ivone
d'Allegre, dopo essersi trattenuto un solo giorno ad Atripalda, prese la
strada di Napoli; ma nell'avvicinarsi a quella città seppe bentosto che
il popolo si era sollevato, e che la guarnigione lasciatavi erasi chiusa
ne' castelli coi tesori del re, coi magistrati francesi e coi più
dichiarati partigiani della Francia. Piegò a tale notizia verso Capoa e
Suessa, e senza trattenersi in quelle città andò fino a Gaeta, dove
ragunò gli avanzi dell'armata francese tra quella fortezza e
Tragitto[216].
[216] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 224. — Al. de Ulloa vita
di Carlo V, l. I, f. 28, v. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 304._
Gli Spagnuoli vincitori si avanzavano da tutte le bande dietro i
fuggiaschi, ed occupavano tutte le province del regno. Fabrizio Colonna
si portò verso l'Aquila, e soggiogò gli Abbruzzi; Prospero Colonna si
fece aprire le porte di Capoa e di Suessa, ed occupò tutta la _Campagna
Felice_, cacciando i Francesi al di là del Garigliano. Tutte le città
della Puglia e della Capitanata, informate prima delle altre della
vittoria, si erano ancora per le prime sottomesse al vincitore. Le
Calabrie aveano preso lo stesso partito, quando aveano avuta notizia
della battaglia di Seminara. Il d'Aubignì difendevasi tuttavia nella
rocca d'Angitula; ma quando fu pienamente infirmato del rovescio de'
suoi commilitoni, capitolò, sagrificandosi solo ad essere prigioniere,
mentre che tutti i soldati che servivano sotto di lui ebbero la libertà
di tornare in Francia[217].
[217] _Pauli Jovii de Vita M. Consalvi, l. II, p. 224. — Raynald.
Ann. Eccl. 1503, § 6, p. 540._
Gonsalvo di Cordova accolse ad Acerra i deputati di Napoli, che gli
portavano le chiavi della città, e gli chiedevano la conferma de'
privilegj della capitale; egli lo promise a nome de' suoi padroni, e
fecevi il suo solenne ingresso il 14 di maggio. Nel susseguente giorno
ricevette a nome di Ferdinando il giuramento de' sei seggi, che
rappresentavano la nobiltà ed il popolo di Napoli. I due castelli, in
cui si erano ritirati i Francesi, e che d'ordinario opponevano alle
armate che gli assediavano una lunga resistenza, soggiacquero in pochi
giorni agli attacchi di Pietro Navarra, il quale aveva il primo
introdotto nella guerra l'arte di far giuocare le mine colla polvere, e
che colle sue inaspettate esplosioni aveva inspirato ai soldati nemici
tanto terrore, che i loro capi non avevano ancora potuto vincere. Quando
il giorno 11 di giugno le mine del Navarra rovesciarono una metà delle
mura di Castel Nuovo sopra i difensori, ed aprirono agli Spagnuoli una
spaventosa breccia per la quale montarono all'assalto, Gonsalvo di
Cordova cedette a' suoi soldati tutto il saccheggio de' ricchi magazzini
che vi erano stati adunati, e de' tesori che vi si erano posti colla
fede di metterli in luogo sicurissimo. Pure non era appena terminato
questo saccheggio che molti soldati vennero al Gonsalvo, lagnandosi di
non avere avuta la parte loro. «Per indennizzarvi andate a saccheggiare
il mio palazzo, disse loro ridendo il generale;» ed infatti quello in
cui era stato alloggiato, ed apparteneva al principe di Salerno, fu
dagli Spagnuoli immediatamente svaligiato[218].
[218] _Pauli Jovii vita M. Gonsalvi, l. II p. 225. — Alf. de Ulloa
vita di Carlo V, l. I, f. 29. — Jac. Nardi, l. IV, p. 150. — Fr.
Guicciardini, l. VI, p. 507. — Fr. Belcarii, l. IX, p. 269._
Il Castello dell'Ovo, posto sopra uno scoglio isolato, ai piedi del
promontorio di Sant'Elmo, ed in mezzo alle acque, fu preso ventun giorni
dopo Castel Nuovo, e cogli stessi mezzi. L'esplosione rovesciò parte
della rupe sulla Cappella, dove in quell'istante il comandante della
fortezza aveva adunato un consiglio di guerra: quasi tutti coloro che vi
assistevano furono schiacciati sotto i rottami della montagna. Ed in tal
modo tutto il regno si trovò in potere degli Spagnuoli, ad eccezione di
Gaeta, dove tutti si erano uniti gli avanzi dell'armata francese; di
Santa Severina, in cui il principe di Rossano era assediato, e di
Venosa, dove Lodovico d'Ars con una lunga e valorosa resistenza si coprì
di gloria[219].
[219] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. II, p. 228. — Alf. de Ulloa
Vita di Carlo V, l. I, f. 30. — Fr. Guicciardini, l. VI, p. 308. —
Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. 14, p. 553._