NOTE:

[2954] Manett., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2955] Infessur., Diar., tom. 3 Rer. Ital.

[2956] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[2957] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital., pag. 963.

[2958] Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 22. Poggius, lib. 8. Sanuto ed

altri.

Anno di CRISTO MCCCCLII. Indizione XV.

NICCOLÒ V papa 6.

FEDERIGO III imperadore 1.

Avendo nell'anno precedente _Federigo III_ re de' Romani risoluto di

calare in Italia per prendere la corona imperiale in Roma, e mandati

innanzi i suoi ambasciatori per disporre il _pontefice Niccolò_ e i

principi italiani al suo ricevimento[2960], sul principio di gennaio

dell'anno presente entrò in Italia, conducendo seco _Ladislao_ suo

nipote, eletto re d'Ungheria e di Boemia, che allora era in età di

dodici anni, ventidue vescovi, molt'altra baronia, e circa due mila

cavalli, tutti ben montati, ma mal vestiti. Passando pel Friuli e per

altri Stati della repubblica veneta, ricevè distinti onori. Allorchè

entrò nel Polesine di Rovigo[2961], fu incontrato da _Borso d'Este_

signor di Ferrara con accompagnamento magnifico, e con lui, nel dì

17 del mese di gennaio, entrò in essa Ferrara. Quivi si riposò otto

giorni in nobili solazzi e divertimenti; e regalato di quaranta

corsieri e di cinquanta falconi ben ammaestrati alla caccia, continuò

poscia il suo viaggio alla volta di Bologna[2962], dove arrivò nel dì

25 con gran festa e solennità di quel popolo. Non fu meno magnifico

l'accoglimento a lui fatto nel dì 30 del suddetto mese[2963] dalla

repubblica di Firenze, allorchè entrò in quella città, da dove poi

passò a Siena, e quivi si fermò per qualche tempo. Seco era _Enea

Silvio_ de' Piccolomini Sanese, vescovo di quella città, e segretario

suo, uomo di mirabil ingegno e di gran letteratura, che fu poi papa Pio

II. Nel dì 9 di marzo con incredibil magnificenza fece la sua solenne

entrata in Roma[2964], dove il saggio _pontefice Niccolò_ per ogni

buona precauzione avea rannate tutte le sue milizie, e ben munite le

fortezze. Ossia perchè Federigo non avea voluto riconoscere per duca

di Milano _Francesco Sforza_, oppure perchè in Milano durava tuttavia

la peste, certo è ch'egli non andò a Milano, per prender ivi la corona

ferrea. Inviò bensì lo Sforza il suo primogenito _Galeazzo Maria_

a Ferrara con gran comitiva ad attestargli il suo ossequio e la sua

ubbidienza, ma punto non si cangiò per questo l'animo d'esso Augusto

verso di lui. Ora, giunto a Roma Federigo, fece istanza al pontefice

di ricevere dalle mani di lui la corona del regno longobardico. Per

testimonianza di Enea Silvio[2965], fu questo punto messo in consulta,

e tuttochè reclamassero non poco gli ambasciatori di Milano, il papa

procedè oltre, e nel dì 15 di marzo in San Pietro il coronò come re

di Lombardia, dichiarando nulla di meno essere sua intenzione che tal

atto non pregiudicasse al diritto dell'arcivescovo di Milano[2966].

Nello stesso giorno avea egli prima congiunta in matrimonio con esso

Augusto Federigo _Leonora_ figliuola del re di Portogallo, ed anche

essa fu per conseguente coronata. Poscia nel dì 18 del medesimo mese

riceverono amendue dalle mani di esso pontefice la corona imperiale

coi soliti riti e con incredibil festa del popolo romano, essendo

passata tutta la gran funzione e permanenza dell'imperatore in Roma

senza disturbo e con somma pace. Voglioso poscia l'Augusto Federigo di

vedere il _re Alfonso_, principe celebratissimo di questi tempi, e zio

dell'imperadrice, se n'andò con lei a Napoli. Gli onori quivi a lui

compartiti dal re, splendidissimo signore, non ebbero fine. Di colà se

ne tornò egli per mare nel dì 23 di aprile, ed alloggiò in San Paolo

fuori di Roma, laddove poi partito nel dì 26, arrivò nel dì 8 di maggio

a Bologna.

Nel giorno seguente pervenne a Ferrara[2967], ed, accolto con ogni

maggior onore dal _marchese Borso_, prese ivi riposo. Comparvero

colà gli ambasciatori de' Veneziani, di Francesco duca di Milano

e de' Fiorentini, per pregare esso marchese d'interporsi appresso

l'imperadore, acciocchè trattasse di pace fra loro, giacchè

era imminente la guerra. Ne dovette, come è credibile, trattar

l'imperadore, ma con poca fortuna. Ebbe, specialmente in questi

viaggi, occasione Federigo di meglio conoscere i meriti singolari

d'esso Borso Estense signor di Ferrara[2968], e volendo lasciargli una

perenne memoria della generosa sua gratitudine, determinò di crearlo

duca di Modena e Reggio, e conte di Rovigo e Comacchio, città che

gli Estensi riconoscevano dal sacro romano imperio. Questa insigne

funzione fu fatta nella festa dell'Ascensione, giorno 18 d'aprile, con

incredibil concorso di popolo, ed incessante plauso de' Ferraresi e

degli altri sudditi della casa d'Este. Era l'aquila bianca l'antica

arme della casa estense. _Carlo VII_ re di Francia le avea dati i

tre gigli d'oro. Borso cominciò allora per privilegio dell'Augusto

Federigo ad inquartare essi gigli coll'aquila nera imperiale da due

teste. Nel giorno seguente Federigo, superbamente regalato e servito

dal novello duca, si rimise in viaggio, e andossene a Venezia[2969],

dove quell'inclita repubblica fece mirabili sfoggi per onorarlo. Di

là poi passò in Germania. Lo stesso giorno che Federigo si mosse da

Ferrara fu quello in cui la repubblica di Venezia fece dar fiato alle

trombe, con intimare e ricominciar la guerra contra di _Francesco

Sforza_ duca di Milano. Furono, dico, essi i primi a principiar

la danza; ma nello stesso tempo anche _Lodovico duca_ di Savoia, e

_Guglielmo_ fratello di _Giovanni marchese_ di Monferrato, dalla lor

parte mossero l'armi addosso agli Stati del medesimo duca. Similmente

il _re Alfonso_ spinse in Toscana contro i Fiorentini _Ferdinando

duca_ di Calabria suo figliuolo con otto mila cavalli e quattro mila

fanti. Per quel che riguarda i Veneziani, la guerra da lor fatta si

legge minutamente descritta da Porcello Napoletano nella Storia da

me data alla luce[2970]; autore a cui non manca l'adulazione, e che

si truova sempre coll'incensiere in mano per esaltare i fatti anche

menomi di _Jacopo Piccinino_, da lui appellato Scipione, e del conte

_Tiberto Brandolino_, capitani allora della repubblica, e valenti

senza dubbio nell'arte della guerra. Perchè niuna strepitosa impresa

fu fatta in questa guerra, dirò io in breve che l'armata veneta,

consistente in quindici mila cavalli e sei mila fanti, sotto il comando

di _Gentile da Lionessa_, passato l'Oglio, entrò in Geradadda, con

prender ivi varie castella, e fra gli altri Soncino, facendo scorrerie

dappertutto. Per levarli di là, il duca col marchese di Mantova entrò

coll'esercito suo nel Bresciano, e s'impadronì d'alcuni luoghi, il

più importante de' quali fu Pontevico. E perciocchè i Veneziani,

fatto un ponte sull'Adda, spedirono il _conte Carlo da Montone_ con

due mila cavalli per danneggiare il Lodigiano e Milanese, anche il

duca spedì colà _Alessandro Sforza_ signor di Pesaro suo fratello

con un buon corpo d'armati per difendere il paese. Ma venuto egli

alle mani con esso conte Carlo nel dì 25, oppure 20 di luglio[2971],

fu messo in rotta, e, perduti circa ottocento cavalli, se ne fuggì

a Lodi. Seguirono ancora varie scaramuccie ed incontri fra le due

nemiche armate che campeggiavano sul Bresciano[2972], ma senza

impegno o conseguenza degna di memoria. Per conto poi di Guglielmo di

Monferrato, con circa quattro mila cavalli e due mila fanti entrato

nell'Alessandrino, mosse anch'egli guerra al duca di Milano, ed occupò

la maggior parte di quel territorio. Ma nel suddetto dì 25, oppure 26

di luglio, essendo stato spedito contra di lui _Sagramoro da Parma_

con due mila cavalli, e verisimilmente anche con assai fanteria, gli

diede tal rotta con prigionia di molti e presa del bagaglio, che gran

tempo stette Guglielmo a rifar le penne. Fu anche in Toscana, siccome

dissi, guerra per la venuta di _Ferdinando duca_ di Calabria, inviato

dal _re Alfonso_ suo padre contra de' Fiorentini[2973]; ma neppure in

essa tali fatti si fecero che meritino luogo nella presente storia. Di

alcuni soli piccioli luoghi s'impadronì Ferdinando. Dall'altra parte

i Fiorentini, che aveano preso per lor generale _Sigismondo Malatesta_

signor di Rimini, e al lor soldo il signor di Cesena fratello di esso

Sigismondo, e _Taddeo de' Manfredi_ signore d'Imola, e _Michele da

Cotignola_ con altri capitani: i Fiorentini, dissi, misero insieme tale

armata, e la fecero così accortamente campeggiare, che tennero forte

contra l'armata napoletana, costringendola infine a cercar quartiere

d'inverno altrove, senza aver fatta conquista o combattimento di

qualche rilievo. Altrettanto fecero dal canto loro due nemiche armate

ch'erano sul Bresciano, giacchè i Veneziani, sfidati dal duca Francesco

sul principio di novembre ad una giornata campale, accettarono bensì

la sfida, e furono in ordinanza di battaglia; ma poi si ritirarono,

senza far altro, spargendo voce ch'esso duca non volle il giuoco.

Confessa Porcello ne' suoi Commentarli[2974], benchè parziale de'

Veneziani, che questi, e non già il duca di Milano, quei furono che

schivarono l'azzardo del fatto d'armi. Sapeano che la fortuna andava

troppo d'accordo col valore e colla militar maestria di Francesco

Sforza. In questi tempi il conte _Tiberto Brandolino_ valoroso

condottier d'armi, essendo terminata la sua condotta co' Veneziani,

passò colla sua gente, cioè con mille e ducento cavalli e cinquecento

fanti, al servigio del medesimo Sforza. Poco esatto si scorge Lorenzo

Bonincontro in iscrivendo[2975] sotto il presente anno, che venuti a

battaglia i Veneziani collo Sforza e con Lodovico marchese di Mantova,

rimasero sconfitti, ed essere restati prigioni in quel conflitto sette

mila cavalli, Giovanni de' Conti e molti altri capitani. Appartien

questo fatto all'anno seguente, e fu di gran lunga meno il danno de'

Veneziani.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 202 / 216 题