[2959] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent.,
tom. 20 Rer. Ital.
[2960] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic. Nauclerus, Platina,
et alii.
[2961] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2962] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2963] S. Antonin., P. III, tit. 22.
[2964] Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2965] Æneas Sylvius, Hist., lib. 4.
[2966] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2967] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2968] Nauclerus, Histor. Æneas Sylvius, Hist. Austr.
[2969] Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2970] Porcell., Comment., tom. 20 Rer. Ital.
[2971] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. eod.
[2972] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2973] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 22.
[2974] Porcelli, Comment., lib. 8, tom. 20 Rer. Italic.
[2975] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLIII. Indiz. I.
NICCOLÒ V papa 7.
FEDERIGO III imperadore 2.
Tuttochè _Francesco Sforza_ fosse quel grande eroe che convien
confessarlo, e già signoreggiasse tutto il ducato di Milano, pure si
trovava in istato da non poter competere nè durarla lungo tempo colla
superior potenza della repubblica veneta, sì perchè troppo indebolito
a lui pervenne lo Stato di Milano, e sì perchè nel medesimo tempo gli
conveniva sostener la guerra anche contra _Lodovico_ duca di Savoia, e
contra di _Guglielmo di Monferrato_. Anche i signori di Correggio dal
canto loro faceano guerra agli Stati di Parma e di Mantova. Unitamente
dunque tanto egli come i Fiorentini[2976] si rivolsero a _Carlo VII
re_ di Francia, pregandolo d'aiuto, e fecero gli occorrenti maneggi per
tirare in Italia _Renato duca di Angiò_ e di Lorena, che tuttavia usava
il titolo di re di Sicilia, facendogli credere che, sbrigati dalla
guerra co' Veneziani, l'aiuterebbono colle loro armi a conquistare il
regno, ed intanto annualmente gli pagherebbono cento venti mila fiorini
d'oro. Accettò egli il partito, obbligandosi di calare in Italia con
due mila e quattrocento cavalli. Mentre si trattava di questo affare,
sul principio di gennaio[2977], vollero i Veneziani, non ostante il
rigore del verno, fare una spedizione contro il marchese di Mantova,
per torgli Castiglione delle Stiviere. E in effetto essendo deputato
a questa impresa _Jacopo Piccinino_, dopo varii assalti che costarono
la vita a parecchie centinaia di persone, costrinsero quella terra a
rendersi, salva la roba e le persone. Ma non fu a quel misero popolo
mantenuta la fede. Andò a sacco tutta la terra; gran bottino vi fu
fatto, e niun riguardo fu avuto all'onore delle donne, con vituperio
grave di chi permise tanta infedeltà e barbarie. Venuto il marzo,
acquistarono essi Veneziani alcune castella; ma sotto Manerbe toccò
a _Gentile da Lionessa_ loro generale una ferita, per cui nel dì 15
d'aprile cessò di vivere. Fu dato il bastone del comando di quella
armata a _Jacopo Piccinino_, personaggio che dopo Francesco Sforza era
in questi tempi il più prode, attivo ed accorto condottieri d'armi.
S'impadronirono le armi venete di alcune altre castella, con ricuperar
anche Pontevico. Per l'uscita in campagna del duca di Milano, che
tornò sul Bresciano, cessarono le lor conquiste. Intanto i Veneziani,
per aderire alle brame di _Carlo da Gonzaga_, voglioso di ricuperar
alcune sue castella toltegli dal marchese di Mantova suo fratello,
gli diedero tre mila cavalli con cinquecento fanti. Dalla parte del
Veronese entrò egli nel Mantovano, e faceva già dei progressi, quando
nel dì 15 di giugno il marchese, assistito da _Tiberto Brandolino_,
il venne a trovare, e fu con lui alle mani. L'aspra e dura battaglia
durò cinque ore, e finì colla sconfitta di Carlo e de' Veneziani, che
vi lasciarono più di mille cavalli ed alcuni capi di squadre. Andò
in questo mentre il duca di Milano all'assedio di Gedo ossia Gaido,
e tanto vi stette sotto, che se ne impadronì. Diedero anche le sue
genti sotto Castiglione una buona percossa a quattro mila nemici nel
dì 15 d'agosto. Avea ne' medesimi tempi Ferdinando duca di Calabria,
per ordine del re Alfonso suo padre, riaccesa la guerra in Toscana, ma
con far pochi fatti[2978]. I Fiorentini colle loro genti il teneano
corto, e ripigliarono alcuni lor luoghi ancora. Perchè il duca di
Milano abbisognava forte di danaro, avea mandato in loro aiuto il conte
Alessandro suo fratello con due mila persone, e da loro avea ricavato
ottanta mila fiorini d'oro.
Ma eccoti la dolorosa nuova che Maometto II imperador de' Turchi,
il quale nell'anno precedente avea messo l'assedio all'imperiale
città di Costantinopoli, nel presente con un furioso assalto dato
nel dì 29 di maggio[2979] se ne era impadronito, con tagliare a pezzi
_Costantino Paleologo_ ultimo imperadore dei Greci, e più di quaranta
mila cristiani, con profanar tutte le chiese, e commettere i più
orridi eccessi che si usano in tali congiunture, e massimamente dai
Barbari. Tutto con perpetua infamia del nome cristiano e de' principi
del cristianesimo d'allora, solamente applicati a scannarsi l'un
l'altro: del qual fatto parvero nella opinione del mondo spezialmente
rei il re Alfonso e i Veneziani, che, più degli altri a portata di
soccorrere i miseri Greci, amarono piuttosto di far guerra in Italia
a chi desiderava la pace. Ed ebbero bene a pentirsene gli stessi
Veneziani, perchè molti lor nobili e mercatanti rimasero involti in
quella sì deplorabil rovina, e peggio dipoi loro avvenne. Ora trafisse
il cuore d'ognuno, e principalmente di papa _Niccolò V_, questa al
maggior segno funesta e lagrimevole nuova, sì per la perdita di così
nobile e importante città, come ancora per le sue pessime conseguenze,
le quali poco si stette a provarle; perchè i Turchi tolsero Pera a'
Genovesi, e cominciarono a stendere le lor conquiste pel mare Egeo con
danno gravissimo ed incredibil terrore degli altri popoli cristiani.
Allora fu che il pontefice[2980] piucchè mai accese il suo zelo per
ismorzare in Italia, Germania ed Ungheria l'incendio delle guerre;
e spedì a Venezia, a Milano, a Genova e a Firenze, acciocchè ognuno
inviasse ambasciatori a Roma per trattar della pace, minacciando
la scomunica a chiunque ripugnasse ad opera di tanto bisogno per la
cristianità. Allo stesso fine scrisse caldissime lettere agli altri re
e principi cristiani, sollecitando tutti a prestar aiuti per ricuperar
Costantinopoli (cosa per altro oramai disperata), o per impedire
gl'imminenti progressi de' Maomettani.
Spedirono bensì i principi d'Italia i lor ministri alla corte
pontifizia; ma intanto si continuò a guerreggiare fra loro. S'era
provato il _re Renato_ di passar le Alpi con circa tre mila e
cinquecento cavalli; gli si oppose _Lodovico duca_ di Savoia[2981].
Costretto a passar egli per mare a Ventimiglia, e poscia ad Asti, tanto
fece, che _Lodovico delfino_ di Francia prese l'armi in suo favore, ed
obbligò il duca di Savoia, benchè suocero suo, a lasciar passare la di
lui gente nel mese di settembre. Giunto il re Renato in Monferrato, la
prima impresa che fece, fu quella di pacificare _Guglielmo_, fratello
di quel marchese, col _duca Francesco_: nel qual tempo _Bartolomeo
Coleone_ spedito dal duca occupò il borgo e la rocca di San Martino nel
cuore del Monferrato. S'interpose dunque Renato, ed operò che _Giovanni
marchese_ e _Guglielmo_ suo fratello compromettessero in lui tutte le
differenze fra loro e Francesco duca di Milano. Il compromesso del
dì 15 di settembre è rapportato da Benvenuto da San Giorgio[2982].
Così cessò in quelle parti la guerra, e lo Sforza richiamò di là
quattro mila combattenti, che vennero a rinforzar la sua armata
sul Bresciano. Giunse colà dipoi anche lo stesso Renato co' suoi; e
ingagliardito colla giunta di tante brigate l'esercito sforzesco, nel
dì 16 d'ottobre andò all'assedio di Pontevico[2983]. Per forza fu presa
quella terra nel dì 19 dagl'Italiani, che le diedero tosto il sacco.
V'entrarono susseguentemente anche le genti del re Renato, e vedendo
già sparecchiata la tavola, cominciarono ad infierir contra di que'
poveri abitanti, ammazzando uomini, donne e fanciulli. Erano i Franzesi
d'allora gli stessi che quei d'oggidì per quel che riguarda l'amore
dei piaceri, divertimenti e gozzoviglie; e però, giunte a Milano le
squadre di Renato, dove trovarono delizie, non sapeano più partirsene.
Ma diversi per altro conto da quei d'oggidì erano i Franzesi d'allora,
perchè crudeli oltre modo e di maniere turchesche nel far la guerra,
non volendo dar quartiere ai vinti che lo chiedevano, e commettendo
altre simili barbarie: laddove gl'Italiani di questi tempi non
solamente davano quartiere, ma, spogliati che aveano i prigionieri,
siccome altrove ho detto, li lasciavano andar con Dio. Della cristiana
moderazion de' Franzesi d'oggidì l'Italia e la Germania ha veduto
frequenti gli esempli anche a' dì nostri. Ma così orrida crudeltà usata
dai Franzesi suddetti, la maggior parte Piccardi, sparse un tal terrore
per le terre ubbidienti ai Veneziani[2984], che mandavano innanzi
le chiavi senza voler aspettare l'arrivo dell'esercito sforzesco.
Caravaggio, Triviglio e tutta la Geradadda, a riserva di Soncino e
Romanengo, tornarono in potere dello Sforza. Così in poco tempo quasi
tutta la pianura del Bresciano si sottomise alle di lui armi. Roado,
Palazzuolo, Chiari, Pontoglio, Martinengo, Manerbe, ed assaissime altre
terre e molta parte della pianura di Bergamo vennero alla divozion
del duca di Milano. Posto poi l'assedio agli Orci Nuovi, nel dì 12
di novembre, lo sforzò egli nel dì 22 alla resa, e Soncino anch'esso
tornò alle sue mani. A tanti progressi contribuì non poco l'essersi
precipitosamente ritirata a Brescia l'armata veneta per trovarsi troppo
inferiore di forze alla nemica. Così terminò la campagna dell'anno
presente, e le soldatesche furono distribuite a' quartieri d'inverno.
Avea il pontefice Niccolò mandato a' confini in Bologna _Stefano
Porcaro_ nobile romano per sospetti del suo umor torbido[2985]. Tramò
costui una congiura con alcuni Romani contro la vita e lo Stato dello
stesso papa; e nella festa di santo Stefano dell'anno precedente si
partì all'improvviso da Bologna senza licenza del _cardinal Bessarione_
legato di quella città. Con tutta fretta ne spedì il cardinale per un
corriere l'avviso al papa, il quale, avendo tosto messe buone spie in
campo[2986], fece, nella vigilia dell'Epifania, prendere esso Porcaro
in casa sua con alquanti de' suoi partigiani che già erano in armi.
Formato il suo processo, fu, nel dì 9 di gennaio, impiccato per la
gola. Soggiacquero alla medesima pena altri de' suoi congiurati,
ed altri furono banditi. Intenzion di costoro era di ridurre Roma
all'antica sua libertà. Ma per un papa che facea tanto di bene a Roma,
fa tanto più orrore un così nero attentato.