NOTE:

[3009] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 15. Bonincontrus, Annal.,

tom. 21 Rer. Ital.

[3010] Gobelin., Comment. Pii II Papae.

[3011] Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.

[3012] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[3013] Giornal. Napoletani, tom. 21 Rer. Ital.

[3014] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.

[3015] Corio, Istoria di Milano.

[3016] Raynaldus, Annal. Eccles.

[3017] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Giornal. Napolet.,

tom. 21 Rer. Ital.

[3018] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Æneas Sylvius, in Epist.

207. S. Antonin., et alii.

Anno di CRISTO MCCCCLVII. Indiz. V.

CALLISTO III papa 3.

FEDERIGO III imperadore 6.

Non lasciò il _re Alfonso_ passare questo anno senza tenere in

esercizio l'armi sue. Accanito contra _Pietro da Campofregoso_ doge di

Genova, a tutte le maniere il volea atterrare, e rimettere in Genova

gli Adorni, co' quali probabilmente era in concerto di divenir poi egli

padrone di quella sì importante città. Seguitò dunque a danneggiare

i Genovesi; e questi, senza perdere il coraggio, armarono anch'essi

molti legni per ripulsare la forza. Nè, per quanto dicesse o facesse il

papa, volle Alfonso desistere, allegando sempre che n'erano in colpa i

Genovesi medesimi. Ma in questi tempi la storia di Genova è mancante

di scrittori: laonde poco si sa di quegli avvenimenti. Nè questo gli

bastò. Era egli in collera anche contra di _Sigismondo Malatesta_

signore di Rimini e Fano[3022], perchè questi, siccome già accennai,

preso al suo soldo nella guerra co' Fiorentini, lo avea burlato con

passare al servigio degli stessi Fiorentini, e truffargli trenta

ossieno quaranta mila fiorini d'oro. Ordinò dunque Alfonso a _Federigo

duca_ di Urbino, soldato suo, che attaccasse lite con esso Sigismondo.

Fu ubbidito. Il re poi gli mandò in aiuto _Jacopo Piccinino_ colla

sua brigata di cavalleria e fanteria. Cominciarono essi le offese nel

mese di novembre, tolsero al Malatesta alcune castella, e gli recarono

molti altri danni. Non poca apprensione agli altri principi d'Italia

diedero questi movimenti d'Alfonso, temendo ch'egli avesse delle mire

più vaste. Francesco Foscari doge di Venezia era già pervenuto all'età

decrepita[3023]. Prima ancora di questi tempi avea dovuto inghiottire

varie amare pillole di disgusti a lui dati dalla nobiltà sua compagna

nel governo, a cagione di Jacopo suo figliuolo, cervello torbido, e

che si metteva sotto i piedi le leggi della patria. Più d'una volta

per questo egli avea chiesta licenza di rinunziare la sua dignità, ma

senza essere esaudito, in considerazione de' molti meriti suoi colla

repubblica. Tempo arrivò ch'egli, lontano dall'abbandonar il trono, fu

forzato ad abbandonarlo. Sotto pretesto ch'egli a cagion della sua età

non fosse più atto al governo, gl'intimarono di rinunziare. Ricusò ben

egli di farlo; ma, ciò non ostante, il consiglio procedette innanzi, e,

dichiaratolo deposto, nel dì 23 d'ottobre il rimandarono per forza alla

sua casa, non senza grave mormorio del popolo, con assegno fattogli

di due mila ducati d'oro l'anno finchè vivesse[3024]. Visse nondimeno

pochissimo, perchè, all'udire il lieto suono delle campane per la

creazion del nuovo doge, tale affanno di cuore il prese, che gli crepò

una vena nel petto, oppure per altro malore terminò i suoi giorni. Fu

dunque in sua vece eletto doge _Pasquale Malipiero_, procuratore di San

Marco, che colla gravità e bella presenza, e coll'amore della giustizia

accoppiava non poca carnalità e lascivia. Per la di lui creazione di

grandi feste furono fatte in Venezia.

Le maggiori applicazioni del vecchio papa _Callisto III_ erano in

questi tempi per commovere i principi cristiani ed anche i Persiani

contro del Turco, che sempre più andava stendendo le ali[3025]. Il

_cardinale Lodovico_ suo legato colla sua picciola flotta diede in

quest'anno delle busse sotto Metelino a que' Barbari; picciolo rimedio

a male sì grande. Ma poco o nulla si sbracciavano i re e principi della

cristianità per secondare le idee e preghiere del papa; ed essendo

morto _Ladislao re_ d'Ungheria e di Boemia, que' popoli e l'_imperador

Federigo_, in vece di accudire alla guerra contra il comune nemico,

la cominciarono fra loro. Intanto andava ogni dì più crescendo la

discordia fra _papa Callisto_ e il _re Alfonso_. Si credeva il re

di poter fare il padrone addosso a questo pontefice, perchè nato suo

suddito, e sparlava anche di lui. Callisto, all'incontro, non voleva

essere signoreggiato, nè potea sofferire che Alfonso, dopo il preso

impegno della crociata contro de' Turchi, si burlasse di lui, con avere

piuttosto rivolte le sue armi contra de' Genovesi e de' Malatesti.

Però gli negò l'investitura del regno di Napoli per _don Ferdinando_

duca di Calabria suo figliuolo bastardo, benchè legittimato da'

papi precedenti: il che irritò forte Alfonso. I tremuoti dell'anno

antecedente ed altri provati in Calabria anche nel presente, e il

turbine già accennato della Toscana, e la peste che tuttavia andava

girando per l'Italia e mietendo le vite degli uomini, dovettero

essere i motivi, per li quali un frate Gian Batista dell'ordine de'

Predicatori, che portava una barba lunghissima, e camminava a piè

nudi, pubblicamente predicò in Piacenza nel dì 6 di luglio[3026], che

s'avvicinava la venuta dell'Anticristo e il fine del mondo, allegando

una simil predizione fatta da san Vicenzo Ferrerio. Alla più lunga si

dovea verificar questa predizione nell'anno 1460. Se si sia verificata,

ognuno può renderne buona testimonianza.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 207 / 216 题