[3062] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[3063] Raynaldus, Annal. Eccles. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae,
tom. 21 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. eod.
Giustiniani, Istor. di Genova, ed altri.
[3064] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib.
5.
[3065] Cristoforo da Soldo, tom. 21 Rer. Ital.
[3066] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital.
Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 5.
[3067] Istor. di Napoli, tom. 23 Rer. Ital.
[3068] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3069] Raynald., Annal. Eccles.
Anno di CRISTO MCCCCLXII. Indizione X.
PIO II papa 5.
FEDERIGO III imperadore 11.
S'era incominciato nell'anno precedente a scomporre la sanità di
_Francesco Sforza_ duca di Milano[3070], e i più dubitavano che già si
fosse formata l'idropisia, da cui non potesse guarire. Andò, come suol
avvenire, tanto innanzi la fama di sua malattia, che sul principio di
questo anno si spacciò come accaduta la sua morte, o almeno che fosse
vicino a quell'ultimo passo. Corse questa diceria per tutta l'Europa,
e a distruggerla vi volle ben molto. Fu essa cagione che i contadini
del Piacentino, pretendendosi smoderatamente aggravati di taglie e
d'imposte dal duca, e credendolo già morto, si sollevarono nel dì 25
di gennaio[3071]. Circa sette mila d'essi nel dì 29 entrarono nella
città, e con esso loro si unì la plebe della medesima Piacenza. Era ivi
governator dell'armi _Corrado Fogliano_, fratello uterino del duca,
il quale addormentò e burlò quei forsennati, con sottoscrivere tutti
quanti i capitoli ch'essi addimandarono, cosicchè li fece desistere dal
ribellare la città contro del duca. Venute poi alcune squadre di genti
d'armi a Piacenza, maggiormente fermarono l'empito d'essi villani.
Tuttavia, continuando essi nel loro ammutinamento, nel dì 5 di maggio
giunse Donato Milanese colle genti del duca, e, data loro battaglia,
li disfece, colla morte e prigionia di moltissimi, de' quali furono
impiccati i più colpevoli. Fu preso il _conte Onofrio_ Anguissola,
che s'era fatto lor capo, e condannato a perpetua carcere. Per questa
rivoluzione gran gente si partì da quel territorio, che perciò rimase
in cattivissimo stato. Anche il conte _Tiberto Brandolino_, che
era stato mandato a Piacenza per que' rumori nel dì 2 di febbraio,
chiamato poi a Milano, fu messo in dura prigione per ordine del duca,
imputato d'aver tenuta mano coi contadini sollevati, e che essendo
già in accordo col _duca d'Angiò_ e con _Jacopo Piccinino_, fosse
per fuggirsene alla lor parte. Era valentissimo condottier d'armi, ma
dicono ancora che non avea pari nella crudeltà. Questi poi nel dì 12
di settembre per disperazione si tagliò nelle carceri la gola, seppure
altri non l'aiutò a terminare la vita. Intanto il duca Francesco per
la sua buona complessione si riebbe dalla temuta idropisia, in maniera
nondimeno che non riacquistò più il solito buon colore del volto, nè
la primiera agilità delle membra. Si applicò poi col vigore di prima a
sostener gl'interessi del re Ferdinando, che si trovavano tuttavia in
mala positura, per mancanza spezialmente di pecunia, quantunque sì il
papa che il duca pagassero puntualmente le rate pattuite.
Sul principio della state del presente anno[3072] il _principe
di Taranto_ e _Jacopo Piccinino_ assediarono Giovenazzo, e colla
artiglieria forzarono alla resa quella terra. Coll'uso della stessa
forza conquistarono Trani e Barletta. Non poterono già vincere Ariano;
e intanto s'impossessò il _duca Giovanni_ di Manfredonia e de' luoghi
circonvicini, per lo che le di lui genti continuarono le scorrerie
e i saccheggi per la Puglia, finattantochè unitosi il re Ferdinando
con _Alessandro Sforza_ condottiere delle armi sforzesche, andò
coll'esercito suo ad accamparsi un miglio lungi da Troia. Quivi ancora,
stando a fronte le armate nemiche, nel dì 18 d'agosto si venne ad
un general fatto d'armi. Dalle tredici ore sino alle diciannove durò
l'aspro combattimento, e in fine, rovesciati, gli Angioini si diedero
precipitosamente alla fuga. Per loro fu un gran sussidio la vicina
città di Troia, dove i più si rifugiarono. Non si potè frenare la
cupidigia dei vincitori soldati, che non si sbandassero e corressero
a spogliare il campo e i tesori delle tende nemiche; lo che osservato
dal Piccinino, che stava sulle mura di Troia, prese animo per uscir
di nuovo contro i dispersi bottinatori, riuscendogli di ricuperar
molti dei prigioni, e di uccidere o mettere in fuga assaissimi de'
nemici. Più avrebbe fatto, se il re Ferdinando ed Alessandro, raunate
alcune squadre di cavalleria, non l'avessero respinto entro la città.
Tuttavia restò così indebolito per questa rotta l'esercito angioino,
che Giovanni d'Angiò e il Piccinino nella seguente notte, lasciato un
buon presidio in Troia, si ritirarono a Nocera, Manfredonia e Trani.
Venne poscia in potere di Ferdinando Orsara; e la città di Troia per
ripiego trovato si diede ad _Ippolita_, e non già ad _Isotta_, come
ha il Gobellino[3073], figliuola del duca di Milano, destinata moglie
d'Alfonso figlio del re. Trovossi in essa abbondante massa di roba,
lasciata dai fuggitivi nemici, e furono presi cinquecento cavalli.
Foggia, San Severo, Ascoli ed altre terre tornarono all'ubbidienza
del re. Maggiormente ancora si abbassò da lì innanzi lo stato
del duca d'Angiò[3074]; imperocchè l'accorto _re Ferdinando_ poco
stette a spedir messi al vecchio principe di Taranto suo zio, cioè
a _Gian-Antonio Orsino_, che con umili parole e proteste di non mai
interrotto affetto il pregarono di pace, ben conoscendo il re, che
se si staccava dal duca d'Angiò, questo potente signore, il qual solo
co' suoi danari tenea in buona lena il contrario partito, non poteano
durarla lungo tempo i suoi nemici. Tanto seppero dire quei messi, che
si ridusse il principe nel dì 13 di settembre[3075] ad abbracciare dal
canto suo la pace col papa, col re e col duca di Milano. Rapportati si
veggono dal Gobellino gli articoli di quella capitolazione. Per essa
quanto migliorò la fortuna e crebbe l'allegrezza del _re Ferdinando_,
altrettanto rimasero sbigottiti il _duca d'Angiò, Jacopo Piccinino_ e
_Sigismondo Malatesta_.
Ed appunto il Malatesta ci chiama ad accennar ciò che gli avvenne
nell'anno corrente. Aveva egli raunato un bel corpo d'armata con
pensiero di trasferirsi in Abbruzzo per le continue istanze del
duca d'Angiò e del Piccinino[3076]. Si mise anche in viaggio, ed era
pervenuto nella Marca a Monte Olmo, quando due nuove il fecero tornare
indietro. L'una fu che _Federigo_ conte di Montefeltro e d'Urbino,
_Napolione Orsino_ e _Matteo da Capoa_, capitani del papa, venivano
con assai gente ai danni de' suoi Stati. L'altra che da alcuni
traditori gli si prometteva l'acquisto di Sinigaglia, qualora si
fosse presentato colla sua armata sotto quella città. In fatti corse
egli a Sinigaglia[3077], e cominciò a batterla colle artiglierie; e
quantunque colà giugnesse anche l'esercito pontificio, ed assicurasse
que' cittadini del soccorso, pure per maneggio de' congiurati non meno
la città che la rocca si diedero a Sigismondo. Ma non volendo egli
essere quivi assediato, nella notte precedente al dì 14 d'agosto ne
uscì colle sue genti per ridursi a Mondolfo sulle sue terre. Non fu
sì occulto il suo movimento, che nol sapessero i capitani papalini, i
quali, messe in armi le lor soldatesche, sul far del giorno gli diedero
addosso e lo sconfissero, inseguendolo fin sulle porte di Mondolfo,
e facendo prigionieri circa mille e cinquecento cavalli, e fra gli
altri _Gian-Francesco Pico_ dalla Mirandola, che era ito ad unirsi ad
esso Malatesta con ottocento cavalli. Si prevalsero di questa vittoria
i capitani del pontefice, perchè non passò il mese di settembre che
presero l'intero vicariato di Fano, ossia Mondavio, Mondaino, Santo
Arcangelo, Verucchio, ed altre assaissime terre; in una parola quasi
tutto il contado di Rimini. Se ne andò Sigismondo per mare in Abbruzzo
a chiedere soccorso al duca Giovanni e a Jacopo Piccinino; ma ritrovò
che essi abbisognavano anche più di lui di soccorso; e però, beffato
della espettazione sua, se ne ritornò a provvedere il meglio che potè
ai proprii bisogni. In Venezia diede fine in quest'anno al vivere suo
il doge _Pasquale de' Malipieri_ nel dì 5 di maggio[3078], e venne da
lì a pochi giorni, cioè nel dì 12, in sua vece eletto doge _Cristoforo
Moro_, che era procurator di San Marco. Tra Corneto e Cività Vecchia in
quest'anno nelle montagne della Tolfa fu scoperta una miniera di allume
di rocca, da cui venne da lì innanzi un gran profitto alla camera
pontificia. Vaghi sempre in addietro i Genovesi di mutar governo, e
sempre fra loro discordi[3079], ebbero nell'anno presente delle novità.
_Lodovico da Campofregoso_ doge fu cacciato dal trono e dalla città, e
nel dì 14 di maggio _Paolo Fregoso_, ambizioso arcivescovo di quella
città, si fece proclamar doge; ma non giunse al fine d'esso mese,
che fu detronizzato. Per la terza volta nel dì 8 di giugno tornò ad
essere doge _Lodovico Fregoso_. A tutti questi movimenti stava attento
_Francesco Sforza_ duca di Milano, uomo di fina accortezza; e siccome
egli amoreggiava da gran tempo quella ricca e potente città, cominciò
di buon'ora a preparare i mezzi per ottenerne il fine. Il primo passo
fu quello di non irritare _Luigi XI_ re di Francia, che manteneva le
sue pretensioni sopra Genova. Tanto maneggiò che ottenne da esso re
la rinunzia di quelle ragioni in favor suo: nella qual occasione si
esibì di far prendere in moglie a _Galeazzo Maria_ suo primogenito
una principessa di soddisfazione del re[3080]. Venuto a notizia di
_Lodovico Gonzaga_ marchese di Mantova questo trattato, se ne chiamò
molto offeso, perchè, essendo già seguiti gli sponsali fra una sua
figliuola ed esso Galeazzo Maria, si trovava aspramente burlato dal
duca. Da ciò venne ch'egli s'unì co' Veneziani, dai quali fu preso per
lor generale di Terra ferma.