NOTE:

[3070] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital.

[3071] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.

[3072] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 29, tom. 21 Rer. Ital.

[3073] Gobel., Comment., lib. 10.

[3074] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[3075] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[3076] Gobellin., Simonetta, et alii.

[3077] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[3078] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[3079] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.

[3080] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCLXIII. Indiz. XI.

PIO II papa 6.

FEDERIGO III imperadore 12.

Erasi ridotto, dopo la rotta ricevuta a Troia, il duca _Giovanni

d'Angiò_ in molte angustie per mancanza di danaro[3081], nè _Jacopo

Piccinino_, che faceva bensì la figura di suo capitano, ma era infatti

padrone del medesimo duca, sapea come fornire al bisogno. Insorse lite

fra _Rogerotto conte_ di Celano e _Cobella_ sua madre. Ricorse il

primo al Piccinino, che non tardò a passare colle sue armi colà. Il

frutto che ne riportò lo sconsigliato Rogerotto, fu che il Piccinino

prese Celano, e tutto lo mise a sacco, con far ivi grosso bottino di

vasi d'oro e d'argento e di pietre preziose, e di gran quantità di

grani e di pecore, con che ristorò la armata sua. Poscia, durante il

verno, assediò Sulmona, e se ne impadronì, con farsi pagare da que'

cittadini cinque mila ducati d'oro. Era anche andato il _re Ferdinando_

a mettere l'assedio ad un castello di Marino principe di Rossano e duca

di Sessa. Venne a quella volta il Piccinino, e il re fu obbligato a

ritirarsi a Capoa: tutte azioni che fecero risorgere in alto il credito

del Piccinino, che dianzi s'era molto abbassato. Si ridusse egli

dipoi coi Caldoreschi in Abbruzzo, dove andò a trovarlo colle milizie

_Alessandro_ signor di Pesaro, fratello del duca di Milano, e in faccia

di lui s'accampò. Trovavasi molto stretto il Piccinino, quando ecco

nel dì 10 d'agosto[3082] mandò a chiedere salvocondotto ad Alessandro

per potersi abboccare con lui. L'abboccamento fu di pace o tregua,

e, dopo molto dibattimento, si conchiuse ch'egli, abbandonato il duca

d'Angiò, passerebbe al servigio del _re Ferdinando_ colla sua gente,

riterrebbe Sulmona ed altre terre da lui occupate, e gli sarebbono

per un anno pagati novanta mila ducati d'oro per la sua condotta,

cioè trenta mila dal re, altrettanti dal papa ed altrettanti dal duca

di Milano. Così cessò egli di far guerra a Ferdinando. Tardi uscito

in campagna esso re Ferdinando colle sue genti, andò a far guerra

all'ostinato duca di Sessa _Marino Marzano_. Diede il guasto al suo

paese, ed avendolo trovato i soldati pieno di vettovaglie e di roba,

tutti empierono le borse. Prese varie sue castella e torri; diede anche

una rotta alle genti di lui; ma non potè per allora fare di più. Dopo

la pace e tregua stabilita col Piccinino, passarono le armi sforzesche

addosso agli Aquilani. Aveano essi la peste in casa, e questa facea

strage. Venuto a trovarli l'altro flagello della guerra, presero

la risoluzione di trattar d'accordo; e però con buona capitolazione

tornarono all'ubbidienza del re Ferdinando. Intanto Marino duca di

Sessa, mirando in che bell'ascendente oramai fossero gli affari di

Ferdinando, si sollecitò ad implorar perdono ed accordo. Il re, a cui

premeva di guadagnar questo possente barone, e tanto più perchè il duca

d'Angiò s'era annidato nelle di lui terre, gli fece buoni patti, se

non che volle in ostaggio alcune fortezze di lui. E, per maggiormente

adescarlo, promise _Beatrice_ sua figliuola per moglie a _Giambatista

Marzano_ figliuolo d'esso Marino. Fu dunque forzato _Giovanni duca_

d'Angiò ad allontanarsi da Sessa; nè dopo la perdita di tanti aderenti,

avendo egli luogo migliore da assicurarvisi, passò a dimorar nell'isola

d'Ischia, mettendosi con fidanza in mano di _Pietro Toriglia_, famoso

corsaro, che, quantunque Catalano, avea seguitato il di lui partito, ed

occupava quell'isola. Riteneva l'Angioino pochi altri luoghi nel regno

alla sua divozione; ma in questi tempi il governatore del castello

dell'Uovo vicino a Napoli, Catalano anche esso e traditore, diede

quella fortezza al medesimo duca d'Angiò.

La guerra, che _Federigo conte_ d'Urbino facea a _Sigismondo Malatesta_

signor di Rimini, e suo antico nemico, al primo buon tempo si risvegliò

più vigorosa che mai[3083]. Andò egli a mettere il campo per terra

intorno a Fano, e nello stesso tempo _Jacopo cardinal di Tiano_ per

mare con uno stuolo di navi concorse alla stessa impresa. Alla difesa

di quella città stava Roberto figliuolo d'esso Sigismondo, che per lo

spazio di quattro mesi si sostenne valorosamente contro gli assalti,

le mine e le cannonate dell'esercito nemico, nè volea udir parola

di rendersi. Eransi talmente inoltrati sotto le mura gli aggressori,

che già imminente si scorgea la loro entrata e il sacco della città.

Allora i cittadini segretamente spedirono al campo a trattar d'accordo,

ed, ottenutolo, aprirono le porte al conte d'Urbino, da cui ebbero

buon trattamento. Alla caduta di questa città, succeduta nel dì 26

di settembre[3084], tenne dietro quella di Sinigaglia, di Gradara,

della Pergola e d'altre terre, di maniera che fu ridotto Sigismondo al

possesso della sola città di Rimini e d'alcuni pochi castelletti. Messo

così in camicia e disperato, si rivolse al patrocinio della signoria

di Venezia, che già in segreto l'andava aiutando. Erano i Veneziani

padroni di Ravenna, ed anche nel mese di maggio aveano comperata da

_Malatesta de' Malatesti_ la città di Cervia, acquisto d'importanza

per le saline, dalle quali si ricava un utile non lieve; ma acquisto

ch'era sommamente dispiaciuto al papa, perchè fatto senza licenza

sua, e perchè troppo dannoso riusciva alla Chiesa l'andar le sue

terre in mano d'una sì potente repubblica. Secondo il Sanuto[3085],

la compera di Cervia accadde nel dì 4 di luglio dell'anno seguente:

lo che, se vero fosse, non apparterrebbe ai tempi di Pio II. Comunque

sia, convenne al papa di sofferir tutto sul riflesso del bisogno delle

forze venete per la meditata guerra col Turco. Mandarono i Veneziani

ad esso pontefice ambasciatori, pregandolo di perdonare a Sigismondo

pentito de' suoi falli; ma seppe ben loro negarlo il papa, troppo mal

soddisfatto di lui. Contuttociò, avendo lo stesso Sigismondo inviati

alcuni de' suoi a supplicarlo di pace e di perdono colle maggiori

umiliazioni, e con ampio mandato di accettar qualunque legge che

la Santità sua gl'imponesse, Pio condiscese finalmente nel mese di

ottobre a rimetterlo in sua grazia, ma con dure condizioni, cioè senza

restituirgli un palmo di quanto gli avea tolto, e con permettere bensì

ch'egli ritenesse la città di Rimini, ma con sole cinque miglia di

contado, ed obbligazion di pagare annualmente il censo di mille ducati

d'oro alla camera apostolica. Nel dì 4 di giugno, per attestato del

Gobellino[3086], a cui si dee maggior fede che all'autore degli Annali

di Forlì[3087], il quale scrive nel dì 24 di giugno, diede fine al

suo vivere _Biondo Flavio_ da Forlì, rinomato scrittore delle cose

d'Italia, che lungo tempo avea faticato nella segreteria pontifizia.

Mancò eziandio di vita _Gian-Antonio Orsino_ principe di Taranto

in età assai avanzata, e fu detto di morte naturale, nel dì 15 di

novembre[3088]; ma non mancano storici che il dicono strangolato nel

castello d'Altamura da due suoi servitori corrotti dal re Ferdinando.

Non si può negare, Ferdinando in promettere e mancar di parola, e

in far pace per tradire, non ebbe pari; del che troppe pruove ne

somministra la storia. Qualunque nondimeno fosse la morte di questo

principe, certo è che il re Ferdinando non solamente rimase libero

da una pungente spina[3089] (ben sapendo egli che fra esso principe

e il duca d'Angiò, anche dopo la pace, passava buona intelligenza),

ma eziandio avvantaggiò mirabilmente il suo Stato. Si trovò (seppure

non si fabbricò) un testamento, per cui l'Orsino avea istituito erede

dei suoi Stati, ch'erano assaissimi, il re Ferdinando. Però questi

corse ad impossessarsi di Bari, d'Otranto, di Taranto e degli altri

paesi, e massimamente d'Altamura e di altri luoghi forti, dove un gran

tesoro di pecunia, di gioie e d'altri ricchi arredi, ammassati in tanti

anni dal principe suddetto, grande avaro insieme e gran mercatante.

Fama fu che ascendessero al valor d'un milione: mirabil rugiada, che

servì al re per divenire ricco di povero ch'era, e per ristorar le sue

truppe, le quali da gran tempo morivano di sete, e, in una parola, per

ristabilire affatto il suo dominio. Colpo mortale fu questo, per lo

contrario, a Giovanni duca di Angiò, e la depression totale del suo

partito. In questi tempi ancora avea il re Ferdinando, andando unito

con _Alessandro Sforza_[3090], fatti ritornare alla sua divozione

_Pier Paolo Cantelmo_ duca di Sora e i _Sanseverineschi_, e presa la

ricca città di Manfredonia, che miseramente andò tutta a sacco. Scorse

ancora nell'anno presente la peste per varie città d'Italia, mietendo

le vite degli uomini, dei quali nella sola città di Ferrara perirono

quattordici mila[3091].

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 213 / 216 题