[2876] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2877] Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital. Vita Eugenii IV, P. II, tom.
3 Rer. Ital.
[2878] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2879] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[2880] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Italic.
Corio, Istor. di Milano.
[2881] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.
[2882] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2883] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2884] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2885] Platina, Histor. Mant., lib. 6.
[2886] Ripalta, Hist. Placentin., tom. 20 Rer. Ital.
[2887] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.
Corio, Istor. di Milano.
[2888] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2889] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2890] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.
[2891] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2892] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2893] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2894] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2895] S. Antonin., P. III, tit. 22.
[2896] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2897] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.
[2898] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.
[2899] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22.
[2900] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Poggius, Histor.,
lib. 8.
[2901] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2902] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXLVIII. Indiz. XI.
NICCOLÒ V papa 2.
FEDERIGO III re de' Romani 9.
Abbondò più che mai di strepitosi avvenimenti l'anno presente per
la guerra de' Veneziani contra dello Stato di Milano. Avea quella
potente repubblica sommamente accresciuta di gente la sua armata di
terra, e specialmente colla giunta di _Lodovico da Gonzaga_ marchese
di Mantova, che in loro aiuto condusse mille e secento cavalli[2904].
Teneva inoltre a Casalmaggiore una formidabil flotta sul Po, da
cui veniva stretta e continuamente infestata la città di Cremona.
Riuscì ai lor maneggi di staccare da' Milanesi _Bartolomeo Coleone_
di Bergamo. Se ne fuggì egli nel dì 15 di giugno con circa mille e
cinquecento cavalli, e andò a rinforzare l'esercito veneto. Dall'altra
parte il conte _Francesco Sforza_ provava non pochi affanni, perchè
dovea dipendere dal provvedimento e dalle risoluzioni del governo
repubblicano de' Milanesi, che erano fra loro discordi. Sotto mano
ancora i due figliuoli di Niccolò Piccinino _Francesco_ e _Jacopo_,
sì per l'odio antico, come per l'invidia presente, attraversavano
tutti i suoi disegni, consigliando specialmente il governo di
Milano di accordarsi co' Veneziani e di far pace. Infatti più e più
ambasciatori furono spediti da Milano a tentar di questo i Veneziani.
Ma in Venezia il medesimo chiedere pace facea crescere la altura e le
pretensioni di quel senato. Tuttavia si sarebbono indotti i Milanesi
ad ingoiar delle pillole amare, purchè seguisse accordo; tanta paura
e diffidenza cacciavano loro addosso i malevoli del conte Francesco,
con far credere ch'egli facesse la guerra col danaro di Milano, per
sottomettere poi Milano a sè stesso. In somma si sarebbe probabilmente
conchiusa pace (benchè Cristoforo da Soldo[2905] creda che tutte
queste fossero finzioni), se un dì gli abitanti di porta Comasina in
Milano non avessero fatta una sollevazione contra chi la proponeva:
laonde fu ripigliata la risoluzione di continuare la guerra. Uscito
in campagna sul principio di maggio il conte Francesco, tolse ai
nemici Monzanega, Vallate e Triviglio; e soprattutto fu considerabile
l'acquisto da lui fatto di Cassano, perchè luogo di molta importanza
pel passaggio dell'Adda. Vennero alle sue mani anche Melzo e Pandino;
e quantunque Cremona si trovasse in molte angustie e pericoli per le
continue molestie dell'armata navale de' Veneziani; pure, premendo più
a' Milanesi Lodi che Cremona, gli convenne passare coll'esercito sotto
quella città. Nulla quivi avendo fatto, andò a Casalmaggiore, dove
s'era ritirata e fortificata la suddetta flotta veneta comandata da
_Andrea Querino_ e da _Niccolò Trivisano_. Nè perchè venisse a postarsi
in quelle vicinanze _Michele Attendolo_ general veneto dell'armata
di terra, lasciò egli di assalir la loro flotta. Fece a questo fine
discendere per Po l'armata de' galeoni pavesi, e dopo aver la notte
fatto piantare dieci cannoni sulla riva del Po, nel dì 16 di luglio
cominciò a far giocare le artiglierie, che faceano grande strage dei
Veneziani. Non poteano andar innanzi, nè retrocedere i galeoni veneti,
ed, essendo durata quella tempesta tutto il dì, nella notte il Querino,
dopo aver fatto trasportare in Casalmaggiore le armi e le robe delle
navi, con sette galeoni e una galea se ne fuggì, avendo prima fatto
attaccare il fuoco al resto delle navi: il che fu una perdita e danno
immenso per li Veneziani. Arrivato a Venezia, fu messo a riposar ne'
camerotti, e condannato a tre anni di prigionia.
Andò poscia, nel dì 29 di luglio, il conte _Francesco_ all'assedio
di Caravaggio, e furono a vista le due armate nemiche; anzi vennero
a caldissime mischie nei dì 15 e 30 d'agosto, che costarono molto
sangue all'una e all'altra parte. Stava forte a cuore a' Veneziani
la conservazione di Caravaggio, oltre al parer loro di perdere la
riputazione, se lo lasciavano cadere sotto gli occhi della loro armata,
che tra fanti, cavalli e cernide ascendeva a circa ventiquattro
mila persone. Benchè fossero diversi i pareri de' capitani, pure,
appigliatisi a quello del conte _Tiberto Brandolino_, comandarono al
lor generale di venir ad un fatto di armi. All'alba dunque del dì 15
di settembre ordinate le schiere, improvvisamente diedero principio
alla zuffa in tempo che il conte Francesco ascoltava messa, oppure
pranzava. Passata per una palude molta cavalleria veneta, cioè per
dove non aspettava il conte alcuna molestia, arrivò sino al di lui
padiglione, e quasi mise in rotta la di lui gente. Ma si cangiò, dopo
gran combattimento, il viso della fortuna. Due mila cavalli spediti dal
conte per un bosco, nè scoperti, arrivarono addosso alla retroguardia
del campo veneto, e la sbaragliarono: il che servì a mettere in fuga
il restante delle loro brigate[2906]. Fu spaventosa quella sconfitta,
e delle più memorabili di questo secolo. Di circa dodici mila cavalli
veneti, secondo l'attestato di Cristoforo da Soldo[2907], appena ne
scamparono mille e cinquecento; gli altri furono presi. Molto meno
è scritto da altri. Vi rimasero prigionieri _Roberto da Montalbotto_
condottiere di mille e ducento cavalli; il _conte Guido Rangone_ da
Modena capitano di settecento cavalli; _Gentile da Lionesso_ capitano
di mille e settecento cavalli, e i due provveditori veneti _Almorò
Donato_ e _Gherardo Dandolo_, dopo la perdita di Piacenza rimesso in
libertà, con una gran torma d'altri uffiziali, oltre all'acquisto
del ricchissimo bagaglio, per cui arricchì ogni menomo fantaccino.
Questa insigne vittoria portò lo spavento a tutto il territorio di
Brescia e di Bergamo, di modo che il conte Francesco, dopo aver preso
Caravaggio, ed essere passato nel dì 20 di settembre oltre al fiume
Oglio, vide portarsi le chiavi di quasi tutte le castella di que' due
contadi. Perchè ne' patti da lui stabiliti colla comunità di Milano
v'era che fosse sua Brescia, se per avventura l'avesse presa, a quella
volta marciò egli, ben sapendo quanto essa fosse mal provveduta di
guarnigione, di viveri e di fortificazioni. Ma ecco attaccar seco lite
gli ambasciatori di Milano, che volevano vincere Lodi, e non Brescia.
Non potè egli impedire che i due fratelli Piccinini con quattro mila
cavalli, secondando le istanze de' Milanesi, e partendosi da lui,
passassero all'assedio di Lodi. Questa discordia co' Milanesi, i quali
sospettavano, e non a torto, che il conte pensasse a farsi signor di
Milano; e l'aver egli scoperto ch'essi erano tornati a trattar di pace
co' Veneziani; coll'aggiugnersi ancora che gli stessi Veneziani con
incredibil prontezza e spese rimettevano in ordine la loro armata,
ed aveano rinforzati i luoghi forti, ed aspettavano da' Fiorentini
due mila cavalli condotti da _Sigismondo_ signor di Rimini, e mille
fanti comandati da _Gregorio da Anghiari_: tutto ciò mise a partito il
cervello del conte, uomo di somma avvedutezza e di rari ripieghi. Mandò
segretamente a proporre accordo a' Veneziani, e fu non solo ascoltato,
perchè ad essi parea di star male non poco, dacchè aveano perduto
tante terre e castella del Bresciano e Bergamasco; ma si concertò
anche nel dì 18 di ottobre (seppur non fu nel dì 19) concordia e lega
fra loro. Doveva il conte restituir tutti i prigioni e le terre prese
nel Bresciano e Bergamasco. Crema si doveva cedere ad essi. Tutto
il rimanente dello Stato di Milano avea da essere dello Sforza, con
obbligarsi i Veneziani d'aiutarlo con gente e danaro a tale acquisto.
La pubblicazione di questo accordo fece rimaner estatico ognuno. Ma
quando il conte si credea di cominciar a goderne i primi frutti colla
consegna di Lodi che gli si dovea dare da' Veneziani, trovò che nel
dì innanzi, cioè nel dì 17 di ottobre, quella città s'era renduta
a _Francesco Piccinino_ per ordine della reggenza di Milano. Se i
Veneziani giocassero netto in tal congiuntura non si sa. Eseguì bensì
prontamente il conte tutto quanto egli avea promesso, col restituire
ogni terra e prigione. Fuggì da lui in questi tempi _Carlo da Gonzaga_
con circa mille e ducento cavalli, e cinquecento fanti; ma nel dì primo
di novembre[2908] tirò il conte al suo servigio _Guglielmo_ fratello
di _Giovanni marchese_ di Monferrato, che si obbligò di servirlo con
sette cento lancie da cavalli tre per lancia, in tutto cavalli due mila
e cento, e con cinque cento fanti per otto mesi. Nella capitolazione
seguita fra loro Francesco Sforza, secondo l'uso di coloro che
promettono molto per eseguire poscia poco e nulla, non vi fu condizione
che non accordasse a Guglielmo: cioè di dargli la città d'Alessandria,
e in oltre quelle di Torino e d'Ivrea con una gran copia d'altre terre
specificate, se pur venissero alle mani d'esso conte. _Lodovico duca_
di Savoia anch'egli in questi tempi facea guerra allo Stato di Milano,
ed avea occupato varie castella.
Quanto alla Toscana, infestata in quest'anno dall'armi del _re
Alfonso_[2909], i Fiorentini si studiarono di rinforzarsi col prendere
quanta gente poterono al loro soldo. Fra gli altri a sè tirarono
_Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini, uomo abbondante di valore,
ma più di vizii. Costui s'era acconciato col re Alfonso, menando seco
secento lancie da tre cavalli per lancia, e quattrocento fanti. N'avea
anche ricavato trenta mila scudi. Ma, fattegli più vantaggiose offerte
dai Fiorentini, lasciando burlato il re, si ridusse al loro servigio,
e per opera loro si pacificò col _conte Federigo_ d'Urbino nemico
suo. Fu preso anche al loro soldo _Taddeo de' Manfredi_ da Faenza con
mille e ducento fanti. Morì appunto in quest'anno, a dì 18 oppure 22
di giugno[2910], _Guidantonio_ ossia _Guidazzo_ suo padre ai bagni
di Petriolo sul Sanese, con lasciare esso _Taddeo_ ed _Astorre_ ossia
_Astorgio_ figliuoli suoi successori nel dominio. Faenza pervenne ad
Astorgio; Imola a Taddeo. Ora il re _Alfonso_ andò a mettere l'assedio
alla riguardevole terra di Piombino, posseduta allora da _Rinaldo
Orsino_ per le ragioni di _Caterina da Appiano_ sua moglie. Era egli
raccomandato da' Fiorentini, e questi non mancarono di spedirgli per
mare qualche rinforzo di gente, e di munizioni da bocca e da guerra.
Consumò il re tutta la state intorno a Piombino[2911], con incredibil
valore difeso da Rinaldo, che specialmente sostenne un furioso
assalto dato nel settembre a quella terra: finchè la cattiva aria di
quel paese fece tal guerra colle malattie alla gente d'esso re, che
fu forzato a levare il campo, e a ritornarsene a casa; minacciando
nondimeno i Fiorentini di vendicarsi di loro all'anno nuovo. Attese
in quest'anno il pontefice _Niccolò V_ a rimetter la pace nella Chiesa
di Dio[2912], e ad estinguere lo scisma d'_Amedeo_ ossia di _Felice V
antipapa_. La Germania, lasciata andare la neutralità, rendè ubbidienza
al legittimo pastore della greggia di Cristo; e _Carlo VII re_ di
Francia, vigorosamente entrato nell'affare della pace della Chiesa,
ridusse a buon termine le cose; tanto che nell'anno seguente vedremo
composte le differenze tutte. Nel presente, a dì 4 di agosto,[2913]
_Antonio degli Ordelaffi_ signore di Forlì compiè il corso di sua
vita, e gli succederono nella signoria _Cecco_ e _Pino_ suoi figliuoli.
Era afflitta in questi tempi la loro città dalla peste, che portò al
sepolcro circa sei mila persone. In altre città d'Italia lo stesso
malore si provò con grande mortalità di persone. Ci richiama di nuovo
il conte _Francesco Sforza_, colle cui imprese voglio terminar l'anno
presente. Non volea egli mai perdere tempo, e sapea secondare il buon
volto della fortuna. Dacchè dunque fu accordato co' Veneziani, ed
ebbe fatta una spedizione a Firenze, a Venezia e a _Lionello Estense_
per aver soccorso di danari, s'inviò verso Piacenza, con far calare
per Po nello stesso tempo i galeoni di Pavia. Avvegnachè i Piacentini
fossero ben ricordevoli dell'infinito danno recalo loro nel precedente
anno, pure non mancò fra loro chi consigliò di prenderlo per padrone;
e a questo consiglio diede maggior peso la di lui armata di terra e
del Po[2914]. Gli spedirono dunque di concorde volere ambasciatori;
ed egli, nel dì 23 d'ottobre, v'entrò, con far grandi carezze a quel
popolo, esentarlo per quattro anni da ogni tributo e gravezza, e
concedere a chiunque era bandito il ritorno alla patria, fra' quali fu
_Alberto Scotto_ conte di Vigoleno. Passò dipoi la Sforza a Novara,
e, nel dì 20 di dicembre, quella città gli presentò le chiavi[2915].
Nè terminò il presente anno che anche Alessandria se gli diede con
tutte le sue castella. L'acquisto di Piacenza, dove il _conte Luigi del
Verme_ possedeva molte castella e beni, servì a maggiormente assodarlo
colle sue truppe nel servigio del conte. E in vigore poi della
convenzione stabilita da _Guglielmo di Monferrato_, lo Sforza, benchè
contro cuore, gli diede il possesso d'Alessandria, a titolo nondimeno
di feudo. Benvenuto da San Giorgio[2916] riferisce lo strumento fatto
da quel popolo con esso Guglielmo. Vennero ancora al servigio dello
Sforza da Milano tre fratelli da San Severino con circa ottocento
cavalli. Per isvernar le sue milizie, il conte Francesco le ripartì
nel territorio della città di Milano, dove egli s'era impadronito di
Binasco, Biagrasso, Busto, Legnano, Cantù e di altre terre. Mancò di
vita nel dicembre di quest'anno[2917] _Giano da Campofregoso_ doge di
Genova, in cui luogo fu sostituito Lodovico suo fratello.