[2903] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2904] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. II, tom. 21 Rer. Ital.
[2905] Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.
[2906] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 13, tom. 21 Rer. Ital.
[2907] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2908] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.
[2909] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Ammirat., Ist. di
Firenze, lib. 22.
[2910] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom.
15 Rer. Ital.
[2911] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2912] Labbe, Concil., tom. 13.
[2913] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara,
tom. 24 Rer. Italic.
[2914] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCCXLIX. Indiz. XII.
NICCOLÒ V papa 3.
FEDERIGO III re de' Romani 10.
Ebbe in quest'anno il buon _papa Niccolò V_ la consolazione di veder
estinto lo scisma, formato già dai sediziosi prelati del concilio di
Basilea[2918]. Per finir questa scandalosa briga, la di lui prudenza
non ebbe difficoltà di accordar vantaggiosa capitolazione all'_antipapa
Felice V_, concedendogli il cappello cardinalizio, il grado di legato
e vicario in tutte le terre del duca di Savoia, e la preminenza sopra
gli altri porporati. Conservò ancora la lor dignità ad alcuni cardinali
creati da lui, e rimise ne' primieri onori chiunque nel concilio
suddetto avea offesa la santa Sede romana. Essendo poi ritornato
il non più antipapa _Amedeo_ al ritiro di Ripaglia, quivi attese a
passare il resto dei suoi giorni in opere di pietà, finchè, secondo
il Guichenone[2919], nel dì 7 di gennaio dell'anno 1451 Dio il chiamò
all'altra vita, mentre egli si trovava in Ginevra[2920]. Già vivente
lui era succeduto nel ducato di Savoia e principato del Piemonte
_Lodovico_ unico suo maschio figliuolo. Avea questo novello duca nelle
turbolenze dello Stato di Milano occupato Romagnano, buona terra del
Novarese[2921]; nè avendolo voluto restituire, il _conte Francesco_
inviò colà il _conte Luigi del Verme_ con parte del suo esercito,
il quale così ben condusse la faccenda, che fece prigionieri tutti i
Savoiardi e gli abitanti della terra. Se vollero la libertà, convenne
loro riscattarsi, e se ne ricavò tal somma di danaro, che giovò non
poco all'armata del conte. Negli Annali di Piacenza[2922] è attribuita
questa impresa a _Bartolomeo Coleone_, inviato con altri capitani e con
molte squadre d'armati in aiuto del conte Francesco dai Veneziani. Era
lacerata in questi tempi da gravi dissensioni la città di Milano per le
fazioni contrarie de' Guelfi e Ghibellini. Coi primi s'era unito _Carlo
da Gonzaga_, e questi non lasciò indietro arte e trama alcuna per
indurre il popolo a dargli il principato della città. Ma non mancavano
fautori del _conte Francesco_, e n'erano i caporali il _conte Vitaliano
Borromeo_, _Teodoro Bosio_ e _Giorgio Lampugnano_. In sì fatti torbidi,
vedendosi _Francesco Piccinino_ decaduto dalla primiera autorità,
prese la risoluzione di passare al servigio di Francesco Sforza, e di
condurvi anche _Jacopo_ suo fratello, il quale poco prima avea impedito
ad _Alessandro Sforza_ l'acquisto di Parma, il conte, quantunque,
sapesse quanto questi due fratelli in addietro avessero operato contra
di lui, e che non per elezione, ma per necessità si gittavano nelle sue
braccia, e qual fosse l'odio antico della lor casa contro la propria,
pure, siccome uomo che sapea ben maneggiar le carte, pensando che per
qualche tempo gli potevano esser utili, colle più vistose carezze gli
accettò, promettendo di tenerli come figliuoli, e promise in moglie
a Jacopo _Drusiana_ sua figliuola naturale, rimasta poco fa vedova di
_Giano da Campofregoso_ doge di Genova. Gli Annali Piacentini dicono
che i due Piccinini vennero a lui nel dì 15 di gennaio con tre mila
cavalli e due mila fanti, gagliardo rinforzo alla di lui armata.
Cristoforo da Soldo[2923] ci dà questo fatto al dì 19 di dicembre.
Ma non tarderemo a conoscere qual fosse la loro fede. Sul principio
del suddetto mese di gennaio anche la città di Tortona con tutto il
suo distretto inalberò le insegne del conte Francesco. La Storia del
Simonetta è difettosa perchè di rado assegna i tempi delle imprese.
Succederono in questi tempi in Milano non poche crudeltà di _Carlo
da Gonzaga_ e de' Guelfi suoi aderenti, contra di chi procurava o
desiderava di dare la città allo Sforza. Tagliato fu il capo ad alcuni
nobili, depresso il governo de' Ghibellini, molti de' quali furono
mandati a' confini; ed altri chi qua e chi là fuggendo si misero in
salvo. Andò tant'oltre l'odio di costoro contra d'esso Sforza, che
pubblicamente diceano doversi spendere tutto per non averlo per loro
signore; e che in fine meglio era darsi al demonio o al Turco, che a
lui[2924]. Aveano fin qui sostenuta i Parmigiani la loro libertà, e
contuttochè _Alessandro Sforza_ fratello del conte Francesco, unito
con _Pier-Maria de Rossi_ conte di San Secondo, gl'inquietasse forte
con un corpo di milizie, e tentasse anche un dì di prendere la lor
città per tradimento (il che costò la vita a molti di que' cittadini
autori del trattato); nondimeno dacchè il conte Francesco ebbe invialo
colà _Bartolomeo Coleone_ con due mila cavalli e cinquecento fanti,
cominciarono a sbigottirsi. Si vollero dare al marchese di Ferrara
_Lionello d'Este_; ma perchè questi ne fu dissuaso dai Veneziani,
non accudì alla esibizione. Perciò in fine si diedero nel mese di
febbraio ad Alessandro Sforza, che ne prese il possesso a nome del
fratello. Per tutto il mese di gennaio avea il conte Francesco già
presa la maggior parte delle castella del distretto di Milano. Per
isperanza dunque che anche la città di Milano gli si dovesse rendere,
giacchè non mancavano a lui delle persone benevole in quella città,
determinò di accostarsi alla medesima e di bloccarla, acciocchè, se
non valeva l'amore e il buon consiglio, la forza riducesse i suoi
avversarli. Pose a questo fine il campo in più siti lungi dalla città,
per impedire che non v'entrassero vettovaglie. Nel qual tempo anche i
Veneziani, de' quali dovea essere la Geradadda e Crema[2925], uscirono
in campagna di buon'ora, cioè nel gennaio dell'anno presente, con
sommo aggravio de' Bresciani, e loro disagio per la cattiva stagione.
Ebbero nel febbraio Caravaggio ed altri luoghi, e messo poscia il
campo intorno a Crema, dirizzarono le batterie contra di quella nobil
terra. Avea il conte Francesco anch'egli durante il verno inviati
_Francesco Piccinino_, _Luigi del Verme_ ed altri capitani con un
buon corpo d'armati ad assediare l'insigne terra di Monza. _Carlo da
Gonzaga_, che faceva allora il generale dei Milanesi, fu spedito con
soldatesche al soccorso. Entrò egli una notte senza essere osservato
in Monza, e la mattina seguente diede loro addosso, in maniera che
li sconfisse, con prendere almen trecento cavalli, i cannoni e tutto
il loro bagaglio. Fu osservato che _Francesco Piccinino_ non si volle
muovere colle sue truppe per soccorrere gli assaliti, segno che egli
già ordiva un tradimento. Per tal vittoria alzarono forte la testa i
Milanesi; e molto più perchè, essendosi collegati con _Lodovico duca_
di Savoia, era loro data speranza che calerebbe dalle Alpi un nuvolo
di cavalleria contra dello Sforza. Venne in fatti l'armata savoiarda,
ma non mirabile, come s'era creduto, contra Novara[2926]; nè avendo
potuto sorprendere quella città, s'impadronì di quasi tutte le castella
del distretto, commettendo immense crudeltà e saccheggi. Erano circa
sei mila cavalli. Cristoforo da Soldo li fa il doppio, secondo le voci
spesso favolose de' tempi di guerra. Contra di loro il conte Francesco
spedì _Bartolomeo Coleone_, e si andò badaluccando fra loro per molti
giorni, finchè, passati i Savoiardi con più di tre mila cavalli ad
assediare Borgo Mainero, Bartolomeo, benchè inferiore di gente, fu
forzato nel dì 20 d'aprile a prendere battaglia. Fu questa assai
sanguinosa sì per l'una che per l'altra parte; tuttavia rimasero in
fine sconfitti i Savoiardi con prigionia di mille cavalli e presa del
bagaglio. Bastò questa vittoria, perchè il duca Lodovico desistesse dal
dar più molestia allo Stato di Milano.
Circa questi tempi il _conte Francesco_, venuta già la primavera,
era uscito in campagna, ed avea ordinato a _Francesco Piccinino_ e a
_Guglielmo di Monferrato_ di tornare all'assedio di Monza. Allora fu
che si palesò l'infedeltà del Piccinino e di _Jacopo_ suo fratello,
perchè amendue, nel dì 14 oppure 15 di aprile, fatto prima segreto
accordo colla reggenza di Milano[2927], ed aperte loro le porte di
Monza, con tutte le lor truppe v'entrarono. Ciò saputo, Guglielmo
non tardò a ritirarsi di là con buon ordine, e a ridursi all'armata
sforzesca. Con tre mila cavalli e mille fanti passarono dipoi i
Piccinini a Milano con gran festa di quel popolo; e perchè Crema,
assediata dai Veneziani, era oramai ridotta all'agonia, ebbero ordine
di soccorrerla. Colà s'inviarono essi insieme con _Carlo da Gonzaga_,
e con tali forze, che _Sigismondo Malatesta_, capitano de' Veneziani a
quell'impresa, giudicò meglio di non aspettarli, e sciolse l'assedio
nel dì 17 oppure 18 d'aprile. Andò intanto il _conte Francesco_
all'assedio di Marignano, ed ebbe la terra. Capitolò dipoi anche
la rocca di rendersi nel dì primo di maggio, se non le fosse venuto
soccorso. Per darglielo uscirono sul fine di aprile di Milano i due
Piccinini e Carlo da Gonzaga. Oltre alle loro truppe, conducevano
seco venti mila giovani del popolo milanese, armati di schioppi, armi
per la lor novità allora molto temute. Ma queste tante migliaia di
giovani milanesi in armi si possono ben credere una spampanata degli
storici adulatori o poco cauti. Certamente grande era la baldanza
di quest'armata, e si sparse voce che ascendeva il numero di quelle
milizie a sessanta mila persone. Gli aspettò nondimeno di piè fermo il
conte Francesco, ed ordinò le sue schiere per ben riceverli, se aveano
voglia di combattere. Ma quelli non s'inoltrarono, e intanto la rocca
di Marignano venne in potere del conte. Perchè poi i Vigevaneschi,
rinforzati da mille soldati inviati loro da Milano, mettevano a
sacco e fuoco la Lomellina ed altre parti del territorio pavese, a
quella volta marciò tosto il conte coll'esercito suo. Nel viaggio,
avvertito che _Guglielmo di Monferrato_ meditava di abbandonarlo,
siccome disgustato per sospetti che ad istigazione segreta di esso
conte la terra del Bosco non si volesse rendere a lui secondo i patti,
il fece ritener prigione in Pavia, dove per avventura avea chiesta
egli licenza d'andare. Per attestato di Benvenuto[2928], ciò avvenne
nel dì primo di maggio, o piuttosto, come vuole il Ripalta[2929],
nel dì 13 d'esso mese. Fu egli poscia tenuto nelle carceri di
Pavia un anno e dieci giorni, senza che il conte facesse per allora
novità alcuna per conto d'Alessandria, anzi egli esortò quei del
Bosco a rendersi a _Giovanni marchese di Monferrato_ (non so come
chiamato _Bonifazio_ dal Simonetta) fratello d'esso Guglielmo[2930].
Durò qualche tempo l'assedio di Vigevano, valorosamente difeso dal
presidio e da que' cittadini; ma finalmente si renderono, dopo aver
corso un gran rischio di essere messi a sacco, nel dì 3 di giugno.
Avea inoltre il conte inviato _Alessandro_ suo fratello ad occupare
castello Arquato, Fiorenzuola ed altri luoghi che erano de' Piccinini;
il che fu eseguito; ed egli tornò nel territorio di Milano, e dopo
aver preso Varese e la valle di Lugano nel Comasco, andò sotto a Lodi
cioè nel fine d'agosto. Nel qual tempo _Antonio Crivello_ castellano
di Pizzighittone, importante fortezza sull'Adda, gliela diede,
somministrandogli anche il comodo di prendere cinquecento cavalli e
trecento fanti de' Piccinini, che erano ivi di guarnigione. Ebbe dipoi
anche Cassano. Mancarono di vita per un'epidemia entrata nell'esercito
sforzesco, o per altre cagioni, in quest'anno varii insigni condottieri
d'armi, cioè _Manno Barile_, il _conte Luigi del Verme_, _Roberto da
Montealbotto_, _Cristoforo da Tolentino_, _Jacopo Catalano_ e il _conte
Dolce_ dall'Aguillara.
Era sul principio di settembre, quando _Carlo da Gonzaga_, uomo di fede
sempre istabile, dopo aver fatto il padrone di Milano, per disgusto
insorto fra lui e i Piccinini, e molto più per motivo di interesse,
segretamente trattò accordo col _conte Francesco_, promettendo di
dargli la città di Lodi e di Crema. All'incontro lo Sforza a lui
promise Tortona con altri vantaggi[2931]. Fu eseguito il trattato
nel dì 11 di settembre, con essere entrate in Lodi le soldatesche
del conte. Fin qui erano camminati i Veneziani con ottima fede verso
lo Sforza, aiutandolo d'armati e di danaro[2932]. Ma avendo avuto
ordini replicati _Arrigo Panigarola_ Milanese mercatante in Venezia
di proporre un aggiustamento, ed avendo alcuni ministri insinuato a
quella repubblica, che se lasciavano prendere a questo incomparabil
capitano tutto lo Stato di Milano, andava a rischio l'antica loro
libertà, perchè egli avrebbe anche voluta dipoi la lor Terra ferma, e
niuno gli avrebbe potuto fare resistenza: andò tanto inanzi l'istanza
de' Milanesi, e l'apprensione di que' savii signori, che in questi
medesimi tempi spedirono _Pasquale Malipiero_ ed _Orsato Giustiniano_
ad intimare al conte che desistesse dall'impresa di Milano. Ma avendo
udito questi ambasciatori per istrada che il conte si era impossessato
di Lodi, si fermarono, senza più portarsi ad esporre quell'ambasciata,
per quanto narra Cristoforo da Soldo. Il Simonetta[2933] scrive
che andarono prima ancora ch'egli s'impadronisse di Lodi: il che
non sembra credibile. Si può al certo dedurre ch'egli nulla sapesse
dell'intenzione de' Veneziani, al sapere che trattò onoratamente coi
lor provveditori, affinchè venisse in lor potere, secondo i patti,
Crema, che Carlo da Gonzaga gli fece avere. Non sarebbe già egli
verisimilmente stato sì cortese, se mai avesse penetrato ciò che
si tramava contra di lui in Venezia. Stabilito dunque che ebbero i
Veneziani un accordo co' Milanesi, inviarono al conte, facendogli
sapere d'essere in concordia col popolo di Milano, volendo che il
conte ritenesse Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Parma e Cremona,
e che Milano, restando libero, ritenesse Lodi, Como e tutto il di
qua dall'Adda. In somma l'interesse fa le leghe, e l'interesse anche
le guasta. Il Simonetta vuole che molto più tardi i Veneziani si
levassero la maschera. Certo è che il conte, senza punto sgomentarsi
per questo, marciò con tutte le sue forze da Lodi, e andò ad accamparsi
intorno a Milano, benchè poi, ad istanza dell'ambasciator veneto,
facesse una tregua di venti giorni, e si allontanasse di là. Mostrò
ancora di voler pace collo parole, ma il contrario apparve ne' fatti.
Perchè, quantunque avesse inviato a Venezia _Alessandro_ suo fratello,
e questi, per le minaccie de' Veneziani, avesse sottoscritta una
capitolazione, egli non la volle ratificare. Passato dunque un certo
tempo, volendo egli piuttosto esporsi ad ogni pericolo, che cedere al
concerto fatto dai Veneziani e Milanesi già uniti contra di lui, attese
ad affamar Milano, città allora mal provveduta di viveri, e trattò di
pace con _Lodovico duca_ di Savoia, cedendogli molle terre e castella
da lui occupate in quel di Pavia, Alessandria e Novara. Lo strumento
d'essa pace fu stipulato nel dì 20 di gennaio dell'anno seguente.
In questo mentre, avendo _Francesco Piccinino_ terminata sua vita in
Milano, nel dì 16 d'ottobre, _Jacopo_ suo fratello, che col tempo si
meritò il titolo di Fulmine della guerra, fu accettato da' Milanesi,
per comandare alle lor armi. Non finì l'anno presente, che nel dì 28
di dicembre lo Sforza mise in fuga il medesimo Jacopo e _Sigismondo
Malatesta_ generale de' Veneziani ne' monti di Brianza[2934], e fece
prigione non poca gente e molti loro uffiziali. Ebbe anche nel dì
13 di dicembre per danari la fortezza di Trezzo, acquisto di somma
importanza per lui. Insorse guerra nell'anno presente[2935] fra il _re
Alfonso_ e la _repubblica di Venezia_. La cagion fu che il re era in
collera co' Veneziani per la guerra da lor fatta allo Stato di Milano,
e bandì da' suoi regni la loro nazione. Perciò, formata da' Veneziani
un'armata di trenta galee e di sei navi, questa recò non pochi danni
ai legni d'Alfonso nel porto di Messina e in Siracusa. Intanto pareva
disposto esso re a venire con un'armata verso Milano. Entrò nell'anno
presente la moria in Roma[2936], e cominciò a farvi strage. Per paura
d'essa nel mese di giugno il pontefice _Niccolò V_ sen venne a Spoleti,
dove diedero fine alla lor vita molti dei suoi cortigiani. Andò poscia
a Tolentino, e quindi alla santa casa di Loreto, e finalmente a San
Severino. Nel dicembre ancora di quest'anno si sollevò il popolo di
Camerino diviso in due fazioni. Chi voleva la Chiesa, chi la casa
Varana. In fine gli ultimi prevalsero.