CAPITOLO C.

_Conquista della Romagna fatta da Cesare Borgia e sua invasione

della Toscana. — Alleanza di Lodovico XII con Ferdinando il

Cattolico contro Federico d'Arragona. — Si dividono tra di loro

il regno di Napoli_.

1499 = 1501.

In sul finire del quindicesimo secolo la Chiesa aveva per capo l'uomo

più immorale della cristianità, un uomo che il pudore più non frenava

nelle sue dissolutezze, la buona fede non legava ne' suoi trattati, la

giustizia non tratteneva nella sua politica, non moderava nelle vendette

la compassione. Questo prete, che non pertanto mostrava di voler essere

il difensore della fede, ed il vindice delle eresie, non aveva maggior

rispetto per le cose della religione di cui era sommo pontefice, di quel

che avesse riguardi per le umane cose, e scandalizzava i fedeli non meno

con decisioni contrarie alle leggi della sua Chiesa, che colla sua

condotta. I divorzj dei principi, i voti dei prelati, i tesori destinati

dai cristiani per la guerra sacra, tutto a' suoi occhi era subordinato

alla politica, tutto sagrificato al più leggiere vantaggio temporale di

sè medesimo o di suo figlio.

Ma se alcuna cosa può giustificare o spiegare in parte la profonda

immoralità del sovrano di Roma, è la deplorabile corruzione del paese

soggetto al di lui governo. Forse in allora lo stato della Chiesa era di

tutti i paesi della terra il più male amministrato: ogni giorno si

avevano sotto gli occhi tanti esempi di assassinj, di perfidia e di

ferocia, e l'abitudine di vederli rinnovati ad ogni istante aveva

talmente diminuito l'orrore che devono naturalmente inspirare, che la

pubblica morale aveva perduta la sua maggiore guarenzia, che consiste

nella maraviglia e nello spavento che dovrebbe sempre produrre l'aperta

violazione delle sue leggi fondamentali.

La parte del territorio ecclesiastico più vicina a Roma era quasi tutta

caduta sotto il dominio di due potenti famiglie, Orsini e Colonna. Gli

Orsini in particolare avevano vasti dominj nel patrimonio di san Pietro

dalla banda occidentale del Tevere, i Colonna nella Sabina e nella

Campagna di Roma dalla banda di levante e di mezzodì dello stesso fiume.

I primi venivano risguardati come capi dei Guelfi, gli altri de'

Ghibellini; e questi nomi di fazioni, che omai più non indicavano

opposte opinioni, ma soltanto la memoria d'antichi odj, davano non

pertanto maggiore accanimento a tutte le contese che lordavano di sangue

Roma ed il suo territorio. Tutta la nobiltà seguiva queste due insegne;

i Savelli ed i Conti stavano d'ordinario pel partito Ghibellino, i

Vitelli per quello de' Guelfi.

Queste famiglie avevano fondata la loro potenza nella professione delle

armi e nell'amore de' soldati, mentre che i governi avevano

imprudentemente abbandonata a gente mercenaria la difesa dello stato.

Tutti gli Orsini e tutti i Colonna, i Savelli, i Conti, i Santacroce, e,

per dirlo in una parola, tutti i nobili feudatari romani erano

condottieri: ognuno di loro comandava ad una compagnia di uomini d'armi

più o meno numerosa, ma loro sommamente affezionata; ognuno

separatamente trattava coi re, colle repubbliche, coi papi, per porsi al

loro servigio; ognuno negl'intervalli di riposo, che loro lasciavano

l'esterne guerre, riparavasi in uno de' suoi castelli, lo afforzava

diligentemente, e cercava di addestrare nell'arte della guerra i suoi

vassalli, per trovare fra di loro onde mettere a numero la compagnia; e

per tal modo quanti più giovani capi contava una famiglia, e più

riputavasi potente.

Le frequenti accanite guerre dei Colonna cogli Orsini avevano affatto

spogliate le campagne di agricoltori. Tutti gli abitanti dimoravano

entro le terre murate, perchè ne' villaggi aperti non potevano trovare

sicurezza per i loro ricolti, pei bestiami e per le stesse loro persone.

Tutto ciò che avessero lasciato in una casa isolata sarebbe stato preda

de' soldati; non potevano nè pure sperar profitto da verun genere di

coltivazione che occupasse lungamente il suolo. Ne' crudeli guasti cui

andavano così frequentemente esposti, erano state svelte tutte le viti e

bruciati gli ulivi, onde più non ritraevano dai loro fondi che gli

uniformi prodotti annuali del pascolo e delle messi. Così andavasi

allargando la desolazione delle campagne romane, che, prive di abitanti

e di alberi, senz'ornamenti, senza siepi, non distinguevansi dai deserti

che a cagione di un lavoro fuggitivo, che dopo un anno non lasciava

veruna traccia. Pure i villaggi murati, la di cui vicina campagna veniva

tuttavia ravvivata da un annuale lavoro, non potevano essere ruinati

dalla guerra senza che l'intero distretto cessasse di essere coltivato.

Spesse volte dopo che un villaggio era stato bruciato e trucidati i suoi

abitanti, i loro eredi si trovavano tuttavia a portata di rialzare le

mura, e di porvisi in istato di difesa; ma se non avevano forza o danaro

per farlo, se le loro brecce restavano aperte, e se non erano in istato

di resistere ad un colpo di mano, invano si sarebbero lusingati di

godere essi medesimi i frutti de' loro sudori; perivano di miseria,

oppure, abbandonando quelle proprietà che non erano di veruna utilità,

portavano il loro lavoro in paesi ove potesse procurar loro un sicuro

sostentamento. Bentosto il cattivo aere del deserto occupava gli

abbondanti campi, e se in più tranquilli tempi i loro antichi abitatori

ardivano di ritornarvi, soggiacevano alle febbri maremmane. Vero è per

altro che, finchè i gentiluomini abitarono le loro rocche in mezzo ai

proprj vassalli, si fecero un essenziale dovere di riparare i disastri

della guerra, e finchè non mancarono loro affatto i mezzi, ripararono

sempre le ruinate fortificazioni, e mantennero ancora ne' loro feudi

qualche ramo d'industria, qualche popolazione, qualche ricchezza. Ma

quando in tempi più tranquilli stabilirono la loro dimora nella

capitale, gli estremi effetti delle funeste guerre de' loro antenati si

fecero sentire alla posterità, e gli ultimi avanzi della popolazione

scomparvero dalle campagne di Roma.

Alessandro VI non erasi conservato neutrale tra i Colonna e gli Orsini,

e ne' primi tempi del suo pontificato si era dichiarato contro i primi,

che aveva trovati partigiani della Francia, mentre egli stava per gli

Arragonesi di Napoli. Vero è che nel susseguente anno i Colonna

passarono sotto le insegne di Ferdinando II, e con ciò si riconciliarono

per qualche tempo col papa; ma questi si dichiarò bentosto per l'opposto

partito, ed essendosi unito alla Francia, si fece di nuovo a

perseguitare i Colonna. Armava sempre una di quelle famiglie contro

l'altra, e qualunque delle due rimanesse perdente o ruinata, egli

credevasi egualmente avvantaggiato. Cesare Borgia, duca del Valentinese,

e di lui figliuolo, s'appigliava per maggiormente abbassarli ad un altro

mezzo: erasi fatto egli medesimo condottiere; aveva raccolti sotto le

sue bandiere tutti i gentiluomini che prima servivano sotto i Colonna e

gli Orsini, e largamente pagandoli e loro dando soldati e castella,

aveva sostituito l'attaccamento per la sua persona all'antico spirito di

parte, che favoriva i Colonna e gli Orsini[67].

[67] _Machiavelli il Principe, c. VII, p. 54._

Se l'autorità del pontefice era pochissimo conosciuta nella stessa

campagna di Roma, e s'egli era forzato a guerreggiare perfino nelle

strade della sua capitale ora contro i Colonna ora contro gli Orsini,

era cosa naturale che le più lontane province avessero scossa ancora più

compiutamente la sua autorità. Alcune città avevano sempre mantenuta se

non altro la forma di un'amministrazione repubblicana; Ancona, Assisi,

Spoleto, Terni, Narni, eransi sottratte al giogo de' domestici tiranni,

o l'avevano scosso; ma le proprie loro fazioni e le continue guerre de'

loro vicini, le avevano sempre tenute in uno stato di debolezza e di

oscurità. Le altre città erano venute in balìa de' vicarj pontificj, i

quali, mercè la promessa di un annuo censo che mai non pagavano, avevano

ottenuta una intera indipendenza. Quasi tutta la Marca era divisa tra le

due case di Varano e di Fogliano, e la prima si era sollevata alla

sovranità di Camerino. Giulio di Varano regnava allora in quel piccolo

principato: Giovanni di Fogliano, che non molto dopo fu barbaramente

assassinato da suo nipote Oliverotto, regnava in Fermo[68]. Sinigaglia

nel 1471 era stata data in feudo da Sisto IV a suo nipote, Giovanni

della Rovere, col titolo di prefetto di Roma, e questo principe era

nello stesso tempo genero e presuntivo erede del duca d'Urbino.

L'alpestre provincia posta tra le Marche e la Toscana era governata da

Guid'Ubaldo, illustre ed ultimo erede dell'antica casa di Montefeltro:

questa provincia comprendeva il ducato d'Urbino da cui s'intitolava, il

contado di Montefeltro e la signoria d'Agobbio. L'Italia non aveva nè

più bellicosa gente, nè altra corte più letterata e più gentile. A

ponente il ducato d'Urbino confinava colle due sovranità che si erano

formate nella Vallata del Tevere Gian Paolo Baglioni a Perugia, e

Vitellozzo Vitelli a Città di Castello. Avevano ambidue abbracciata la

professione delle armi, ed il Vitelli aveva renduto importante il suo

piccolo stato coi rari talenti militari da lui spiegati e da' suoi

quattro fratelli, e coll'eccellente disciplina introdotta tra i suoi

vassalli.

[68] _Machiavelli il Principe, c. VIII, p. 264._

Dalla banda della Romagna trovavasi successivamente Pesaro, piccolo

principato staccato nel 1445 da quello dei Malatesta da Francesco

Sforza, a favore del ramo cadetto della sua famiglia; n'era sovrano in

allora Giovanni Sforza, che nel 1497 aveva fatto divorzio con Lucrezia

Borgia, figliuola del papa. Il principato di Rimini che veniva in

seguito più non conservava la potenza cui era stato innalzato da

Pandolfo III e da suo fratello Carlo nel quattordicesimo secolo; era in

quel tempo governato da Pandolfo IV, che aveva cominciato a regnare nel

1482. Questo principe, figliuolo naturale di Roberto Malatesta e genero

di Giovanni Bentivoglio, non si era per anco dato a conoscere che colle

sue dissolutezze e colle crudeltà; ma trovavasi sotto la protezione

della repubblica di Venezia, che per dilatare più sicuramente la sua

influenza su tutte le coste dell'Adriatico, offriva soldo a tutti i

principi di quella provincia. Coloro che volevano accettarlo non erano

tenuti a condurre essi medesimi le compagnie degli uomini d'armi che si

obbligavano a mantenere, altro ciò non essendo che un pretesto per avere

un'onorevole pensione. Cesena, posta a ponente di Rimini, trovavasi in

allora sotto l'immediato dominio della Chiesa, che l'aveva tolta ad un

ramo della casa Malatesta[69]. Ma Forlì, antica signoria degli

Ordelaffi, era del 1480 passata in Girolamo Riario, nipote di Sisto IV,

che nel 1473 era pure stato investito da suo zio della signoria d'Imola.

Questi due principati, separati l'uno dall'altro da quello di Faenza,

fino dal 1488 erano soggetti al giovane Ottaviano Riario, sotto la

tutela di sua madre, la coraggiosa Catarina Sforza, figlia naturale di

Galeazzo, duca di Milano. Aveva costei sposato in seconde nozze Giovanni

de' Medici appartenente al ramo cadetto di quella casa, da cui ebbe un

figliuolo, che acquistò poi tanta celebrità nelle guerre d'Italia. Suo

marito era morto nel 1498, ma Catarina non aveva perciò conservato

minore attaccamento verso la repubblica fiorentina, la quale per arra

della sua protezione pagava un soldo al giovane Ottaviano Riario. Tra i

principati di Forlì e d'Imola trovavasi chiuso quello di Faenza, che per

la valle del Lamone si stendeva fino ai confini della Toscana. I

Veneziani avevano data somma importanza all'apertura di questo passaggio

per attaccare la repubblica fiorentina; si erano procurata la tutela del

giovane Astorre III di Manfredi, che aveva soltanto sedici anni; avevano

compresse le guerre civili tra Astorre e suo fratello naturale

Ottaviano, ed erano quasi assoluti padroni di Faenza e di Val di

Lamone[70]. Gli stessi Veneziani si erano impadroniti di Ravenna e di

Cervia, togliendo la prima alla casa di Pollenta, l'altra ad un ramo

cadetto della casa Malatesta. Giovanni Bentivoglio fino dal 1462 regnava

con assoluto potere sulla ricca e potente città di Bologna. Per ultimo

il duca Ercole d'Este era il più lontano ed il più indipendente de'

feudatarj della Chiesa. Egli riconosceva da questa il Ferrarese, che da

più secoli era governato dalla sua famiglia; lo univa ai feudi imperiali

di Modena e di Reggio, ed appena pensava che la sua causa potesse aver

nulla di comune con quella degli altri vicarj pontificj.

[69] _Fr. Guicciardini, Stor. Fior., l. IV, p. 245._

[70] _And. Navagero Stor. Ven., p. 106. — P. Bembi Ist. Ven., l.

III, p. 51._

Le numerose corti di tanti piccoli signori davano alla Romagna

un'apparenza d'eleganza e di ricchezza: ogni capitale era ornata di

templi e di palazzi vagamente fabbricati, ognuna aveva la sua

biblioteca, ed ogni corte cercava in tal maniera di abbellirsi col lusso

dell'ingegno: alcuni poeti, alcuni eruditi, alcuni filosofi si trovavano

sempre tra i cortigiani d'ogni principe, e la rivalità di tutti questi

piccoli stati giovava indubitatamente ai progressi delle lettere,

sebbene il più delle volte avvilisse il carattere de' letterati. Ma

l'assoluta potenza suole generare dispendiosi vizj; tutti gli adulatori

del più piccolo sovrano ripongono la munificenza nel novero delle sue

virtù, ed egli stesso non sa porre maggior limite ai suoi desiderj che

se fosse sovrano del più vasto impero. Perciò ogni principe della

Romagna trovava sempre le sue entrate sproporzionate ai bisogni della

sua difesa, della sua vanità, dei suoi piaceri. Era sempre attento ad

approfittare di ogni occasione per istrappare a' suoi sudditi qualche

parte delle loro sostanze; e siccome le imposte non bastavano di lunga

mano, vi aggiugneva il prodotto delle ammende e delle confische. «Uno

de' loro disonesti modi di far danaro, era, dice Machiavelli, quello di

pubblicare leggi proibitive di qualche azione; erano poi i primi a dar

motivo di violarle, e si astenevano dal punire i delinquenti, finchè un

grandissimo numero di cittadini fossero caduti nello stesso fallo.

Allora gli attaccavano tutti ad un tratto, non per amore dell'osservanza

delle leggi, ma per guadagnare le ammende. Così i popoli diventavano

poveri senza correggersi; e quand'erano ridotti in miseria, cercavano di

riavere quello che avevano perduto a danno di coloro che non potevano

difendersi»[71].

[71] _Machiavelli dei Discorsi sopra Tito Livio, l. III, c. 29, p.

145._

V'hanno certi delitti che sembrano di esclusiva pertinenza di quelle

famiglie, che, separate da tutte le altre, sciolte da ogni legame

sociale, non appresero a sentire come la comune degli uomini, e non si

credono soggette alla stessa morale. In fatti le case sovrane della

Romagna avevano dati al popolo frequenti esempi d'assassinj fra i

congiunti, d'avvelenamenti e di tradimenti d'ogni genere. Le nobili

famiglie credevano inoltre di comprovare l'indipendenza di cui godevano

colla crudeltà delle loro vendette. Numerose bande di sicarj venivano

continuamente adoperate per attaccare o per difendersi: i nemici non

erano soddisfatti, finchè conservavasi un solo individuo, di qualunque

sesso egli si fosse, nella casa che volevano distruggere. Quando

Arcimboldo, arcivescovo di Milano, fu nominato cardinale di santa

Prassede e legato di Perugia e dell'Ombria, trovò in quella provincia un

gentiluomo, che aveva schiacciato contro le pareti il capo de' figliuoli

del suo nemico e strozzata la consorte di lui gravida; dopo di che,

avendo scoperto un altro figlio dello stesso uomo ch'era rimasto vivo,

l'aveva inchiodato alla porta della propria casa quale trionfo della sua

vendetta, come talvolta i cacciatori vi appiccano le aquile e i gufi da

loro uccisi. E ciò che più importa, tanta atrocità non era sembrata ai

suoi compatriotti una cosa straordinaria[72].

[72] _Jos. Ripamontii Hist. Urb. Med., l VII, p. 667._

Siccome la desolazione della campagna di Roma è ancora ai nostri giorni

un testimonio delle antiche guerre dei Colonna e degli Orsini, così

l'attuale carattere dei Romagnoli ricorda tuttavia l'educazione che

diede loro il governo dei piccoli loro principi, e l'esempio troppo

frequente di tante famiglie sovrane. Dante fino nel 1300 li denunciava

all'Italia come crudeli e perfidi, ed i loro vicini hanno di loro anche

nell'età presente la stessa opinione[73].

[73] _Inferno Cant._ XXVII, XXVIII, ed altrove.

Un così fatto governo non potev'essere amato dal popolo; la forza lo

aveva stabilito, e la forza lo manteneva: se poteva altresì essere

rovesciato dalla forza, non doveva riuscire assai difficile lo

stabilirne un altro, che gettasse nel cuore dei sudditi più profonde

radici. Avendo Alessandro VI presa la risoluzione d'ingrandire suo

figlio a spese del patrimonio della Chiesa, Cesare Borgia non s'ingannò,

giudicando, che, ove potesse occupare i piccoli stati di Romagna, que'

popoli gli condonerebbero tutti i delitti, tutte le crudeltà, tutti i

tradimenti diretti soltanto contro i loro antichi signori, purchè lo

stato loro diventasse più tranquillo. e vi si mantenesse la giustizia e

la pace[74].

[74] _Machiavelli il principe, c. VII._

La segreta condizione in forza della quale Lodovico XII aveva ottenuta

l'alleanza del papa e la bolla pel suo divorzio, era stata la promessa

del re di Francia di assecondare Cesare Borgia nella sua impresa della

Romagna. Infatti non appena fu per la prima volta conquistato il ducato

di Milano dai Francesi, che il duca Valentino, il quale era con loro

tornato dalla Francia, ottenne che si staccassero dalla loro armata

trecento lance pagate dal re, sotto gli ordini d'Ivone d'Allegre, e

quattro mila Svizzeri, comandati dal balivo di Digione, e pagati dalla

Chiesa[75]. Con queste truppe il Borgia si presentò sotto Imola in sul

finire di novembre del 1499. La città, ch'era mal fortificata, capitolò

immediatamente, ma la rocca oppose qualche resistenza, e negli ultimi

tre giorni di novembre il suo fuoco recò molto danno ai Francesi.

All'ultimo dovette capitolare il 9 di dicembre[76]. Il Valentino si

presentò subito dopo a Forlì. Catarina Sforza aveva prudentemente

mandato a Firenze suo figlio e tutti i suoi più preziosi effetti; e

perchè non giudicò la guarnigione sotto i suoi ordini sufficiente a

tenere la città, si chiuse nella rocca, e la difese con un coraggio

degno di quello col quale aveva salvata la medesima rocca nel 1488 dalle

mani degli assassini di suo marito. Intanto l'artiglieria francese fece

una larga breccia nelle mura, che cadendo strascinarono seco il

terrapieno che sostenevano, e colmarono parte della fossa. Catarina ed i

suoi soldati, abbandonando allora il restante della fortezza, vollero

difendere ancora la torre maestra, ma i Francesi, che montavano

all'assalto, vi penetrarono coi fuggiaschi, uccisero la maggior parte

della guarnigione, e mandarono Catarina prigioniera a Roma. Il papa la

tenne per alcun tempo chiusa in Castel sant'Angelo, ma Ivone d'Allegre,

vergognandosi del male che fatto aveva ad una donna così illustre, fece

per lei così calde istanze, che venne posta in libertà[77].

[75] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 245. — Jac. Nardi, l. III, p.

106._

[76] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 373_. — Udivasi, stando a Ferrara,

il cannonamento della rocca. — _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 245. —

Jo. Burchardi Diar. Curiae Rom. apud Jo. Georg. Eccardum, script.

Med. Aevi, t. II, p. 2109. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 259._

[77] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 246. — Diar. Ferr., p. 375, 377. —

Jo. Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2111. — J. Nardi, l. III, p. 106.

— P. Bembi Ist. Ven., l. V, p. 98._

Di quest'epoca le conquiste di Cesare Borgia vennero interrotte dalla

rivoluzione di Milano. Ivone d'Allegre fu dal Trivulzio richiamato in

Lombardia, allorchè il duca Valentino era in procinto d'attaccare

Pesaro[78]. La rivoluzione di Milano fu inoltre cagione di qualche

raffreddamento tra il papa ed il re, perchè Alessandro ricusava di

prestare veruna assistenza ai Francesi. Ma Giorgio d'Amboise, cardinale

di Rovano, e favorito di Lodovico, credeva cosa di troppo grande

importanza l'alleanza colla corte di Roma, perchè non riuscisse ad

Alessandro di riconciliarsi facilmente colla Francia. Il prezzo di tale

riconciliazione fu la missione di legato _a latere_ in Francia, che il

papa accordò al cardinale per diciotto mesi, obbligandosi in pari tempo

ad ajutare il re con tutte le sue forze, allorchè questi farebbe

l'impresa del regno di Napoli; in contraccambio Lodovico rimandò

d'Allegre in Romagna con trecento lance e due mila fanti, facendo

inoltre partecipare a tutti i potentati d'Italia che risguarderebbe come

un'ingiuria fatta a lui medesimo ogni opposizione alle conquiste di

Cesare Borgia[79].

[78] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 246. — J. Nardi, l. IV, p. 109. —

P. Bembi Ist. Ven. l. V, p. 99._

[79] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 258. — Fr. Belcarii Com., l. VIII,

p. 244._

Le minacce di Lodovico XII riuscivano a Cesare Borgia assai più

vantaggiose che non lo sarebbero state le sue armate. La seconda

vittoria de' Francesi nel Milanese aveva incusso un terrore universale,

ed i loro alleati non tremavano meno de' loro nemici. Giovanni

Bentivoglio, che a stento aveva ottenuto il perdono dei soccorsi dati

allo Sforza, mediante una contribuzione di quaranta mila ducati[80], si

astenne dal prestare ajuto ad Astorre III di Manfredi, sebbene fosse

figlio d'una sua figliuola. Il duca di Ferrara ed i Fiorentini si

mostrarono egualmente paurosi di offendere la Francia, e ricusarono ogni

soccorso; per ultimo i Veneziani, che si erano obbligati a proteggere

gli stati di Manfredi e di Malatesta, quando avevano fatto con loro un

trattato d'alleanza e di _condotta_, fecero sapere ad Astorre III,

signore di Faenza, ed a Pandolfo IV, signore di Rimini, che ritiravano

la loro protezione e rinunciavano alla loro alleanza. In pari tempo

fecero inscrivere il duca Valentino nel loro libro d'oro, ammettendolo

in tal modo nel numero de' loro gentiluomini sovrani della

repubblica[81].

[80] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 255. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.

259._

[81] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 258. — P. Bembi Ist. Ven., l. V, p.

109. — Diar. Ferrar., p. 389._

Avendo Cesare Borgia uniti alle truppe francesi settecento uomini d'armi

di sua spettanza e sei mila fanti, entrò in Romagna. Al suo avvicinarsi

i signori di Rimini e di Pesaro fuggirono e gli abbandonarono senza fare

veruna resistenza le capitali e stati loro; ma per lo contrario il

giovane Astorre di Manfredi si apparecchiò a difendersi in Faenza,

sebbene altro appoggio non avesse che lo zelo e l'amore de' suoi

concittadini. Per altro la metà del suo piccolo stato non aveva seguite

le disposizioni della capitale; e Valle di Lamone colla rocca di

Bersighella, che n'era la chiave, era stata ceduta al duca Valentino da

Dionigi Naldo, il più riputato personaggio di quella valle, che da gran

tempo trovavasi ai servigj del duca. In appresso il Borgia andò ad

accamparsi sotto Faenza tra i fiumi Lamone e Marzano, e scoprì le sue

batterie il 20 di novembre dal lato che guarda Forlì e chiamasi il

Borgo, sebbene chiuso entro il ricinto delle mura. Il quinto giorno

diede un assalto che fu valorosamente sostenuto dagli assediati; onde,

incoraggiati da quello avvenimento, i Faentini attaccarono gli

assalitori con frequenti sortite, e quasi sempre felicemente. Avevano

essi bruciate tutte le case poste intorno alle mura, e tagliati tutti

gli alberi fino ad una considerabile distanza dalla città; e perchè di

già cominciava a farsi sentire un rigoroso inverno, e perchè le truppe

degli assedianti trovavansi sepolte in profonde nevi, il duca Valentino

dovette nel decimo giorno levare il campo per ritirarsi ai quartieri

d'inverno. Per altro giurò che nella vegnente primavera si vendicherebbe

della inaspettata resistenza che gli aveva opposta un fanciullo[82].

[82] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 259. — Jac. Nardi, l. IV, p. 115. —

Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 261. — Diario di Ferrar. p. 390. — Fr.

Belcarii Com. Rer. Gall., l. VIII, p. 244._

In principio di gennajo del 1501 il Borgia tentò di sorprendere Faenza,

dandole la scalata, ma venne respinto; riaprì la campagna in sul

cominciare di primavera, prese diverse rocche dipendenti da quel piccolo

principato, ed il 12 di aprile fece giuocare le sue batterie contro la

città dalla banda della rocca; il 18 di aprile fece dare un primo

assalto che fu respinto; il 21 Vitellozzo, Paolo e Giulio Orsini ne

diedero un altro; essi superarono la muraglia, ma furono trattenuti da

una fossa che avevano a fronte, mentre l'artiglieria della piazza li

batteva di fianco. Dopo avere sofferto una perdita considerabile furono

costretti a ritirarsi. Per altro i Faentini avevano dal canto loro

perduta molta gente nei diversi fatti; non eravi alleato che si muovesse

a soccorrerli, e le fortificazioni della città erano ruinate. Offrirono

perciò di capitolare, a condizione che il loro giovane signore, Astorre

Manfredi, sarebbe libero di ritirarsi dove gli piacesse, conservando le

sue entrate patrimoniali. L'accordo fu sottoscritto, e le porte di

Faenza si aprirono al Valentino il 22 di aprile del 1501. Il duca

accolse con apparente benevolenza il giovane Manfredi, che non aveva

allora più di diciotto anni; dichiarò di volerlo ritenere alla propria

corte, onde addestrarlo nel mestiere delle armi. Con tale pretesto di là

a pochi giorni lo mandò a Roma, dove il giovane principe di Faenza, dopo

essere stato vittima delle lubricità del papa o di suo figlio, fu

strozzato con suo fratello naturale, e tutti e due gittati di notte nel

Tevere[83].

[83] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 262. — Burchardi Diar. Cur. Rom. p.

2128. — Jac. Nardi, l. IV, p. 118. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.

263. — Diar. Ferrar., p. 394, 395. — P. Giovio Vita di Leon. X, l.

I, p. 72. — Ann. Eccl. 1501, § 15, p. 507._

La conquista della Romagna era compiuta colla sommissione di Faenza, ma

tuttavia mancava un atto che potesse chiamarsi legittimo, il quale

servisse di fondamento al nuovo potere del duca Valentino. Il papa non

poteva alienare i dominj della Chiesa senza l'assenso dei cardinali;

perciò Alessandro VI con una nuova promozione volle assicurarsi la

maggiorità del concistoro. Dodici nuovi cardinali, comperando a danaro

contante i loro cappelli, rifecero il tesoro del pontefice, oltre

l'avere anticipatamente obbligati i loro voti[84]. Il sacro concistoro

acconsentì all'alienazione della Romagna, la quale si eresse in ducato a

favore di Cesare Borgia, che, dopo averne ricevuta l'investitura,

aggiunse questo nuovo titolo a quello di duca dei Valenziani[85].

[84] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 259._

[85] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 262. — Orl. Malavolti, p. III, l.

IV, f. 107, v._

Cesare Borgia non aveva risparmiato verun tradimento per rendersi

padrone della Romagna, e non lasciava ancora di tendere lacci ai piccoli

principi che egli aveva spogliati per farli perire, conoscendo, che fin

a tanto che rimarrebbero le antiche famiglie sovrane in istranieri

paesi, cercherebbero sempre di eccitare contro di lui sollevazioni, ed

il suo trono sarebbe sempre vacillante. Ma voleva nello stesso tempo

adonestare agli occhi del popolo tali atti di crudeltà con

un'amministrazione che facesse nei suoi stati fiorire la giustizia e la

sicurezza. Erano quelle province da tanti malfattori infestate, erano in

preda a così crudele anarchia, che trovò necessario di reprimere in sul

principio tanti delitti con estrema severità. Creò governatore di quello

stato messer Bamiro d'Orco, uomo attivo ed inesorabile, più severo per

carattere che per principj, e che sembrava trovar diletto nell'ordinare

supplicj. Valendosi dell'illimitata autorità accordatagli da Cesare

Borgia questo supremo giudice sparse il terrore in tutte le città con

sanguinose esecuzioni; perseguitò i malfattori fino negli ultimi loro

nascondigli, moltissimi ne fece perire, forzò gli altri a fuggire dalla

provincia, nella quale fece rivivere quella regolarità di polizia, e

quella piena sicurezza nelle strade e nelle campagne, che da gran tempo

più non si conoscevano. Ad ogni modo il Valentino non voleva che gli si

attribuissero le crudeltà dell'amministrazione del suo luogotenente:

l'ordine era ristabilito, la crudeltà più non era necessaria, e gli

abitanti di Cesena furono una mattina compresi da profondo orrore e da

maraviglia, trovando sulla pubblica piazza innalzato un palco sul quale

stava diviso in due parti l'uomo terribile innanzi al quale avevano fin

allora tremato. Il ceppo, la scure insanguinata e le due metà del

cadavere rimasero esposti agli occhi di tutti senz'altra

spiegazione[86].

[86] Quest'esecuzione ebbe luogo il 23 dicembre del 1502. _Machiav.

Legaz. I, lett. 19, p. 63. — Idem il Principe, cap. VII._

La conquista della Romagna, ben lungi dal soddisfare l'ambizione di

Cesare Borgia, non servì che ad invogliarlo di più alte intraprese. Il

Bolognese, la Toscana, le Marche ed il ducato d'Urbino stuzzicavano a

vicenda la sua cupidigia, e sembravangli premj promessi ad ulteriori

imprese. La Toscana contava nuovamente quattro repubbliche, Firenze,

Pisa, Siena e Lucca, oltre il piccolo principato di Piombino. Ma questo

paese non era mai stato ridotto a tanta debolezza come al presente da

imprudenti guerre, nè meno atto a resistere ad un esterno nemico. Una di

queste repubbliche, quella di Siena, pareva inoltre che avesse

rinunciato a quella libertà, che l'aveva renduta gloriosa. Si era data

un padrone, che aveva bisogno di tutta la propria accortezza e di tutta

la sua possanza per istare in sulle difese contro i suoi proprj

concittadini, e per conseguenza più non poteva valersi al di fuori di

una forza che consumavasi in seno allo stato.

Nel 1495, temendo i Sienesi la vendetta de' Fiorentini, cui avevano

tolto Montepulciano, introdussero nella loro città un corpo permanente

di truppe di linea, cui avevano dati per capi due loro concittadini

Lucio Bellanti e Pandolfo Petrucci. Avevano in pari tempo accordato a

questi due capitani un'illimitata autorità giudiziaria per castigare le

cospirazioni da cui si credessero minacciati. Le funzioni di questi due

giudici militari non dovevano durare che pochi mesi[87]; ma Pandolfo

Petrucci era troppo ambizioso per rinunciare ad un potere di cui era

stato una volta rivestito, e troppo accorto per lasciarselo rapire. A

lui solo essendo affezionati i soldati da lui dipendenti, fece accusare

Lucio Bellanti, suo collega, di segrete pratiche coi Fiorentini e con

ciò lo costrinse a fuggire. E perchè suo suocero, Niccolò Borghese, capo

d'una fazione opposta alla sua, cercava ancora di limitare la di lui

autorità, Pandolfo lo fece tagliare a pezzi sulla pubblica piazza il

giorno 19 di luglio del 1500[88]. Fu questa, a dir vero, la sola

circostanza in cui versò sangue; ma con ciò atterrì gli altri suoi

avversarj, che presero volontario esilio. Egli palliò la sua autorità

sotto quella dell'ordine dei Nove cui apparteneva e cui mostrava di

servire; nè mai prese verun titolo, nè mai si allontanò dalle costumanze

di semplice cittadino: nè col proprio matrimonio, nè con quello dei suoi

figliuoli cercò d'imparentarsi con famiglie principesche, ma soltanto

coi suoi concittadini, fin allora suoi eguali. Conservò sempre le

semplicità delle vesti, il mantello nero che portavano tutti i Sienesi;

e ne' suoi pranzi si contenne costantemente entro i limiti di modesto ed

economo cittadino; non edificò che una privata comoda abitazione, senza

darle la sontuosa eleganza de' palazzi; e per dirlo in una parola, in

tutto il corso del viver suo cercò di coprire e di far dimenticare

l'assoluta sua autorità[89].

[87] _Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 102, v._

[88] _Id., f. 105._

[89] _P. Giovio Elogi d'Uomini illustri, l. V, p. 299._

Non pertanto il duca Valentino risguardava il nuovo principato di

Pandolfo Petrucci e la piccola signoria di Piombino, appartenente a

Giacomo IV d'Appiano, come le due parti della Toscana che potrebbe

attaccare con migliore speranza di felice successo, e quelle che

dovevano fargli strada ai suoi vasti disegni di conquiste; nello stesso

tempo gli altri stati della provincia gl'inspiravano poco timore;

perciocchè la repubblica di Firenze, che ne' precedenti tempi era sempre

stata la gelosa custode dell'indipendenza italiana, trovavasi talmente

spossata dalla guerra di Pisa, dallo spirito rivoluzionario de' suoi

sudditi, e dai disordini dell'interna sua amministrazione, che tutto

aveva a temere dall'ambizioso vicino che attaccava un dopo l'altro e si

assoggettava tutti i confinanti stati, prima di venire con essa

all'esperimento delle armi.

Mentre che Cesare Borgia terminava colle truppe francesi la conquista

della Romagna, i Fiorentini avevano cercato di sottomettere Pisa,

valendosi ancor essi delle truppe francesi, ma non avevano provati che

rovesci. Lodovico XII, dopo la conquista di Milano e mentre si

apparecchiava a fare l'impresa di Napoli, aveva cercato di tenere in

Italia esercitati i suoi soldati e di mantenerveli a spese de' suoi

alleati, ed aveva con tali viste prestato orecchio alle contrarie

negoziazioni dei Fiorentini e de' Pisani. I primi chiedevano al re

l'adempimento de' trattati tante volte rinnovati con Carlo VIII, e la

restituzione di Pisa e delle sue fortezze; domandavano gli altri che

sostenuta fosse una indipendenza loro data dalla Francia, e di concerto

coi Sienesi, coi Genovesi, coi Lucchesi, offrivano cento mila ducati per

prezzo della libertà di Pisa, di Montepulciano e di Pietra Santa;

inoltre promettevano l'annuo tributo di cinquanta mila ducati, se il re

obbligava i Fiorentini a rendere a Pisa il porto di Livorno, che in

addietro apparteneva a quella repubblica. Gian Giacopo Trivulzio e Gian

Luigi del Fiesco caldamente appoggiavano i Pisani, ma in quest'occasione

il cardinale d'Amboise preferì l'onore e la parola del re all'esca del

danaro che venivagli offerto. Con tutti i suoi trattati la Francia aveva

guarentita la restituzione di Pisa ai Fiorentini, e pareva che questi

avessero acquistati ulteriori diritti alla riconoscenza del re collo

zelo con cui avevano somministrati sussidj in danaro per ricuperare lo

stato di Milano dopo l'invasione di Lodovico il Moro. Perciò Giorgio

d'Amboise stipulò con loro un nuovo trattato, in forza del quale loro

prometteva di ajutarli a ricuperare Pisa e Pietra Santa, ed obbligavasi

a mandar loro a tal fine pel primo di maggio del 1500 seicento lance e

cinque mila Svizzeri, coll'artiglieria e munizioni necessarie. Durante

questa spedizione gli uomini d'armi dovevano essere al soldo del re; ma

gli Svizzeri dovevano essere pagati dalla repubblica fiorentina[90].

[90] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 254. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.

259. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 110. — Ist. di Gio. Cambi,

t. XXI, p. 150._

Il re aveva determinato di dare il comando di quest'armata ad Ivone

d'Allegre, uno de' suoi migliori ufficiali; ma i Fiorentini, che più

volte avevano avuto cagione di non essere contenti de' generali

francesi, un solo ne conoscevano nel quale avessero intera confidenza, e

questi era Ugone di Belmonte, il quale, essendo stato nella precedente

guerra incaricato del comando di Livorno, avea loro consegnata quella

piazza nel convenuto termine, senza cercare pagamento per aver fatto il

suo dovere, e senza pensare come i suoi colleghi a vendere a' nemici del

suo padrone l'ingresso della sua fortezza. Perciò chiesero

premurosamente a Lodovico XII il Belmonte per comandare la loro armata,

e l'ottennero, sebbene il re trovasse questo gentiluomo di meno elevato

grado che non si conveniva per tenersi ubbidiente e rispettosa una così

ragguardevole armata[91].

[91] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 254 — Jac. Nardi, l. IV, p. 110. —

Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 259._

Intanto il Belmonte si pose in cammino; ma prima che giugnesse ai

confini della Toscana, i Fiorentini ebbero nuove occasioni di lagnarsi

della mala fede de' Francesi. Fin dal primo di maggio i pedoni erano al

soldo della repubblica; si era calcolato che costerebbero ventiquattro

mila ducati al mese, lo che corrisponde ad una lira e 92 centesimi

dell'attuale moneta al giorno per ogni pedone svizzero. Non pertanto

tutto il primo mese si consumò nel porre a contribuzione i piccoli

signori di Carpi, di Correggio e della Mirandola, che si erano

dichiarati a favore di Lodovico Sforza. Dopo avere estorti a questi

piccioli principi di Lombardia venti mila ducati ed altri quaranta mila

a Giovanni Bentivoglio[92], l'armata francese entrò finalmente in

Toscana per la strada di Pontremoli; ma le prime ostilità furono dirette

contro Alberico Malaspina, alleato della repubblica, che i Francesi

spogliarono della signoria di Massa per darla a suo fratello Gabriele.

Colà i commissarj fiorentini, Giovan Battista Ridolfi e Luca Antonio

Albizzi, trovarono l'armata del Belmonte e la passarono in revista.

Avevano seguite le bandiere due mila Svizzeri di più di quelli ch'erano

stati domandati; e fu d'uopo cominciare dal pagar loro due mesi di soldo

senza che avessero prestato verun servigio. Per altro l'armata si avanzò

e si fece aprire le porte di Pietra Santa; ma invece di consegnare

quella fortezza ai Fiorentini, in conformità del trattato, la ritenne in

deposito, finchè il re potesse decidere, dopo la sommissione di Pisa,

intorno alle ragioni di coloro che la pretendevano[93].

[92] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 255._

[93] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 255. — Jac. Nardi, l. IV, p. 111.

— Scipione Ammirato, l. XXVII, p. 259._

Finalmente l'armata arrivò sotto Pisa, e il 29 di giugno aprì la trincea

tra la porta a Mare e la porta di Calci: durante la notte furono posti i

cannoni in batteria, ed all'indomani, tre ore prima di notte, erano di

già state atterrate quaranta braccia di mura. I Francesi e gli Svizzeri

corsero subito all'assalto senza voler altro aspettare e senza aver

fatta riconoscere la breccia. Ma quand'ebbero appena passata la

muraglia, furono trattenuti da una larga fossa, che non credevano di

trovare, e che non potevano superare. Dopo avere fatto qualche inutile

sforzo per attraversarla ed avere perduta molta gente, furono

dall'oscurità della notte costretti a ritirarsi nel loro accampamento; e

dopo questo sperimento più non vollero tentare verun vigoroso

attacco[94].

[94] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 255. — Jac. Nardi, l. IV, p. 112. —

Scipione Ammirato, l. XXVII, p. 260._

Non è già che alle truppe francesi mancasse il coraggio, ma sibbene la

volontà di nuocere ai Pisani. Appena avevano questi veduto avvicinarsi

l'armata destinata ad espugnarli, che avevano trovato il modo di

risvegliare nella medesima col loro affetto, colla loro confidenza, e

nello stesso tempo col loro valore l'antica parzialità tanto chiaramente

dichiarata ai tempi di Carlo VIII. L'armata francese trovavasi ancora

nel territorio di Lucca, allorchè due ambasciatori pisani eransi

presentati al Belmonte per dichiarargli che ponevano la loro città sotto

la protezione del re di Francia. Altri nello stesso tempo erano stati a

portare una simile dichiarazione a Filippo di Rabenstein, governatore di

Genova a nome del re, e questo capitano l'aveva imprudentemente

accettata a nome di Lodovico XII. Allorchè il Belmonte spedì un araldo

d'armi ad intimare ai Pisani d'aprirgli le porte della città, risposero

di non aver altro desiderio che quello d'ubbidire al re di Francia, e di

ricevere la sua armata entro le loro mura; al che non mettevano che una

sola condizione: che il re non gli assoggetterebbe giammai ai

Fiorentini[95].

[95] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 256._

Dal canto suo il Belmonte aveva mandato ai Pisani due gentiluomini,

Giovanni d'Arbouville ed Ettore di Montenart, per invitarli a darsi

volontariamente agli antichi loro padroni. Questi cavalieri, condotti in

cerimonia al palazzo del comune, vi trovarono il ritratto di Carlo VIII

esposto alla venerazione del popolo col titolo di liberatore di Pisa:

furono supplicati a non distruggere l'opera di questo re, protettore

della libertà pisana, ma piuttosto ad invitare il loro capo a ricevere

sotto il dominio francese i liberti di Carlo, o almeno ad accordar loro

un asilo in Francia, poichè i Pisani erano apparecchiati ad abbandonare

le case e la patria loro, piuttosto che tornare sotto il comando de'

Fiorentini. Cinquecento fanciulle, vestite di bianco, si fecero loro

intorno, e stringendo le loro ginocchia, e piangendo gli andavano

scongiurando a mostrarsi, secondo il loro giuramento di cavalleria, i

difensori delle matrone e delle vergini contro la brutale insolenza de'

loro nemici: «Se voi non potete, soggiunse una di loro, accordarci

l'ajuto delle vostre spade, non ci rifiuterete quello delle vostre

preghiere;» ed all'istante li trassero innanzi all'immagine della Beata

Vergine, dove cominciarono a cantare in così pietosi modi e con tali

lamentevoli voci, che cavavano le lagrime a tutte le persone[96].

[96] _Garnier Hist. de France, règne de Louis XII, t. XI, p. 130._

Il Belmonte aveva ottenuto di spingere le sue truppe al primo assalto,

perchè il sentimento dell'onore e della militare disciplina avevano

fatto tacere gli affetti del cuore. Ma dopo essere stati perdenti in

questo primo attacco, i Francesi cercarono avidamente qualche pretesto

per non tentarne altri. I Pisani mai non ricusavano, fosse di giorno o

di notte, di aprire le porte ai soldati francesi che desideravano di

entrare in città. Sempre gli accoglievano colla medesima ospitalità e

collo stesso affetto; li colmavano di doni, e loro mostravano pure le

batterie coperte, affinchè i loro amici, che stavano al campo, non vi si

esponessero. I Francesi non erano meno attenti a gratificare i Pisani,

lasciando entrare i rinforzi che loro giugnevano dalle altre città della

Toscana, e lasciando tra gli altri passare Tarlatino di Città di

Castello, luogotenente di Vitellozzo, che tanto si rese illustre in

questa guerra coll'intelligenza somma e colla costanza con cui diresse

dopo tale epoca la difesa dei Pisani. Dall'altro canto i Francesi

saccheggiarono i convoglj di vittovaglie, che venivano condotti al

proprio accampamento, per avere poi occasione di lagnarsi dei Fiorentini

che loro mancar lasciassero i viveri. Ogni giorno manifestavasi sempre

più contro di questi la loro animosità. Non potendo il Belmonte

rimettere la disciplina nel suo campo, all'ultimo disse a Luca degli

Albizzi, commissario rimasto presso di lui, ch'egli era determinato di

levare l'assedio; e perchè l'Albizzi si opponeva con vivacità per

l'onore medesimo del re di Francia e delle sue armi, gli Svizzeri lo

fecero prigioniero, dichiarando di volerlo custodire come pegno di certi

soldi dovuti ad alcuni loro compatriotti fin dal tempo della guerra di

Livorno. Convenne assoggettarsi a questa nuova violenza; Luca degli

Albizzi venne redento con mille trecento ducati, e l'armata, che aveva

fatta una così vergognosa campagna, ripigliò il 18 di luglio la strada

della Lombardia[97].

[97] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 256. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.

260. — Jac. Nardi Ist., l. IV, p. 112. — Istor. di Gio. Cambi, t.

XXI, p. 151._

La ritirata delle truppe francesi ridusse i Fiorentini alla

disperazione. Contando essi sulla potente loro assistenza, e non potendo

nel medesimo tempo sostenere una duplicata spesa, avevano licenziati i

proprj soldati, di modo che si trovavano quasi del tutto disarmati, onde

i Pisani non durarono fatica a riprendere Librafratta ed il bastione

della Ventura. Inoltre Lodovico XII, siccome usano di fare le potenze

alleate a più deboli stati, imputava ai Fiorentini la cagione del mal

esito, dovuto all'indisciplina delle sue proprie truppe. Estremo era il

suo sdegno contro la repubblica, ch'egli accusava d'avere lasciato il

campo senza vittovaglie, d'avere male assecondati i suoi generali, ed in

particolare di essersi ostinata a scegliere il Belmonte piuttosto che

Ivone d'Allegre. Convenne che i Fiorentini pensassero a giustificarsi

innanzi a quegli di cui avevano ragione di dolersi, e convenne addolcire

il rifiuto, che la repubblica credette di dover fare, di condurre nel

susseguente anno una nuova armata francese sotto Pisa per attaccare

quella città con maggiore vantaggio[98].

[98] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 257. — Jac. Nardi, l. IV, p. 113. —

Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 261._

Dopo così sgraziata campagna, Firenze rimase debole e circondata di

nemici: le rivali città di Genova, di Lucca e di Siena si rallegravano

della sua umiliazione, ed apertamente soccorrevano i Pisani. Nello

stesso territorio fiorentino, in proporzione delle sventure della

metropoli, si accrescevano il malcontento e le disposizioni alla

ribellione. A Pistoja le due fazioni dei Cancellieri e dei Panciatichi

ricominciarono una guerra civile di cui credevasi spenta ogni ricordanza

dopo un intero secolo di un più fermo governo. In sul cominciare del

1501 tutti i Panciatichi furono cacciati di città; il 25 di febbrajo

furono condannati come ribelli, e si bruciarono le loro case,

abbandonando ai soldati i loro effetti. In appresso i Cancellieri li

perseguitarono anche fuori di città fino a san Michele e gli assediarono

nella chiesa di tal nome; ma vennero colà sorpresi dai partigiani de'

Panciatichi, che si erano adunati in gran numero per liberare i loro

capi, e gli assedianti perdettero più di dugento persone[99]. La

repubblica fiorentina, che non aveva quasi più soldati sotto i suoi

ordini, ed il di cui tesoro era stato affatto smunto dalle incessanti

domande del re di Francia, nè poteva tenere la campagna contro Pisa, nè

frenare i Pistojesi, nè gastigare i capi delle nuove sedizioni.

[99] _Guicciardini, l. V, p. 258. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.

262. — Jac. Nardi, l. IV, p. 117. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p.

152. — Michel Ang. Salvi delle Istor. di Pist., t. III, l. XVIII, p.

15-28._

La libertà toscana pareva minacciata dal più triste avvenire;

un'invincibile gelosia acciecava tutti i vicini di Firenze e li faceva

cospirare alla ruina di lei; un generale fermento faceva temere nuove

rivoluzioni tra i sudditi di lei; l'instabilità di un governo che

rifacevasi ogni due mesi, e che non conservava per verun rispetto la

tradizione dell'antica sua politica, inspirava uguale diffidenza agli

stranieri ed ai cittadini. Venezia aveva preso a proteggere la famiglia

usurpatrice, che voleva risalire sul trono; il duca di Milano ed il re

di Napoli più non tenevano alternativamente la bilancia dell'Italia, ed

il re di Francia, ch'era succeduto al primo e stava per rovesciare

l'altro, più non proteggeva la repubblica. Il papa di lei più prossimo

vicino era pure il di lei più pericoloso nemico, perciocchè,

sagrificando ogni sentimento di dovere, ogni cura dell'indipendenza

della Chiesa, e la buona fede ed il pudore all'ingrandimento di suo

figlio, aggiugneva le perfidie ed i falsi giuramenti alle armi

spirituali e temporali per assoggettare la Toscana a Cesare Borgia.

La repubblica, costretta dalla sua povertà a deporre le armi, pareva

comprovare ai suoi vicini le pacifiche sue disposizioni, ed invece

somministrò precisamente con tale atto a Cesare Borgia il pretesto che

desiderava per cominciare le ostilità. Questi, dopo avere occupata

Faenza il 22 aprile del 1501, disponevasi ad attaccare Giovanni

Bentivoglio, signore di Bologna, quando il condottiere Rinuccio di

Marciano, licenziato dai Fiorentini, passò al soldo di questo signore

colla sua compagnia; il papa e suo figliuolo si dolsero subito altamente

che la repubblica spedisse soccorsi ai loro nemici, cercando soltanto di

travisarli con una troppo comune astuzia[100].

[100] _Jac. Nardi Ist., l. IV, p. 117._

Cesare Borgia si era innoltrato verso i confini del Bolognese fino a

castel san Piero sulla strada d'Imola. Colà ebbe ordine da Lodovico XII

di non passar oltre, perchè il Bentivoglio si era posto sotto la

speciale protezione della Francia[101]. Infatti si astenne

dall'attaccarlo, ma si valse dello spavento che gli faceva per dettargli

nuove condizioni. Da lui ottenne la cessione di Castel Bolognese posto

tra Imola a Faenza, la promessa di un tributo di nove mila ducati, e

quella di cento uomini d'armi e di due mila fanti, che il Borgia contava

di adoperare contro Firenze. Per prezzo di questa nuova alleanza il

perfido Borgia rivelò al Bentivoglio le intelligenze che aveva coi

Marescotti, potente e ricca famiglia e seguìta da numerosi clienti, la

quale fin allora erasi mostrata interamente attaccata al principe. Il

Bentivoglio ordinò a suo figliuolo Ercole di assassinare Agamennone

Marescotti, capo di quella famiglia, ed in seguito fece uccidere altre

trentaquattro persone tra fratelli, figli, figlie o nipoti, e altre

dugento parte parenti e parte amici. Finchè tanta carnificina non fu

terminata, le porte di Bologna si tennero chiuse. Il Bentivoglio

costrinse tutti i figli delle più nobili famiglie a prendervi parte, per

renderli odiosi al partito contro cui voleva inferocire, e per

attaccarli alla propria fortuna col timore della rappresaglia[102].

[101] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 263. — Raynaldi An. Eccl. 1501, §

16, p. 507._

[102] _Diar. Ferrar., t. XXIV, Rer. It., p. 395. — Gio. Cambi, t.

XXI, p. 156. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 263. — Jac. Nardi, l. IV,

p. 118. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 263._

Il duca Valentino non aveva mai calcolato di trattenersi lungamente per

soggiogare Bologna. Firenze era l'oggetto de' suoi apparecchi; egli

aveva chiamato alla sua armata Vitellozzo Vitelli, signore di Città di

Castello, che ardentemente desiderava di vendicare la morte di suo

fratello, e gli Orsini, parenti ed alleati dei Medici. Fino dal mese di

gennajo aveva mandati a Pisa alcuni rinforzi sotto gli ordini di Ranieri

della Sassetta, e di Pietro Gambacorti[103]. Poi ch'ebbe terminata la

conquista della Romagna, mandò a Pisa altri distaccamenti comandati da

Oliverotto di Fermo, favorito ed uno de' più riputati luogotenenti del

Vitelli[104]. Aveva avuti alcuni abboccamenti con Giuliano de' Medici,

che si era portato fino a Bologna, e sperava col di lui mezzo di armare

contro la sua patria tutti i partigiani della sua esiliata famiglia.

Egli ben sapeva che i Medici sarebbero sempre disposti ad accettare alle

più vergognose condizioni qualunque si fosse parte della sovranità della

Toscana che offrisse loro; ed infatti Giuliano de' Medici, dopo avere

tutto convenuto con Cesare Borgia, partì in posta alla volta della

Francia, onde persuadere Lodovico XII a rifiutare ogni soccorso ai

Fiorentini[105].

[103] _Jac. Nardi, l. IV, p. 116._

[104] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 263._

[105] _Jac. Nardi, l. IV, p. 116._

Pure tutte le operazioni del Valentino dovevano rimanere subordinate ai

vasti progetti che Lodovico XII aveva formati contro Napoli. E di già

l'esercito destinato a tale impresa cominciava a porsi in cammino. La

più forte colonna, condotta dal d'Aubignì, doveva attraversare la

Romagna, e raccogliervi le truppe francesi, che sotto il comando d'Ivone

d'Allegre avevano fin allora secondato il duca Valentino; un'altra

colonna, sotto gli ordini del balivo d'Occan, doveva tenere la strada

della Lunigiana, attraversare Pisa ed unirsi nello stato di Piombino con

Cesare Borgia, ch'erasi obbligato a seguire i generali francesi nel

regno di Napoli. E precisamente in occasione di questa sua andata alla

volta di Piombino, egli pensava di dare compimento alle rivoluzioni di

cui minacciava la Toscana.

Cesare Borgia entrò in quella provincia dalla banda di Bologna con

settecento uomini d'armi e cinque mila fanti, partecipando alla

repubblica fiorentina di volere attraversare il suo territorio come

amico, per passare a Roma, e altro non chiedendo che vittovaglie contro

pagamento a danaro. Ma quando ebbe passate le gole delle montagne, e fu

arrivato a Barberino, mutò linguaggio. Allora dichiarò di non potere

mostrarsi l'amico della repubblica, fintanto che non la vedesse

sottomessa ad un governo del quale potesse fidarsi; che la chiamata dei

Medici poteva sola rispondere a' suoi occhi di una stabile

amministrazione; che in conseguenza chiedeva il ristabilimento di Piero

de' Medici in tutta l'autorità che aveva avuta in addietro; e questi

stava aspettando a Lojano, villaggio posto al confine del Bolognese, il

risultamento di tali minacce. Inoltre il Borgia chiedeva, che sei

cittadini, indicati da Vitellozzo, fossero posti in suo potere, onde

portare la pena dell'ingiusta sentenza pronunciata contro Paolo Vitelli;

che la signoria si obbligasse a non soccorrere il signore di Piombino; e

finalmente che prendesse lui medesimo al suo soldo con una condotta

conveniente all'elevata sua dignità[106].

[106] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 120.

— Comm. di Filippo de' Nerli, l. V, p. 88._

I Fiorentini avevano in allora alla testa della loro repubblica una

signoria che non inspirava nè rispetto nè confidenza, molti suoi membri

si avevano sospetti di essere segretamente d'accordo coi Medici o col

Borgia per sopprimere il gran consiglio, e per ritirare la sovranità

dalle mani del popolo. Verun uomo di straordinario ingegno, veruno di

grande riputazione si era acquistata una decisiva influenza sulle

risoluzioni del governo; e perchè le circostanze erano realmente

difficili, niuno osava prendere ardite misure per uscire d'imbarazzo.

Vero è che la signoria armò una parte della milizia delle campagne, che

pose alla loggia de' Pazzi, a Fiesole ed a Bello Sguardo per difendere

Firenze; ma nello stesso tempo vietò qualunque ostilità, minacciò di

punire severamente i contadini che opporrebbero qualche resistenza ai

soldati del Borgia, ed accordò a costui di attraversare a piccole

giornate il territorio fiorentino, saccheggiando e guastando tutto ciò

che incontrava, sebbene pretendesse sempre di essere l'amico ed il

confederato della repubblica.

Tra i capitani di Cesare Borgia eranvene due, che non parevano fatti per

inspirare diffidenza ai Fiorentini. Raffaele dei Pazzi e Marco Salviati

discendevano da due famiglie, rendute illustri dalla congiura del 1478,

e poco doveva temersi che facessero causa comune coi Medici. Tuttavolta

la vanità offesa delle grandi famiglie suole piuttosto riconciliarsi con

ogni specie di tirannide che col governo popolare. I due figli di coloro

che avevano congiurato a favore della libertà, congiurarono per

l'assoluto potere; concertarono coi loro amici di Firenze, che i

partigiani dei Medici si renderebbero padroni del palazzo, mentre

ch'essi medesimi coi soldati dei Vitelli si presenterebbero alle porte

della città[107]. Questa cospirazione era in sul punto di scoppiare,

quando Cesare Borgia, che non aveva che pochi giorni da trattenersi in

Toscana, e che, nell'istante in cui dovrebbe partire alla volta di

Napoli, non potrebbe cavarne tutto quel partito che poteva sperarne in

migliore congiuntura, preferì di protrarre i suoi progetti, e di

approfittare del timore che aveva inspirato ai capi della repubblica per

estorcere una grossa somma di danaro. Infatti si fece promettere per tre

anni l'annuo soldo di 36,000 ducati, promettendo di tenere trecento

uomini d'armi pronti a soccorrere la repubblica in ogni suo bisogno.

Costrinse la signoria a rinunciare alla protezione del signore di

Piombino, ma non si ostinò rispetto al domandato cambiamento della

costituzione, o riguardo alla soddisfazione da darsi a Vitellozzo[108].

[107] _Vita di Leone X, di P. Giovio, trad. da Mes. Lod. Domenichi.

Firenze 1551, in 12.º l. I, p. 74._

[108] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 122.

— Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 263. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p.

161._

Non fu che il 4 luglio del 1501, che Cesare Borgia entrò finalmente nel

territorio di Piombino. Il signore di quel piccolo stato, Giacomo IV di

Appiano, aveva preventivamente guastato il proprio paese, bruciati i

foraggi, tagliati gli alberi e le viti, e distrutte le poche fonti che

somministravano acque salubri. Erasi in appresso chiuso nel castello di

Piombino co' suoi più affezionati vassalli, e con alcuni Corsi che aveva

preso al suo soldo. In pochi giorni Suvereto, Scarlino, l'isola d'Elba e

quella di Pianosa si arresero al duca Valentino; ma il castello di

Piombino richiedeva un regolare assedio; ed esso aveva di già resistito

più giorni, quando il Borgia si vide forzato ad allontanarsi il 28 di

giugno per seguire l'armata francese[109]. Nulladimeno lasciò ai suoi

luogotenenti, Vitellozzo Vitelli e Gian Paolo Baglioni, l'ordine di

stringere l'assedio. Giacomo d'Appiano, che vedevasi vicino a doversi

arrendere, e che temeva di cadere in mano del crudele Borgia, passò il

17 di agosto a Livorno, ed in appresso a Genova, sperando di persuadere

i Genovesi a comperare il suo piccolo feudo, e porlo così sotto la

protezione della Francia; ma la guarnigione, che più non veniva

incoraggiata dalla presenza del capo, si arrese il giorno 3 di

settembre, ed il Borgia pose allora il primo fondamento della sua

potenza in Toscana[110].

[109] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 265. — Jac. Nardi, l. IV, p. 123.

— Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 264. — Or. Malavolti Stor. di Siena,

p. III, l. VI, f. 107, v._

[110] _Bart. Senaregae de reb. Gen., p. 574. — Scip. Ammirato, l.

XXVII, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 126. — Burchardi Diar. Curiae

Rom., p. 2133. — Orl. Malavolti, p. III, l. VI, f. 108. — Agost.

Giustiniani Ann., l. VI, f. 257._

Il compimento degli ambiziosi disegni del Borgia veniva sospeso dal

passaggio dell'armata francese a traverso all'Italia, e la politica di

tutti i potentati della penisola era subordinata a quella della corte di

Francia, la quale omai non risguardava la conquista del Milanese che

come un passo necessario per far quella del regno di Napoli;

l'imprudente intrapresa di Carlo VIII pareva diventata pel di lui

successore di facile ed indubitata esecuzione. Le truppe francesi,

quando avevano valicate le Alpi, trovavano in Lombardia abbondanti

granai e fortissime città, di cui liberamente disponevano, e che loro

assicuravano il cammino fino nel centro dell'Italia. La repubblica di

Venezia, che aveva contrariati i progetti di Carlo VIII, era alleata di

Lodovico XII; e trovavasi inoltre implicata in una pericolosa guerra

coll'impero turco, onde non poteva temersi che volesse provocare

ostilità sugli opposti confini. La Toscana divisa e debole dipendeva

dagli ordini della Francia, e non erano meno ubbidienti i principi

confinanti coi Veneziani. Il papa, non prendendo consiglio che

dall'ambizione di suo figliuolo, era diventato egli stesso un

affezionato servitore del re. Don Federico, riposto sul trono

dall'affetto dei popoli, non aveva nè tesoro nè armate; il suo regno

guastato, le fortezze atterrate, gli arsenali vuoti, non gli lasciavano

quasi verun mezzo di resistenza; ed i suoi sudditi, ruinati da una

guerra crudele, non potevano pagare le imposte necessarie per ristaurare

tutto ciò ch'era stato distrutto.

Ma se Lodovico XII risguardava facile la conquista del regno di Napoli,

non vedeva la stessa facilità di conservarlo; aveva timore dei re di

Spagna, i quali dai porti della Catalogna e della Sicilia potevano con

estrema facilità spedire rinforzi al re di Napoli, e nello stesso tempo

fare una diversione dalla banda dei Pirenei; temeva Massimiliano, che,

pubblicando in ogni dieta il proprio risentimento, poteva finalmente

armare contro di lui la Germania; non si fidava degli Svizzeri, che,

fatti più inquieti ed intrattabili dopo avere tradito Lodovico Sforza,

mostravano di voler cancellare con qualche luminoso fatto la vergogna di

cui si erano coperti, e che da Bellinzona, in cui si afforzavano,

minacciavano tutta la Lombardia. All'ultimo Lodovico XII temeva che le

proprie truppe cadessero vittime di quel clima meridionale, di cui

avevano di già sperimentata la funesta influenza.

Dal canto suo don Federico tutta conosceva la propria debolezza, e non

aveva risparmiate nè le preghiere, nè le più rispettose pratiche per

ottenere la pace. Aveva offerto di riconoscersi feudatario del re di

Francia, di pagargli un tributo, di dargli in mano le più forti sue

piazze e di ricevervi guarnigione francese. Si era insomma fatto

conoscere apparecchiato di cedere al re tutti i vantaggi di una

conquista, senza esporre i soldati alle vicende della guerra, nè i paesi

contestati ai loro guasti[111]. Per uno strano accecamento Lodovico XII

rifiutò tutte queste offerte, e preferì di trattare a meno vantaggiose

condizioni con un uomo, che doveva inspirargli maggiore diffidenza, e

che, non potendo secondarlo senza commettere una perfidia, avrebbe

dovuto farlo arrossire di così fatta alleanza.

[111] _Summonte dell'Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 534._

Lodovico XII riaprì adunque con Ferdinando il cattolico le negoziazioni

cominciate sotto Carlo VIII, e ch'egli aveva rotte, smentendo le facoltà

de' suoi agenti, quando aveva creduto di non aver che temere da quel

monarca. Pretendeva Ferdinando che Alfonso I non avesse avuto il diritto

di disporre del regno di Napoli, da lui conquistato, a favore di suo

figlio naturale; e, dichiarandosi egli medesimo erede di quel monarca,

offriva a Lodovico XII di dividere quel regno, sul quale la casa di

Francia pretendeva di avere legittimi diritti quale erede della casa

d'Angiò, e la casa di Arragona quale erede di quella di Durazzo, senza

venire nuovamente all'esperimento delle armi per cotali diritti

controversi che avevano tanto tempo lordato di sangue l'Italia.

Ferdinando facevasi garante verso Lodovico XII del buon successo

dell'impresa; conciossiachè Federico aprirebbe egli medesimo le migliori

sue piazze alle truppe spagnuole, che vi sarebbero ricevute per

difenderle, ma che invece non vi entrerebbero che per darle alla

Francia. L'undici di novembre del 1500 venne sottoscritto in Granata

questo trattato d'Alleanza tra Lodovico XII e Ferdinando ed Isabella, ma

si tenne gelosissimamente segreto. Le parti contraenti convennero di

attaccare contemporaneamente il regno di Napoli, e di dividerselo in

maniera, che a Lodovico restasse Napoli, la Terra di Lavoro e gli

Abbruzzi coi titoli di re di Gerusalemme e di Napoli, ed al re

Ferdinando toccasse la Puglia e la Calabria col titolo di duca di quelle

due province. I due re non si obbligavano ad ajutarsi reciprocamente

nell'acquisto delle province rispettive, ma soltanto a non nuocersi. In

seguito dovevano ambidue ricevere l'investitura dal papa, riconoscendosi

immediatamente dipendenti dalla Chiesa[112].

[112] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 260. — Hist. de Louis XII par Jean

de Saint Gelais, p. 162. Paris 1622, 4.º — Fr. Belcarii Comm. Rer.

Gal., l. IX, p. 248. — P. Jovii vita Magni Consalvi, l. I, p. 193. —

Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. VI, t. III, p. 535. — Arn.

Ferroni, l. III, p. 43._

Nello stesso tempo in cui Ferdinando sottoscriveva questo trattato,

prendeva le opportune misure per eseguirlo, senza nè risvegliare i

sospetti di don Federico, nè di verun principe dell'Europa, ma per lo

contrario affettando, secondo la consueta sua politica, di essere

soltanto inteso ai vantaggi della Chiesa ed alla difesa della

Cristianità. Erasi mostrato vivamente commosso dalle vittorie ottenute

dai Turchi sopra i Veneziani nel Peloponneso e nell'Adriatico, ed aveva

mandato in ajuto della repubblica il suo migliore generale, Gonsalvo di

Cordova, con una flotta di quasi sessanta vascelli armati a Malaga, e

montati da mille dugento cavalli e da otto mila fanti della miglior

milizia. Quest'armata, di cui dovremo parlare in appresso, secondò

valorosamente i Veneziani, poi svernò in Sicilia, per essere pronta ad

eseguire i segreti disegni di Ferdinando il Cattolico[113].

[113] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. I, p. 191, 192._

Lodovico XII più svelatamente apparecchiavasi alla guerra per eseguire

un trattato non meno imprudente che vergognoso, in forza del quale

introduceva in quell'Italia, di cui era arbitro, un rivale che un giorno

potrebbe scacciarnelo. Il suo esercito, comandato dal d'Aubignì, contava

mille lance, quattro mila Svizzeri e sei mila tra Guasconi ed

avventurieri. In pari tempo Filippo di Rabenstein, fratello del duca di

Cleves, governatore di Genova, conduceva sulle coste del regno di Napoli

sedici vascelli brettoni e provenzali, sei caracche genovesi e sei mila

cinquecento uomini da sbarco[114].

[114] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 265._

Dal canto suo don Federico, il quale aveva preso al suo soldo i Colonna,

teneva sotto i suoi ordini settecento uomini d'armi, seicento

cavalleggeri e sei mila fanti; ma riponeva ogni sua speranza in Gonsalvo

di Cordova, che sapeva trovarsi in Sicilia con un'armata composta di

eccellenti truppe, e che gli era annunciato da suo cugino Ferdinando

come apparecchiato a difenderlo. Federico affrettava Gonsalvo a

raggiungerlo a Gaeta, e gli faceva aprire tutte le città della Calabria,

nelle quali diceva il generale esservi bisogno di porre guarnigioni per

guarentire le posizioni della sua armata. Nello stesso tempo Federico

faceva istanza all'imperatore dei Turchi di difendere un regno che

poteva risguardare come antimurale del suo impero. Mandò a Taranto, la

più forte città de' suoi stati, il suo figliuolo primogenito Ferdinando,

sebbene ancora fanciullo; ed egli andò ad accamparsi a san Germano, dove

dovevano raggiugnerlo tutte le truppe che gli conducevano i Colonna e

quelle di Gonsalvo di Cordova[115].

[115] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 265._

Ma il 6 di giugno del 1501, essendo l'armata francese, divisa in due

colonne, entrata già nello stato della Chiesa, gli ambasciatori francesi

e spagnuoli presentaronsi insieme al papa ed al sacro collegio per

partecipar loro il trattato di divisione del regno di Napoli,

sottoscritto già da sei mesi dai proprj sovrani. Nello stesso tempo

dichiararono che i loro padroni non miravano ad altro, mettendosi in

possesso del regno di Napoli, che ad acquistare nuovi mezzi per

attaccare di concerto l'impero ottomano. Chiesero al papa di appoggiare

così pia intenzione, accordando ai loro sovrani l'investitura delle

province toccate nella divisione all'uno ed all'altro. Alessandro VI non

poteva che applaudire ad un accomodamento che veniva a farlo arbitro fra

i suoi due potenti feudatarj. Pure non pubblicò la sentenza che

spogliava Federico del trono di Napoli che quando l'esito della guerra

era già deciso, sebbene cotale sentenza fosse già stata pronunciata in

un segreto concistoro tenuto il 25 di giugno[116].

[116] _Raynald. Ann. Eccl. t. XIX, 1501, § 50 a 72, p. 519-527. —

Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2129-2131. — Fr. Guicciardini, l. V,

p. 266. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. IX, p. 249. — Scip.

Ammirato, t. XXVII, p. 264._

Ferdinando era il più prossimo parente di don Federico, ed il suo più

intimo alleato; gli aveva inspirato una illimitata confidenza; aveva di

fresco impetrato ed ottenuto il soprannome di Cattolico, e sempre

ostentava in faccia alla Cristianità l'ipocrita suo zelo pel dilatamento

della fede e per la difesa della Chiesa; onde l'insigne suo tradimento

eccitò quasi tanta indignazione negli stranieri che nello stesso don

Federico. Gonsalvo di Cordova, volendo fino alla fine ingannare questo

sventurato principe, gli scrisse per ismentire ciò che l'ambasciatore

spagnuolo aveva pubblicato in Roma, e per dichiarare d'essere sempre

disposto a difendere colla sua armata il nipote ed il più caro alleato

del suo padrone. Queste proteste gli servirono a calmare le province

ch'egli voleva attraversare, ed a facilitargliene l'occupazione: e

soltanto dopo che l'armata francese toccò i confini del regno, Gonsalvo,

confessando la vergognosa sua commissione, spedì sei galere a Napoli per

levare le due vecchie regine, una sorella, l'altra nipote dei suo

re[117].

[117] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 267._

I mezzi di resistenza che Federico aveva apparecchiati più non bastavano

contro questa doppia aggressione. I suoi soli alleati, i Colonna, erano

dal canto loro attaccati ad Alessandro VI, ed avevano preso il

necessario partito di abbandonare tutte le loro terre, ad eccezione di

Amelia e di Rocca di Papa, nelle quali avevano poste guarnigioni[118].

La ribellione era di già scoppiata in san Germano e ne' vicini luoghi,

non perchè Federico non fosse amato più che i Francesi, ma perchè i suoi

sudditi non volevano prender parte in una guerra che loro non lasciava

veruna speranza. Federico, tuttavia incerto sul partito cui doveva

appigliarsi, e non potendo mantenersi in campagna, chiuse le sue truppe

nelle migliori piazze, per darsi tempo di prendere più maturi consiglj.

Fabrizio Colonna, cui fu dato per compagno il conte Rinuccio di

Marciano, entrato recentemente al servizio di Napoli, fu incaricato

della difesa di Capoa con trecento uomini d'armi, alcuni cavalleggeri e

tre mila fanti; don Federico occupò Aversa con un'altra parte della sua

armata, e Prospero Colonna prese sopra di sè la difesa di Napoli[119].

[118] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 267. — Burchardi Diar. Cur. Rom.,

p. 2129._

[119] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 268._

Frattanto il d'Aubignì aveva, avanzandosi, bruciato Marino, Cavi ed

altri castelli dei Colonna, per vendicare alcuni baroni, partigiani

della Francia, che questi avevano fatto uccidere in Roma. Giulio

Colonna, che doveva difendere Montefortino, abbandonò quella piazza in

un modo poco onorevole, e l'armata francese si trovò padrona di tutto il

paese di confine fino al Volturno. Questo fiume sarebbesi difficilmente

passato in faccia a Capoa, ma il d'Aubignì, avvicinandosi alle montagne,

lo attraversò a minore distanza dalla sua sorgente, ed occupò Aversa, da

cui Federico dovette ritirarsi, indi sottomise Nola e tutto il paese

fino a Napoli. In seguito ripiegò verso Capoa e la investì

contemporaneamente dalle due bande del fiume. La guarnigione rispinse

valorosamente il primo assalto dato dai Francesi, ma si trovò molto

danneggiata: aveva veduto da vicino il pericolo, e temeva di soggiacere

in un altro attacco; di modo che il 24 di luglio del 1501 domandò di

capitolare. Il conte di Cajazzo venne ricevuto sul bastione ad un

abboccamento con Fabrizio Colonna, per trattare intorno alle condizioni

della resa. La guarnigione, che già da otto giorni veniva chiamata alla

custodia delle mura, credette non essere più necessaria tanta vigilanza,

quando erano omai convenute le condizioni della resa; e mentre si stava

trattando, i Francesi penetrarono in città. Assicurasi che un borghese

ne aprì loro le porte, ma che fu all'istante ucciso dai vincitori.

Capoa, sorpresa mentre credeva di arrendersi, venne trattata con tutta

la crudeltà in allora propria delle guerre degli oltremontani in Italia:

furono uccisi sette mila abitanti nelle strade[120], tutte le proprietà

saccheggiate, e tutte le donne abbandonate alla brutale libidine de'

soldati; ma tanto grande era l'orrore che inspiravano, che non poche

matrone si precipitarono nei pozzi per sottrarsi colla morte al

disonore. Nè più degli altri luoghi furono rispettate le chiese ed i

conventi, e finchè agli sventurati Capoani rimase qualche cosa da

perdere, i generali francesi, che in faccia a que' nuovi sudditi

pretendevano di rappresentare il legittimo sovrano, non li coprirono

colla loro protezione. Finalmente il saccheggio era cessato, il soldato

era calmato e ristabilita la disciplina, quando si seppe che una torre

della città aveva servito di rifugio a molte donne. Cesare Borgia le

fece tutte condurre presso di sè, e dopo averle diligentemente

esaminate, scelse le quaranta più belle e le mandò nel suo palazzo di

Roma per formare il suo serraglio[121].

[120] _Burchardi Diar. Cur. Rom. p. 2132. — Fer. Belcarii Comm. l.

IX, p. 250. — Summonte Stor. di Napoli l. VI, c. IV, p. 535._

[121] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 268. — Jac. Nardi l. IV, p. 124. —

Orl. Malavolti Stor. di Siena p. III, l. VI, f. 103._

Fabrizio Colonna, don Ugo di Cardone, e più altri distinti capitani

rimasero tra i prigionieri. Il conte Rinuccio di Marciano, ferito da una

freccia, era pure rimasto in mano de' soldati del Valentino, ma morì il

secondo giorno; e fu creduto che Vitellozzo Vitelli avesse fatte

avvelenare le sue ferite, sovvenendosi che la rivalità di questo

capitano con suo fratello Paolo era stata una delle cagioni del di lui

supplicio[122].

[122] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 269._

La perdita di Capoa portò l'ultimo colpo alla di già vacillante fortuna

di Federico. Egli abbandonò la sua capitale, che più non poteva

difendere, si chiuse in Castel Nuovo, e permise alle città di Napoli e

di Gaeta di aprire, senza essere attaccate, le porte ai Francesi. La

prima si riscattò dal sacco con una contribuzione di sessanta mila

ducati; ed il 25 di agosto, sei giorni dopo l'ingresso dei Francesi in

Napoli, don Federico consegnò loro anche Castel Nuovo. Egli convenne col

d'Aubignì di porlo pacificamente in possesso di tutto ciò che ancora

possedeva in quella parte del regno di Napoli, che dava ai Francesi il

trattato fatto con Ferdinando il Cattolico, riservandosi soltanto

l'isola d'Ischia che per lo spazio di sei mesi non potrebbe essere

attaccata. Nello stesso tempo stipulò un'amnistia per tutti coloro che

si erano dichiarati contro la Francia dopo la conquista di Carlo VIII, e

riservò ai cardinali Colonna e di Arragona il godimento delle rendite

ecclesiastiche che avevano nel regno[123].

[123] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 269. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.

IV, p. 125. — Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2132._

Giammai non si erano vedute più illustri vittime delle politiche

rivoluzioni, di quelle che allora si trovavano nell'isola d'Ischia.

Eravi in quel castello Beatrice d'Arragona, sorella di don Federico, da

prima consorte del gran Mattia Corvino, re d'Ungheria, poi di Uladislao,

re di Boemia. Costei aveva col suo favore procurata ad Uladislao la

corona d'Ungheria; e questi in contraccambio l'aveva ripudiata per

isposare un'altra donna. Eravi pure Isabella, duchessa di Milano, nipote

di don Federico, che aveva tutt'ad un tratto perduta la sua sovranità,

quella di suo padre, il consorte e il figlio; finalmente lo stesso

Federico, che trovavasi in quella rocca con sua moglie e quattro

figliuoli in tenera età. Vero è che non istette lungamente in questo

ritiro, dove avrebbe più prudentemente adoperato, aspettandovi qualche

cambiamento di fortuna. Così violenta era la sua indignazione contro suo

cugino, Ferdinando d'Arragona, che preferì di darsi in braccio ad un

nemico che lo aveva sempre combattuto a forza aperta. Egli si attenne al

consiglio di Filippo di Rabenstein ch'era giunto presso Ischia colla sua

flotta: da quest'ammiraglio ebbe un salvacondotto per passare in Francia

con cinque galere leggeri, mentre spedì la maggior parte de' suoi uomini

d'armi a Taranto che si difendeva ancora a nome di suo figlio

primogenito. Affidò il comando d'Ischia al marchese del Guasto ed alla

contessa di Francavilla. Lasciò pure in quell'isola Fabrizio e Prospero

Colonna, il primo de' quali era stato forzato a riscattarsi dai Francesi

dopo la presa di Capoa. Lodovico XII, commosso dalla confidenza di don

Federico, gli accordò infatti il ducato d'Angiò e trenta mila scudi di

rendita, invece del regno che aveva perduto; ma a condizione che mai non

uscirebbe dalla Francia: e sebbene non fosse suo prigioniere, e fosse

venuto sotto la fede di un salvacondotto, Lodovico XII lo pose sotto la

sopravveglianza del marchese di Rothelin, che con trecento uomini ebbe

ordine di fare onorevole guardia alla sua persona, ma in fatto per

tenerlo ubbidiente[124].

[124] _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 537. — Fr.

Guicciardini, l. V, p. 269. — Jean de Saint Gelais Hist. de Louis

XII, p. 163. — Barth. Senaregae de reb. Gen. p. 573. — Ist. di Gio.

Cambi, t. XXI, p. 166. — Rayn. An. Eccl. 1501, § 74, p. 528. —

Arnoldi Ferroni, l. III, p. 43._

La conquista dell'altra metà del regno di Napoli che faceva Gonsalvo di

Cordova non fu così rapida; l'aveva cominciata più tardi e con più

deboli forze, ed inoltre aveva incontrato maggior resistenza negli

abitanti. Vedevano questi con estremo dolore la loro patria divisa, e

poichè dovevano cessare d'avere il proprio re, avrebbero almeno

preferito di passare sotto il dominio francese. Pure, perchè il loro

sovrano gli aveva abbandonati, e niun altro principe prendeva a

difenderli, si andarono assoggettando di mano in mano che gli Spagnuoli

intimavano loro di arrendersi. Le sole città di Manfredonia e di Taranto

sostennero un assedio: breve fu quello di Manfredonia, ma quello di

Taranto lunghissimo, sebbene diretto dallo stesso Gonsalvo. La città,

posta in un'isola unita da due ponti al continente e abbondantemente

provveduta di vittovaglie, era abbastanza forte per rendere lungamente

vani tutti gli sforzi degli assedianti; e Giovanni di Guevara, conte di

Potenza, governatore del giovanetto Ferdinando, che vi comandava,

affidato alla naturale forza della piazza, evitava le sortite, le

scaramucce ed ogni piccola zuffa che ad altro non avrebbero servito che

ad indebolire la guarnigione. All'ultimo avendo Gonsalvo trasportato una

ventina di navi armate entro al seno di diciotto miglia di circuito,

detto dai Tarentini mare interno, il conte di Potenza, che non credeva

di essere attaccato da quella banda, e non vi aveva fatte nuove opere di

difesa, si mostrò disposto a capitolare, tanto più che il Gonsalvo gli

aveva fatte offrire onoratissime e vantaggiose condizioni. Il generale

del re cattolico giurò sull'ostia nella più solenne forma, che

accorderebbe al giovane Ferdinando, duca di Calabria, la libertà di

ritirarsi ove più gli piacesse. La città fu ceduta a tal patto, ed il

giovane principe si affrettò, in conformità agli ordini avuti da suo

padre, di prendere la strada di Bitonto per passare nella parte del

regno occupata dai Francesi. Ma non era appena giunto in quella città,

che fu arrestato per ordine di Gonsalvo, ricondotto a Taranto, e di là

imbarcato e mandato prigioniero in Ispagna, malgrado le rimostranze sue

e del governatore, che amaramente rimproveravasi d'averlo precipitato

nella rete. Gonsalvo di Cordova era un uomo religioso fino alla

superstizione ed al fanatismo; e non pertanto si rendeva per politica

colpevole del più insigne spergiuro; ma non volendo illuminare la

propria coscienza, rimettevasi in tutto al suo direttore, e trovò

teologi che gli dissero e pubblicarono per sua difesa, che aveva giurato

non per sè medesimo, ma pel suo padrone, onde non era personalmente

vincolato, come non lo era pure il suo sovrano, poichè il Gonsalvo erasi

per lui obbligato senza sua saputa[125].

[125] P. Giovio, che riferisce questo sofisma, sembra risguardarlo

come un argomento senza replica. _Vita Magni Consalvi, l. I, p.

195-199. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 270. — Fr. Belcarii Comm., l.

IX, p. 251._

Così cadde per non rialzarsi più questo ramo della casa d'Arragona, che

aveva regnato a Napoli con tanto splendore per lo spazio di

sessantacinque anni, e avuto tanta influenza nell'incremento delle

lettere italiane. Federico colla troppo precipitosa sua ritirata si

privò dei mezzi che poteva presentargli la mala intelligenza dei

monarchi che si erano diviso il suo regno. Egli morì in Angiò il 9 di

settembre del 1504. Suo figlio Ferdinando, duca di Calabria, morì in

Ispagna soltanto nel 1550, dopo essersi ammogliato due volte, ma sempre,

secondo le viste della politica spagnuola, con donne conosciute sterili.

Alfonso, il secondogenito, che aveva seguito il padre in Francia, morì a

Grenoble nel 1515 non senza sospetto di veleno, e l'ultimo, Cesare, morì

a Ferrara in età di diciott'anni. Tra le figlie del re Federico, la sola

Carlotta, maritata col conte di Laval, lasciò prole[126].

[126] _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 537. — Murat. Ann.

d'Italia an. 1501, t. X, p. 7._ — Nicolò, conte di Laval,

governatore ed ammiraglio di Bretagna, che sposò Carlotta, non

lasciò che una figlia, Anna di Laval, maritata a Francesco de la

Tremoille. Per questa la casa de la Tremoille rivendicò alcuni

diritti sul regno di Napoli.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16) · 第 3 / 12 题