_Negoziazioni di Lodovico XII in Italia. — Continuazione della
guerra di Pisa; questa città, abbandonata dai Veneziani,
continua a difendersi. — I Francesi conquistano il ducato di
Milano. — Lodovico Sforza vi rientra dopo cinque mesi, ma per
tradimento degli Svizzeri è fatto prigioniere a Novara._
1498 = 1500.
Nell'istante in cui il Savonarola, abbandonato dal favore popolare,
vedeva cambiarsi in accuse contro di lui quelle rivelazioni con cui
aveva in Firenze pasciuti i suoi seguaci, pareva che la più importante
sua profezia avesse adesso compimento. Aveva predetto a Carlo VIII che
Dio lo aveva scelto per liberare l'Italia dai suoi tiranni e per
riformare la Chiesa; dopo ciò mai non aveva lasciato di rimproverargli a
nome del cielo irritato la lentezza sua nell'esecuzione di questa
grand'opera, e di minacciargli un esemplare gastigo. Il Savonarola aveva
cercato di far risguardare come principio di tale gastigo la successiva
morte di due delfini, che Carlo VIII perdette in tenera età; ma un nuovo
gastigo, diceva egli, minacciava tuttavia il monarca abbandonato in
preda ai piaceri, e nello stesso giorno in cui doveva fare sulla piazza
di Firenze la terribile prova della sua dottrina, mandando il suo
discepolo, Domenico Buonvicini, in mezzo alle fiamme, il 7 aprile del
1498, vigilia della domenica delle Palme, Carlo VIII fu colpito da
apoplessia nel suo palazzo d'Amboise, e non si potendo trasportare fuori
della galleria in cui allora si trovava, passaggio lordo d'immondezze ed
il più _indecente luogo di quel palazzo_, dice il Comines, fu steso
sopra un letto di paglia, ove morì entro nove ore[1].
[1] _Mém. de Comines, l. VIII, c. XXV, p. 431. — Fr. Belcarii Com.
Rer. Gall., l. VII, p. 213. — Fr. Guicciardini, l. III, p. 187. —
Arn. Ferronii Burd., l. II, p. 32._
Carlo VIII non lasciava figli, e la sua corona passava al duca d'Orleans
il più vicino principe del sangue. Era questi nato a Blois, il 27 di
giugno del 1462; era figlio di Carlo, nipote di Lodovico, lo sposo di
Valentina Visconti e pronipote di Carlo V. Questo principe quantunque
genero di Lodovico XI, ed il più prossimo erede del trono aveva passati
i suoi giorni fra le sciagure; si era più volte fatto capo dei partiti
malcontenti della Francia, aveva a vicenda sofferti i mali della
prigionia e dell'esilio, ed aveva dalla fortuna avuta la sola
educazione, che possa far conoscere ai re la condizione degli altri
uomini. Era giunto ai trentasei anni quando salì sul trono sotto il nome
di Lodovico XII, e sebbene non fosse provveduto di una mente assai vasta
e capace di lunga applicazione, sebbene avesse manifestata la propria
debolezza col continuato bisogno di un favorito; non pertanto ispirava
agli stati limitrofi maggiore considerazione e timore assai che non
Carlo VIII, di cui ne avevano conosciuta l'instabilità e
l'inapplicazione[2].
[2] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 191._
Ma più che a tutt'altri, salendo sul trono Lodovico XII, poteva incutere
timore agl'Italiani. Egli aveva sempre cercato di far valere i diritti
sul ducato di Miliano di sua ava, Valentina Visconti. Affinchè questi
pretesi diritti fossero valutabili sarebbe stato necessario che la
sovranità di Milano stata fosse uno stato necessariamente ereditario di
padre in figli, e non già una signoria italiana, nella quale il diritto
del principe non aveva verun altro fondamento fuorchè il presunto
assenso del popolo; sarebbe stato inoltre necessario che questa eredità
potesse cadere in una femmina, lo che non era meno contrario al diritto
pubblico francese che all'italiano. Carlo, duca d'Orleans, padre di
Lodovico XII, ora prigioniero de' francesi, ora capo di parte nelle
guerre civili della Francia, non aveva potuto fare colle armi esperienza
de' suoi diritti, ed era morto lasciando suo figliuolo in età di tre
anni. Intanto Lodovico XI si era collegato cogli Sforza; Carlo VIII
aveva conservata la medesima alleanza, e lungi dall'appoggiare le
pretese di suo cugino sul ducato di Milano, allorchè fece l'impresa
d'Italia, aveva più che in tutt'altro riposte le sue speranze nell'ajuto
di Lodovico il Moro, figliuolo di Francesco Sforza. Dopo avere
sperimentata la mala fede di questo principe, non aveva pure valuto
privarlo d'ogni speranza di riconciliazione, mentre nello stesso tempo
si era invece dato a conoscere diffidente e geloso del duca d'Orleans,
allorchè questi, dimorando in Asti, aveva minacciato d'invadere il
Milanese. Ma montando sul trono Lodovico XII, non tardò a manifestare
l'intenzione di far valere le pretese che non gli si era permesso per
tanto tempo di mandare ad effetto. Al titolo di re di Francia aggiunse
quelli di duca di Milano e di re delle due Sicilie e di Gerusalemme, e
non dissimulò le sue intenzioni di sostenere questi titoli con tutte le
forze d'una potente monarchia[3].
[3] _Fr. Belcarii Com. Rer. Gal., l. VIII, p. 216._
Era di que' tempi l'Italia da tante passioni agitata, che questa seconda
invasione de' Francesi, la quale, dopo i mali prodotti dalla prima,
doveva essere da tutti temuta, nutriva per lo contrario le speranze di
molti potenti stati; di modo che prima d'intraprenderla Lodovico XII
trovò il mezzo di variare il sistema delle alleanze del suo
predecessore, e di guadagnarsi utili cooperatori per le meditate
conquiste.
La guerra di Pisa rimasta accesa, come una fiaccola destinata ad
eccitare un nuovo incendio, aveva più che ogni altra circostanza
contribuito a cambiare le inclinazioni de' diversi partiti. Aveva questa
guerra ruinati i Fiorentini, facendo loro provare tutta la mala fede di
Carlo VIII e de' suoi luogotenenti, e lasciando nel cuor loro vivissimo
rincrescimento di avere data fede alle promesse della Francia. La stessa
guerra, dopo di avere solleticate le speranze di Lodovico il Moro, più
non prometteva che ai suoi rivali il prezzo cui egli stesso aspirava.
Trovavasi per la seconda volta deluso dai propri calcoli, seguendo
quell'astuta politica di cui tanto si gloriava; ed omai cominciava a
desiderare un ravvicinamento coi Fiorentini per iscacciare di Pisa i
Veneziani, dopo avere in qualche modo posta egli medesimo questa città
nelle loro mani. Dall'altro canto i Veneziani, che si davano il vanto di
avere due volte salvato il Moro, erano così sdegnati di quella che
dicevano sua ingratitudine, che per vendicarsi di lui erano disposti a
commettere lo stesso errore ch'era stato così aspramente rimproverato al
Moro, ed a provocargli contro un antagonista di loro e di lui più
potente[4].
[4] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 193. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII,
p. 217._
Infatti non ebbero appena avviso della morte di Carlo VIII, che
ordinarono al segretario della loro repubblica, residente in Torino, di
recarsi alla corte del suo successore, il quale fu bentosto seguito da
tre ambasciatori, incaricati di scusarsi delle precedenti ostilità, e di
fargliele risguardare come una conseguenza di una contesa terminata
colla morte dell'ultimo re. Il papa, che circa lo stesso tempo aveva
determinato di sciogliere suo figlio, Cesare Borgia, dagli ordini sacri,
e di farlo passare dal grado di cardinale a quello di principe
temporale, colse dal canto suo con premura quest'occasione di eccitare
nuove guerre, e di vendere ad un possente alleato tutto l'appoggio della
sua temporale sovranità e tutte le grazie spirituali ch'erano in suo
arbitrio. Sapeva che il re di Francia aveva di lui bisogno per
soddisfare alle sue passioni ed alla sua politica; che, trovandosi da
vent'anni ammogliato con una figlia di Lodovico XI, che mai non aveva
amata, desiderava di fare da lei divorzio; che, da gran tempo avendo
concepita una calda passione per la vedova del suo predecessore,
desiderava di sposarla e di conservare con tal mezzo la Bretagna alla
Francia. Alessandro VI era il solo che potesse sanzionare questo
divorzio, e questa nuova unione; incaricò i suoi ambasciatori di farne
l'offerta al re di Francia, contando di vendere a caro prezzo lo
scandalo che con tale atto darebbe alla Cristianità. Dal canto loro i
Fiorentini mandarono ambasciatori a Lodovico XII per rinnovare l'antica
loro alleanza, e ricordargli tuttociò che avevano di fresco sofferto per
essersi conservati fedeli alla causa della Francia. Tutti questi
ambasciatori furono dal nuovo re egualmente ben accolti, e con tutti
aprì negoziazioni, ma con fermo proposito di non fare l'impresa d'Italia
senza avere preventivamente posti in sicuro i confini della Francia con
nuove convenzioni con tutti i suoi vicini[5].
[5] _Fr. Guicciardini, l. VI, p. 194. — Cron. Ven., t. XXIV, Rer.
Ital. p. 49. — Arn. Ferroni l. III, p. 36._
Infatti consacrò il primo anno del suo regno alle cure dell'interna
amministrazione de' suoi stati, ed alle negoziazioni esterne che
rimasero sepolte nel silenzio del gabinetto. Soltanto si potè conoscere
che quelle che manteneva col papa avevano avuto il felice risultamento
di ravvicinare strettamente le due corti, quando si vide Giorgio
d'Amboise, favorito di Lodovico XII ed arcivescovo di Roven, ricevere il
17 di settembre il cappello cardinalizio. Nel susseguente mese Cesare
Borgia rinunciò in pieno concistoro la romana porpora, protestando la
violenza fattagli da suo padre per farlo entrare negli ordini
ecclesiastici; partì in appresso alla volta della Francia per trattare a
nome di Alessandro intorno al divorzio del re. Poco mancò per altro che
per avere adoperata soverchia accortezza non perdesse il prezzo cui
sperava di vendere questa grazia. Pretese di non avere seco portata la
bolla del papa che annullava il precedente matrimonio di Lodovico, il
quale, avvisato dal vescovo di Cettes che la bolla era stata spedita,
invece di fare istanza perchè fosse a lui consegnata, il 12 dicembre del
1498 fece pronunciare dai giudici ecclesiastici da lui dipendenti la
sentenza di divorzio, e l'8 marzo del 1499 passò a seconde nozze con
Anna di Bretagna. Allora Cesare Borgia cercò di riconciliarsi col re, di
sottoscrivere il trattato che si andava tra di loro discutendo, e di
rimettergli la bolla di suo padre, ricevendo in ricompensa da Lodovico
il ducato di Valenza nel Delfinato, onde prese il titolo di duca
Valentino, invece di quello di cardinale vescovo di Valenza in Ispagna
che aveva fin allora portato. Ma egli più non perdonò al vescovo di
Cettes lo aver rivelato al re il suo segreto, e l'avergli fatto in pari
tempo conoscere, che quand'era spedita la bolla, sebbene a lui non
consegnata, la sua coscienza doveva essere pienamente tranquilla. Il
vescovo di Cettes morì poco dopo avvelenato dal Borgia[6].
[6] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 207. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
III, p. 95. — Machiavelli frammenti stor., p. 127._ — Gli annali
ecclesiastici del Rainaldo, rispetto a questo divorzio ed in
particolare rispetto alle relative scandalose transazioni, sono
brevissimi; l'autore si ristringe a riferire il testo dello storico
francese Ferronio _ad an. 1498, § 4 e 5, t. XIX, p. 471_. Brevissimo
è pure il vescovo di Belcario. _Comm, Ber. Gall. l. VIII, p. 222. —
Fr. Ferroni Rer. Gall., l. III, p. 37._
Mentre che Lodovico XII formava in Italia nuove alleanze, e si
apparecchiava a portarvi le sue armi, in Toscana si continuava la
guerra. Questa aveva ricominciato intorno a Pisa in ottobre del 1497,
all'epoca in cui cessava l'armistizio stipulato dai re di Francia e di
Spagna, senza che per altro fino al maggio del 1498 producesse
avvenimenti di qualche importanza. In tale epoca i Pisani spedirono
Giacomo Savorgnano, capitano veneziano al loro soldo, nello stato di
Volterra per saccheggiarlo. Desso ritornava da questa spedizione alla
volta di Pisa, carico di bottino, con settecento cavalli e mille pedoni,
quando presso san Regolo fu attaccato dal conte Rinuccio da Marciano e
da Guglielmo de' Pazzi, generali dei Fiorentini. Il Savorgnano fu
sconfitto, ma, nel mentre che i vincitori stavano saccheggiando i suoi
equipaggi, furono attaccati da Tommaso Zeno, che giugneva allora da Pisa
con soli cento cinquanta cavalli, e che, trovandoli disordinati, liberò
i prigionieri, ricuperò il bottino, e fece grande uccisione dei
nemici[7]. In questo fatto i Fiorentini perdettero molta gente, e perchè
i loro generali reciprocamente s'incolpavano di questa disgrazia, il sei
di giugno la repubblica diede il comando delle sue forze ad un capo più
rinomato, ma la cui ambizione poteva inspirar loro maggiori timori: fu
questi Paolo Vitelli di città di Castello, il quale aveva opinione di
avere imparato nell'armata francese tuttociò che gli oltremontani
sapevano nell'arte della guerra[8]. La stessa disfatta consigliò
Lodovico il Moro a soccorrere efficacemente i Fiorentini, per impedire
che facessero la pace, acconsentendo che i Veneziani si stabilissero in
Pisa. Spedì loro tre cento alabardieri; prese al suo soldo in comune con
loro Gian Paolo Baglione, signore di Perugia, ed il signore di Piombino,
e loro sovvenne in diverse volte tre cento mila ducati[9].
[7] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 194. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p.
248. — Machiavelli Fram. Stor., p. 71. — P. Bembi Ist. Ven., l. IV,
p. 73._
[8] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 87. — Cron. di Pisa di Jac.
Arrosti in Arch. Pis. MS. I vol. f. 206. — Machiavelli il principe,
c. XII, p. 285._
[9] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 195. — P. Bembi Stor. Ven., l. IV,
p. 75. — Cron. Ven., t. XXIV, p. 52._
I Veneziani tenevano in allora in Pisa sotto gli ordini di Marco
Martinengo quattrocento uomini d'armi, ottocento Stradioti e due mila
fanti. Non avevano fin allora incontrata difficoltà veruna nel far
giugnere rinforzi a quest'armata; ma il duca di Milano, scopertamente
abbracciando l'alleanza de' Fiorentini, chiuse il passo alle truppe
destinate contro di loro: inoltre persuase Giovanni Bentivoglio, signore
di Bologna, a fare lo stesso, ed il suo esempio fu seguito da Catarina
Sforza, madre di Ottaviano Riario, signore d'Imola e di Forlì, e dalla
repubblica di Lucca; così fu chiusa alle truppe veneziane la più diretta
strada a Pisa pel Ferrarese pel Modonese e per lo stato di Lucca: oltre
di che il duca di Milano si era incaricato di ridurre i Genovesi a non
accordare il passaggio ai nemici de' suoi alleati[10]; la strada di
Romagna sembrava egualmente chiusa dal Bentivoglio e dal Riario; ma
siccome questi piccoli principi potevano temere di compromettersi colla
potente repubblica di Venezia, i Fiorentini, per impedire che si
prendessero a ritroso i loro confini, vollero pure guadagnarsi la
neutralità di Siena, onde non avere verun vicino nemico. Sottoscrissero
una tregua di cinque anni con Pandolfo Petrucci, che col solo favore
della guarnigione di Siena, di cui era capitano, si usurpava la tirannia
di quella repubblica[11].
[10] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 179. — P. Bembi Ist. Ven., l. IV,
p. 74._
[11] _Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 104._
I Fiorentini, dopo di avere tolta ai Pisani ogni comunicazione coi loro
alleati, spedirono contro di loro Paolo Vitelli con forze superiori a
quelle comandate dal Martinengo, il quale fu malmenato assai in
un'imboscata presso Cascina; egli perciò abbandonò la campagna, ed il
Vitelli, avanzandosi lungo la destra riva dell'Arno, prese i castelli di
Buti, di Calcinaja, di Vico Pisano e la Vallata di Calci, che di tutto
il territorio Pisano è la più ricca contrada e la più facile a
difendersi, perchè fortificata dagli scoscendimenti dei monti di san
Giuliano e dalle acque del lago di Bientina[12].
[12] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 249. — Guicciardini, l. IV, p.
198. — Jac. Nardi, l. III, p. 88. — Cron. di Pisa di Jac. Arrosti,
f. 207._
I Veneziani, che avevano accolti i Pisani sotto la loro protezione,
avevano ad ogni modo determinato di non lasciarli privi de' loro
soccorsi. Vero è che non restava loro aperta veruna strada fino al
territorio pisano, ma quella non era chiusa che metteva ai confini di
Firenze. Il signore di Faenza aveva riconosciuta la loro protezione, e
non poteva loro ricusare il passaggio per Valle di Lamone da lui
dipendente. Carlo Orsini e Bartolommeo d'Alviano, partendo dalla Romagna
veneziana, giunsero per tale strada fino a Marradi, rocca assai forte
che loro chiudeva l'ingresso della Romagna toscana. Pietro e Giuliano
dei Medici, sempre apparecchiati ad unirsi a tutti i nemici della loro
patria, perchè speravano di rientrarvi col favore delle armate
straniere, erano passati nel campo de' Veneziani, ed avevano promesso ai
loro capi che troverebbero traditori fra i comandanti fiorentini de'
castelli dell'Appennino, non potendo essere che non si abbattessero in
qualche antico partigiano della loro famiglia. Infatti la terra di
Marradi, sotto la quale si presentarono in settembre, aprì loro le porte
senza resistenza; ma la rocca, chiamata Castiglione, che signoreggia e
chiude la via della Toscana, fu ostinatamente difesa da Dionigi Naldo,
con che si diede tempo ai Fiorentini di adunare su quel punto le truppe
destinate a proteggerli[13].
[13] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 202. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 251. — Jac. Nardi, l. III, p. 89._
Mentre che l'armata veneziana era trattenuta negli Appennini, quella de'
Fiorentini, comandata da Paolo Vitelli, proseguiva prosperamente le sue
operazioni contro Pisa, ed in sul cominciare d'ottobre conquistò
Librafratta[14]. I generali veneziani cercavano di penetrare
sollecitamente in Toscana per soccorrere i Pisani: tentavano tutte le
vie, ma tutte le trovavano chiuse da gagliarde rocche. All'ultimo un
piccolo signore feudatario, Ramberto di Sogliano, di un ramo cadetto
della casa Malatesta, aprì loro il castello da lui posseduto ai confini
tra lo stato d'Urbino ed il Casentino[15]; Bartolommeo d'Alviano
approfittò colla celerità sua propria del passaggio accordatogli. In una
sola notte, per la via di Sogliano, si recò da Cesena all'Abbazia di
Camaldoli, dove arrivò mentre i monaci cantavano il mattutino senza
credersi esposti a verun pericolo. Assicurano i monaci che san Romualdo,
fondatore del loro convento, li difese, e che fu veduto, finchè durò
l'assalto, lanciare con vigorosa mano mattoni contro gli assalitori. Per
lo contrario i Veneziani sostengono di essersi impadroniti del convento,
e certo è almeno che non trattenne l'Alviano[16]. Questi mandò
immediatamente, come venisse dai dieci della guerra, un falso avviso a
Bibbiena di apparecchiare l'alloggio per cinquanta cavalieri dell'armata
del Vitelli, e tenendo dietro immediatamente al messo, entrò in Bibbiena
il 15 di ottobre con cento uomini d'armi, prima che il paese sapesse
ch'egli aveva passati i confini, e fu ricevuto in quella terra murata
come capitano fiorentino. Lo seguiva da vicino il grosso dell'armata
veneziana, e Carlo Orsini assicurò con ottocento cavalli una conquista,
che l'Alviano doveva non meno all'inganno che alla sua intrepidezza[17].
[14] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 252. — Fr. Guicciardini, l. IV,
p. 203. — Machiavelli Frammenti Ist., p. 82. — P. Bembi Ist. Ven.,
l. IV, p. 77._
[15] _Ivi, p. 79._
[16] Lo stesso generale dei Camaldolesi, Pietro Delfino, attesta
questo miracolo, _Epis. 83, l. V, ap. Raynald. Ann. Eccl. 1498, § 9,
p. 471_. Vero è che egli non era presente, e che inoltre osserva a
_maggior conferma del fatto_, che la fede di questo miracolo era più
divulgata tra il popolo in ragione che più allontanavasi dalla
Toscana. — _P. Bembo, l. IV, p. 79. — An. Navagero, t. XXIII, p.
1216. — Mach. Framm. Stor., t. III, p. 124_, i quali riferiscono
questo avvenimento diversamente l'uno dall'altro.
[17] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 252. — Jac. Nardi, l. III, p. 90.
— Machiavelli Fram. Stor. p. 119. — Fr. Guicciardini, l. IV, p.
204._
Bartolommeo d'Alviano aveva sperato di spingere più oltre questi suoi
primi vantaggi, e di occupare senza grande difficoltà il castello di
Poppi, che in sua mano sarebbe diventato la chiave di Val d'Arno e
dell'Aretino, e gli avrebbe dato modo di scendere finalmente nelle
pianure della Toscana; ma Antonio Giacomini, uno de' più valorosi e
risoluti cittadini fiorentini, trovavasi in allora commissario a Poppi,
e fece andare a vuoto l'ardita intrapresa dell'Alviano[18].
[18] _Machiavelli Nature d'uomini fiorentini, t. III, p. 139, e
Fram. Stor., t. III, p. 121. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 253. —
Jac. Nardi, l. III, p. 91. — Marin Sanuto Ist. Ven., t. XXIV, p.
63._
L'autunno era di già innoltrato, e la guerra trovavasi trasportata nella
più aspra e più montuosa provincia della Toscana; paese sterile, chiuso
da strette gole, e le di cui montagne erano coperte di alte nevi. Paolo
Vitelli, premurosamente chiamatovi dai Fiorentini, e che non aveva
lasciato nella campagna di Pisa che le guarnigioni delle conquistate
fortezze, era altrettanto cauto e metodico, quanto l'Alviano impetuoso.
Aveva sotto di lui Fracassa Sanseverino, mandato dal duca di Milano, e
Rinuccio di Marciano. La sua armata, cui i Fiorentini spedivano continui
rinforzi, si trovò bentosto più numerosa di quella de' Veneziani, che
pure contava, sotto Carlo Orsini, Bartolommeo d'Alviano ed il duca
d'Urbino, settecento uomini d'armi e sei mila fanti, tra i quali si
trovavano alcune compagnie di Tedeschi. Ma il Vitelli aveva fissato di
non venire a battaglia, potendo più facilmente trionfare de' nemici col
chiuderli nello sterile paese che in allora abitavano. Con tale vista
occupò i passi dell'Avernia, di Chiusi e di Montalone, pei quali
l'armata veneziana poteva avere comunicazione colla Romagna, ed afforzò
Arezzo e tutte le gole del Casentino. Dalla banda della Toscana, eccitò
i contadini ad armarsi, e a porsi ovunque in su le difese contro i
nemici: per tal modo, sempre più rinserrandoli entro augusti confini,
gli espose bentosto a mancare di vittovaglie e di foraggi[19].
[19] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 205. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 253. — Jac. Nardi, l. III, p. 91. — Pet. Bembi Ist. Ven., l. IV,
p. 82. — P. Giovio Vita di Leon X, l. I, p. 68._ — Il Navagero
termina a quest'epoca tutt'ad un tratto la sua storia di Venezia.
Potrebbe supporsi che questa non fosse per lui che uno schizzo della
storia in dieci libri che stava scrivendo in latino, e che è noto
ch'egli ha fatta abbruciare in punto di morte. Infatti il
manoscritto che fece stampare il Muratori, _Scr. Rer. Ital., t.
XXIII, p. 921-1216_, ci offre un lavoro imperfetto ed affatto
indegno della riputazione del Navagero. Fu questi uno de'
ristauratori delle lettere in Italia, amico del Bembo, ed uno de'
più illustri uomini di stato di Venezia. Morì a Blois l'8 maggio del
1529, ambasciatore della repubblica presso Francesco I. Pure la
parte di questa storia che risguarda il fine del XX.º secolo ha il
merito della veracità e l'interesse della ingenuità.
Con ciò l'armata che i Veneziani avevano spedita in Toscana, per far
levare l'assedio di Pisa, trovavasi assediata; ed il duca d'Urbino lungi
dal poter liberare Marco Martinengo, siccome portavano le sue
commissioni, aveva invece bisogno di essere liberato egli medesimo. La
repubblica non perdette tempo ad occuparsene, e mandò a Ravenna, in
principio del 1499, il conte Niccola di Pitigliano per ragunarvi
un'altra armata. Tosto che questi ebbe sotto i suoi ordini quattro mila
fanti si avanzò ad Elci, rocca situata ai confini del ducato d'Urbino,
con intenzione di penetrare da quella banda nel Casentino e liberare
l'armata assediata. Ma il Vitelli venne ad accamparsi in faccia al
Pitigliano, a Pieve di santo Stefano, per chiudergli il passo. Le due
repubbliche, egualmente stancheggiate dalle enormi spese di una ruinosa
guerra, affrettavano i loro generali di venire ad una decisiva
battaglia; ma i due capitani, Pitigliano e Vitelli, educati secondo il
cauto sistema della scuola militare italiana, chiusero le orecchie a
tutte le istanze che loro si facevano, e non vollero affidare la propria
riputazione all'incerto esperimento di una battaglia[20].
[20] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 253. — Jac. Nardi, l. III, p. 93.
— Machiavelli Framm. storici, p. 128._
E a dir vero le due repubbliche avevano le più gagliarde ragioni di
allontanarsi nella presente circostanza dalla consueta loro prudenza, e
di porre in balìa di una dubbiosa battaglia la sorte loro. Ognuna
sperava, ottenendo la vittoria, di fare la pace a più vantaggiose
condizioni, ed ognuna sentiva che, anche soffrendo una sconfitta, a
tanta distanza dalla capitale ed in paese così facile a difendersi, la
sua esistenza non sarebbe altrimenti compromessa. Forse ambedue
avrebbero piuttosto desiderato che una sconfitta le forzasse a
rinunciare alle loro pretese, anzi che continuare con poca speranza una
ruinosa interminabile contesa. I Veneziani erano impazienti di liberare
le loro tre armate ridotte all'immobilità in Pisa, a Bibbiena e ad Elci;
i Fiorentini non desideravano meno di licenziare il loro generale Paolo
Vitelli, contro del quale avevano concepiti gagliardi sospetti. Aveva
questi di fresco accordato un salvacondotto al duca di Urbino, che era
ammalato, e Giuliano dei Medici aveva approfittato di tale salvacondotto
per uscire di Bibbiena col duca, onde i Fiorentini si erano amaramente
lagnati che un ribelle della loro repubblica, assediato dalla loro
armata, fosse stato sottratto dal proprio loro generale al gastigo
comminatogli dalle leggi[21].
[21] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 254. — Fr. Guicciardini, l. IV,
p. 216. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 93. — P. Giovio vita di
Leon X, l. I, p. 69._
Le due repubbliche erano ancora più bramose della pace che della
battaglia, e due potenti mediatori si offrirono contemporaneamente per
trattare fra di loro. Da un canto Lodovico XII cercava di avere
l'alleanza sì dell'una che dell'altra repubblica; e per riconciliarle
chiedeva che Pisa si depositasse nelle sue mani, promettendo
segretamente ai Fiorentini di rendere loro quella città, ed ai Veneziani
di procurar loro larghi compensi nello stato di Milano[22]. Dall'altro
canto Lodovico il Moro, affrettando i Fiorentini a riconciliarsi coi
Veneziani, sperava con tal mezzo di rappacificarsi egli medesimo cogli
ultimi. Vedeva il re di Francia tener dietro ai progetti manifestati ne'
primi giorni del suo regno d'invadere la Lombardia, era informato delle
negoziazioni di quel monarca col papa, della sua nuova alleanza col re
d'Inghilterra e della tregua convenuta per più mesi con Massimiliano,
senza che questi, in conformità della sua promessa, vi avesse fatto
comprendere il ducato di Milano; nello stato di guerra tutto doveva il
Moro temere dal risentimento de' suoi vicini; ma se giugneva a
ristabilire la pace in Italia, poteva sperare che la repubblica di
Venezia, tornando a più prudenti consiglj, abbandonerebbe i progetti di
vendetta troppo per lei medesima pericolosi[23].
[22] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 208._
[23] _Barth. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 565._
Avendo Lodovico XII rinunciato alle parti di mediatore per unirsi più
strettamente alla repubblica di Venezia, i Fiorentini, che vivamente
desideravano la pace, diedero perciò più facile orecchio ai consiglj di
Lodovico il Moro. Dal canto loro i Veneziani, che secretamente si
apparecchiavano ad una guerra contro il duca di Milano, che sapevano che
i Turchi armavano per attaccare i loro possedimenti nella Grecia, che
per ultimo erano inquietati dalle strane pretese e dalle minacce di
Massimiliano, sebbene accostumati a vederle sfumare, non vollero essere
distratti dalla guerra di Pisa in circostanze che potevano diventare più
difficili. Gli affari di Pisa si passarono dal consiglio de' pregadi a
quello de' dieci, risguardato siccome meno accessibile alle generose
passioni, ed assai più dominato dalla sola politica. Questo consiglio,
accettando la proposizione fatta da Lodovico il Moro, sottoscrisse un
compromesso, in forza del quale riponeva tutti i diritti della
repubblica in mano d'Ercole d'Este, duca di Ferrara, suocero del duca di
Milano, il quale obbligò pure i Fiorentini ad accettare lo stesso
arbitro: e furono accordati otto giorni per proferire la sentenza tra le
due repubbliche, che si obbligarono ad assoggettarvisi[24].
[24] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 219. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
III, p. 96. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 139. — P. Bembo Ist.
Ven., l. IV, p. 85. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 69._
Il 16 aprile del 1499 il duca di Ferrara pronunciò la sentenza tra le
due repubbliche che l'avevano scelto per arbitro. Obbligò i Veneziani a
ritirare prima della prossima festa di san Marco tutte le loro truppe
dal territorio pisano, da Bibbiena e dal Casentino; ed ingiunse ai
Fiorentini di pagare per dodici anni ai Veneziani, a titolo delle spese
della guerra, quindici mila ducati all'anno. Volle ancora che i
Fiorentini accordassero un'illimitata amnistia agli abitanti di Bibbiena
e di Pisa, e che agli ultimi accordassero inoltre la licenza
d'esercitare, siccome i Fiorentini, ogni specie di mercatura tanto per
mare quanto per terra; che lasciassero ai Pisani le loro fortezze, a
condizione d'ottenere l'assenso della signoria fiorentina per tutti i
capitani che prenderebbero al loro servigio, e di ridurre le guarnigioni
al numero de' soldati che vi tenevano i Fiorentini prima della
ribellione. Il duca di Ferrara ordinò pure che i giudizj civili si
pronuncierebbero in Pisa da un podestà forestiere scelto dagli stessi
Pisani in un paese alleato di Firenze, e che le sentenze criminali si
farebbero dal capitano di giustizia fiorentino, ma sotto l'ispezione
d'un assessore nominato dal duca di Ferrara[25].
[25] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 219. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 254. — Diar. Ferrar. anon., t. XXIV, p. 363. — Ist. di Gio.
Cambi, t. XXI, p. 140. — Chron. Ven., p. 70._
Potrebbe risguardarsi come prova dell'imparzialità del duca di Ferrara
il generale malcontento eccitato da questo arbitramento. Altra sentenza
mai non venne accolta tanto sfavorevolmente da tutte le parti. I
Veneziani, vergognandosi di mancare apertamente a tutti gli obblighi
contratti coi Pisani, non vollero che un atto pubblico potesse far prova
della loro mala fede, e sebbene eseguissero la sentenza, e richiamassero
dalla Toscana nel fissato termine le loro truppe, non acconsentirono
giammai ad assoggettarvisi formalmente. Dolevansi i Fiorentini, che loro
non venisse restituita Pisa, finchè lasciavansi le fortezze in mano ai
loro sudditi ribelli, e che fossero ingiustamente condannati a pagare le
spese d'una guerra, nella quale erano stati attaccati senza avere
provocati i nemici. Pure accettarono espressamente la sentenza
arbitramentale; ma la loro accettazione rimase senza effetto; perchè i
Pisani, risguardando tutte le guarenzie loro offerte dal duca di Ferrara
come facili ad eludersi, e preferendo la morte alla servitù, ricusarono
di sottomettersi, e quantunque da tutti abbandonati, protestarono di
volere difendersi, affrettandosi a far uscire dalla loro città e
fortezze le truppe veneziane per paura che non le consegnassero ai loro
nemici[26].
[26] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 220. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 255. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 97._
Quando i Fiorentini ebbero avviso della risoluzione presa dai Pisani di
continuare a difendersi, richiamarono dal Casentino Paolo Vitelli colla
sua armata, e lo mandarono contro Pisa, che a loro credere non poteva
fare lunga resistenza. Lodovico il Moro, sempre più atterrito dagli
apparecchj di guerra che facevano i Francesi, come aveva eccitati i
Fiorentini ad accettare l'arbitramento del duca di Ferrara, eccitava non
meno i Pisani ad accomodarvisi, e faceva ogni sforzo per ristabilire la
pace in Toscana, ed assicurarsi i soccorsi di quella provincia; ma non
trovava chi gli credesse. Rammentavansi i Pisani, che sotto colore di
proteggere la loro libertà egli aveva tentato d'insignorirsi della loro
città; ed i Fiorentini lo avevano sospetto di covare tuttavia questi
progetti, e d'incoraggiare segretamente i loro nemici a fare resistenza.
Perciò gli uni e gli altri, chiudendo le orecchie a' suoi consiglj, ed
abbandonando la Lombardia alle rivoluzioni che dovea destarvi una nuova
invasione, ricominciarono le ostilità fra di loro con maggiore
accanimento di prima.
Il 25 di giugno Paolo Vitelli si unì al conte Rinuccio di Marciano sotto
Cascina, che fu subito attaccata con tanto vigore, che dopo 26 ore
questa ragguardevole terra dovette capitolare[27]. Le deboli guarnigioni
pisane che tuttavia occupavano la torre di Foce d'Arno ed il ridotto
dello Stagno si ritirarono alla prima intima che venne loro fatta, onde
più non restavano ai Pisani in tutto il loro territorio che la fortezza
della Verrucola, e la piccola torre d'Ascagno. Invece d'attaccarle,
Paolo Vitelli credette opportuno l'istante di cominciare l'assedio della
stessa città. Il primo di agosto si avanzò a tracciare il suo campo
sotto le mura di Pisa, seco conducendo tanta cavalleria che bastava
anche sola a tenere la campagna, una formidabile artiglieria e diecimila
pedoni. Fece sapere alla signoria di Firenze, che dietro i suoi calcoli
l'assedio non poteva durare più di quindici giorni. Le mura di Pisa non
erano circondate da fosse, nè sostenute da terrapieni, ma tanta era la
grossezza loro e la tenacità del cemento, che ben potevano più d'ogni
altra muraglia resistere ai guasti dell'artiglieria. I Pisani non
avevano al loro soldo verun altro capitano forastiere che Gurlino
Tombasi, valoroso ufficiale ravennate, che aveva abbandonato per loro il
servigio de' Veneziani. Ma tutti gli abitanti della città, tutti i
contadini, che vi si erano rifugiati, agguerriti da cinque anni di
continue battaglie, potevano risguardarsi come non inferiori alle
migliori truppe di linea[28].
[27] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 222. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 255. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 97._
[28] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 233. — Jac. Arrosti Chron. di Pisa
in Archiv. Pisano, f. 207 v._
Il Vitelli aveva collocato il suo campo alla sinistra dell'Arno, e
piantate le batterie contro il muro attiguo alla torre o rocca di
Stampace. Accampandosi sull'altra riva avrebbe più efficacemente
prevenuto l'arrivo di ogni rinforzo; ma nella posizione in cui trovavasi
in allora l'Italia, non credeva che veruna potenza pensasse a soccorrere
i Pisani, e sapeva inoltre che questi dal lato di Lucca avevano
internamente afforzate le loro mura, lo che non avevano creduto
necessario di fare dal lato che guarda Livorno.
Si continuarono nello stesso tempo due attacchi, uno fra sant'Antonio e
Stampace, l'altro fra Stampace e la porta a Mare, con venti pezzi
d'artiglieria. Il Vitelli, fedele all'antica tattica italiana, nè
volendo combattere senza essere sicuro di vincere, aveva determinato di
non venire all'assalto finchè le brecce aperte dalla sua artiglieria non
offrissero un libero passaggio alle sue squadre. Di già erano caduti
larghi pezzi di muro, ma egli credeva che la breccia non fosse ancora
praticabile; ed intanto i suoi indugj davano agio ai Pisani d'innalzare
dietro la muraglia ch'egli batteva in breccia un gagliardo parapetto
difeso da una fossa. L'ardore de' Pisani non era vinto da verun
pericolo; l'artiglieria scopava i loro lavori, senza che le donne o i
fanciulli lasciassero il badile. Due sorelle lavoravano assieme; una fu
uccisa da una palla da cannone; l'altra, raccogliendo all'istante le
sparse sue membra, le seppellì entro lo stesso gabbione che stava
riempiendo, e nell'atto che le dava colle lagrime e coi singhiozzi
l'estremo addio, proseguiva il suo lavoro, esposta al fuoco della stessa
batteria che le aveva tolta la sua compagna[29].
[29] _Jac. Nardi, l. III, p. 98. — Jac. Arrosti Cron. di Pisa, f.
210._
Finalmente le mura che univano Stampace alle fortificazioni della città
erano state abbattute dall'una banda e dall'altra di quella gran torre.
Il conte Rinuccio era stato ferito in una scaramuccia; e Paolo Vitelli,
rimasto solo al comando dell'armata, risolse il decimo giorno
dell'assedio di dare l'assalto alla torre. Questa era già stata in più
luoghi ruinata, e sebbene i Pisani opponessero un'ostinata resistenza, i
Fiorentini inalberarono la loro bandiera sulla sommità della Stampace.
Nel primo terrore cagionato da questo avvenimento credettero i Pisani
che anche la città loro più non avesse riparo. Pietro Gambacorti fuggì
per l'opposta porta verso Lucca con quaranta arcieri a cavallo che
militavano sotto di lui, e la guardia del parapetto, che oramai formava
la sola difesa della città, era atterrita ed in sul punto di fuggire: ma
il Vitelli aveva ordinato soltanto di dare l'assalto alla rocca e non
alla città. Era troppo contrario al suo carattere ed alla sua pratica
militare il porre in pericolo un vantaggio di già ottenuto volendolo
spingere più in là, e coglierne frutti che non si fosse prima proposto
di conseguire. Temeva d'essere avviluppato in una città difesa da una
valorosa popolazione, e fece ritirare i suoi soldati che aspiravano a
dare un secondo assalto. Bentosto perdette per sempre la propizia
occasione di cui non volle prevalersi. Moltissimi Pisani, che avevano
cercato di nascondersi nelle proprie case, furono dalle loro mogli
confortati a tornare contro al nemico, e rioccuparono la breccia
coraggiosamente. La loro artiglieria fu diretta dalle vicine mura contro
gli assalitori, e dopo la presa di Stampace si trovò che la città poteva
ancora difendersi[30].
[30] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 234. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
III, p. 98. — Jac. Arrosti Cron. di Pisa, f. 215._
Il Vitelli aveva pensato di collocare una batteria sopra la stessa torre
di Stampace, onde signoreggiare le opere degli assediati; ma la torre,
di già ruinata dalle brecce fattevi da lui medesimo ed in appresso dai
Pisani, non fu creduta abbastanza forte per sostenere i cannoni che di
già vi aveva fatti portare. Intanto continuava a far battere in breccia
le mura della città: vi era di già stata fatta un'apertura di cinquanta
braccia, e non era ancora soddisfatto. Egli non voleva che i suoi
soldati fossero esposti a verun pericolo, o piuttosto, come apertamente
e concordemente lo dicevano i Fiorentini, egli non voleva prendere la
città, ma desiderava di conservare il più che poteva gli onori e gli
emolumenti del comando, di restare alla testa di potente armata per
offrire il suo ajuto al miglior offerente tosto che le rivoluzioni di
Lombardia determinassero una delle potenze in guerra a chiamare un nuovo
condottiere, e forse a farsi pagare da' Pisani il prezzo della sua
moderazione o della sua lentezza. Ma tali ambiziosi progetti vennero
distrutti dalla natura. Nell'umido suolo del piano di Pisa le fosse sono
d'ordinario piene d'acqua nella maggior parte della state; ma verso la
metà d'agosto sono asciugate dal sole, i di cui raggi, percuotendo sulla
putrefatta melma ne sollevano pestilenziali esalazioni. In due soli
giorni la metà dell'armata si trovò assalita dalla febbre maremmana.
Paolo Vitelli aveva dato avviso che il giorno 23 d'agosto darebbe
l'assalto: la breccia era praticabile, ed il successo sarebbe stato
sicuro, s'egli avesse potuto mettere in movimento un sufficiente numero
di soldati per dare esecuzione a' suoi progetti; ma i suoi ufficiali, i
commissarj fiorentini presso l'armata, ed egli medesimo, erano tutti
presi dalla stessa malattia. Frattanto si diede ordine di spedire al
campo nuovi rinforzi per abilitare il generale a dare nello stabilito
giorno un assalto che doveva essere decisivo. Ma ogni loro diligenza
tornò vana; il numero degli ammalati superava sempre quello de' nuovi
venuti onde il Vitelli trovavasi sempre più inabile a fare uno sforzo
vigoroso. Dietro alla siccità vennero le piogge calde, che invece di
purgare l'aria accrebbero la mortalità. All'ultimo, perduta ogni
speranza di buon successo, il Vitelli abbandonò l'assedio, e traslocò la
sua armata a Cascina. Fece imbarcare sull'Arno la sua grossa artiglieria
per mandarla a Livorno, e parte di questo convoglio cadde in potere de'
Pisani. Malgrado le calde istanze de' commissarj fiorentini egli
abbandonò la torre di Stampace, dichiarando che trovandosi così
maltrattata dalle proprie batterie, non poteva difendersi, e che la
guarnigione che vi lascerebbe sarebbe tosto fatta prigioniera di
guerra[31].
[31] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 235. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 257. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 100. — Jac. Arrosti
Cron. di Pisa MS., f. 219._
Quanta era stata grande l'opinione de' Fiorentini ne' talenti militari
di Paolo Vitelli, tanto maggiore fu il loro sdegno nel vedere il cattivo
esito dell'impresa. Credettero che gli esagerati indugj e le precauzioni
del generale non potessero essere che l'effetto della sua perfidia. Di
già gli rimproveravano il salvacondotto dato al duca d'Urbino ed a
Giuliano de' Medici per uscire da Bibbiena; avevano pure palesata molta
diffidenza per le conferenze avute dal Vitelli collo stesso Giuliano e
con Pietro de' Medici, sebbene fossero state pubbliche alla presenza di
due armate, e stando gli uni sopra la destra, gli altri sulla sinistra
riva dell'Arno. Ma dopo il colloquio il Vitelli aveva regalati i Medici;
aveva tenuta una corrispondenza quasi egualmente sospetta con Pandolfo
Petrucci, tiranno di Siena; era entrato in negoziazioni con Lodovico XII
per prendere servigio sotto di lui, e tutto il complesso della sua
condotta era oggetto de' pubblici sospetti e delle più gravi accuse.
Altronde mantenevasi più che mai viva la gelosia tra il Vitelli ed il
conte Rinuccio di Marciano, che aveva con lui divisi gli onori del
comando. Il Vitelli si era strettamente legato colla fazione degli
arrabbiati e coll'aristocrazia, che segretamente si ravvicinava ai
Medici. Rinuccio per lo contrario aveva tutto il favore de' piagnoni e
de' discepoli del Savonarola, i quali, avendo perduto il loro maestro,
condannato a crudele supplicio, colsero avidamente l'occasione di
vendicarsi contro la creatura e lo strumento del contrario partito[32].
[32] _Comm. di Fil. de' Nerli, l. IV, p. 84._
Avendo il Vitelli condotta la sua armata a Cascina, chiedeva alla
signoria di spedirgli sufficienti rinforzi onde ricominciare l'assedio
tosto che cessassero le piogge. Infatti i Fiorentini gli mandarono altri
soldati, di cui potevano fidarsi, sotto gli ordini di due commissarj,
Antonio Canigiani e Braccio Martelli, ai quali i decemviri della guerra
avevano dati segreti ordini. I commissarj recaronsi nella rocca di
Cascina, posta dieci miglia al levante di Pisa sulla sinistra dell'Arno,
dalla qual rocca il campo del Vitelli era lontano un miglio. Ma questo
capitano, dietro invito de' commissarj fiorentini, si portò presso di
loro a Cascina, e pranzò con loro. Vitellozzo Vitelli, fratello di
Paolo, che pure era stato invitato allo stesso abboccamento, era rimasto
ammalato al campo. Perciò i commissarj spedirono alcuni uomini fidati
per arrestarlo. Di già Vitellozzo era stato senza rumore posto a
cavallo, e veniva condotto alla volta di Cascina, quando, scontratosi in
alcuni de' suoi uomini d'armi, uno di loro gli porse la lancia che
portava, esortandolo a non si lasciar condurre come una pecora al
macello. Vitellozzo la prese, e l'adoperò vigorosamente per liberarsi.
Gli arcieri che lo conducevano, vedendo i soldati disposti a difenderlo,
non osarono di provocare una più aperta resistenza, e lasciarono fuggire
Vitellozzo, che salvossi in Pisa, dove fu ricevuto con trasporti di
gioja. I commissarj fiorentini, cui era male riuscito il loro attentato
contro di lui, fecero arrestare Paolo Vitelli e lo spedirono subito a
Firenze, ove fu immediatamente posto alla tortura per cavargli di bocca
la confessione de' tradimenti che gli venivano imputati. Non eravi
contro di lui veruna prova autentica, veruna carta da lui scritta, ed i
tormenti ch'egli sostenne con maschia costanza non gli estorsero alcun
nuovo argomento di reità, alcuna confessione. Non pertanto fu condannato
a morte, e questa crudele sentenza si eseguì la mattina del susseguente
giorno, primo ottobre, in una delle sale del palazzo[33].
[33] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 235. — Scip. Ammirato, l. XXVII,
p. 257. — Jac. Nardi, l. III, p. 100. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI,
p. 44. — Jac. Arrosti Cron. di Pisa, f. 219-221._
La barbara giurisprudenza che ammetteva l'uso della tortura avrebbe pure
dovuto salvare la vita di Paolo Vitelli, perchè quest'odiosa procedura
non era stata inventata che dal credersi necessaria la confessione del
prevenuto al di lui convincimento. La condotta tenuta dal Vitelli era
stata sospetta; le sue secrete relazioni cogli Orsini, amici e parenti
dei Medici, dovevano far pensare che mirasse come loro a ristabilire i
Medici in Firenze. La corrispondenza de' suoi segretarj, trovata tra le
sue carte, non lasciava verun dubbio che non avesse parte in una segreta
trama, di cui non si arrivò a conoscere l'oggetto. La prudenza voleva
che gli si levasse un comando che gli si era incautamente affidato, ma
la giustizia richiedeva di rispettare la di lui vita, poichè non era
convinto di verun delitto. Il di lui supplicio fu altrettanto impolitico
quanto crudele, lasciò ne' signori di Città di Castello un violento
desiderio di vendetta contro Firenze, del quale Firenze ebbe a soffrire
finchè si mantenne nello stato di repubblica; irritò egualmente tutti i
generali francesi che avevano militato coi fratelli Vitelli nella guerra
di Napoli, e che gli stimavano assai. Ma mentre ciò succedeva in
Toscana, in Lombardia avevano avuto luogo tali avvenimenti che
consigliavano potentemente i piccoli stati d'Italia ad accarezzare il re
e l'armata francese.
Precisamente nell'epoca in cui la repubblica di Venezia accettava il
duca di Ferrara come arbitro delle sue contese con Firenze, e ritirava
le sue armate dalla Toscana, conchiudeva con Lodovico XII un assai più
importante trattato, e prendeva parte ad un'alleanza che sembrava
smentire l'antica sua riputazione di prudenza e di moderazione. Il
trattato tra la repubblica di Venezia e Lodovico XII fu sottoscritto il
9 di febbrajo del 1499, ma per tre mesi si mantenne nascosto ai sospetti
di Lodovico il Moro e di tutta l'Italia: e quando fu pubblicato portava
la data di Blois del 15 di aprile[34]. Con questo trattato i Veneziani
riconoscevano i diritti di Lodovico XII sul ducato di Milano, e si
obbligavano a concorrere colle loro forze a dargliene il possedimento.
Dovevano perciò somministrargli mille cinquecento cavalli e quattro mila
pedoni, che sarebbero spesati dal re; nello stesso tempo promettevano
d'attaccare il ducato di Milano ai confini verso levante, nello stesso
tempo in cui l'armata francese l'attaccherebbe dalla banda d'occidente.
In ricompensa di questo servigio Lodovico XII loro cedeva Cremona e la
Ghiara d'Adda fino alla distanza di ottanta piedi dal fiume di tal nome;
ed i due stati sì promettevano la vicendevole garanzia di tali
possedimenti, divisi prima di conquistarli[35].
[34] _P. Bembo Ist. Ven., l. IV,. 85. — Léonard, Traités de paix, t.
I, p. 419 e seg._
[35] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 213._
Senza avere avuta diretta notizia di questo trattato Lodovico il Moro
non ignorava quanto i Veneziani l'odiassero, e con quanta attività
Lodovico XII apparecchiavasi a muovergli guerra; onde dal canto suo
cercava di fortificarsi con nuove alleanze. Aveva particolarmente
riposta la sua fiducia in quella di Massimiliano, che aveva sposata la
di lui nipote, e che in ricompensa delle sue proteste di attaccamento e
di protezione si faceva continuamente prestare danaro. Massimiliano
nudriva contro i Francesi un'animosità sempre pronta a scoppiare; egli
voleva far rivivere sulle province venete e su tutta l'Italia i diritti
dell'impero, da più secoli dimenticati. Pareva dunque che i suoi
interessi e le sue passioni dovessero portarlo a difendere Lodovico il
Moro; ma non poteva farsi maggior conto de' suoi progetti che delle sue
promesse: conciossiacchè, non prendendo consiglio che dalle presenti
circostanze, egli si riduceva quasi sempre a fare ciò che non aveva
preveduto e ciò che non aveva voluto. Erasi obbligato verso Lodovico il
Moro a non fare convenzioni colla Francia senza comprendervelo, e ciò
non gli aveva impedito di prolungare fino alla fine d'agosto la tregua
che aveva fatta con Lodovico XII, senza far parola del duca di
Milano[36]. Intanto egli faceva la guerra nella Gueldria; ma essendo
scoppiata in sul finire di febbrajo qualche ostilità fra i suoi sudditi
e gli Svizzeri ne' paesi posti alle sorgenti del Reno, la lega di Svevia
prese a difendere i possedimenti austriaci, e Massimiliano vi si recò
immediatamente per porsi alla testa delle sue armate. Fece dichiarare
l'impero contro gli Svizzeri; entrò nel loro paese con forze di lunga
mano maggiori, e non pertanto venne sempre respinto: senza poter venire
ad una generale battaglia, vide le sue truppe consumarsi in sanguinose
scaramucce. Assicurasi che perirono ventimila uomini in così breve
guerra, e che un numero ancor maggiore perì vittima della fame e della
miseria. Massimiliano, che aveva presa parte in questa lite piuttosto
per collera e per orgoglio che per politica, faceva bruciare le case, le
capanne, i granai, i villaggi, lusingandosi di far perire di fame, in
mezzo ai loro ghiacci ed alle loro rupi, i contadini, che non aveva
potuto raggiugnere. Ma cotali atti di ferocia producevano orribili
rappresaglie, e Lodovico Sforza, vedendolo consumare tutte le sue forze
contro gli Svizzeri, nulla poteva da lui sperare[37].
[36] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 222. — Barth. Senaregae de reb.
Gen., t. XXIV, p. 565._
[37] Bilibaldo Pyrckeimer di Norimberga, che militava nell'esercito
dell'imperatore, vide ai confini della Valtellina, durante questa
guerra, un branco di quaranta fanciulli d'ambo i sessi, condotti ne'
campi da due donne attempate per cogliervi erbe crude onde
cibarsene. Erano stati uccisi i loro parenti, bruciate le loro case,
distrutti i loro approviggionamenti, sicchè non avevano che questo
miserabile cibo; essi perivano gli uni dopo gli altri, e di ottanta
ch'erano da principio, erano ridotti a soli quaranta; ai quali, se
dovevasi giudicarne dalla loro magrezza e pallidezza, non restava
che un soffio di vita. _Apud Rayn. Ann. Eccl. 1499, § 14, p. 481._
Lodovico il Moro aveva pure chiesto ajuto a Bajazette II, imperatore de'
Turchi, al quale oggetto gli spedì due segretarj per rappresentargli che
Lodovico XII rinnovava i progetti di conquiste del suo predecessore, e
minacciava l'impero di Oriente; che essendosi collegato coi Veneziani,
aveva maggiori mezzi di nuocere alla Porta ottomana che non aveva avuto
Carlo VIII; che perciò era d'uopo prevenirlo col fare una diversione
contro i Veneziani, e che i Turchi salverebbero la Grecia attaccando
l'Italia. Federico di Napoli appoggiò con tutta la sua influenza i
deputati di Lodovico Sforza, onde Bajazette, cedendo alle loro istanze,
ordinò d'attaccare i Veneziani nel Peloponneso, nella Macedonia e
nell'Istria[38].
[38] _Ann. Eccl. 1499, § 5, p. 480. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII,
p. 231._
Diffatti in ottobre del 1499 Scander Bassà, governatore della Bosnia,
penetrò nel Friuli colla sua cavalleria, e tutta la saccheggiò fino alla
Livenza, distruggendo e bruciando tutte le ricchezze del paese che
scorreva. Vi aveva fatto un grandissimo numero di schiavi, ma quando
ritirandosi giunse in sulle rive del Tagliamento non volle imbarazzare
la sua armata con tanta gente, e dopo avere scelti coloro che potevano
essere più utili, fece uccidere tutti gli altri[39].
[39] _Ann. Eccl. 1499, § 7 e 8, p. 480. — Chron. Ven., p. 116. —
Jos. Ripamontii Hist Urb. Mediol., l. VII, p. 662. — P. Jovii de
Vita magni Consalvi, l. I, p. 188._
Sebbene i re di Spagna non avessero quasi preso parte nella guerra
contro Carlo VIII, erano non pertanto entrati nella precedente lega
d'Italia: ma il duca di Milano più non poteva avere in loro veruna
fidanza avendo essi rinunciato ai precedenti loro obblighi, ed avendo
col trattato sottoscritto da Ferdinando e da Isabella con Lodovico XII a
Marcussi il 5 agosto del 1498, nominato, tra gli alleati che si
riservavano di poter difendere contro la Francia, soltanto l'imperatore,
l'arciduca suo figlio, il duca di Lorena ed il re d'Inghilterra, senza
aver fatto un'eguale riserva a favore di verun sovrano d'Italia[40].
[40] _Garnier Hist. de France, t. XI, p. 53. — Dumont, Corps
Diplom., t. III._
Il papa aveva dato qualche speranza a Lodovico il Moro: tutta la sua
ambizione aveva per iscopo di fare sposare a suo figlio, Cesare Borgia,
una principessa di sangue reale, ed aveva fissate le sue viste sopra
Carlotta, figliuola di Federico, re di Napoli. Incaricò Lodovico il Moro
di trattare per lui questo matrimonio, che doveva essere seguito da
un'intima alleanza tra il papa, il re di Napoli ed il duca di Milano. Ma
e Federico, e sua figlia Carlotta sentivano pel prete apostata, bastardo
e figlio d'un prete, per l'assassino del proprio fratello, per l'amante
della propria sorella, una così invincibile ripugnanza, che non vollero
a tale prezzo comperare la loro sicurezza. A cagione del loro rifiuto
Cesare Borgia sposò Carlotta, figlia d'Alano d'Albretto, e sorella del
re di Navarra. Il quale parentado lo univa alla reale famiglia di
Francia e lo attaccava al partito francese[41].
[41] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 223. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gall. l. VIII, p. 232._
Il re Federico di Napoli aveva promesso a Lodovico il Moro di mandargli
Prospero Colonna con quattrocento cavalieri e mille cinquecento fanti;
ma, spossato com'egli era dalla precedente guerra, non tenne la
promessa, sebbene l'avesse fatta non meno pel vantaggio del suo alleato
che pel proprio. I Fiorentini, implicati trovandosi nella guerra di
Pisa, non potevano ajutare il duca di Milano, ed il duca di Ferrara,
quantunque suo suocero, non volle promettergli il più leggiere ajuto per
timore di compromettere la sua neutralità in faccia al re di Francia.
Lodovico Sforza, da tutti abbandonato, non perciò perdette il coraggio;
fortificò diligentemente il castello d'Annone, posto a breve distanza da
Asti, come pure Alessandria e Novara; incaricò Galeazzo di Sanseverino
d'opporsi ai Francesi che volessero dal Piemonte o dal Monferrato
penetrare in Lombardia; gli diede seicento uomini d'armi, mille
cinquecento cavalleggieri, diecimila fanti italiani e cinquecento
tedeschi, perciocchè la guerra tra la lega sveva e gli Svizzeri non gli
avea accordato d'assoldare presso gli ultimi maggiore quantità di gente.
Contava d'opporre ai Veneziani il marchese di Mantova con un'altra
armata, ma scontentò il marchese per fare cosa grata a Galeazzo
Sanseverino, la cui vanità non poteva soffrire che un altro generale
avesse un più elevato grado del suo: onde dietro il rifiuto del Gonzaga
diede quest'armata al conte di Cajazzo. Dicesi per cosa certa che un
servitore fedele avvisò Lodovico il Moro, che quel Galeazzo di
Sanseverino, cui aveva affidato col comando di tutte le sue forze una
quasi assoluta autorità, lo tradiva. Lodovico, dopo avere alcun tempo
ponderati gl'indizj che gli si davano di tale perfidia, rispose
sospirando che non poteva figurarsi tanta ingratitudine, e che
quand'anche fosse vera non saprebbe come rimediarvi; che niuno poteva
avere maggiori diritti alla sua confidenza quanto coloro ch'egli aveva
colmati di beneficj, e che tornava lo stesso l'arrischiare di essere
tradito dagli amici, quanto l'esporsi a perdere i loro ajuti per mal
fondati sospetti[42].
[42] _Fr. Guicciardini, l. IV, p, 255. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gall., l. VIII, p. 234._
Lodovico Sforza aveva raccomandato a' suoi generali di schivare ogni
decisiva battaglia, di chiudersi nelle fortezze, e di condurre la guerra
in lungo, per dar tempo a Galeazzo Visconti, che aveva mandato tra gli
Svizzeri, di negoziare un trattato di pace tra Massimiliano ed i
cantoni, e di condurre a' suoi servigi quelle armate che si andavano
consumando in una guerra impolitica. Infatti il Sanseverino non si mosse
contro i Francesi che si andavano adunando in Piemonte, ed aspettò
d'essere attaccato. Questi valicavano le Alpi sotto gli ordini di Gian
Giacomo Trivulzio, di Lodovico di Lussemburgo, conte di Lignì, e di
Everardo Stuardo, signore d'Aubignì, i quali tenevano sotto i loro
ordini 1,600 lance, ossia 9,600 cavalli, cinque mila Svizzeri, quattro
mila Guasconi, e quattro mila avventurieri levati nelle altre province
della Francia. Lodovico XII era rimasto a Lione, di dove dirigeva i
movimenti de' suoi generali ed i rinforzi che loro abbisognavano[43].
[43] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 226. — P. Bembi Hist. Ven., l. IV,
p. 86._ Quest'ultimo vuole che l'armata francese fosse più grossa.
L'armata francese, essendosi finalmente adunata, attaccò il 13 agosto
del 1499 la rocca d'Arazzo posta in riva al Taro in faccia d'Annone.
Sebbene difesa da cinquecento pedoni questa fortezza fu vilmente ceduta
ai primi colpi di cannone, e subito dopo venne attaccato Annone. Questa
grossa terra era stata diligentemente fortificata da Lodovico Sforza, ma
i settecento uomini di guarnigione erano fresche reclute, e quando il
Sanseverino volle mandarvi qualche rinforzo, più non potè farlo. La
breccia fu aperta il secondo giorno; Annone presa d'assalto, e passata a
fil di spada tutta la guarnigione. Allora i Francesi si allargarono per
tutto il paese d'Oltrepò. Il Trivulzio faceva ai popoli in loro nome le
più lusinghiere promesse; i soldati italiani non ardivano di venire alle
mani con quelle barbare armate, ed i borghesi temevano la sorte degli
abitanti d'Annone; perciò Valenza, Bassignana, Voghera, Castel Nuovo,
Ponte Corone, ed all'ultimo Tortona colla sua rocca affrettaronsi
d'aprire ai Francesi le loro porte[44].
[44] _Arn. Ferroni, l. III, p. 38. — Fr Guicciardini, l. IV, p. 226.
— Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 103. — P. Bembo Ist. Ven., l.
IV, p. 87._ Ma per errore di stampa fu sostituito il nome di Novi a
quello di Non o Annone. — _Cron. Ven., t. XXIV, p. 92. — Barth.
Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 566. — Fr. Belcarii Comm., l.
VIII, p. 233._
Il popolo di Milano soffriva di mal animo la signoria di Lodovico
Sforza; lagnavasi delle eccessive contribuzioni ond'era aggravato;
trovava ridicolo l'orgoglio del sovrano, la sua politica imprudente e
macchiata di mala fede; ed inoltre non gli perdonava l'usurpato dominio,
cui aggiugneva il sospetto dell'avvelenamento di suo nipote. Frattanto
quando Lodovico il Moro conobbe la sua potenza vacillante per le rapide
conquiste de' Francesi, tentò di riacquistare la popolarità, onde avere
i sudditi in sua difesa. Adunò un consiglio, al quale chiamò tutte le
più distinte persone di Milano per nobiltà, per ricchezze o per
riputazione. Spiegò loro la sua condotta e la necessità in cui erasi
trovato di mantenere molte truppe, di pagare sussidj a straniere
potenze, e perciò di dover levare considerabili imposte per allontanare
la guerra dai confini dello stato. Ricordò che durante la sua lunga
amministrazione i Milanesi mai non avevano veduti soldati forastieri,
che se il suo governo aveva costato al popolo molto danaro, era però
stato sempre giusto ed eguale; ch'egli stesso erasi sempre fatto
accessibile ai suoi sudditi, che mai non aveva trascurate le cure ed i
lavori amministrativi per darsi in braccio ai piaceri, che non gli si
poteva rimproverare veruna crudeltà, e che non eravi sovrano in Italia
che avesse al pari di lui risparmiati i supplicj ed il sangue. Invitò i
Milanesi a confrontare la sua liberale amministrazione con quella che
dovevano aspettarsi dai Francesi, stranieri di costumanze e di lingua,
orgogliosi e sempre disposti a sprezzare e ad opprimere la nazione
italiana. Non trattavasi, loro diceva egli, che di opporre un poco di
fermezza e di costanza al primo urto del nemico, perchè i soccorsi del
re di Napoli, dell'imperatore e degli Svizzeri non tarderebbero[45].
[45] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 227. — Jos. Ripamontii Hist. Urb.
Mediol., l. VII, f. 658._
Ma questi ragionamenti facevano pochissimo effetto sullo spirito di un
popolo scosso ed intimidito, che cercava scuse al suo terrore affettando
il malcontento. Lo Sforza aveva fatto fare in Milano le liste di tutti
gli uomini in istato di portare le armi; aveva in pari tempo abolite
alcune delle più odiose imposte, ma non altro si ravvisava in queste
troppo tarde misure che il suo terrore e la sua debolezza. Quantunque i
Veneziani, attaccandolo contemporaneamente ai Francesi, si fossero di
già impadroniti di Caravaggio[46], egli richiamò il conte di Cajazzo
destinato a far loro testa, per farlo passare a Pavia, onde unirsi poi a
suo fratello presso Alessandria. Ma questo fratello, favorito e genero
di Lodovico il Moro, questo Galeazzo di Sanseverino, che aveva opinione
d'essere un gran militare, perchè trattava con grazia la lancia ne'
tornei, e vinceva in simulate battaglie, era di già stato segretamente
guadagnato dai Francesi. Tre giorni dopo l'arrivo di questi presso
Alessandria, egli fuggì vilmente nella notte del 25 di agosto dalla sua
armata che tuttavia contava mille dugento uomini d'armi, altrettanti
cavalleggeri e tremila fanti. Lo accompagnò Giulio Malvezzi, ed in
breve, essendosi in Alessandria sparsa la voce della sua fuga, più ad
altro i soldati non pensarono che a fuggire, o a nascondersi, e tutta
l'armata si disperse[47].
[46] _P. Bembi Hist. Ven., l. IV, p. 87. — Chron. Ven., t. XXIV, p.
98. — Fr. Belcarii, Comm. l. VIII, p. 234._
[47] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 228. — P. Bembo Ist. Ven., l. IV,
p. 87. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 99._
I Francesi entrarono in Alessandria nella susseguente mattina,
svaligiarono i soldati italiani che non erano fuggiti, ed abbandonarono
la città al saccheggio. Frattanto il Sanseverino per coprire il suo
fallo spargeva voce d'avere avuti pressanti ordini da Lodovico il Moro
di tornare a Milano. Credettero alcuni che le lettere da lui citate
fossero state falsificate da suo fratello, il conte di Cajazzo, e
nell'universale disordine non fu possibile di riconoscere se fu perfido
o ingannato, onde Lodovico il Moro non lo privò della sua confidenza.
Intanto i Francesi, avendo passato il Po, attaccarono Mortara e
ricevettero la capitolazione di Pavia prima di giugnere alle sue porte.
In pari tempo i Veneziani s'erano impadroniti della fortezza di
Caravaggio, ed i loro avamposti arrivavano fino a Lodi. Tutte le città
della Lombardia erano in grandissimo fermento, e nella stessa Milano il
popolo già sollevato uccise di bel mezzogiorno Antonio Landriano,
tesoriere del duca, nell'atto che usciva dal castello[48]. Conoscendo lo
Sforza l'impossibilità di sostenersi più oltre, fece partire i figli
alla volta della Germania sotto la custodia di suo fratello, il
cardinale Ascanio, con il residuo del suo tesoro in allora ridotto a
240,000 ducati. Pose in libertà Francesco Sforza, figliuolo di Giovan
Galeazzo, suo nipote e suo predecessore, e lo consegnò a sua madre,
Isabella d'Arragona, eccitandola per altro a sottrarlo alla gelosa
diffidenza di Lodovico XII. Isabella, cui egli mostrava un troppo tardo
affetto, lo temeva assai più che i suoi nemici. Invece di ritirarsi in
Germania volle aspettare i Francesi per porre nelle loro mani il suo
figliuolo; ma questi vindici da lei invocati non tardarono a mostrarsi
ancora verso di lei più crudeli che non lo era l'usurpatore cui
felicitavasi d'essersi sottratta[49].
[48] _Jos. Ripamontii Hist Urb. Med., l. VII, p. 659._
[49] _Ivi._
Lodovico il Moro fece entrare nel castello di Milano, che in allora
veniva risguardato come inespugnabile, approviggionamenti e munizioni di
guerra bastanti per sostenere un lungo assedio. Portò la guarnigione a
tre mila fanti, diretti da ufficiali da lui scelti con estrema
diligenza, e ne affidò il comando a Bernardino Corte nativo di Pavia, e
da lui educato, e nel quale aveva tanta confidenza che lo preferì a suo
fratello Ascanio, che volontariamente si offriva di chiudersi nel
castello. Lasciò il comando di Genova ad Agostino ed a Giovanni Adorno;
accordò grazie ai principali gentiluomini di Milano, ed il 2 di
settembre uscì dal suo castello protetto da un piccolo corpo di truppe,
comandato da Galeazzo di Sanseverino e da Giulio Malvezzi, e si avviò
per la Valtellina in Germania[50]. Ma non era appena uscito di Milano
che gli si accostò il conte di Cajazzo per dirgli che, abbandonando egli
i suoi stati, veniva con ciò a sciogliere i suoi soldati dal giuramento
di fedeltà, e li lasciava in libertà di provvedere come meglio loro
piaceva alla propria sicurezza. Nello stesso tempo alzò le insegne della
Francia, e colla truppa formata a spese del duca di Milano tenne dietro
al principe come nemico, finchè questi si trovò fuori de' suoi stati. Lo
Sforza, giunto a Como, s'imbarcò sul lago alla volta di Bellagio di dove
passò a Bormio ed in appresso ad Inspruck[51].
[50] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 104 — Jos. Ripamontii, l.
VII, p. 659. — Arn. Ferroni, l. III, p. 38._
[51] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 230. — Burchardi Diar. t. V, p.
580. — Rayn. Ann. Eccl. 1499, § 17, P. 582. — P. Bembo Ist. Ven., l.
IV, p. 88. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 100. — Barth. Senaregæ de Reb.
Gen., t. XXIV, p. 566. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 235._
I Francesi avanzarono rapidamente per approfittare della sollevazione
della Lombardia e del terrore della famiglia Sforza. In distanza di sei
miglia da Milano incontrarono i deputati di quella città che venivano ad
offrire le chiavi delle sue porte, colla riserva per altro di capitolare
collo stesso re, quando verrebbe a prendere il possesso de' suoi nuovi
stati. Cremona, di già assediata da' Veneziani, chiese di arrendersi ai
Francesi; ma questi addirizzarono i deputati della città ai generali
della repubblica. Genova si arrese colla medesima facilità; e gli Adorni
e Giovan Luigi del Fiesco facevano a gara nel mostrarsi più affezionati
alla Francia. All'ultimo il comandante del castello di Milano, che lo
Sforza aveva scelto fra tutti i suoi più affezionati per affidargli una
fortezza di tanta importanza, non aspettò pure il primo colpo di
cannone, e la cedette al nemici per una grossa somma di danaro dodici
giorni dopo il loro arrivo: ma in appresso que' medesimi che lo avevano
corrotto, gli mostrarono tanto disprezzo, che, sostenere non potendo
tanta infamia, morì disperato dopo pochi giorni[52].
[52] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 231. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
III, p. 105. — P. Bembo Ist. Ven. l. IV, p. 88. — Agost. Giustiniani
Cron. di Gen., l. V, f. 255._
La conquista del ducato di Milano erasi dai Francesi effettuata in venti
giorni. Il popolo, oppressato dal governo cui era stato fin allora
subordinato, erasi volontariamente posto sotto il giogo degli stranieri.
Lodovico XII appena ebbe avviso dell'accoglimento fatto a' suoi
capitani, che si affrettò di scendere in Italia per prendere possesso
de' suoi nuovi acquisti. Quando seppesi il suo imminente arrivo tutti
gli ordini de' cittadini si portarono per riceverlo tre miglia fuori di
Milano: lo precedevano nel suo ingresso quaranta fanciulli vestiti di
stoffe di seta e d'oro, cantando inni in onor suo, e chiamandolo il gran
re, il liberatore della patria. I senatori, i giudici, il clero, la
nobiltà, i mercanti, tutti s'affrettavano di fargli corona come se
Lodovico XII recasse alla loro patria la pace e la libertà[53].
[53] _Naurclerus, l. II apud Rayn. Ann. Eccl. 1499, § 20, p. 483._
Il primo pensiero di Lodovico fu quello di rassodarsi ne' suoi nuovi
possedimenti, facendo trattati cogli stati d'Italia suoi vicini. Trovò
nella sua capitale gli ambasciatori di tutti i sovrani d'Italia, a
riserva di quello del re di Napoli, don Federico. Accolse con
dimostrazioni di singolare favore il marchese di Mantova, cui tenevasi
obbligato per non avere preso servigio sotto Lodovico Sforza; ma non
volle ricevere sotto la sua protezione nè il duca di Ferrara, nè
Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, che mediante l'esborso di
ragguardevoli somme, come compenso del favore che mostrato avevano verso
il Moro. Accolse ancora più ostilmente gli ambasciatori di Firenze.
Tutti i capitani del suo esercito accusavano quella repubblica d'avere
fatto ingiustamente perire Paolo Vitelli, che aveva con loro militato
nel regno di Napoli e guadagnata la loro stima ed affetto. Altronde non
avevano dimenticata l'antica loro parzialità per i Pisani, che trovarono
meritevoli di maggiore stima dopo la generosa loro resistenza.
Dimenticavano invece i lunghi servigj e l'antica alleanza de' Fiorentini
per non ricordarsi che della fresca loro alleanza con Lodovico Sforza.
All'ultimo, dopo infinite difficoltà, il re acconsentì a rinnovare
l'alleanza fra i due stati. Prometteva che, venendo attaccati i
Fiorentini, li difenderebbe con seicento lance e con quattro mila fanti;
ed i Fiorentini si obbligavano a guarentire gli stati del re in Italia
con quattrocento lance e tre mila fanti; inoltre si obbligavano a
somministrargli cinquecento lance e cinquanta mila ducati per l'impresa
di Napoli; ma ciò soltanto dopo che avrebbero ricuperata Pisa. A tali
condizioni il re prometteva d'ajutarli a riacquistare Pisa e
Montepulciano[54].
[54] _Fr. Guicciardini_, che per attestato del Nardi era uno degli
ambasciatori, l. IV, p. — _Jac. Nardi, l. III, p. 106. — Scip.
Ammirato, l. XXVII, p. 258._
Lodovico XII non si trattenne in Milano che poche settimane, ma in quel
breve spazio di tempo tutto perdette quel favore popolare che gli aveva
procurato il dominio della Lombardia. I partigiani della Francia, per
prevenire il popolo in suo favore, avevano sparsa voce che il re era
bastantemente ricco per abolire tutte le imposte, o almeno per ridurle
nello stato in cui si trovavano ai tempi de' Visconti. Infatti Lodovico
XII accordò alcune grazie pecuniarie ai nuovi suoi sudditi, ma minori di
lunga mano delle imprudenti speranze che si erano loro date, di modo che
il malcontento fu così generale, quanto fallace era stata la speranza.
Altronde Gian Giacopo Trivulzio, che il re, partendo, aveva nominato suo
luogotenente nel ducato di Milano, era piuttosto fatto per acquistare un
nuovo stato che per conservarlo. Era costui capo del partito guelfo, e
non sapeva dimenticare questa parzialità nell'istante in cui soltanto
avrebbe dovuto pensare a governare con eguale giustizia le due fazioni,
ed a ravvicinare l'una all'altra. I nobili ghibellini altro in lui non
vedevano che un capo di faziosi, ed i cittadini un soldato che portava
in una grande città la rozzezza e la ferocia degli accampamenti. Era
stato veduto uccidere colle proprie mani alcuni macellaj sulla piazza
del mercato, perchè si rifiutavano al pagamento della gabella, e co'
suoi modi arbitrarj ed arroganti aveva eccitato l'odio universale contro
di sè medesimo e contro il sovrano da lui rappresentato[55].
[55] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 247. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
III, p. 107. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 122. — Diar. Ferrar. anon.,
t. XXIV, p. 375. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VII, p.
671. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 238._
Intanto Lodovico il Moro ed il cardinale Ascanio, giunti alla corte di
Massimiliano, l'avevano trovato rappacificato cogli Svizzeri. Erano da
lui stati accolti con quel vivo interesse che doveva eccitare il loro
infortunio, ed avevano ottenute larghe promesse di soccorsi, delle quali
Massimiliano era così prodigo. Ma questo principe mai non aveva saputo
condurre a compimento una sola delle grandi cose da lui annunciate:
diceva uno de' suoi consiglieri, ch'egli non volle giammai gli altrui
consigli, nè mai fece ciò ch'egli voleva, perchè, nascondendo nel più
profondo segreto i suoi disegni, non ammetteva veruno a disaminarli con
lui profondamente; e quando li faceva conoscere, allorchè cominciava ad
eseguirli, lasciavasi scoraggiare dalle prime opposizioni che gli
venivano fatte[56]. Massimiliano, dopo avere promessi i più potenti
ajuti al duca di Milano, di cui aveva sposata la nipote, non si vergognò
di chiedergli, per levare la sua armata, quel danaro che lo Sforza
aveva, e che era il solo avanzo della passata sua potenza. Non ignorava
il Moro che tutto il danaro che presterebbe al re de' Romani sarebbe
immediatamente dissipato tra i suoi favoriti; onde preferì d'impiegare
questo residuo de' suoi tesori nell'assoldare egli medesimo un'armata.
La guerra della Svizzera, poc'anzi terminata, aveva lasciato nello
stesso paese in cui egli si trovava molti soldati senza impiego. Gli fu
dunque facile d'adunare e prendere al suo soldo cinquecento uomini
d'armi borgognoni ed ottomila fanti svizzeri; e senza aspettare che
tutta questa gente fosse interamente ragunata sotto le sue insegne,
s'incamminò verso i confini della Lombardia[57].
[56] _Machiavelli il Principe, c. 23, p. 347._
[57] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 247. — P. Bembo Ist. Ven., l. V,
p. 99. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 136. — Diar. Ferrar. anon., t.
XXIV, p. 378. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VII, p. 672.
— Arn. Ferroni, l. III, p. 39._
Quando Gian Giacopo Trivulzio ebbe avviso che si avvicinava lo Sforza,
domandò al senato di Venezia di far avanzare le sue truppe sull'Adda, e
richiamò Ivone d'Allegre, che si era recato in Romagna per ispalleggiare
i progetti di Cesare Borgia. Ma la rapidità dello Sforza non lasciò
tempo di riunirsi ai Francesi e ai loro alleati. In sul cominciare di
febbrajo del 1500 egli valicò le Alpi, ed attraversò il lago di Como
colle barche che trovò alle sue rive. Gli abitanti di Como, quand'ebbero
avviso della sua venuta, manifestarono così vivamente la loro parzialità
per lo Sforza, che i Francesi si videro costretti a ritirarsi,
abbandonandogli quella città. I cittadini di Milano, ed in particolare
coloro che appartenevano alla fazione ghibellina, sentendo che trovavasi
in Como Lodovico il Moro, ne festeggiarono il ritorno con un entusiasmo
che incuteva terrore agli attuali loro ospiti. Il Trivulzio, credendo
vicina a scoppiare una sollevazione, si chiuse precipitosamente in
castello, e dopo avervi posta una sufficiente guarnigione, ne uscì il
susseguente giorno e si ritirò verso Novara, inseguito dal popolo
sollevato fino alle rive del Ticino. Il Trivulzio lasciò pure
quattrocento lance in Novara, indi condusse il rimanente della sua
armata a Mortara, per ricevere colà gli ajuti che aveva caldamente
chiesto al re di mandargli dalla Francia[58].
[58] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 248. — Chron. Ven., t. XXIV, p.
138. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 239. — Agost. Giustiniani
Cron. di Genova, l. V, f. 255._
Appena si erano i Francesi ritirati da Milano, quando vi rientrò il
cardinale Ascanio, e poco dopo suo fratello. Era questi uscito dalla sua
capitale il 2 di settembre del 1499, accompagnato dalle maledizioni del
popolo che affrettava la sua fuga, vi rientrò cinque mesi dopo, il 5
febbrajo del 1500, ed i Milanesi sembravano inebbriati di gioja nel
rivedere l'antico loro sovrano. Questi rapidi cambiamenti non devono
risguardarsi come indizj dell'incostanza del popolo: questo popolo
abborriva sempre egualmente le vessazioni arbitrarie, le estorsioni de'
finanzieri, le perfidie della corte ed il despotismo: soltanto porgeva
troppo facile orecchio alle promesse de' principi; inconsideratamente
rigettava con troppo favorevole prevenzione tutti i vizj de' sovrani sui
loro ministri, attribuendo ai primi tutti i nobili e generosi
sentimenti; troppo facilmente davasi a credere che la disgrazia avrebbe
emendati coloro che vedeva esposti a' suoi colpi; ed il sovrano
presente, non iscordando giammai di scioglierlo dalla data fede colla
violazione delle sue promesse, il popolo non aveva altro torto che
quello di conservare una troppo tenera memoria del precedente sovrano;
era troppo più sedotto dalla costanza delle sue affezioni che dalla sua
leggierezza.
Tutta la Lombardia era animata dai medesimi sentimenti verso lo Sforza.
Parma e Pavia proclamarono immediatamente l'antico loro duca, Lodi e
Piacenza erano sul punto di fare lo stesso; ma l'armata veneziana,
rapidamente marciando verso quelle città, riuscì a tenerle in dovere.
Alessandria e tutto il paese d'oltre Po, trovandosi più esposti agli
attacchi de' Francesi, aspettavano gl'avvenimenti per decidersi; Genova
non volle prendere parte nella rivoluzione. Frattanto lo Sforza non
perdeva tempo, e niente trascurava di tutto quanto poteva contribuire a
dare maggiore consistenza a' suoi nuovi successi; mandò il cardinale di
Sanseverino a Massimiliano per informarlo de' primi avvenimenti e
chiedergli soccorso, ed il vescovo di Cremona a Venezia per offrire a
quella repubblica d'accettare qualunque condizione piacesse al senato
d'imporgli: fece chiedere ai Fiorentini qualche pagamento in conto
d'alcune somme loro sovvenute, ciò che questi ricusarono di fare con
maggior lode di prudenza che di buona fede. I piccoli principi colsero
avidamente quest'occasione di riprendere un servigio attivo: il fratello
del marchese di Mantova, i signori della Mirandola, di Carpi e di
Correggio, Filippo de' Rossi ed i conti del Verme, ricuperarono i feudi
ch'erano stati confiscati a loro pregiudizio da' Francesi o dallo stesso
Sforza, ed in appresso raggiunsero il duca di Milano colle compagnie
d'uomini d'armi che ognuno di loro aveva formate. Coll'ajuto di costoro
lo Sforza riunì mille cinquecento uomini d'armi e molti fanti italiani:
incaricò suo fratello Ascanio dell'assedio del castello di Milano,
mentre ch'egli, passato il Ticino, prese Vigevano ed assediò Novara.
Frattanto Ivone d'Allegre, tornando di Romagna coll'armata francese, e
con tutti gli Svizzeri rimasti in Italia al soldo della Francia,
attraversò il territorio di Parma e di Piacenza dopo avere con questi
due popoli patteggiata una sospensione delle ostilità durante il
passaggio della sua armata. Giunto presso Tortona ricevette una
deputazione dei Guelfi di quella città che gli chiedevano vendetta
contro i Ghibellini, i quali, secondo essi dicevano, avevano segrete
intelligenze con quelli di Milano, e si rallegravano per la ritirata de'
Francesi. Ivone d'Allegre s'incaricò volentieri di questa vendetta; si
fece aprire le porte della città, e l'abbandonò tutta al saccheggio
senza fare distinzione tra Guelfi e Ghibellini. Dopo ciò continuò il suo
cammino alla volta d'Alessandria[59].
[59] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 249. — Jac. Nardi Ist. Fior., l.
IV, p. 109. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 141._
Gli Svizzeri, che in addietro dimoravano chiusi nelle loro montagne, e
non guerreggiavano che per difesa della propria libertà, erano da sei
anni in poi diventati quasi i soli soldati dell'Europa. Non eravi altra
fanteria che potesse fargli fronte, onde tutte le potenze mettevano
all'incanto i loro servigj. Permettendo loro tutti gli eccessi
dell'indisciplina, esse li cuoprivano di oro, e conducendoli ne' più
ricchi e più voluttuosi paesi dell'Europa, gli avvezzavano a tutte le
delizie dell'opulenza. Una spaventosa corruzione era stato il frutto di
così subita mutazione in tutte le abitudini di un popolo in addietro
tanto riputato per la purità de' suoi costumi e per la sua buona fede.
Tutta la nazione era diventata avventuriera e mercenaria; la Svizzera
aveva somministrato alle varie armate delle potenze belligeranti assai
maggior numero di uomini, di quello che un saggio governo non armerebbe
nemmeno per difendere la patria nel più grave pericolo. L'abitudine di
non vedere altro nella guerra che il danaro da guadagnare, ed i piaceri
di una vita indipendente, erasi sparsa in tutta la popolazione; l'antico
punto d'onore veniva sagrificato alla cupidigia ed al gusto de' piaceri,
e finchè si mantenne l'incantesimo di questa nuova bevanda, la nazione
non fu più riconoscibile. In allora fu perfino in procinto di macchiare
la sua gloria con odiosi tradimenti.
I Francesi furono i primi a soffrire i danni della mala fede degli
Svizzeri. Quattrocento di loro, che con Ivone d'Allegre si erano chiusi
in Novara per rinforzare la guarnigione, non tardarono ad avere
comunicazione coi loro compatriotti che gli assediavano; e sentendo da
questi che nel campo nemico si viveva meglio e si aveva più grosso
soldo, e che, per quanto potevano essi giudicarne, si avevano più
fondate speranze di buon successo, passarono tutti sotto le bandiere
dello Sforza. Il loro arrivo agevolò la presa di Novara, che si arrese
per capitolazione. Lo Sforza fece religiosamente condurre a Vercelli la
guarnigione francese rimasta in Novara, ed intraprese l'assedio della
rocca, che forse era miglior senno di abbandonare per andare ad
attaccare l'armata francese a Mortara, prima che ricevesse nuovi
rinforzi[60].
[60] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 249. — Barth. Senaregæ de reb.
Gen., t. XXIV, p. 571. — Chr. Ven., t. XXIV, p. 148. — Diar. Fer.
anon., t. XXIV, p. 382._
Infatti Lodovico XII opponeva alla diligenza dello Sforza un'eguale
diligenza: dopo avuta notizia della rivoluzione di Milano aveva
affrettata la partenza di tutti i suoi uomini d'armi; aveva mandato il
balivo di Digione ad assoldare nuovi Svizzeri, e lo stesso suo ministro,
il cardinale d'Amboise, aveva passate le Alpi e si era fissato in Asti
per affrettare l'unione dell'armata, che in poco tempo s'ingrossò a
dismisura: perciocchè la Tremouille vi condusse mille cinquecento lance
e sei mila fanti francesi, ed il balivo di Digione dieci mila Svizzeri.
Quest'armata ne' primi giorni di aprile, trovandosi più numerosa di
quella dello Sforza, andò ad accamparsi tra Novara e Milano. In ambedue
le armate gli Svizzeri formavano essi soli quasi tutta l'infanteria, e,
trovandosi in procinto di venire alle mani gli uni contro gli altri,
ricominciarono ad unirsi agli avamposti, ad abboccarsi fra di loro, ed a
ristringere le relazioni d'amicizia o di parentela che gli univa gli uni
agli altri. Coloro che militavano nell'armata francese erano stati
levati con espressa licenza della federazione, ed avevano alla loro
testa le bandiere de' rispettivi cantoni: per lo contrario quelli del
duca erano individualmente entrati al suo soldo, senza l'assenso dei
loro governi. Sì gli uni che gli altri ricevettero nello stesso tempo un
ordine della dieta, che li richiamava in patria, e loro vietava di
spargere reciprocamente il sangue de' proprj fratelli. Gli Svizzeri del
duca, sedotti dalle pratiche de' loro compatriotti, e probabilmente
dall'oro francese, si tennero come più particolarmente obbligati ad
ubbidire. Essi dichiararono che, combattendo contro le bandiere de' loro
cantoni, rendevansi colpevoli di ribellione e si esponevano a capitale
castigo. Frattanto andavano cercando qualche pretesto per abbandonare il
principe cui servivano, e chiesero allo Sforza con minacciose e
tumultuarie grida di pagar loro il soldo arretrato. Il duca corse subito
tra le loro linee, e raccomandandosi alla loro generosità, distribuì
tutta l'argenteria e tutti gli effetti preziosi che aveva con sè:
inoltre attestava con giuramento di avere fatto chiedere danaro a
Milano, e li supplicava a pazientare tanto solamente che giugnesse
questo danaro. Ottenne in tal modo di calmarli per brevi istanti; indi
scrisse a suo fratello per affrettarlo a condurgli quattrocento cavalli
ed otto mila fanti italiani ch'egli aveva adunati, onde servirgli di
difesa in mezzo a così barbara soldatesca[61].
[61] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 250. — Jos. Ripamonti Hist. Urb.
Med., l. VII, p. 672. — Barth. Senaregae de reb. Genuens., p. 572._
Intanto i Francesi si andavano avanzando fra il Ticino e Novara, sicchè,
volendo Lodovico Sforza mantenersi libera la comunicazione con Milano,
era costretto di venire a battaglia; e così risolse di fare: il 10
d'aprile fece uscire dalle mura la sua armata, e cominciò la battaglia
colla sua cavalleria leggiera e co' suoi uomini d'armi borgognoni. Ma
gli Svizzeri, di già disposti in ordine di battaglia, dichiararono di
non volere combattere contro i loro compatriotti, e di volere
immediatamente prendere la strada della loro patria. Nello stesso tempo
rientrarono disordinatamente in città, e tutti gli altri soldati,
vedendosi da loro abbandonati, furono costretti a seguirli. Lo Sforza,
disperando di poterli ricondurre sul campo di battaglia, o di essere
vittorioso con truppe così mal disposte, domandò almeno nella più
commovente maniera, che le truppe che volevano ritirarsi provvedessero
prima alla sua sicurezza, e lo conducessero con loro. Era questo il
preciso dovere degli Svizzeri, e l'onore della nazione vi era talmente
interessato, che l'avrebbero sentito gli stessi loro compatriotti che
militavano nell'armata nemica, e non sarebbe stata difficil cosa che la
ritirata dello Sforza fosse stata per espressa condizione convenuta
nella loro capitolazione. Ma gli Svizzeri lo ricusarono aspramente, e
solo offrirono al duca ed a quelli dei suoi generali che potevano avere
ragioni di essere personalmente maltrattati, di nascondersi travestiti
tra i loro squadroni. Lo Sforza, di già vecchio, di colore oscuro, e di
scarna corporatura, non poteva passare per uno di que' robusti
montanari. Prese un abito di frate francescano, e, postosi sopra un
cattivo cavallo, tentò di passare pel loro cappellano. Galeazzo di
Sanseverino, il Fracassa ed Anton Maria, suoi fratelli, vestirono gli
abiti di soldati Svizzeri, e sfilarono così tra le linee dell'armata
francese, ma furono tutti quattro riconosciuti e fatti prigionieri senza
che i pretesi loro fratelli d'armi si movessero in loro difesa. Alcuni
traditori accrebbero in tal modo l'infamia degli Svizzeri, additando
queste quattro vittime ai loro nemici[62].
[62] Memorie di Lodovico della Tremouille, _t. XIV, c. X, p. 162_.
L'autore dichiara d'avere egli stesso conosciuto ed arrestato
Lodovico il Moro in abito di francescano. Gli altri lo dicono
travestito da svizzero. — _Giovanni d'Auton Storia di Lodovico XII,
p. 110. — Mém. pour l'histoire de France, t. XIV, p. 292. — Saint
Gelais hist. de Louis XII, publ. par Téod. Godefroi, Paris 1622,
4.º, p. 159. — Garnier, hist. de France, t. XXI, p. 125, 4.º. —
Chron. Ven., t. XXIV, p. 151._ — Rodolfo di Salis, detto il Lungo,
Grigione, e Gasparo Silen d'Uri, che servivano nell'armata di
Lodovico il Moro, sono da Giovio e dopo di lui da Belcario accusati
d'averli additati ai Francesi. _Comm. Rer. Gallic., l. VIII, p.
240._
Gli Svizzeri, dopo essersi infamati con questo tradimento, ripigliarono
la via delle loro montagne. Pure, passando per Bellinzona, quelli di
loro ch'erano usciti dai quattro cantoni posti in sulle rive del lago di
Lucerna, occuparono quella piccola città, che diventava per loro la
chiave della Lombardia, ed approfittarono della circostanza in cui
Lodovico XII trovavasi implicato in mille affari per assicurarsi una
conquista fatta in tempo d'intera pace[63].
[63] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 250. — Jac_. _Nardi Ist. Fior., l.
IV, p. 110. — P. Bembi Ist. Ven., l. V, p. 100. — Barth. Senaregae
de Reb. Gen., t. XXIV, p. 572. — Josephi Ripamontii Hist. Urb.
Mediol., l. VII, p. 673._
Le truppe italiane, abbandonate in Novara dagli Svizzeri, vennero
svaligiate. Il cardinale Ascanio non potendo in Milano difendersi colle
poche truppe che gli restavano, fuggì coi principali capi della nobiltà
ghibellina. Prese la strada dello stato di Piacenza per recarsi nel
regno di Napoli; ma giunto essendo a Rivolta presso Corrado Lando,
gentiluomo suo parente e suo antico amico, gli chiese ospitalità per
riposarsi una notte, trovandosi stanco all'estremo. Corrado gli promise
piena sicurezza, ed intanto fece avvisati dell'emergente alcuni capitani
veneziani, che si trovavano in Piacenza, i quali durante la notte
circondarono la sua casa e fecero prigioniere Ascanio con tutti i
gentiluomini che lo accompagnavano. Lodovico XII, sapendo in appresso
che questi prigionieri erano stati tradotti a Venezia, li domandò al
senato. Egli non voleva lasciare in mano di un popolo vicino pretendenti
allo stato che aveva allora conquistato, ed accompagnò le sue inchieste
con tanta alterigia e tante minacce, che non solo il cardinale Ascanio e
tutti gli arrestati con lui furono consegnati alla Francia, ma le furono
inoltre ceduti altri gentiluomini Milanesi, ai quali aveva accordata una
formale salvaguardia[64].
[64] _F. Guicciardini, l. IV, p. 251. — Chr. Ven., t. XXIV, p.
153-155-157. — Jos. Ripamontii Hist. Med., l. VII, p. 673. — Mém. de
Mess. Louis de la Tremouille, t. XIV, p. 165._
Francesco Sforza aveva fondata la sua sovranità co' suoi talenti
militari, ed aveva dovuto credere la propria dinastia solidamente
stabilita; per lo contrario Lodovico XII, che risguardavasi quale
legittimo erede del ducato di Milano, era animato da non minore invidia
che odio contro colui ch'egli chiamava l'usurpatore. Egli fece conoscere
questi suoi sentimenti dopo la vittoria, e trattò tutti i membri della
famiglia di Francesco Sforza caduti in suo potere con quella implacabile
durezza con cui la mediocrità suole vendicarsi quando la fortuna le fa
buon viso. Tra i prigionieri del re trovavansi due figliuoli del grande
Francesco Sforza, Lodovico il Moro ed Ascanio, un nipote legittimo,
Ermes, e due bastardi, Alessandro e Contino, tutti e tre figliuoli di
Galeazzo, e finalmente un pronipote, Francesco, figlio di Gian Galeazzo
e d'Isabella d'Arragona, la quale aveva avuto l'imprudenza di porlo essa
medesima in mano di Lodovico XII. Il re forzò quest'ultimo a vestire in
Francia l'abito monastico[65]. Fece chiudere il cardinale Ascanio in
quella medesima torre di Bourges in cui era stato egli stesso da due
anni prigioniere. Fece gettare i tre figli di Galeazzo in un oscuro
carcere. Lodovico il Moro, di tutti il più pericoloso per i suoi
straordinari talenti, per la sua eloquenza, pel suo spirito insinuante,
per la memoria di suo padre, e per la compassione che ispiravano la sua
fortuna e le sue disgrazie, fu condotto a Lione ove in allora trovavasi
il re. Venne introdotto in quella città di pieno mezzo giorno tra un
affollato popolo che rallegravasi della sua miseria; fece calda istanza
per vedere il re, ma gli fu rifiutata questa grazia, e dopo essere stato
traslocato da Pietro in Scisa al Lis San Giorgio, venne chiuso nella
rocca di Loches, dove terminò i suoi giorni, dopo dieci anni di
prigionia, di assoluta solitudine, di rigorosi trattamenti e di
dolori[66].
[65] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 247. — Rayn. Ann. Eccl. 1499, §
24, p. 483. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 384._
[66] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 252. — Chron. Veneta, t. XXIV, p.
161. — Uberti Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 675. — P. Bizzaro Sen.
Pop. que Gen. Hist., l. XVI, p. 378. — Fr. Belcarii Comm. Rer.
Gall., l. VIII, p. 241. — Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l.
VI, f. 106, v. — Mémoires de chev. Bayard, c. XVI, t. XV, des. Mém.
pour servir à l'Hist. de France, p. 1. — Ag. Giustiniani An. di
Gen., l. V, f. 256. — Ar. Ferronii, l. III, p. 41._