NOTE:

[2803] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.

[2804] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2805] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2806] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic.

[2807] Giornal. Napol., tom. 22 Rer. Ital. Istor. Napoletana, tom. 23

Rer. Ital. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2808] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2809] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.

[2810] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2811] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[2812] Poggius, Hist., lib. 6.

[2813] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.

[2814] Blondus, Dec. IV, lib. 1.

[2815] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2816] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.

[2817] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2818] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.

Anno di CRISTO MCCCCXLIII. Indiz. VI.

EUGENIO IV papa 13.

FEDERIGO III re de' Romani 4.

Perchè _papa Eugenio_ avea trasferito a Roma il concilio, ed inoltre

perchè colla fervente voglia di riacquistare la marca d'Ancona,

conoscea che non potea andare d'accordo co' Fiorentini, impegnati in

favore del conte _Francesco Sforza_, determinò di lasciar Firenze per

passare a Roma[2819]. Misesi dunque in viaggio nel dì 7 di marzo,

e giunse nel dì seguente a Siena, dove immensi onori ricevette da

quel popolo. Fermossi in quella città sino al dì 5 di settembre,

nel qual tempo venne a tributargli il suo ossequio Niccolò Piccinino

gonfaloniere della Chiesa, a cui fu fatto un magnifico incontro. Stando

quivi Eugenio, cominciò (seppure non avea cominciato molto prima)

a tener pratica di pace e di lega col _re Alfonso_, per valersi del

braccio di lui a cacciar dalla Marca Francesco Sforza. Era Alfonso

esperto trafficante ne' suoi politici affari. Nel medesimo tempo avea

tenuto trattato col conte Francesco e col Piccinino suo avversario,

e finalmente conchiuse con chi più vantaggio gli promettea, cioè col

Piccinino. Similmente, nel mentre che maneggiava concordia con papa

Eugenio, facea di grandi esibizioni all'_antipapa Felice_, ossia ad

Amedeo, e al concilio di Costanza, affin di ottenere l'investitura del

regno di Napoli per sè e per _don Ferdinando_ suo figliuol bastardo,

già dichiarato duca di Calabria. Molto ancora a lui prometteva sì di

privilegii come di danaro il suddetto Amedeo. Così facea finezze e

paura nello stesso tempo non meno al papa che all'antipapa. Finalmente

il pontefice Eugenio, dopo aver fatto il ritroso un pezzo, si acconciò

con Alfonso, e gli accordò tutto quanto egli seppe dimandare, purchè

egli impiegasse le forze sue per liberar la Marca dalle mani del conte

Francesco. Nel dì 14 di giugno da _Lodovico patriarca_ d'Aquileia e

cardinale furono sottoscritti a nome del papa gli articoli di quella

concordia, rapportati con altri atti dal Rinaldi[2820]. Partito poi da

Siena il papa, arrivò felicemente a Roma nel dì 28 di settembre[2821],

e nel dì 13 di ottobre diede principio nel Laterano al concilio.

_Guidantonio conte_ di Montefeltro e d'Urbino venne a morte nell'anno

presente nel dì 21 di febbraio, e gli succedette, secondo la Cronica di

Ferrara[2822], nel dominio il conte _Antonio_ suo figliuolo, oppure,

secondo gli Annali di Forlì[2823], _Taddeo_ parimente chiamato suo

figlio. _Oddo Antonio_ egli è appellato, e credo con più fondamento,

dall'Ammirati[2824] e da altri. Grande novità succedette quest'anno

in Bologna[2825]. Nel precedente era venuto in quella città _Francesco

Piccinino_ per governarla a nome di Niccolò suo padre. Essendo infermo,

si fece portare a castello San Giovanni, ed accompagnare da _Annibale

Bentivoglio_ e da _Gasparo_ ed _Achille dei Malvezzi_. Giunto là,

fece prendere questi tre nobili bolognesi, e mandò Annibale nella

rocca di Varano su quel di Parma, Achille nella rocca di Mompiano sul

Genovesato, e Gasparo nella rocca di Pellegrino nel Piacentino. Per

quante premure facessero i Bolognesi presso il duca di Milano e presso

Niccolò Piccinino per la liberazione di questi loro concittadini,

altro non ne riportarono che belle parole e promesse. Si mossero perciò

segretamente da Bologna due valorosi giovani, cioè _Galeazzo_ e _Taddeo

de' Marescotti_ con tre altri amici d'Annibale Bentivoglio per cercare

le vie di liberarlo. Giunti alla rocca di Varano, ebbero tal industria

e fortuna, che una notte scalarono il muro, e misero le mani addosso

al castellano e al suo famiglio; sicchè, entrati nella prigione,

e limati i ceppi di Annibale, poterono poi nella notte seguente

fuggirsene, menando seco il castellano, finchè furono in salvo. Vennero

a Spilamberto sul Modenese, dove dal _conte Gherardo Rangone_ ebbero

consiglio ed aiuto; e, mandato innanzi l'avviso della lor venuta nel dì

5 di giugno[2826], nella seguente notte furono dai loro amici tirati

su per le mura con delle corde. Poscia senza perdere tempo, raunati

i lor partigiani, e facendo sonare campana a martello a San Giacomo,

col popolo in armi corsero furiosamente al palazzo del pubblico, dove

abitava Francesco Piccinino, che indarno fece resistenza colle sue

genti d'armi. Entrarono nel palazzo, vi fu preso il medesimo Piccinino

colla sua brigata; e diedesi subito principio all'assedio del castello

di Galiera, che teneva in freno la città.

Accadde che in quel tempo passava il _conte Lodovico del Verme_ pel

Bolognese, incamminato alla volta della Marca con molta gente a cavallo

e a piedi, per unirsi a _Niccolò Piccinino_. Per questa novità egli si

fermò, ed unito con _Guidantonio de' Manfredi_ signor di Faenza, tenne

saldo, e presidiò molte castella del Bolognese, e cominciò guerra colla

città. Non tardarono i Bolognesi a spedir messi a Venezia e Firenze per

soccorso, e nel dì 6 di luglio fecero lega con quelle due repubbliche.

In loro aiuto furono spediti da Venezia il _conte Tiberto Brandolino_

da Forlì e il _conte Guido Rangone_ da Modena, valenti capitani di

questi tempi, con mille cavalli e ducento fanti. Anche i Fiorentini

v'inviarono _Simonetto da Castello di Piero_ con ottocento cavalli e

ducento pedoni. Nel dì 14 d'agosto venuto a Bologna l'avviso che il

conte Lodovico del Verme s'era levato dalla Riccardina per passare alla

Pieve e a San Giovanni con tre mila cavalli; _Annibale de' Bentivogli_,

messi in armi i Bolognesi, andò a trovarlo a Ponte Polledrano, e con

tal furia l'assalì, che, dopo breve combattimento, il mise in rotta.

Vi rimasero presi da due mila cavalli, undici capi di squadra e tutto

il carriaggio. La miglior arma che adoperarono il Verme e gli altri

capitani furono gli speroni. Per questa importante vittoria tornarono

alla divozion di Bologna tutte le terre e castella di quel distretto;

e nel dì 21 si rendè la cittadella di Galiera, a spianar la quale

immediatamente si accinse il popolo. Fu cambiato _Francesco Piccinino_

con _Gasparo_ ed _Achille Malvezzi_ condotti dalle rocche dove erano

prigioni. Così tornò in sua libertà la città di Bologna. Grandi poi

furono in questo anno le applicazioni del papa e del re Alfonso per

togliere la marca d'Ancona al _conte Francesco_[2827]. Era già entrato

esso re in Napoli su carro trionfale nel dì 26 di febbraio, precedendo

tutta la fiorita nobiltà di quel regno. Andato da lì a qualche

tempo _Niccolò Piccinino_ a Terracina, oppure a Gaeta, a trovarlo,

fu ricevuto con gran distinzione, ed onorato col cognome della casa

d'Aragona (avea già quello della casa de' Visconti), e con lui concertò

l'impresa della Marca. Aveva il conte Francesco presa e saccheggiata

Santa Natolia nel territorio di Camerino, e ricuperato Tolentino;

ed allorchè s'avvide del nembo che gli soprastava dalla parte del re

d'Aragona e di Napoli, cominciò a sollecitare gli aiuti de' Veneziani e

Fiorentini, che tardarono di troppo. Intanto il re, fatta da tutte le

parti gran massa di gente d'armi, venne nel mese d'agosto in persona

verso Norcia, ed andò ad unirsi con Niccolò Piccinino, il quale,

assediando la terra di Visso nell'Umbria, la costrinse alla resa. Se

vogliamo prestar fede agli Annali di Forlì[2828], ascendeva l'armata

del re e del Piccinino a trenta mila tra cavalli e fanti. Forze da

resistere a sì grosso torrente non avea il conte Francesco[2829]; però,

poste buone guarnigioni nelle piazze più importanti (cioè _Alessandro_

suo fratello in Fermo, _Giovanni_ altro suo fratello in Ascoli,

_Rinaldo Fogliano_ suo fratello uterino in Cività, _Pietro Brunoro_ in

Fabriano, _Fioravante da Perugia_ in Cingoli, _Giovanni da Tolentino_

suo genero in Osimo, _Troilo da Rossano_ in Jesi, e _Roberto da San

Severino_ in Rocca Contrada), si ritirò egli con parte del suo esercito

a Fano, città ben forte di _Sigismondo Malatesta_ suo genero, per quivi

aspettare i sospirati soccorsi de' collegati, coi quali potesse far

fronte, occorrendo ai nemici.

Ma volle la sua disavventura che, oltre a _Manno Barile_, il quale sul

principio di quest'anno l'avea abbandonato, anche altri suoi principali

condottieri di armi in sì grave congiuntura il tradissero. Entrato

dunque Alfonso col Piccinino nella Marca, ed inalberate le bandiere

della Chiesa, tosto si volsero alla di lui ubbidienza San Severino,

Matelica, Tolentino e Macerata. _Pietro Brunoro_ gli diede Fabriano, ed

acconciossi con lui[2830]. Altrettanto fece _Troilo_, benchè cognato

del conte Francesco, dandogli Jesi, e passando al suo servigio colle

sue truppe. Con ciò vennero meno al conte Francesco più di due mila dei

suoi cavalli, e molte schiere di fanteria, che andarono ad ingrossar

maggiormente l'esercito nemico. Poscia anche Cingoli si rendè ad

Alfonso, e il popolo d'Osimo, levato a rumore, ebbe forza di spogliare

_Giovanni da Tolentino_ ed _Antonio Trivulzio_ col presidio[2831].

Toscanella ed Acquapendente alzarono anch'esse le insegne della Chiesa.

In somma non passò gran tempo che tutta la Marca, a riserva di Fermo,

d'Ascoli e di Rocca Contrada, venne in potere del re e del Piccinino,

che ne prese il possesso a nome del papa. Sbrigato dalla Marca il re

Alfonso, nel dì 12 di settembre venne a mettere il campo alla città

di Fano, dove si trovava il _conte Francesco_ con gran gente; ma,

conosciuto che poco onore potea guadagnare sotto sì forte città,

nel dì 18 se ne tornò indietro, e portò le sue armi contro quella

di Fermo, alla cui difesa si trovava _Alessandro Sforza_ con buon

presidio. Fu in questa occasione che rimasero puniti dei lor tradimenti

_Pietro Brunoro_ e _Troilo_ cognato del conte Francesco[2832]. Furono

intercette, cioè fatte cadere in mano del re, lettere scritte loro

da esso Alessandro con ordine d'eseguire quanto era stato ordinato.

Confessa il Simonetta[2833], essere stato questo uno stratagemma del

medesimo conte Francesco, che scrisse al fratello di così operare,

per mettere in diffidenza presso il re que' due condottieri, dai

quali egli era stato tradito. E ne seguì l'effetto. Fu dunque

costantemente creduto che costoro con intelligenza del conte fossero

passati nella regale armata, per poi assassinare il re. E perciò il

re, messe in armi le sue truppe, li fece prendere amendue, e legati

gl'inviò a Napoli, e di là li mandò in una fortezza del regno di

Valenza, dove stettero per dieci anni. Secondo il Simonetta, furono

anche spogliate tutte le genti d'armi dei suddetti due; ma l'autore de'

Giornali Napoletani vuole che il re le prendesse tutte al suo soldo.

Nè è da tacere una curiosa particolarità, di cui non io, ma Cristoforo

da Costa negli Elogii delle donne illustri sarà mallevadore. Cioè che

Pietro Brunoro da Parma, trovata una fanciulla, per nome Bona, nativa

della Valtellina, di spirito non ordinario, seco la conduceva vestita

da uomo, con avvezzarla al mestier della guerra. Dappoichè Brunoro fu

messo prigione, ella andò a tutti i principi d'Italia e di Francia, e

ne portò lettere di raccomandazione al re Alfonso per la liberazione di

questo suo padrone, di maniera che egli uscì dalle carceri. Gli procurò

essa in oltre una condotta di milizie dai Veneziani coll'assegno

annuo di venti mila ducati; per li quali benefizii egli poi la sposò.

Militò ella finalmente col marito, fece di molte prodezze, e con esso

fu inviata contro i Turchi alla difesa di Negroponte. Quivi terminò i

suoi giorni Brunoro, ed ella, tornando in Italia nel 1466, per viaggio

ammalatasi, diede fine alla sua vita. Dopo avere il re Alfonso tentato

invano Ascoli, e preso Teramo e Civitella con altri luoghi, ch'erano

del conte Francesco, menò a quartiere le sue soldatesche nel regno di

Napoli.

Era intanto restato tra Pesaro e Rimini _Niccolò Piccinino_ insieme

con _Federigo conte_ d'Urbino, e con _Malatesta_ signor di Cesena, e

facea guerra or qua or là alle terre di Rimini, con ridursi in fine

a Monteloro. Intanto in soccorso del conte Francesco arrivarono il

_conte Guido Rangone, Simonetto, Taddeo marchese_ di Este ed altri

capitani con cavalleria e fanteria, spediti da' Veneziani e Fiorentini.

Con sì fatti rinforzi il valoroso conte, menando seco _Sigismondo

Malatesta_ signore di Rimini e genero suo (della cui fede si dubitò

non poco, allorchè il re Alfonso fu sotto a Fano), andò nel dì 8

di novembre insieme con _Alessandro_ suo fratello e con gli altri

capitani a trovare il _Piccinino_, e fu con lui alle mani, ancorchè il

vedesse postato in un sito assai difficile e vantaggioso. Per molte

ore durò l'atroce battaglia; e quantunque il Piccinino facesse delle

maraviglie, più ne fece il conte Francesco, con dargli una gran rotta,

prendere circa due mila cavalli, e tutto il ricchissimo bagaglio de'

nemici. Col favor della notte si salvò con pochi esso Piccinino a

Monte Ficardo, pieno di confusione e di dolore. Spese poi il conte

qualche tempo, per le importune istanze di Sigismondo Malatesta,

intorno a Pesaro, signoreggiato allora da _Galeazzo Malatesta_. Di

là passò nella Marca, dove trovò che il Piccinino avea rinforzato

di gente le principali città; e però, dopo aver ridotte alla sua

divozione alcune poche castella, se n'andò a Fermo, e quivi svernò con

parte delle sue milizie. Or mentre queste cose succedeano, e dacchè

vide _Filippo Maria_ duca di Milano che gli affari del genero suo,

cioè del conte Francesco, andavano alla peggio nella Marca, siccome

principe non mai fermo ne' suoi proponimenti, cominciò a pentirsi

delle sregolate o balorde sue risoluzioni, e a desiderare ch'egli

non perdesse il suo Stato. Perciò nel dì 8 di settembre spedì suoi

ambasciatori a Venezia[2834] per collegarsi con quella repubblica e

co' Fiorentini in favore del conte, e fece anche sapere al re Alfonso

di desistere dall'offenderlo. Si maravigliò forte il re di questa

inaspettata mutazion di volere del duca; inviò a lui ed anche a Venezia

ambasciatori; ma niuna grata risposta ne ricevette. Servirono questi

passi del duca, e il trattato di lega fra lui, Venezia e Firenze, a

fare[2835] ch'egli poi si ritirasse da Fano, e se ne tornasse nelle

sue contrade. Ed intanto nel dì 24 di settembre fu conchiusa la lega

suddetta in Venezia, in cui ancora entrò Sigismondo Malatesta signore

di Rimini. Elessero in quest'anno a dì 28 di gennaio[2836] i Genovesi

pacificamente per loro doge _Raffaello Adorno_, di famiglia altre volte

salita a quella dignità.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 193 / 216 题