[3034] Platina, Vita Pii II.
[3035] Thomas, Histor. Senen., tom. 20 Rer. Ital.
[3036] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3037] Raynaldus, Annal. Eccles.
[3038] Ammirati, Istor. Fiorent.
[3039] Raynaldus, Annal. Ecclesiast. Gobellinus, Comment. Platina, Vita
Pii II.
[3040] Gobellin., Platina, et Raynaldus, Annal. Eccles.
[3041] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3042] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23.
[3043] Gobellinus, Comment., lib. 2. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer.
Ital.
[3044] Istor. Napolet., tom 23 Rer. Ital.
[3045] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[3046] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5. Simonetta, Vita Francisci
Sfortiae, lib. 26, tom. 21 Rer. Ital.
[3047] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3048] Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.
[3049] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3050] Gobel., Comment., lib. 3.
Anno di CRISTO MCCCCLX. Indiz. VIII.
PIO II papa 3.
FEDERIGO III imperadore 9.
Continuando il buon _papa Pio II_ il suo soggiorno in Mantova, impiegò
tutto il suo zelo per l'esecuzione del suo disegno intorno all'unione
dei principi cristiani, gli ambasciatori de' quali erano concorsi a
quella dieta[3052]. Quei di Firenze, Siena, Genova e Bologna promisero
soccorsi. _Borso duca_ di Modena e signor di Ferrara chiaramente
esibì trecento mila ducati d'oro. I Veneziani anche essi si mostrarono
pronti a far guerra, ma voleano il comando dell'armata e delle genti
degli altri principi. Più larghe erano le offerte del _re Ferdinando_,
sennonchè egli si trovava involto in una pericolosa guerra col _duca
d'Angiò_ e coi suoi baroni. Nulla si potè ottener dalla Francia. Poco
ancora potea sperarsi dalla Germania, perchè, per la morte di _Ladislao
re_ d'Ungheria e di Boemia, _l'imperador Federigo_, pretendendo a
quei regni, pensava più a sè stesso che ai Turchi. Cosa promettesse
_Francesco duca_ di Milano non apparisce. I fatti fecero vedere che
i suoi molti colloquii col papa furono di aiutare il re Ferdinando,
e non già di guerreggiare in Levante. Furono nondimeno nella dieta di
Mantova stabiliti varii punti intorno al formare una possente flotta
per mare e un poderoso esercito per terra da inviare contro ai Turchi:
tutte belle disposizioni, le quali dove andassero a terminare, non
tarderemo a vederlo. Ciò fatto, senza badare al rigore del verno, mosse
da Mantova il pontefice Pio nella metà di gennaio, ed arrivò a Ferrara
nel giorno 17[3053], servito sempre nel viaggio per Po dal _duca Borso_
con apparato di festa anche maggiore del precedente. Nel dì 22 arrivò
a Bologna, e di là poi passò a Siena, dove si fermò sino al dì 1 di
settembre: nel qual tempo andò ai bagni di Macerata e di Petriolo. Egli
era maltrattato dalla gotta, e si facea portar dagli uomini in lettiga.
Perchè vedea _Sigismondo Malatesta_, uomo torbido e malcontento della
pace fatta, prese al suo soldo _Lodovico Malvezzo_[3054], condottiere
di ottocento cavalli e ducento fanti. E non il prese indarno, perchè
Sigismondo nel novembre ruppe la guerra alla Chiesa, e andò all'assedio
di Castello Moro; ma ne fu cacciato con suo disonore da esso Malvezzo.
Cresceva intanto l'incendio della guerra nel regno di Napoli. Già
_Marino Marzano_ principe di Rossano e duca di Sessa vedemmo che
s'era congiunto con _Giovanni duca_ d'Angiò, ossia di Lorena[3055].
Altrettanto fecero _Antonio Caldora_ e gli altri Caldoreschi molto
potenti nello Abbruzzo, e _Pier Giovanni Cantelmo_ duca di Sora,
e _Niccola conte_ di Campobasso. Penetrato poi il duca Giovanni in
Abbruzzo, trovò ubbidiente a' suoi cenni la città dell'Aquila. Intanto
dal servigio di Ferdinando si levò ancora _Ercole Estense_, fratello
del duca Borso, e colla sua brigata si gettò nel partito dell'Angioino,
aprendogli le porte la città di Nocera dei Pagani. Ma quello che
maggiormente rinforzò l'esercito del duca Giovanni fu la venuta al suo
soldo di _Jacopo Piccinino_, già staccato dal servigio degli Aragonesi,
sì perchè egli era gran capitano d'armi, e sì ancora perchè seco trasse
un buon corpo di soldatesche[3056]. Partitosi egli da Cesena sul fine
di marzo, per la marca d'Ancona andò in Abbruzzo, accrescendo con ciò
l'animo agli Angioini, in poter dei quali vennero dipoi Foggia, San
Severo, Manfredonia e molte altre terre. Allora fu che _Gian-Antonio
Orsino_ principe di Taranto, levandosi la maschera, si dichiarò del
partito angioino, ed unì col duca le sue forze, che erano ben molte.
Con tale prosperità camminavano gli affari del duca; e già pareva
ch'egli fosse per far balzare dal trono il re Ferdinando. Ricorse il
re ai Veneziani e Fiorentini, ma niun di essi volle prendere impegno
alcuno in favore di lui. Il solo _papa_ e _Francesco duca_ di Milano
furono in suo aiuto. La maggior apprensione che si avesse lo Sforza
dopo l'acquisto dello Stato di Milano, fu sempre quella dei Franzesi,
per le pretensioni del duca d'Orleans al ducato di Milano, a cagione di
_Valentina Visconte_. Mal volentieri si vedeva egli vicino esso duca
di Orleans, padrone della città d'Asti. Gli stava anche sul cuore il
dominio di Genova dato al re di Francia. Se fosse riuscito in oltre a
Giovanni duca d'Angiò di conquistare il regno di Napoli, tanta potenza
dei Franzesi in Italia potea far tremare un duca di Milano[3057].
Perciò Francesco Sforza diede circa due mila cavalli a _Buoso Sforza_
suo fratello nel marzo di quest'anno, con ordine di andare ad unirsi
con _Alessandro Sforza_ signore di Pesaro suo fratello, e col conte
Federigo d'Urbino, per impedire il passaggio del _Piccinino_ alla volta
del regno di Napoli. O non vollero, o non poterono essi tagliargli la
strada; e però gli tennero dietro per la Marca, e, giunti anche essi
in Abruzzo cominciarono a far guerra alle terre di _Giosia Acquaviva_.
Non meno del duca di Milano avea i suoi motivi _Pio II_ pontefice
d'assistere al re Ferdinando in sì grave bisogno; nè egli potea
sofferire i Franzesi, tanto più che negato gli aveano ogni sussidio
contro dei Turchi. Pertanto inviò a Ferdinando in soccorso _Simonetto
da castello di Piero_, e _Rinaldo Orsino_, con molte squadre di
cavalleria. In questi tempi, volendo il re Ferdinando tirare nel suo
partito _Marino duca_ di Sessa, si lasciò condurre ad un abboccamento
con lui, accompagnato da due soli compagni. Era venuto il duca con due
altri per assassinarlo; ma egli così ben seppe difendersi colla spada,
ch'ebbero tempo i suoi d'accorrere e di ripulsare i traditori.
Col pontifizio rinforzo esso re Ferdinando uscì dipoi in campagna,
e giacchè il duca d'Angiò col principe di Taranto era coll'esercito
suo pervenuto sino a Nola, andò a trovarlo, e fu a fronte dei
nemici al fiume Sarno sul principio di luglio. Siccome superiore di
forze, gli avea già ridotti a tale che li potea vincere colla fame.
Ma da giovanile baldanza mosso, contuttochè Simonetto e gli altri
saggi capitani il dissuadessero, volle dar loro battaglia nel dì 7
di luglio[3058]. Andò in isconfitta tutta l'armata sua; Simonetto
vi lasciò la vita; moltissimi furono gli uccisi, più i prigioni.
Ferdinando con soli venti cavalli si ritirò salvo a Napoli[3059]. Ma,
ritrovandosi senza danari, non ebbe scrupolo la _regina Isabella_,
sua moglie saggia, di andare colla bussola in mano per Napoli cercando
come per limosina soccorso; e con ciò raccolse una somma d'oro, tanto
che il re si rimise alquanto in arnese. Ma quella vittoria si tirò
dietro favorevoli conseguenze pel duca di Angiò. Nola col circonvicino
paese se gli diede. _Roberto conte_ di San Severino, e il duca di
San Marco, con gli altri della casa di San Severino, non potendo di
meno, vennero alla di lui ubbidienza. Così parimente fece Cosenza in
Calabria, a riserva della rocca; e Castellamare in Terra di Lavoro, e
moltissime altre terre e baroni del regno, di modo che a poco oramai si
stendeva la signoria del re Ferdinando. Se il duca d'Angiò marciava a
dirittura a Napoli, fu comune credenza che vi avrebbe messo dentro il
piede, perchè neppur ivi mancava a lui una grossa fazion d'Angioini.
Ma il principe di Taranto, che non volea finir sì presto la guerra,
si oppose, e condusse il duca contro d'alcune terre e baroni tuttavia
disubbidienti[3060]. In Napoli poi col tempo fu detto che la _regina
Isabella_, nipote di esso principe di Taranto, vestita da zoccolante,
fosse ita a trovarlo, e, gittatasi a' di lui piedi, il pregasse, che
giacchè l'avea fatta regina, la lasciasse anche morire regina; e che
egli perciò menasse a spasso da lì innanzi il duca d'Angiò. Non andò
molto che anche a San Fabiano in Abbruzzo _Jacopo Piccinino_ venne
alle mani con _Alessandro Sforza_ e col conte d'Urbino nel dì 27 di
luglio[3061]. Fu quella una sanguinosa ed ostinata battaglia, che durò
dalle venti ore del giorno sino alle tre della notte, con gran perdita
di cavalli da amendue le parti, ma maggiore da quella di Alessandro, il
quale nella stessa notte tacitamente levò il suo campo, e si ridusse in
salvo. Non restando dunque oppositore in quelle contrade, al Piccinino
cadde in pensiero di far guerra al papa, per distorlo dalla lega col
re _Ferdinando_. Calò dunque nell'autunno nel territorio di Rieti,
dove prese alcune terre degli Orsini. _Jacopo Savello_, che molte
altre ne possedeva nella Sabina, s'accordò tosto con lui. Per questa
novità s'empiè di terrore Roma stessa. Di ciò avvisati _Alessandro
Sforza_ e _Federigo conte_ d'Urbino, valicato l'Apennino, sen vennero
su quel di Norcia; e l'arrivo loro servì a fare che ritornasse Jacopo
Piccinino colle sue milizie a svernare in Abbruzzo. Tuttavia il papa
pregò _Francesco Sforza_ duca di Milano d'inviargli alquante delle sue
truppe per maggior sua sicurezza. Aveva anche lo stesso duca spedito al
re Ferdinando, dopo la rotta di Sarno, oltre a buona somma di denaro
due mila cavalli ben in punto, e mille fanti, coi quali e colle sue
truppe ricuperò molti luoghi intorno a Napoli, fece tornare alla sua
divozione i Sanseverineschi, e riebbe la ricca città di Cosenza, capo
della Calabria, che fu barbaricamente allora messa tutta a sacco. Per
guadagnare alla parte sua _Roberto da San Severino_, il re Ferdinando
gli diede il principato di Salerno, con ispogliarne _Felice Orsino_.
Gran tribolazione patì in questo anno Venezia per cagion della peste,
la quale, aiutata dalla negligenza degl'Italiani d'allora, troppo
spesso s'introduceva nelle città, e dall'una passava alla altra
con facilità mirabile. Nota parimente il Sanuto[3062] che in questi
tempi la mirabil arte della stampa fu portata a Venezia, e cominciò a
diffondersi a poco a poco anche per l'altre città italiane.