[2915] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.
[2916] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.
[2917] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.
[2918] Raynaldus, Annal. Eccl. Labbe, Concil., tom. 13.
[2919] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2920] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2921] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.
[2922] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.
[2923] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2924] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 17, tom. 21 Rer. Ital.
[2925] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2926] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 18, tom. 21 Rer. Ital.
[2927] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2928] Benvenuto da S. Giorgio. Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.
[2929] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2930] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[2931] Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2932] Ripalta, Histor. Placen., tom. 20 Rer. Ital.
[2933] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.
[2934] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2935] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCL. Indizione XIII.
NICCOLÒ V papa 4.
FEDERIGO III re de' Romani 11.
Avea già il pontefice _Niccolò V_ invitati i fedeli al sacro giubileo,
che in quest'anno s'avea da tenere in Roma, e che fu in fatti
celebrato con insigne divozione e concorso di persone da tutti i regni
cristiani, al dispetto della pestilenza che regnava in Italia[2937].
Dopo il primo giubileo dell'anno 1300, forse non fu mai veduto sì
gran flusso e riflusso di gente in Roma, di modo che le strade maestre
d'Italia pareano tante fiere. Accadde solamente una disavventura, che
in un certo giorno (l'Infessura dice[2938] nel dì 19 di dicembre,
e seco s'accorda l'autore della Cronica di Rimini[2939]) tornando
l'innumerabil popolo dalla benedizione del papa data in San Pietro, nel
passare per ponte Santo Angelo, a cagion dello strepito fatto da una
mula, divenne sì grande la calca, che quivi perirono più di ducento
persone, parte soffocate dalla folla, e parte cadute nel Tevere: del
che sommamente si afflisse il buon pontefice, il quale canonizzò in
quest'anno _Bernardino da Siena_. Di gran tesori lasciò la pietà de'
fedeli in Roma per l'occasione di questo giubileo, e d'essi poi si
servì il saggio papa, non già a far guerre, ma bensì a ristorar le
chiese, ad aiutare i poverelli, ed abbellir sempre più la bella città
di Roma. Adoperossi egli ancora con premura degna del suo sublime
e sacro carattere, affinchè si terminasse la guerra viva tra il _re
Alfonso_ e la _repubblica fiorentina_[2940]. Nè andarono a vuoto i suoi
maneggi, essendosi conchiusa la pace fra loro nel dì 29 di giugno,
per cui fu obbligato _Rinaldo Orsino_ signor di Piombino, che poi
morì in questo anno di peste, a pagar da lì innanzi l'annuo tributo
di cinquecento fiorini d'oro ad esso Alfonso. Nel dì 2 di luglio ebbe
anche fine la discordia del medesimo re coi Veneziani[2941], essendosi,
per opera del _marchese Lionello_ signor di Ferrara, sottoscritta la
pace fra loro dai comuni ambasciatori concorsi alla medesima città
di Ferrara. Contribuirono molto a farla i cangiamenti delle cose di
Milano, de' quali parlerò fra poco. Sciolto così il re Alfonso dai
pensieri di guerra, si diede poi tutto ai piaceri, e ad una vita poco
convenevole alla sua saviezza. Fu questo l'ultimo anno della vita del
suddetto _marchese Lionello_, essendo egli stato rapito dalla morte
nel dì primo di ottobre nel suo delizioso palagio di Belriguardo;
principe d'immortale memoria, perchè, secondo la Cronica di Ferrara, fu
amatore della pace, della giustizia e della pietà, di vita onestissima,
studioso delle divine Scritture, liberale massimamente verso i poveri,
nelle avversità paziente, nelle prosperità moderato, e che con gran
sapienza governò e mantenne sempre quieti i suoi popoli, di modo che
si meritò il pregiatissimo nome di Padre della patria. A lui succedette
nel dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo e Comacchio il _marchese
Borso_ suo fratello, che, quantunque illegittimo, fu anteposto ad
_Ercole_ e _Sigismondo_ suoi fratelli legittimi. Era generale de'
Veneziani _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini. Fu cassato in
quest'anno pei suoi demeriti. Fra le altre cose a lui fu attribuito
il rapimento seguito in Verona di bellissima donna nobile tedesca,
che con accompagnamento degno della sua condizione passava per quella
città andando al giubileo di Roma. Piuttostochè consentire alle voglie
libidinose di chi la rapì, si lasciò ella uccidere: caso che fece gran
rumore per tutta Italia. S'egli veramente fosse reo di tale eccesso
non saprei dirlo, perchè, per quanta inquisizione ne facessero i savii
Veneziani, non si potè scoprirne l'autore. Certo è che la voce comune
addossò ad esso Malatesta questa iniquità, e ne parlano fino i Giornali
di Napoli. In sì cattivo concetto era esso Malatesta, che se non fu,
certamente degno era d'essere creduto reo di tanta scelleraggine.
Per tutto il mese di gennaio e di buona parte del febbraio dell'anno
presente[2942] consisterono le diligenze dello invitto conte _Francesco
Sforza_ in sempre più angustiare la bloccata città di Milano, e in ben
disporre le cose, acciocchè l'armata veneta, da cui continuamente i
Milanesi imploravano soccorso, non giugnesse a condurvi vettovaglie.
Crebbe perciò a dismisura la fame in quella gran città, con essersi
ridotti i poveri a mangiar cavalli, cani, gatti, sorci, e in fin
l'erbe, cioè ad ingoiare per un altro verso la morte, che cercavano
dì fuggire. Se usciva gente per ricoverarsi altrove, ordine v'era ai
capitani dello Sforza di ricacciar ognuno in città. Intanto i rettori,
con belle speranze di presto aiuto, lusingavano il languente popolo,
e veramente Sigismondo, generale allora de' Veneziani, era in qualche
movimento alla volta di Milano. Ma questo soccorso dovea venire, e
mai non veniva. Però nel dì 23 di febbraio _Gasparo da Vimercato_
mosse a rumore qualche cinquecento uomini della plebe, che con alte
grida andarono al pubblico palazzo, da dove furono respinti. Tornati
colà in maggior numero, ed uscito _Leonardo Veniero_ ambasciatore
de' Veneziani, che finora avea confortati i Milanesi a star saldi,
con mettersi a sgridare e minacciare i sediziosi, immediatamente
fu dal furioso popolo tagliato a pezzi[2943]. A questo spettacolo
fuggirono tosto i reggenti; ed essendo restati padroni del palazzo
gli ammutinati, che a vista d'occhio andavano crescendo, corsero ad
impadronirsi delle porte. Nel seguente dì 26 di febbraio, raunato
in Santa Maria della Scala il popolo, fu presa la determinazione
di chiamar per loro signore il _conte Francesco Sforza_, e gliene
fu incontanente spedito l'avviso a Vimercato, da dove egli stava
in procinto di muoversi contro l'armata veneta, la quale era in
moto. _Jacopo Piccinino_ colla sua gente avea preso servigio in
quell'esercito, dacchè vide la rivolta di Milano. Volevano i primarii
cittadini che si stabilisse prima una capitolazione; ma il conte
animato da' suoi benevoli, senza perdere tempo, marciò alla volta
della città; e benchè con qualche fatica, pure v'entrò, incontrato
fuori d'essa da copiosissimo popolo, ed accolto dentro dagli altri,
tutti gridando: _Sforza, Sforza, viva il conte Francesco_. Andò prima
a ringraziar Dio nella metropolitana, prese il possesso delle fortezze
e delle porte, e, lasciato _Carlo da Gonzaga_ al governo della città
con buoni regolamenti per la quiete del popolo se ne tornò tosto a
Vicomercato per vegliare agli andamenti dell'esercito veneto. Nello
stesso tempo spedì ordini a tutte le città circonvicine, affinchè
provvedessero di viveri l'affamato popolo di Milano: il che fu sì
puntualmente eseguito, che in meno di tre dì abbondò la grascia in
Milano, come se mai non vi fosse stato assedio, _Sigismondo Malatesta_
appena ebbe intesa questa mutazion di cose, che se ne tornò di là
dall'Adda, e fece tosto rompere il ponte. Da lì a due giorni Como,
Monza e Bellinzona, terre state fin qui forti nel partito della
repubblica di Milano, mandarono a prestar ubbidienza allo Sforza.
Venuta poi la festa dell'Annunziazion della Vergine, cioè il dì
25 di marzo (che non so come vien detto dal Simonetta[2944] _sexto
kalendas aprilis_, e Cristoforo da Soldo[2945] scrive che fu nel dì 22
di marzo), fece questo gran capitano insieme colla consorte _Bianca
Visconte_, e co' figliuoli _Galeazzo Maria_ ed _Alessandro_, la sua
magnifica entrata nella città di Milano, e fu acclamato duca di Milano.
Per molti giorni durarono le giostre, le danze, i conviti e le altre
feste per la di lui assunzione; e da tutti i principi d'Italia vennero
a lui ambascerie per congratularsi, fuorchè dal _re Alfonso_ e da'
_Veneziani_. Rallegraronsi principalmente del di lui innalzamento
i Fiorentini, perchè vedeano di mal occhio il tentativo fatto dai
Veneziani per assorbire la Lombardia. Ed allora spirò ogni loro
amistà con essi Veneziani, tanto più che in Venezia furono posti nuovi
aggravii ai mercanti fiorentini, e si venne dipoi a sapere che essi
Veneziani erano entrati in lega col _re Alfonso_, il cui odio contra
de' Fiorentini non mai si estinse.
Poco indugiò Francesco duca di Milano ad ordinare che si rimettesse in
piedi il castello di porta Zobbia, già demolito dal popolo milanese,
e teneva continuamente quattro mila persone impiegate in quel lavoro.
Stava tuttavia prigione in Pavia _Guglielmo_ fratello di _Giovanni
marchese_ di Monferrato. Se volle riavere la libertà, gli convenne, nel
dì 26 di maggio, venire ad una capitolazione, rapportata da Benvenuto
da San Giorgio[2946], in cui cedette alle sue ragioni sopra la città
d'Alessandria e suo territorio, a riserva del Bosco e d'alcune altre
castella pervenute alle mani di suo fratello. Di queste poche avea
egli da essere padrone, con obbligarsi ancora lo Sforza di pagargli
annualmente due mila ducati, ossieno fiorini d'oro, in contraccambio
dell'entrate ch'egli perdeva di Alessandria. Uscito di prigione, andò a
Lodi, dove ratificò la convenzione; ma non sì tosto fu in libertà, che,
giunto in Monferrato a dì 7 di giugno, giuridicamente protestò contro
quello accordo, fatto, secondo lui, per minaccie e paura. Similmente
nel dì 15 di novembre il duca Francesco ordinò che fosse ritenuto
prigione _Carlo da Gonzaga_, altro condottier d'armi, dal quale era
stato assistito non poco nella conquista di Milano. Il Simonetta[2947],
che sa dare, secondo l'uso degli storici parziali, un bel colore a
tutte le azioni del suo eroe, scrive che per avere lo Sforza fermata
lega con _Lodovico marchese_ di Mantova, e stabilito il matrimonio del
suo primogenito _Galeazzo Maria_ con una figliuola d'esso marchese,
Carlo, siccome nemico del fratello, se l'ebbe tanto a male, che
cominciò a sollecitare i Veneziani alla guerra, con intenzione di
passare nella loro armata. Accertato di ciò il duca, lo imprigionò;
ma che fra pochi giorni, per le preghiere del marchese suo fratello,
il rilasciò, con obbligarlo nondimeno a cedere Tortona, di cui dianzi
avea avuto il dominio. Verisimilmente si dovette allora sospettare
che lo Sforza, allorchè ebbe bisogno pe' suoi affari de' suddetti due
capitani, accordasse loro tutto quel che richiesero, per toglierlo poi
loro, cessato il bisogno. Comunque sia, tace il Simonetta che Carlo, se
volle la libertà, fu, oltre alla cession di Tortona[2948], costretto a
pagare sessanta mila fiorini di oro (del che ho io addotte altrove le
pruove[2949]), e fu confinato in Lomellina. Certo è poi ch'egli ruppe
i confini, e, passato a Venezia, si acconciò con quella repubblica
contra del marchese suo fratello, di cui seguitò ad essere nemico.
Forse anche lo Sforza e il marchese andaron d'accordo in abbatterlo e
ridurlo alla disperazione. Alla fame poi patita dal popolo di Milano,
secondo il solito, tenne dietro la pestilenza in quest'anno; e questa
gravissima, perchè, se crediamo al Sanuto[2950], nella sola città di
Milano perirono sessanta mila persone. In Piacenza pochi restarono
in vita. Si stese ancora questo malore per quasi tutta la Italia:
cosa troppo facile, dacchè tanta gente era in moto per cagion del
giubileo. Fu anche in Roma; laonde il pontefice, per isfuggirne la
rabbia, fu di nuovo forzato a ritirarsi, nel dì 18 di giugno[2951], e
venne a Spoleti, poscia a Foligno e Fabriano. Colà nel dì 26 d'agosto
ito a trovarlo _Sigismondo Malatesta_ signore di Rimini[2952], fu
onorato e regalato dal papa, ed ottenne che fossero legittimati i
due suoi figliuoli bastardi _Roberto_ e _Malatesta_. Tante volte s'è
parlato dell'instabilità di Genova, città allora troppo amante di
mutar padrone. In quest'anno ancora, correndo il mese di luglio, fu
deposto dal governo il doge _Lodovico da Campofregoso_[2953]. Spedì
il popolo a Sarzana a richiamare _Tommaso da Campofregoso_, già stato
doge; ma, scusatosi egli per la troppa avanzata età, consigliò che
eleggessero doge _Pietro_ suo nipote: lo che fu eseguito nel dì 8
di dicembre. Del resto non fu in quest'anno nè pace nè guerra fra la
repubblica di Venezia e Francesco duca di Milano. Ognuno d'essi avea
paura dell'altro. Temeva il duca la potenza e ricchezza maggiore de'
Veneziani; e i Veneziani stavano in riguardo pel singolar credito dello
Sforza nel mestier della guerra. Tuttavia, giacchè il duca non era ben
assodato nel nuovo dominio, i Veneziani andavano disponendo le cose per
fargli guerra.