NOTE:

[2850] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[2851] Giustiniani, Istor. di Genova. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer.

Ital.

[2852] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.

[2853] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2854] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom.

24 Rer. Ital.

[2855] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2856] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.

[2857] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2858] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.

[2859] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2860] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2861] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXLVI. Indiz. IX.

EUGENIO IV papa 16.

FEDERIGO III re de' Romani 7.

Fulminò di nuovo in quest'anno nei mesi di aprile e di luglio le

scomuniche _papa Eugenio_ contra del conte _Francesco Sforza_ e di

tutti i suoi seguaci[2862]. E per vendicarsi de' Fiorentini, che colla

profusione di molto danaro cagione erano che esso conte non andasse

a gambe levate, intavolò un trattato col re Alfonso per muoverlo

contra di loro, siccome poi fece nell'anno seguente. Intanto il conte

era confortato da _Cosimo de Medici_, e da alcuni cardinali e baroni

romani a marciare alla volta di Roma coll'armi sue, perchè avrebbe

facilmente indotto per forza il pontefice ad un buon accordo[2863].

Gli promettevano ancora la ribellione di Todi, Narni e di Orvieto,

con altri aderenti. Ma egli pensò a mettersi in viaggio, ed ancorchè

si movesse sul fine di maggio per passare colà, ed arrivasse fino

a Montefiascone e a Viterbo, pure per mancanza di vettovaglie, e

perchè Todi ed Orvieto non corrisposero alle speranze dategli, gli

convenne tornare indietro. Intanto il papa si provvide di gente, avendo

chiamato in suo aiuto un corpo di quelle del _re Alfonso_, e _Taliano

Furlano_ ed altri condottieri, ch'erano nella Marca. Queste truppe

dipoi, tornato che fu indietro il conte Francesco, se ne andarono

addosso ad Ancona, città che dianzi avea fatta lega co' Veneziani,

per non venir nelle mani del papa, e la costrinsero a sottomettersi.

Passarono di poi alla terra della Pergola, dove era guarnigione di

_Federigo conte_ d'Urbino, e in pochi giorni l'ebbero ubbidiente ai

loro voleri. Andarono poscia a postarsi solamente circa cinque miglia

lungi dal campo, in cui colle poche sue truppe si era fortificato il

conte Francesco su quel di Fossombrone. Trovavasi allora in Pesaro

il conte _Alessandro Sforza_ fratello del conte Francesco, e signore

di quella città[2864], e, veggendosi cinto da ogni intorno dalle

armi nemiche, giudicò meglio, nel dì 25 di luglio, di venire ad un

accordo col _cardinale Lodovico_ legato del papa: risoluzione, di cui

sommamente il conte Francesco si dolse, come di fiera ingratitudine,

dacchè egli col suo proprio danaro avea acquistata quella città al

fratello. Ma Alessandro si scusò colla necessità, assicurando il

conte della sua non interrotta fedeltà ed amore: in segno di che mandò

Bianca Visconte di lui moglie ad Urbino, contuttochè se gli opponesse

non poco il cardinale. Fu ridotto in questi tempi così alle strette

il conte Francesco Sforza, che si vide forzato a ritirarsi fino alle

mura d'Urbino, mancandogli forze da poter fermare i progressi delle

armi pontificie e duchesche, che gran guasto davano a quel territorio,

e presero varie terre. Non contento _Filippo Maria_ duca di Milano

della guerra ch'egli facea nello Stato della Chiesa contra del conte

Francesco suo genero, si lasciò così trasportare dalla pazza passione,

che, credendo venuto il tempo di potergli anche togliere Cremona[2865],

quantunque città a lui ceduta con titolo di dote, si mise in punto per

eseguir questa impresa. Era ciò espressamente contro i capitoli della

pace fatta co' Veneziani e Fiorentini: non importa; sopra ogni altra

riflessione andava lo sregolato empito dell'odio suo. Però, messo

in piedi un esercito di cinque mila cavalli e mille fanti sotto il

comando di _Francesco Piccinino_ e di _Luigi del Verme_, lo spedì, sul

principio di maggio, contro Cremona, di cui _Orlando Pallavicino_ gli

avea fatto sperar l'acquisto per una segreta cloaca. Impiegò questa

gente alquanto tempo in prendere Soncino ed altre terre del Cremonese:

nel qual mentre i Veneziani, veduta rotta la pace dal non mai quieto

duca, ebbero tempo di potere spignere qualche soccorso d'armati in

Cremona. Arrivato colà il Piccinino, vi trovò, più di quel che credeva,

gente disposta alla difesa; laonde si accampò intorno ad essa città,

sperando di costringerla colla fame alla resa. In questo tempo i

Veneziani, giacchè con un'ambasciata non aveano potuto rimuovere il

duca da questo disegno, ordinarono a _Michele Attendolo_ da Cotignola,

lor generale, di mettere insieme tutta l'armata, e di marciar contro

ai ducheschi. Avea inoltre spedito il duca, per voglia di togliere

anche Pontremoli al conte suo genero, _Luigi da San Severino_ e _Pietro

Maria Rossi_; ma altro non poterono far questi, che mettere a sacco il

paese, perchè i Fiorentini, coll'inviare per tempo a quella terra un

rinforzo di milizie, la salvarono. Ridotto a tali termini stava intanto

il _conte Francesco_ nel territorio d'Urbino, quando avvenne novità che

il fece assai respirare.

_Guglielmo_ fratello di _Giovanni marchese_ di Monferrato dimorava

in Castelfranco del Bolognese con _Alberto Pio da Carpi_, e con una

brigata di quattrocento cavalli e di cento fanti in servigio del

duca di Milano[2866]. Perchè passavano fra lui e _Carlo Gonzaga_

de' disgusti a motivo di precedenza, si lasciò egli guadagnare

dalle proferte di più lucrosa condotta che gli fecero i Veneziani

e Bolognesi, e se l'intese con _Taddeo marchese_ e con _Tiberio

Brandolino_ capitani de' primi. Perciò nella notte del dì 5 di luglio

diede la tenuta di Castelfranco ai Bolognesi, ed unito con essi e

co' Veneziani nel dì seguente cavalcò a San Giovanni in Persiceto,

nella cui rocca egli teneva presidio, mentre nella terra alloggiava

Carlo da Gonzaga con un grosso corpo di gente duchesca. Venuto

alle mani con esso Gonzaga, lo sconfisse, e mise a saccomano tutta

quella gente di armi, e prese anche la terra: per la qual vittoria

tornarono poco appresso all'ubbidienza di Bologna quasi tutte le

altre castella e terre di quel distretto. Parimente avvenne che i

Fiorentini fecero largo partito a _Taliano Furlano_ generale del duca

di Milano contra di Francesco Sforza, offerendogli il generalato

dell'esercito loro[2867]. Fosse accidente, o un tiro malizioso di

essi Fiorentini, si riseppe il trattato, nè ci volle di più, perchè

Taliano, d'ordine del duca e del cardinale legato, fosse preso nel

mese d'agosto, e condotto a Rocca Contrada, dove gli fu recisa la

testa. Pel medesimo motivo ebbe dipoi mozzato il capo anche _Jacopo da

Gaibana_, altro condottiere d'armi. Nacquero forti sospetti al duca di

Milano che anche _Bartolomeo Coleone_ suo condottier d'armi tenesse

delle intelligenze co' Veneziani; e furono questi cagione ch'egli

venisse preso ed inviato nelle carceri di Monza. Sì fatti accidenti

sconcertarono alquanto i felici andamenti dell'armata pontificia e

duchesca, la quale intanto faceva alla peggio nel territorio d'Urbino.

Unironsi poi colla armata veneta le genti d'armi di _Taddeo marchese

d'Este_, di _Tiberto Brandolino_ e di _Guglielmo_ di Monferrato[2868];

ed allora fu che _Michele_ da Cotignola generale dei Veneziani marciò

contro l'armata duchesca accampala intorno a Cremona. Fece questo

esercito non solamente ritornar molte terre alla divozione del conte

Francesco, ma anche ritirare _Francesco Piccinino_ dall'assedio di

Cremona, con portarsi a Casalmaggiore, dove fece fabbricare un Ponte

sul Po per aver viveri e strame dal Parmigiano. Era ivi nel fiume un

mezzano ossia un'isola, dove la di lui armata si stese, e fortificossi

con bastioni e bombarde. Ora Micheletto Attendolo colle sue genti

arrivò colà con pensiero di dar loro la mala Pasqua. Il Simonetta

scrive che ciò avvenne _tertio kalendas octobris_, cioè nel dì 29

di settembre. L'autore degli Annali di Forlì[2869], nel dì primo di

ottobre. Ma Cristoforo da Soldo[2870] e le Croniche di Rimini[2871]

e di Bologna[2872], e il Rivalta negli Annali di Piacenza[2873] ci

danno quel fatto di armi nel dì 28 di settembre. Non potendo le genti

venete penetrare i trincieramenti fatti alla testa del ponte, trovarono

per avventura non essere tanto alta l'acqua del Po, che non potessero

arrivare al mezzano suddetto, dove, come in una città, si erano fatti

forti i ducheschi. A quella volta dunque animosamente s'inviò la

cavalleria veneta con fanti in groppa per l'acqua che arrivava sino

alle selle dei cavalli, ed attaccarono la mischia con tal bravura,

che misero in poco d'ora i nemici in iscompiglio. Se ne fuggirono i

capitani ducheschi di là dal Po; ma perchè non v'era se non il ponte,

per cui potesse salvarsi la sconfitta gente, e questo ancora, per paura

d'essere inseguiti, fu rotto d'ordine di essi capitani; però la maggior

parte di que' soldati rimase prigioniera colla perdita di tutto il

bagaglio, munizioni e carriaggi, che fu d'immenso valore. Scrive Marino

Sanuto[2874] che in sua parte toccarono a Micheletto generale cavalli

ottocento, a Guglielmo di Monferrato cento, a Taddeo marchese secento,

a Gentile figliuolo di Gattamelata ottocento, a Tiberio Brandolino

quattrocento, a Guido Rangone quattrocento, a Cristoforo da Tolentino

e ad altri altra parte, di maniera che più di quattro mila cavalli

vennero alle lor mani. Gran festa si fece per così segnalata vittoria

in Venezia e per tutte le terre della repubblica.

Or questa gran percossa fece rientrare in sè stesso il poco saggio

duca di Milano, che nel dì 5 d'ottobre spedì per un suo messo segreta

lettera alla repubblica veneta chiedendo pace, ed esibendosi pronto

a cedere tutto quanto egli avea preso nel Cremonese colla giunta di

Crema. Tardò poco a comprendere, essere bensì in mano d'ognuno il

cominciare una guerra, ma non essere poi così il finirla. I Veneziani,

che avevano il vento in poppa, e ben conosceano la debolezza, a cui

era ridotto il duca, sprezzata ogni proposizione d'accordo, ordinarono

al loro generale di proseguire innanzi. Pertanto egli, dopo aver

ricuperato Soncino, Caravaggio e tutte le castella del Cremonese,

passò il fiume Adda, e ruppe di nuovo nel dì 6 di novembre[2875]

le milizie del duca, che gli si vollero opporre, con prendere circa

secento cavalli, e far prigioni circa mille e ducento fanti. Corse

dipoi sul Milanese, saccomanando il paese; ebbe Cassano colla rocca,

e mirabilmente fortificò quella terra; finalmente andò a quartiere

di inverno. Se stesse bene allora lo sconsigliato duca, non occorre

ch'io ne avvisi il lettore. Dacchè egli ebbe la fiera sconfitta

di Casalmaggiore, spedì al _papa_ e al re _Alfonso_ le più calde

preghiere per ottener soccorso. Cominciò ancora con più e più lettere

a pregare il prima tanto odiato e perseguitato suo genero, cioè il

conte _Francesco Sforza_, acciocchè non l'abbandonasse in sì pericolosa

congiuntura. Era sul principio d'ottobre arrivato ad esso conte un

buon rinforzo di milizie, a lui inviate da' Fiorentini, e ciò bastò

a farlo uscire in campagna contro le genti pontificie comandate

da _Lodovico cardinale_ e patriarca. Ma, non potendo mai tirarle a

battaglia, imprese lo assedio di Gradara in quel di Pesaro, terra forte

occupata già da _Sigismondo_ signore di Rimini. Nello stesso tempo

_Alessandro Sforza_ signor di Pesaro, per opera di _Federigo conte_

d'Urbino, rimesso in grazia del conte Francesco suo fratello, voltata

casacca, ripigliò le armi contra di Sigismondo e de' pontifizii. Per

mancanza di polvere da fuoco non potè il conte insignorirsi di Gradara;

e perchè niun soccorso di danaro gli veniva con tutte le sue istanze

nè da Venezia nè da Firenze, si ritirò in fine a Pesaro a dar riposo

alle sue troppo stanche genti. Intanto _papa Eugenio_, il _re Alfonso_

e _Sigismondo Malatesta_, avendo consentito il conte ad una tregua

(per cui entrarono in grande sospetto di lui i Veneziani), spedirono

circa quattromila cavalli in aiuto del duca di Milano nel mese di

dicembre. _Cesare da Martinengo_, uno dei caporali di questa gente

posta a svernare sul Parmigiano[2876], abbagliato dalla fortuna de'

Veneziani, passò dipoi nel febbraio susseguente, se non prima, colle

sue schiere al loro servigio. Altrettanto fece colle sue anche _Rinaldo

da Montalbotto_.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 196 / 216 题