NOTE:

[3026] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.

[3027] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5. Simonetta, Vit.

Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.

[3028] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Blondus, Surita, Fazellus,

et alii.

[3029] S. Antoninus, P. III, tit. 22.

[3030] Raynald., Annal. Eccles. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae,

tom. 21 Rer. Italic. Surita, Pontanus, et alii.

[3031] Æneas Sylvius, Epist. 269.

[3032] Gobellin., Comment., lib. I. S. Antonin., Par. III, lib. 22,

cap. 16.

[3033] Infessur., Diar. P. XI, tom. 2 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCLIX. Indiz. VII.

PIO II papa 2.

FEDERIGO III imperadore 8.

Tale era l'ardore del pontefice _Pio II_ per promuovere l'unione de'

principi cristiani contro il nemico comune, che il rigore del verno nol

potè impedire dal mettersi in viaggio nel dì 22 di gennaio[3040] alla

volta di Mantova, scelta per luogo del congresso, a cui erano stati

preventivamente invitati. Vedesi descritto il suo viaggio dal Gobellino

e dall'autore della Cronica di Bologna[3041]. Fermossi a Perugia tre

settimane, avendo quivi ricevuto onori immensi. Passò a Siena nel dì

24 di febbraio, accolto ivi ancora con somma magnificenza da' suoi

concittadini, verso i quali volendo esercitare la sua gratitudine,

eresse in arcivescovato la chiesa di Siena. Arrivò a Firenze nel dì

25 d'aprile con gran festa di quel popolo; nel qual tempo passò a

miglior vita _Antonino arcivescovo_ di quella città, riguardevole

letterato del presente secolo, che per la santità de' suoi costumi e

delle singolari sue virtù meritò di essere registrato nel ruolo de'

santi[3042]. Prima ancora del papa era giunto a Firenze _Galeazzo Maria

Sforza_, primogenito di _Francesco duca_ di Milano, spedito con pomposo

accompagnamento di nobiltà, guardie e famiglia, affin di baciare, a

nome del padre, i piedi a sua Santità. Per onorar questo giovinetto

principe non lasciarono indietro i Fiorentini alcun solazzo e

spettacolo, anche di grande spesa: tanta era l'amicizia ed attaccamento

che essi professavano al duca. Pervenne Pio II da Firenze a Bologna

nel dì 9 di maggio, prevenuto colà dallo stesso giovane Sforza nel dì 6

d'esso mese. Fu ricevuto il papa con singolar pompa da quel popolo, e,

presentategli le chiavi della città, le restituì agli anziani. Poscia

nel dì 16 del mese suddetto, partito di là in barca, arrivò fuori di

Ferrara al monistero di Sant'Antonio, dove prese riposo sino al dì

18, in cui fece la solenne sua entrata[3043] nella città, servito da

innumerabil nobiltà, e massimamente dal signore, cioè da _Borso d'Este_

duca, il quale procurò, colla varietà e magnificenza delle feste e

degli apparati, di superar ogni altra città per dove era passato il

pontefice; giacchè dal lato di sua madre si gloriava d'essere suo

parente. Colà pervenne ancora il prelodato principe Galeazzo Maria. Fu

nel dì 24 di maggio la festa del Corpo del Signore, e volle lo stesso

pontefice far la funzione della sacra processione. Forse non s'era

mai veduta Ferrara sì luminosa per l'immensa quantità di nobili e di

popoli accorsi per vedere o per onorare il vicario di Cristo. Partitosi

poi nel dì seguente il papa, fu accompagnato con vaghi bucentori sino

ai confini del Mantovano, daddove passò a Mantova. In quella dieta

cominciò a far uso della sua eloquenza per muovere l'assemblea ad una

poderosissima spedizione contra dei Turchi, sollecitando intanto i re

e principi ad inviare colà i loro ambasciatori, che tardavano molto a

venire.

Non lieve remora a cotale impresa cominciò a provarsi per la guerra

insorta fra il _re Ferdinando_ e molti baroni del regno, i quali,

quantunque, per ordine di _papa Pio_, Ferdinando fosse stato coronato

re di Napoli dal cardinale _Latino Orsino_ nel dì 11 di febbraio in

Barletta[3044], pure avrebbono più volentieri veduto su quel trono

_Giovanni duca_ di Angiò, governatore allora di Genova a nome di

_Carlo VII re_ di Francia[3045]. Il primo a sfoderar la spada fu

_Gian-Antonio Orsino_, principe di Taranto, il più potente e ricco

principe allora del regno, a cagion di tante terre ch'egli possedeva,

e di cento mila ducati d'oro che soleva pagargli la camera regia pel

mantenimento delle sue truppe. Ossia che il re Ferdinando fosse il

primo a lasciar trasparire un mal animo verso la di lui grandezza, ed

occupasse alcune castella di lui; che il poco fa mentovato Giovanni

duca d'Angiò figliuolo del _re Renato_ movesse l'Orsino a ribellione;

oppure che esso Gian-Antonio ed altri baroni regnicoli mirassero di

mal occhio Ferdinando, principe di mente e d'animo, e più di nascita,

dissomigliante dal _re Alfonso_ suo padre: certo è che fra esso

principe di Taranto e il re Ferdinando in quest'anno si diede qualche

principio alla guerra distesamente narrata da Gioviano Pontano,

celebre letterato napoletano di questi tempi, ma che da me vien sol

toccata di passaggio. Cessò questa fra poco mercè di una convenzione,

ma non cessò l'odio conceputo da Gian-Antonio contra del re. Era,

siccome dissi, governatore di Genova pel re di Francia il suddetto

Giovanni duca d'Angiò, e credendo egli venuto il tempo di tentare

l'impresa di Napoli prima che Ferdinando si assodasse sul trono, e

tanto più perchè teneva buona intelligenza con alcuni baroni del regno;

cominciò a preparar gente e danaro[3046]. Avvertitone Ferdinando da

_Francesco duca_ di Milano, contra d'esso Giovanni suscitò _Pietro da

Campofregoso_, già doge di Genova, che si trovava mal corrisposto, e

perciò malcontento de' Franzesi, ai quali avea ceduta Genova. Questi

per terra andò all'assedio di Genova accompagnato da quelle forze che

potè raunar co' fuorusciti nel mese di febbraio. Ma dacchè si avvide

andar ben d'accordo i cittadini coi Franzesi, si ritirò a Chiavari per

aspettar tempo più propizio. E il _Villamarino_ inviato nel mare dal

re Ferdinando, accortosi anch'egli d'essersi armate dai Genovesi dieci

galee per dargli addosso, se ne ritornò indietro. Verso il fine di

agosto arrivarono a Genova dodici galee, mandate dal _re Renato_ signor

di Provenza al _duca Giovanni_ suo figliuolo, colle quali unitesi le

dieci de' Genovesi e tre loro vascelli, fecero vela, e andarono a Porto

Pisano. Allora fu che a Pietro da Campofregoso parve più propria la

occasione di assaltar Genova, rimasta alquanto sfornita di gente[3047];

e però nel dì 13 di settembre improvvisamente di notte s'accostò

alla città, e, data la scalata alle mura, vi s'introdusse con alcune

schiere de' suoi. Venuto il giorno, ancorchè si trovasse deluso dalla

conceputa speranza che quei della sua fazione si sollevassero in aiuto

suo, pur venne coraggiosamente alle mani co' Franzesi; ma vi lasciò

la vita, e quei che erano entrati, furono o morti o presi; e al resto

di sua gente, inseguita dai vincitori, toccò la stessa disavventura.

Scrive Cristoforo da Soldo[3048] che il duca di Milano avea mandato

in aiuto del Fregoso settecento cavalli sotto il comando di _Tiberto

Brandolino_, e che anch'essi andarono via sconfitti. Il Simonetta

seppe ben dissimular questo fatto. Sbrigato da questo nemico il duca

Giovanni, volò a raggiugnere la sua flotta, con animo di trasferirsi in

Calabria, dove tenea corrispondenza con _Antonio Santiglia_ marchese

di Cotrone, il quale gli avea fatto sperare lo acquisto di tutta la

Calabria. Ma _Ferdinando_, scoperto l'affare, prevenne il colpo, con

far prigione lo stesso marchese, ed essendo poi passato in Calabria a

metter l'assedio a Catanzaro, ivi lasciò morti molti de' suoi senza

potersene impadronire. Nel dì 5 d'ottobre arrivò colla sua armata

navale il duca Giovanni a Napoli. La _regina Isabella_, donna prudente,

essendo il re in Calabria, mosse il popolo alla difesa, di maniera che

Giovanni, non vedendo movimento alcuno, se non nemico, nella città, se

ne andò a Castello-a-mare del Volturno, dove fu ben ricevuto da _Marino

Marzano_, principe di Rossano e duca di Sessa, che alzò le bandiere

d'Angiò. De' suoi fatti meglio parleremo all'anno seguente.

Mentre questa briga era nel regno di Napoli, stando il pontefice _Pio

II_ in Mantova, arrivarono colà gli ambasciatori di varii principi e

di molte teste coronate; e in persona vi comparve _Francesco Sforza_

duca di Milano, menando seco un grandioso accompagnamento, e fu

accolto con distinto amore ed onore dal pontefice e da _Lodovico

marchese_ di Mantova. Per lui recitò in quella pubblica assemblea

un'orazione _Francesco Filelfo_, uno allora dei primi letterati

d'Italia, che riscosse l'ammirazione d'ognuno, e fin dallo stesso

papa, il quale nell'eloquenza latina non cedeva ad alcuno. In

questi tempi tuttavia _Federigo conte_ d'Urbino e _Jacopo Piccinino_

erano addosso a _Sigismondo Malatesta_ signore di Rimini colle male

parole[3049]. Cinquantasette castella gli aveano tolto, delle quali

ne misero a saccomano ed abbruciarono trentasette. Lo avrebbono

fors'anche ridotto agli ultimi sospiri; ma fu creduto che il Piccinino,

guadagnato sottomano con regali, non gli volesse far quel male che

potea. Sigismondo, trovandosi a mal partito, altro rifugio non ebbe

che di ricorrere a Mantova per pregare il papa d'interporsi affine

di ottenergli pace. Ossia che Pio, come vuole il Gobellino[3050],

arbitrasse egli; oppure, come ha la Cronica di Bologna, che fosse

rimesso l'affare per ordine del pontefice al duca di Milano, suocero

bensì di esso Malatesta, ma con ragione disgustato di lui: certo è

che fu pronunciato il laudo, per cui restò obbligato Sigismondo a

restituire al conte d'Urbino la Pergola ed altre terre a lui tolte,

e a pagare in varie rate al re di Napoli quaranta mila ducati d'oro

ch'egli avea truffato al re Alfonso, e di dare, per sicurezza di tal

pace, al papa in deposito la città di Sinigaglia e il vicariato di

Mondavio. Dura fu la legge, ma la necessità l'obbligò ad accomodarvisi.

Così, ricuperate le sue castella, ebbe pace, ma pace comperata ben

cara. Merita _Poggio dei Bracciolini_ Fiorentino, segretario di quella

repubblica, e letterato insigne di questi tempi, che si faccia menzione

della sua morte, accaduta nell'anno presente a dì 30 di ottobre[3051],

con lasciar dopo di sè molte opere e gran nome. Mancò pure di vita

in Napoli _Gianozzo Manetti_, parimente Fiorentino, letterato non

inferiore all'altro per la sua molta dottrina e cognizione delle lingue

ebraica, greca e latina.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 209 / 216 题