[3051] Vita Poggii, tom. 20 Rer. Ital.
[3052] Gobell., Comment., lib. 3. Raynaldus, Annal. Eccles.
[3053] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[3054] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3055] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 26, tom. 21 Rer. Ital.
Jovianus Pontanus. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Gobellinus, et
alii.
[3056] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.
[3057] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 27, tom. 21 Rer. Ital.
[3058] Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[3059] Tristan. Caracciol., Opusc., tom. 22 Rer. Ital.
[3060] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[3061] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLXI. Indiz. IX.
PIO II papa 4.
FEDERIGO III imperadore 10.
Io non so come il Rinaldi[3063] ed altri storici riferiscano sotto
il precedente anno la rivoluzione di Genova, che certamente avvenne
nell'anno presente. Per le gravezze smoderate che andavano mettendo
i Franzesi a quella città, erano essi venuti in odio a non pochi;
oltre a ciò la plebe non sapea digerire che il peso principale delle
contribuzioni fosse a lei addossato, con goderne intanto esenzione
molti dei nobili e dei più ricchi. Forse anche un segreto vento spirava
dalla parte dell'accorto duca di Milano, a cui dispiaceva quel nido
di Franzesi. Ora nel dì 9 di marzo la plebe si levò a rumore, e crebbe
nella notte il tumulto, con essersi fatta nel giorno seguente tal massa
di gente armata, che il luogotenente regio, trovandosi senza forze da
poter resistere alla moltitudine, si ritirò nel castelletto. Entrarono
allora in Genova _Paolo Fregoso_ arcivescovo e _Prospero Adorno_,
amendue seguitati da una copiosa frotta di villani armati, i quali
forzarono gli altri Franzesi a ritirarsi anche essi nel castelletto.
Seguì poi gran discordia tra i Fregosi e gli Adorni. Furono spinti
parecchi di essi fuor di città; ma, accordati fra loro, venne dipoi
eletto doge di Genova _Prospero Adorno_. Dopo di che si diedero a
vigorosamente assediare il castelletto, e ricorsero per soccorso a
_Francesco Sforza_ duca di Milano, il quale aspettava a mani giunte
l'occasione di cacciare di colà i Franzesi; nè si fece molto pregare
ad inviar loro più migliaia di fanti, ed insieme una grossa somma
di danaro, nutrendo fin d'allora la speranza d'impadronirsi egli di
quella città. L'arcivescovo Paolo fu, per sospetti insorti, obbligato a
ritirarsi; ma perchè giunsero nuove che Carlo re di Francia inviava sei
mila combattenti contra di Genova per terra, e il _re Renato_ signor
della Provenza incamminava anch'egli a quella volta sette galeazze
piene di gente; il duca di Milano fece tornar l'arcivescovo a Genova,
mandò rinforzo di nuova pecunia, ed operò che _Marco Pio_ signor di
Carpi con sua brigata marciasse in aiuto de' Genovesi. Arrivarono
finalmente per terra e per mare i Franzesi, e v'era in persona lo
stesso re Renato. Non seppero servirsi del tempo: altrimente potevano
sulle prime entrare in Genova. Assediarono dunque la città, e seguirono
varii assalti e molti combattimenti, con difendersi valorosamente il
doge, l'arcivescovo e i cittadini, aiutati dagli Sforzeschi, finchè
nel dì 17 di luglio[3064], mentre si faceva una general battaglia da
ambe le parti, arrivati a Genova tre capitani dello Sforza, cioè _Carlo
Cadamosto _da Lodi, _Giorgio Dalmatino_, soprannominato Targhetta,
e _Niccolò Epirota_, i quali fecero credere imminente l'arrivo d'un
gagliardo rinforzo di gente, inviato dal duca dì Milano; proruppero in
sì alte voci d'allegrezza i Genovesi, gridando: _Viva Sforza, viva il
duca_, che i Franzesi atterriti diedero tosto a gambe. Furono inseguiti
dal furioso popolo di Genova, e parte da esso e parte dai contadini,
fama fu che ne restassero uccisi più di due mila e cinquecento[3065],
fra' quali circa cento cavalieri a speroni d'oro: il Filelfo ed
altri dicono fin quattro mila; e ciò perchè i Franzesi, allora gente
bestiale, non davano quartiere agli Italiani, e però dagl'Italiani
furono pagati della stessa moneta. Vi restarono non di meno anche
moltissimi d'essi prigioni. Dopo cotal vittoria insorse nuovamente lite
tra gli Adorni e Fregosi. Prevalendo gli ultimi, toccò a _Prospero
Adorno_ d'uscir di città, e di perdere il governo. Col consentimento
dell'arcivescovo fu eletto doge _Spineta Fregoso_ suo cugino; ma da lì
a poco entrato in Genova con molti armati _Lodovico Fregoso_, già stato
doge di quella città, si fece eleggere di nuovo doge coll'abbassamento
di Spineta. Questi ottenne il possesso del castelletto dal _re Renato_,
il quale se ne tornò a Savona, tuttavia ubbidiente a lui, e poscia
a Marsilia, portando seco una gran doglia per un'impresa così mal
terminata. Venne poi a morte nel dì 22 di luglio _Carlo VII_, glorioso
re di Francia, e però dalla di lui collera e vendetta rimasero liberi
i Genovesi. Succedette in quel regno _Lodovico XI_, suo primogenito,
principe d'umore strano, stato finora in discordia col padre.
Per conto del regno di Napoli, appena coll'arrivo della primavera
poterono uscire in campagna gli emuli principi, che tutti furono in
armi. In quattro luoghi era nell'anno presente la guerra. _Sigismondo
Malatesta_, acconciatosi con _Giovanni duca _d'Angiò, facea guerra al
papa. Era questi tenuto in briglia da _Lodovico Malvezzo_ e da _Pier
Paolo de' Nardini_[3066]. Furono amendue assaliti nel dì 2 di luglio a
Castello Leone dal Malatesta, e durò la zuffa ben cinque ore. Ebbero la
peggio le truppe pontifizie, e vi morì il Nardini; il Malvezzo vi perdè
tutto il credito, perchè non avea la gente che era obbligato a tenere,
e Sigismondo rimase padrone del campo. Se non fuggiva _Bartolomeo_
vescovo di Corneto, commissario del papa con quattro squadre di
genti d'armi a Rocca Contrada, forse era differente il fine di quella
battaglia. Misesi poi Sigismondo a' dì 19 di luglio in viaggio per
passare in Abbruzzo ed unirsi col conte _Jacopo Piccinino_; ma, udito
che il papa mandava _Napolione Orsino_ con assai gente nella Marca,
se ne tornò indietro alla difesa del proprio paese. Intanto non si
può esprimere che sdegno ed odio concepisse il pontefice Pio contra
d'esso Sigismondo; e però diede mano alle scomuniche, e sottopose
all'interdetto tutte le di lui città e terre, e il fece dipignere qual
traditore per gli Stati della Chiesa. Altra guerra fu nella Sabina,
perchè s'erano ribellati i Savelli. Ma inviato ai loro danni _Federigo
conte_ d'Urbino colle milizie pontifizie, ridusse nel mese di luglio
_Jacopo Savello_ alla necessità di chiedere accordo, e l'ottenne.
Guerreggiava nei medesimi tempi in Abbruzzo _Jacopo Piccinino_, ed avea
messo il campo ad un castello. Accorsero in quelle parti _Alessandro
Sforza_ e _Matteo da Capoa_ per dargli soccorso, e scontratisi per
accidente in viaggio con _Antonio Caldora_, che colle sue genti andava
ad unirsi al Piccinino gli diedero una rotta: lo che fu cagione, che
esso Piccinino, levatosi da quell'assedio, cavalcasse verso il contado
dell'Aquila. Ma tenendogli dietro Alessandro e Matteo, tanto fecero
che il ridussero ad uscire d'Abbruzzo. Se n'andò egli a trovare il
duca d'Angiò e il principe di Taranto, che allora si trovavano in
Puglia. Poco mancò che non prendesse piede la discordia insorta fra
il _pontefice Pio_ e il _re Ferdinando_ in questi tempi. La città di
Terracina era allora sotto il dominio di Ferdinando. Fece rumore quel
popolo, e Pio II mandò a prenderne il possesso. Acquistò ancora il
conte d'Urbino molte terre nel regno di Napoli; e strano parve che le
prendesse a nome del papa, il quale veramente le ritenne in suo potere.
Fece il re Ferdinando molte doglianze per questi atti; ma sì grave era
il bisogno che egli avea dell'assistenza papale nel lubrico suo stato,
che gli convenne sagrificar questi piccioli interessi al maggiore.
Infatti Pio II gl'inviò un possente soccorso di gente sotto il comando
di Antonio suo nipote, figliuolo d'una sua sorella, adottato nella casa
Piccolomini. E perciocchè esso Pio non volea essere da meno degli altri
papi che aveano già cominciato, e seguitarono poi lungo tempo, a tenere
per uno dei lor principali pensieri e desiderii quello d'ingrandire
a dismisura i lor nipoti, dopo aver egli investito di varie terre
della Chiesa questo suo nipote, procurò che anche il re Ferdinando il
promovesse a gradi più alti[3067]. Ora, dopo avergli data esso re in
moglie Maria sua figliuola bastarda, nel dì 27 di maggio il dichiarò
ancora duca d'Amalfi e gran giustiziere del regno; e cavalcando per
Napoli il tenne a' fianchi, con far portare davanti a lui un'insegna e
un pennone. A lui parimente nell'anno 1465 donò la contea di Celano.
Coll'esercito suo uscì bensì _Ferdinando_ in campagna, ma non avrebbe
forse potuto resistere al duca d'Angiò e al principe di Taranto, che,
colla giunta delle truppe del Piccinino, già erano superiori di forze,
e il tennero anche come assediato in Barletta per alquanti giorni,
se _Alessandro Sforza_ non fosse anche egli arrivato colla sua gente
a rinforzarlo. In oltre eccoti all'improvviso sbarcare a Trani, ed
impadronirsi di quella città _Giorgio Castriota_ appellato Scanderbech,
potente signore in Albania, e celebre per le vittorie riportate contro
ai Turchi, che con circa ottocento bravi cavalieri venne in aiuto del
re Ferdinando. La venuta di questo principe, che lasciava la guerra
contro il comune nemico, allora minacciante i suoi Stati, per correre
a quella del regno di Napoli, diede occasione a molti di sparlare di
papa Pio: quasi che tutti i suoi movimenti per incitare i cristiani
a militare in Oriente, e per raccogliere tanta copia di danaro con
decime ed indulgenze da tutta la cristianità, andassero poi a finire
in una guerra contra dei Franzesi, per sostenere la corona sul capo
a Ferdinando. Certamente l'autore della Cronica di Bologna[3068] con
poco vantaggio parla del danaro ammassato per far guerra ai Turchi, che
fu poi dissipato in altro uso. Coi rinforzi suddetti il re Ferdinando
campeggiò per qualche tempo; assediò Gesualdo, e, dopo non so quanti
giorni, in faccia ai nemici se ne impadronì; e andato anche sotto
Nola, non solamente l'ebbe a patti, ma condusse anche ai suoi servigii
il _conte Orso Orsino_, che v'era di guarnigione, e con esso lui la
sua gente ancora, con che terminò la campagna[3069]. Avea il papa
scomunicato chiunque seguitava il partito angioino. Nè si dee tacere
che il medesimo pontefice, oltre all'aver canonizzata in quest'anno
santa Caterina da Siena, fece anche nel dicembre una promozione
di cardinali, tutti persone di merito, fra i quali merita d'essere
menzionato _Jacopo Ammanati_ Lucchese, appellato il cardinal di Pavia,
perchè vescovo di quella città, uomo di rara letteratura e di singolar
prudenza, come ne fan fede le sue lettere stampate.