NOTE:

[2862] Raynaldus, Annal. Eccl.

[2863] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit.

Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.

[2864] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2865] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2866] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci

Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.

[2867] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Ammirat.,

Istor. Fiorentina, lib. 22.

[2868] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.

[2869] Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.

[2870] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[2871] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2872] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2873] Annales Placent., tom. 20 Rer. Ital.

[2874] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2875] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.

Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci

Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCCCXLVII. Indiz. X.

NICCOLÒ V papa 1.

FEDERIGO III re de' Romani 8.

Avea fin qui menata sua vita, pien di pensieri di guerra, e tormentato

da affanni per cagion dello scisma di Basilea, il _pontefice Eugenio

IV_, quando Iddio il chiamò a sè nel dì 23 di febbraio in Roma[2877],

città da lui beneficata dopo il suo ritorno colà, perchè vi ristorò

le principali chiese che erano in rovina, vi mantenne buona pace e

giustizia, e la sua mano era sempre aperta alle indigenze de' poveri.

Fu pontefice di rare qualità; e benchè alquanto sfortunato negli affari

sì spirituali che temporali, pure di gran cose operò sì nell'una che

nell'altra parte. Memorabile restò la sua ricordanza, per aver uniti

alla Chiesa cattolica i Greci, i Maroniti ed altre nazioni cristiane

d'Oriente, e tentato di unire insino gli Etiopi. Eppure ebbe la

disgrazia di lasciar la Chiesa latina in disordine per lo scisma nato

in Basilea. Fu uomo di testa dura e di raggiri politici; nè alcun

menomo eccesso si mirò in lui per ingrandire i suoi parenti, come

ebbero in uso altri suoi predecessori. Tutto il suo studio era in

conservare o ricuperare gli Stati della Chiesa romana: nel che impiegò

molti tesori; ed ebbe anche singolar premura per reprimere la sempre

più crescente baldanza e potenza dei Turchi: nel che profittò poco per

la disunione e guerre delle potenze cristiane. Entrati i cardinali

nel conclave, ed accordatisi nel dì 5 di marzo, elessero Tommaso da

Sarzana, vescovo di Bologna, creato cardinale da Eugenio nell'anno

precedente. Di bassa nascita era egli; ma questo immaginario difetto

era senza paragone compensato dalle mirabili sue belle doti sì d'animo

che d'ingegno, e dal suo universal sapere; di modo che personaggio non

si potea scegliere più degno e più atto al pontificato di lui. Prese

egli il nome di _Niccolò V_, e nel dì 18 d'esso mese fu solennemente

coronato. Appena era mancato di vita papa Eugenio, che il _re

Alfonso_, sotto pretesto di vegliare alla sicurezza di Roma, sen venne

a Tivoli[2878], e quivi si piantò. Una delle prime cure del novello

pontefice fu quella di fare sloggiare di là il re, e di estinguere lo

scisma dell'_antipapa Amedeo_ di Savoia: al qual fine impegnò _Carlo

re di Francia_, promettendogli di confiscare tutti gli Stati d'esso

Amedeo, se non ubbidiva, per concederli al medesimo re. Adoperossi per

ricuperare affatto la marca di Ancona[2879]. Quivi non riteneva più il

conte _Francesco Sforza_, se non la città di Jesi, che gli era sempre

stata fedele. Le premure del duca di Milano, angustiato in questi tempi

fieramente dai Veneziani, fecero mutar massime al medesimo conte e al

re Alfonso, perchè il duca, trovandosi in grave pericolo, implorava

quotidianamente il soccorso del genero. Però non fu difficile il

tirare in fine ad un accordo il conte, che in sì urgente congiuntura

si trovava necessitoso di pecunia. Trentacinque mila fiorini d'oro, ben

pagati al conte, l'indussero a rilasciar quella città al pontefice, e a

richiamarne la sua guarnigione. Similmente non tardò esso papa, siccome

di genio pacifico, ad interporsi tosto per ismorzare il terribile

incendio di guerra nato in Lombardia fra i Veneziani e il duca di

Milano; ma cotali accidenti occorsero dipoi, che restarono vani tutti

i paterni desiderii e disegni del buon pontefice.

La prosperità delle armi venete, che, dopo aver fabbricato un ponte

sull'Adda, non trovavano ritegno alcuno, e portavano le desolazione

sino ai borghi di Milano, avea messo in tal costernazione lo animo

del poco saggio duca _Filippo Maria_, che a mani giunte non cessava

di raccomandarsi al _re Alfonso_, a _papa Eugenio_ allora vivente e a'

_Fiorentini_. Ricorse fino al re di Francia, con esibirsi di restituire

al duca d'Orleans la città d'Asti. Ma le sue maggiori speranze erano

riposte nel credito e nel valore del conte _Francesco Sforza_, cioè

in quel medesimo ch'egli sì lungamente avea perseguitato, e ridotto,

co' suoi maligni maneggi, e colle armi e co' danari, a perdere

l'intera marca d'Ancona, e con volerlo anche spogliare di Cremona.

A lui lettere, a lui messi andavano di tanto in tanto, pregandolo

e scongiurandolo di soccorso, e sollecitandolo a venire, senza

lasciar indietro offerta e promessa alcuna che il potesse muovere, e

soprattutto mettendogli davanti la succession de' suoi Stati. Perchè

a questi andamenti teneano ben l'occhio aperto i Veneziani, anch'essi

gli inviarono _Pasquale Malipieri_ per tenerlo saldo nella lor lega,

con fargli anche essi delle larghe esibizioni. E perciocchè il conte

non dava categoriche risposte, si avvidero ben per tempo que' saggi

signori ch'egli era per anteporre alla loro antica amicizia la nuova

riconciliazione col suocero[2880]. Presero dunque la risoluzione di

non aspettare ch'egli si dichiarasse, e di torgli intanto Cremona,

se veniva lor fatto. Ordinato prima un trattato con alcuni Guelfi

di quella città. _Michele Attendolo_ lor generale nel dì 4 di marzo

si presentò segretamente con quattromila cavalli e grossa fanteria

alla porta d'Ognisanti di Cremona, credendosi di trovarla aperta. Gli

andò fallito il colpo. _Foschino Attendolo_ da Cotignola governatore,

e _Giacomazzo da Salerno_ capitano de' soldati del conte Francesco

furono tosto in armi, raddoppiarono le guardie alle porte, alle mura,

alle torri, cosicchè nè i cittadini osarono di far movimento; e i

Veneziani, dopo avere scoperto il loro buon animo, si ritirarono colla

bocca asciutta. Questo tentativo, oltre ad altri motivi che aveva il

conte Francesco d'essere poco contento dei Veneziani, per averlo essi

abbandonato nelle passate sue disavventure, e la segreta inclinazione

da lui ben capita dei Fiorentini[2881], a' quali non piaceva che i

Veneziani s'ingrandissero di troppo col mettere il duca in camicia,

servì a lui di scusa per istrignere il trattato col suocero, a

condizione che gli fosse pagato annualmente tanto di salario, quanto

gli davano i Veneziani, ascendente a ducento quattro mila fiorini

d'oro; e che gli fosse dato col titolo l'autorità di generale d'armata

per tutti i di lui Stati. Pertanto alcune somme di danaro gli furono

mandate da Milano, altre pagate in Roma: col quale rinforzo cominciò

a mettere in ordine e ad accrescere le sue truppe. Ma mentre si crede

di marciare a dirittura a Milano, alcuni de' cortigiani del duca, e

i due Piccinini _Francesco_ e _Jacopo_, invidiosi dell'innalzamento

del conte, sparsero tai semi di diffidenza nel debolissimo duca, che

più danaro non corse; e il duca andava ordinando al conte di passare

o nel Padovano o nel Veronese, a motivo di fare una diversione, dando

con ciò assai a conoscere di non volerlo in sua casa: tutti imbrogli

che ritardarono la mossa del conte, e maravigliosamente giovarono ai

Veneziani per tentar cose maggiori contra del duca. Venne l'armata loro

pel ponte di Cassano nel cuore del Milanese, scorse tutta la Martesana,

e andò finalmente ad accamparsi sotto a Milano, per le speranze date da

alcuni di que' cittadini al general veneziano d'introdurlo a tradimento

in quella città. Chiarito Micheletto, esser quelle parole vane,

passò alle parti del monte di Brianza[2882], dove sconfisse Francesco

Piccinino, ed altri capitani milanesi e le loro brigate. Mise dipoi

l'assedio al forte castello di Lecco, dove spese circa quaranta giorni,

con istrage e grave incomodo di sua gente, senza poterlo far piegare

alla resa.

Conosceva intanto ogni di più il duca l'infelice suo stato,

e l'imminente pericolo suo, ma ricercato e voluto; nè esservi

altra speranza che l'aiuto del genero Sforza. Pertanto gli spedì

affrettandolo a venire, e pregò il papa e il re Alfonso di provvederlo

di danaro. Altro non fecero essi, se non ciò che s'è detto di sopra,

dell'avere carpito dalle mani del conte la città di Jesi per la somma

già accennata di danaro, con cui egli allestì la sua armata, e da

Pesaro si mise in viaggio nel dì 9 d'agosto[2883]. Aveva egli dianzi,

nel dì 11 di marzo, insieme col _conte Federigo_ d'Urbino fatto

tregua con _Sigismondo_ signor di Rimini, e con _Malatesta_ Novello

da Cesena di lui fratello. Consisteva l'esercito del conte in quattro

mila cavalli e due mila fanti, co' quali venne a riposarsi alquanto

a Cotignola. Ma eccoti un improvviso cambiamento di scena. Circa

il dì 7 d'esso mese d'agosto cadde infermo _Filippo Maria Visconte_

duca di Milano, e nel dì 13 diede compimento alla vita presente nel

castello di porta Zobbia, senza lasciar dopo di sè prole maschile.

Portato il suo corpo con poca pompa al duomo, potè allora quel popolo

mirarlo morto, dopo averlo potuto vedere sì poco quando era in vita.

Fu creduto che gli affanni e pericoli ne' quali si trovava involto, e

ch'egli s'era colla sua balordaggine tirati addosso, il conducessero

al sepolcro. S'egli avesse saputo prevalersi del regalo che la fortuna

gli avea fatto di un genero, qual era il conte _Francesco Sforza_,

cioè del miglior capitano che fosse allora in Italia, e fors'anche

in Europa, poteva egli sperare di atterrar tutti i suoi nemici. Con

fare sì scioccamente tutto il contrario, s'era ridotto alla vigilia

di perdere colla riputazione anche tutti i suoi Stati. E qual fosse

l'animo suo verso Bianca sua figliuola e verso il conte Francesco

suo genero, che solo veniva per assistergli in sì grave urgenza, si

diede ancora a conoscere nel fine di sua vita, se pure è vero ch'egli

dichiarasse erede de' suoi Stati non già il conte Francesco Sforza, ma

bensì _Alfonso re_ d'Aragona e delle Due Sicilie[2884], i cui uffiziali

certo è che presero tosto il possesso del castello di Milano e della

rocchetta. Dimorava il conte in Cotignola, quando nel dì 15 di agosto

da _Lionello d'Este_ marchese di Ferrara gli giunse segreto avviso

della morte del duca: colpo che stranamente sconcertò le sue misure.

Crebbe molto più la costernazione sua dacchè intese che il popolo

di Milano, troppo stanco e disgustato del gravoso governo del duca

defunto, avea gridato: _Viva la libertà_, e presa la risoluzione di

reggersi a repubblica. Oltre a ciò, poteano pretendere quegli Stati il

re Alfonso in vigore del testamento suddetto, se pur fu vero; e _Carlo

duca d'Orleans_, per ragione di _Valentina Visconte_. Quel che era più,

con tante forze si trovavano i Veneziani addosso allo Stato di Milano,

senza che egli avesse nè danaro nè gente bastante a far grandi imprese.

Oh qui sì che v'era bisogno d'ingegno. Contuttociò nel dì seguente

marciò alla volta del Parmigiano, per quivi meglio considerare qual

piega prendessero le cose, e qual volto mostrasse la fortuna a' suoi

interessi in una sì strepitosa mutazion di cose.

Incredibile allora fu la rivoluzion dello Stato di Milano; tutto si

riempiè di sedizioni, ed ognuno prese l'armi[2885]. Como, Alessandria

e Novara aderirono alla repubblica milanese. Pavia si rimise in

libertà senza voler dipendere da Milano. Parma si mostrò anch'essa

inclinata al medesimo partito, e diede sol buone parole al conte

Francesco, che tentò di averla. Anche Tortona negò ubbidienza ai

Milanesi. All'incontro i Veneziani seppero così ben profittare di

quell'universal disordine, che la città di Lodi loro si diede. Ebbero

poscia il forte castello di San Colombano, situato tra Lodi e Pavia.

Regnava allora gran discordia fra i cittadini di Piacenza[2886]. Nel

loro consiglio la fazion più potente la vinse, ed avendo spedito ai

Veneziani per sottomettersi al loro imperio, non durarono fatica ad

ottener quanto desideravano, e con patti i più vantaggiosi del mondo;

per la qual cosa fecero poi gran festa e falò. Nel dì 20 d'agosto

_Taddeo marchese_ d'Este con mille e cinquecento cavalli veneti prese

il possesso di Piacenza, e nel dì 22 arrivò colà con più gente _Jacopo

Antonio Marcello_ provveditore de' Veneziani. Intanto i Milanesi

tutti d'accordo, con avere per loro capi _Antonio Trivulzio, Teodoro

Bossio, Giorgio Lampugnano_ ed _Innocenzo Cotta_[2887], la prima cosa

che fecero, fu di cavar dalle mani degli uffiziali del re Alfonso

il castello e la rocchetta. Col regalo di diciassette mila fiorini

d'oro ebbero queste fortezze, e tosto le spianarono da' fondamenti.

L'ambasciata da essi inviata al campo veneto per ottener pace e

far lega, fu accolta quasi con riso. Si tenevano allora i Veneziani

quasi in pugno tutta la Lombardia. E però si rivolsero i Milanesi al

conte _Francesco Sforza_, che era passato alla sua città di Cremona,

pregandolo di voler assumere la difesa della lor libertà nella guisa

ch'egli era per servire al defunto duca, offerendogli il comando della

lor armata col titolo e con gli onori di generale. Non era lo Sforza

solamente insigne per la sua perizia e bravura nell'armi; possedeva

anche un'ammirabil accortezza nei politici affari; e però, quantunque

gli potesse parere strano di doversi sottomettere ad un popolo, per

comandare al quale egli era venuto; pure accettò l'offerta, e si

accordarono le condizioni del suo generalato. Ebbe anche forza la sua

lingua di trarre nella sua amicizia _Francesco_ e _Jacopo Piccinini_,

non ostante l'antico odio che passava fra le loro case e persone. Ciò

fatto, uscì egli in campagna, ed, unite le sue truppe con quelle de'

Milanesi, alle quali aggiunse ancora _Bartolomeo Coleone_ fuggito

dalle carceri di Monza dopo la morte del duca, avendolo affidato

e guadagnato al suo servigio, andò all'assedio del castello di San

Colombano. Mentr'egli quivi dimorava, erano in continua dissensione i

Pavesi, aspirando alcuni a prendere per loro principe _Lodovico duca_

di Savoia, altri _Giovanni marchese_ di Monferrato, ed altri _Lionello

d'Este_ marchese di Ferrara. Ma non vi mancava il partito di coloro

che anteponevano il darsi al _conte Francesco_, padrone di Cremona e sì

celebre nel mestier della guerra, ossia al di lui figliuolo _Galeazzo

Maria_[2888]. Volle la fortuna del conte che si trovasse castellano

in Pavia _Matteo Bolognini_ Bolognese, e ch'egli per le istanze di

Agnese dal Maino, parente di _Bianca Visconte_, trattasse segretamente

di cedere al conte quella fortezza. Perciò al conte da lì a poco si

diedero la città e cittadella di Pavia, con che egli assumesse il

titolo di conte di Pavia, nè quel popolo fosse più suggetto a Milano.

Ed ancorchè, presentita cotal intenzione de' Pavesi, fossero venuti

gli ambasciatori milanesi per lamentarsene, e per esigere, secondo

i patti, che le città prese dal conte si sottomettessero non a lui

ma alla loro repubblica: tali scuse, belle parole e promesse sfoderò

il conte, che eglino, benchè mal contenti, se ne tornarono a Milano,

nè credettero ben fatto il litigar oltre, e molto meno il rompere la

buona armonia col loro generale, giacchè non riuscì loro con nuova

spedizione ai Veneziani d'indurli a verun accordo. Trovò lo Sforza

nella cittadella di Pavia danari, gioie, assaissimo grano e sale, e

gran copia d'attrezzi militari, tutto con gran fedeltà a lui consegnato

dal Bolognini. Nè perdè egli punto di tempo ad ordinar la fabbrica di

quattro galeoni e di altri legni, col disegno già conceputo di formar

l'assedio di Piacenza. Intanto il castello di San Colombano, non

potendo più reggere, e disperando il soccorso, se gli rendè.

Sul principio d'ottobre imprese il conte Francesco l'assedio di

Piacenza per terra[2889], assistito nel Po dall'armata navale,

ben provveduta di cannoni e d'altre macchine militari, e condotta

da _Bernardo_ e _Filippo Eustachi_ da Pavia. Nell'esercito suo si

contavano i due fratelli Piccinini Francesco e Jacopo, _Guidantonio_

ossia _Guidazzo_ signor di Faenza, _Carlo da Gonzaga, Alessandro

Sforza_ suo fratello, il conte _Luigi del Verme_, il _conte Dolce_

dall'Anguillara, ed altri valenti capitani. Alla difesa di Piacenza

stavano _Gherardo Dandolo_ provveditore de' Veneziani, e _Taddeo

marchese_ d'Este lor capitano con un numeroso presidio. Molti assalti

furono dati a quella città, giocavano incessantemente le artiglierie;

ma niuna apparenza v'era di superare così grande, così popolata e

ben difesa città. I Veneziani, poichè mancava loro maniera di fare un

ponte sul Po, per recar soccorso alla città suddetta, si accinsero a

fabbricare una potente flotta di galeoni e d'altri legni da condursi

per Po a quella volta. E intanto _Michele Attendolo_ lor generale

coll'esercito suo dava il guasto al territorio di Milano, prendendo

anche varie castella, per veder pure di distorre lo Sforza da

quell'assedio. Ma questi, dopo essere stato circa sei settimane sotto

Piacenza, ed aver fatto coi suoi grossi cannoni una larga breccia

nelle mura, e fatto cader due torri, determinò di dare un generale

assalto alla città; e tanto più perchè udiva che si era già posta

in cammino l'armata navale de' Veneziani per venire a sturbarlo.

Scrive il Simonetta[2890] che il giorno di sì fiera azione fu _ad

sextumdecimum kalendas decembris_, cioè nel dì 16 di novembre. Così

pure ha la Cronica Piacentina del Rivalta[2891]. Cristoforo da Soldo

dice nel dì 15 di novembre[2892]; ma, soggiugnendo che fu in giovedì,

si vede che quel numero è scorretto, e vuol dire anch'egli nel dì 16,

che cadde in giovedì. Fierissimo fu quell'assalto, crudelissima la

battaglia, e durò molte ore, avendo anche i galeoni del conte dalla

parte del Po, che era allora grossissimo, fatta gran guerra alla

città. Finalmente verso le ore venti il vittorioso esercito del conte

Francesco entrò nella misera, anzi sopra ogni credere infelicissima

città; imperocchè fu lasciata in preda ai soldati, e dato il sacco a

tutte le case e chiese; non vi fu salvo l'onore delle vergini e delle

matrone: di modo che non parvero cristiani, ma turchi coloro che tante

iniquità commisero, colla desolazione di quella nobil città. E durò

questa barbarie, se crediamo al Ripalta, molto tempo, senza che il

conte vi mettesse freno, per quell'empia massima di tener contente le

soldatesche, e di animarle ad altri simili fatti d'armi. Dieci mila

cittadini rimasero prigionieri, e convenne riscattarsi a chiunque fu

creduto capace di pagare. Il Simonetta, parziale del conte, confessa,

è vero, le immense iniquità in tal occasione commesse; ma aggiugne

avere il conte Francesco inviate persone a salvare i monisteri delle

sacre vergini, ed aver comandato sotto pena della vita la restituzion

delle donne, e fatto impiccare chi non ubbidì. E veramente Antonio

Ripalta, che si trovò in mezzo a quell'orrida tragedia, e restò

prigione, neppur egli parla de' monisteri. Perciò resto io dubbioso

se s'abbia a prestar fede a Cristoforo da Soldo, allorchè scrive che

le monache tutte furono svergognate, stracciate e malmenate. Con esso

scrittore bresciano non di meno s'accordano l'autore della Cronica

di Bologna[2893] e lo storico di Rimini[2894]. Si rifugiarono nella

cittadella _Gherardo Dandolo_ provveditor veneto, _Taddeo marchese_

ed _Alberto Scotto_ conte di Vigoleno, con assai loro gente; ma non

trovandovi provvisione di viveri che per due giorni, non tardarono

a rendersi prigionieri, essendo non di meno riuscito ad Alberto di

fuggirsene, e di arrivar salvo sul Reggiano. Perchè poi di questa gran

perdita fu incolpato (non so se a ragione o a torto) esso marchese,

rimesso che fu in libertà, e tornato al campo veneto, nel dì 21 di

giugno dell'anno seguente, d'improvviso cadde morto, non senza sospetto

che gli fosse stata abbreviata la vita. Scrive santo Antonino[2895],

essersi nell'espugnazione della città di Piacenza il _conte Francesco_

trovato in mezzo alla grandine delle palle e dei sassi nemici, di

maniera che parve prodigioso l'aver egli salvata la vita. Con questa

impresa, che gli fece grande onore presso i rettori della repubblica

milanese, terminò egli la campagna presente, e si ritirò a Cremona,

angustiata non poco sì per terra, come per Po dalle armi venete.

Nè si vuol tacere, che avendo _Carlo duca d'Orleans_ dopo la morte

del duca _Filippo Maria_, ricuperata la città d'Asti, mandò un gran

corpo di cavalleria e fanteria, forse tre mila persone, concedutegli

dal re di Francia sotto il comando di _Rinaldo di Dudresnay_. E

perch'egli pretendeva all'eredità del duca defunto, siccome figliuolo

di _Valentina Visconti_, perciò questo suo governatore portò la guerra

sull'Alessandrino, prese molte castella, e si diede ad assediar la

terra del Bosco. Verso la metà d'ottobre fu colà inviato dai reggenti

di Milano _Bartolomeo Coleone_, che con circa mille cinquecento cavalli

diede battaglia a quei Franzesi[2896], e li mise, nel dì 14 d'ottobre,

in isconfitta, con far prigione lo stesso lor condottiere Rinaldo;

vittoria non di meno che costò ben cara anche ai vincitori[2897]. E

gli Alessandrini, perchè i Franzesi non aveano dato quartiere alla lor

gente, trucidarono poi quanti d'essi aveano fatti prigioni. Passò dipoi

Bartolomeo a Tortona, e costrinse quel popolo a prestare ubbidienza

a Milano. Non fu esente in quest'anno da novità la sempre inquieta

città di Genova[2898]. V'era doge _Raffaello Adorno_. Ad istanza di

molti suoi emuli rinunziò egli il governo nel dì 4 di gennaio. Venne

sostituito a lui _Barnaba Adorno_, ma per pochi giorni, perchè nel

dì 30 d'esso mese entrato in Genova _Giano da Campofregoso_, benchè

con poca gente, ebbe tal senno e forza, che, detronizzato Barnaba,

si fece proclamar doge di quella città. L'aiutarono a questa impresa

i Franzesi, con aver egli fatto credere loro di rimettere Genova

sotto il loro dominio, ma si trovarono poi beffati. Soggiacque alla

guerra in questo anno anche la Toscana. S'era, mentre vivea il duca

Filippo Maria, trattato non poco di pace in Ferrara colla mediazione

del marchese _Lionello_ d'Este fra i ministri d'esso duca e del re

_Alfonso_, e i _Veneziani_ e _Fiorentini_. Parea condotto a buon

segno il negoziato, quando, per la morte del duca, avendo i Veneziani

cangiata massima, andò per terra ogni speranza d'accordo[2899]. Ora il

re Alfonso, dacchè vide impegnati i Veneziani nella guerra contro lo

Stato di Milano, ossia per disegno di fare una potente diversione con

assalire i Fiorentini lor collegati, oppure per voglia d'insignorirsi

della Toscana, all'uscita d'ottobre con circa quindici mila tra fanti

e cavalli venne in persona contra d'essi Fiorentini, in aiuto de'

quali accorse il _conte Federigo_ d'Urbino con secento cavalli e mille

fanti[2900]. Per quanto facesse il re affine di smuovere i Sanesi

dalla lor libertà, o dall'amicizia de' Fiorentini, altro non potè

ottenere che provvisione di vettovaglie. Entrato in quel di Volterra,

vi prese alcune castella, ed altre nel Pisano. _Simonetto_, che dal

soldo de' Fiorentini era passato a quello del re, per terza ebbe

Castiglione della Pescaia, luogo forte: dopo le quali poche prodezze il

re Alfonso ridusse le sue genti a quartiere, alloggiandone la maggior

parte nel Patrimonio, ossia negli Stati pontificii. Tornò Bologna

in quest'anno[2901] all'ubbidienza della Chiesa, perchè i Bolognesi

amavano molto _papa Niccolò_, che poco anzi era stato lor vescovo.

Ne riportarono vantaggiosi capitoli. Siccome già accennai, avea il

conte Federigo d'Urbino comperata la città di Fossombrone, e pacifico

possessor d'essa quivi signoreggiava[2902]. Per tradimento d'alcuni

di que' cittadini _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini verso il

principio di settembre v'entrò dentro, e cominciò l'assedio della

rocca. Ma eccoti giugnere, nel dì 3 di quel mese, il conte Federigo con

tutte le sue forze, ed attaccar la battaglia. Fu rotto il signor di

Rimini, e Federigo, per castigo de' traditori, mise a sacco tutta la

città ravvolgendo nel medesimo eccidio tanto i rei che gl'innocenti.

Nella state dell'anno presente la peste fece non poca strage nella

città di Venezia[2903]. Mirabil cosa pare che con tanto bollore e

miscuglio di guerre non si diffondesse questo malore per tutta la

Lombardia. Ma ne vedremo gli effetti nell'anno seguente.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 197 / 216 题