[2785] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2786] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2787] Raynaldus, Annal. Eccles. Spondanus, in Annal. Eccles. Æneas
Sylvius, in Epist.
[2788] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[2789] Istoria di Napoli, tom. 23 Rer. Ital.
[2790] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.
[2791] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2792] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2793] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2794] Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2795] Simonetta, Vit. Francis. Sfortiae, tom. eod.
[2796] Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da
Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2797] Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15
Rer. Ital.
[2798] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[2799] Annales Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital. Platina, Istor. di
Mantova, lib. 5.
[2800] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 7. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer.
Ital.
[2801] Cronica di Rimini, tom. 20 Rer. Ital.
[2802] Chronic. Senense, tom. eod.
Anno di CRISTO MCCCCXLII. Indizione V.
EUGENIO IV papa 12.
FEDERIGO III re de' Romani 3.
Già si godeva buona quiete in Lombardia, e la guerra tutta s'era
ridotta nel regno di Napoli, dove la capitale, stretta d'assedio da
_Alfonso re d'Aragona_, era valorosamente, ma con gran disagio, difesa
dal _re Renato d'Angiò_ e dai Napoletani, che molto lo amavano[2803].
Essendo nulladimeno in grave tracollo gli affari di esso Renato,
questi nel verno non lasciò addietro preghiere e promesse al conte
_Francesco Sforza_ per condurlo nel regno alla propria difesa. E non
trovò in questo molte difficoltà, perchè il conte era amareggiato forte
a cagion dell'occupazione delle sue città già fatta dal re Alfonso
nel regno. Misesi dunque in punto colle maggiori forze ch'egli potò
raunare ed assoldare nei mesi del freddo, ed ebbe fra gli altri unito
a' suoi disegni _Sigismondo Pandolfo Malatesta_ signor di Rimini, e
genero suo per cagione di _Polissena_ sua figliuola con lui maritala
in quest'anno. Mandato innanzi _Giovanni_ suo fratello con parte
dell'esercito, gli diede ordine d'unirsi nel regno di Napoli con
_Antonio Caldora_, il quale già s'era partito dalla divozione del
re Alfonso. Poscia il conte nel principio di maggio[2804] imprese
il viaggio anche egli a quella volta col rimanente dell'esercito.
Ma mentre egli rivolgea i suoi passi e disegni contra d'un lontano
nemico, con bene strana scena trovò di averne un altro assai vicino,
a cui non avrebbe mai pensato. Per quanto attesta il Simonetta, dacchè
il _re Alfonso_ conobbe i preparamenti dello Sforza contra di lui, si
diede a tempestar con calde lettere _Filippo Maria_ duca di Milano,
acciocchè ritenesse il conte da quella spedizione. Da questo ancora si
può scorgere che irregolar testa fosse quella del duca. Non erano, per
così dire, quattro giorni che egli nel valoroso conte si era fatto un
genero, e come un figliuolo; eppure non tardò ad operar contra di lui
alla peggio, sia perchè gli dispiacesse di vederlo tuttavia protetto
da' Veneziani e Fiorentini, ed unito con loro, ovvero che si fosse
pentito di un accasamento fatto quasi per forza e suo malgrado. Però
questo sì instabile principe suscitò contra del conte _papa Eugenio_,
con rappresentargli d'essere venuto il tempo di ricuperar la Marca, e
con offerirgli anche le sue forze sotto il comando del _Piccinino_.
Infatti, fingendo egli di aver licenziato dal suo servigio Niccolò
Piccinino, questi nel dì 3 di marzo arrivò con molta gente d'armi a
Bologna[2805], città a lui sottoposta, facendo vista d'andarsene a
Perugia patria sua. Fu egli poi dichiarato gonfaloniere della Chiesa
romana da papa Eugenio[2806]; e giunto a Todi, posseduta allora dal
conte Francesco, con un trattato se ne impadronì. Questa novità fece
fermare il conte nella Marca, per accudire ai proprii interessi, e
prese con _Bianca_ sua moglie per sua residenza Jesi.
Mentre queste cose succedeano, Alfonso re d'Aragona, principe
di gran mente e sagacità, e di non minore fortuna, continuava
l'assedio della città di Napoli, con averla ridotta a gran penuria
di vettovaglie[2807]. Da due mastri muratori napoletani, che furono
presi, gli fu insegnata la maniera d'entrare in Napoli, cioè per quello
stesso acquedotto per cui tanti secoli prima _Belisario_ s'era nella
città medesima introdotto. Era esso strettissimo; il _re Renato_ vi
avea fatto mettere dei cancelli di ferro ed altri ripari, e fattavi
fare la guardia; ma non fu continuata quest'ultima cautela. Perciò
nel venerdì notte, vegnendo il sabbato, dì 2 di giugno, per quel
condotto sotterraneo il re Alfonso spinse, chi dice quaranta, e chi
più verisimilmente trecento o quattrocento de' suoi soldati entro la
città; e questi fino all'apparir del giorno si tennero nascosi in una
casa. Fatto giorno, ordinò il re che si desse un fiero assalto alle
mura di Napoli alla parte opposta: nel qual tempo i soldati entrati,
impossessatisi d'una porta, v'inalberarono la bandiera aragonese.
Nello stesso tempo que' di fuori cominciarono colle scale a salir
su per le mura; e quantunque il re Renato come un lione accorresse
e facesse molte prodezze per trattenere questo torrente, pure fu
in fine forzato a ritirarsi, per timore d'essere preso, in Castello
Nuovo. Entrati dunque gli Aragonesi, per quattro ore diedero il sacco
alla città, finchè arrivato anche Alfonso, mandò bando, pena la vita,
che desistessero dalle offese. Grandi carezze fece ai Napoletani,
e la città s'empiè in breve di vettovaglia. Giunsero in quel tempo
due navi genovesi[2808], che misero provvisioni in Castello Nuovo; e
sopra d'esse imbarcatosi il re Renato, se n'andò a Firenze a raccontar
le sue disavventure al papa, e a lamentarsi di lui, perchè avesse
impedito al conte Francesco il recargli aiuto. Fu consolato con una
bella investitura del regno di Napoli, che veramente venne a tempo
al suo bisogno; e però se ne tornò da lì a qualche tempo in Provenza,
assai chiarito della volubilità delle cose umane. Seppe ben prevalersi
della sua fortuna il re Alfonso. Da lì a pochi giorni si rendè il
castello di Capuana, e il Nuovo fu assediato. Nel dì 21 di giugno
marciò coll'esercito suo contro ad _Antonio Caldora_, il quale nel
dì 28, unito con _Giovanni Sforza_ fratello del conte, animosamente
andò ad attaccar battaglia col re. Se non era esso Caldora tradito
da' suoi, forse gli dava una mala giornata; ma restò sbaragliato e
preso. Secondo il Simonetta[2809], grave sospetto di tradimento diede
il medesimo Antonio. Poscia perchè egli rivelò al re le intelligenze
di molti signori del regno col conte Francesco, ebbe salva la vita, e
con quattro bicocche a lui concedute in Abbruzzo fu rimesso in libertà,
essendo passate le sue genti al servigio di Alfonso. Giovanni Sforza,
venuto colà con due mila cavalli, se ne tornò con soli quindici a
trovare il conte suo fratello nella Marca. Non finì l'anno che, a
riserva di Tropea e di Reggio di Calabria, tutto il regno venne alla
divozione del re Alfonso, principe liberale verso gli amici, clemente
verso i nemici, e che facea buona giustizia ad ognuno. Ebbe anche le
due fortezze di Castello Nuovo e castello Sant'Ermo, de' quali il re
Renato volle piuttosto fare mercato con Alfonso, che difenderli senza
frutto alcuno.
Il papa, stato in addietro sì saldo contra del re Alfonso, dacchè il
vide cotanto esaltato, cominciò ad addolcirsi con lui, e forse fin
d'allora si diede ad intavolar seco un segreto trattato per abbattere
il conte Francesco Sforza, e spogliarlo della marca d'Ancona[2810].
Non si ricordava egli più dei servigi a lui prestati da questo insigne
capitano di guerra, nè delle investiture a lui date, e confermate
nell'anno presente, non credendosi tenuto ad osservar patti stabiliti
in danno della Chiesa romana, dovendo valer solamente ciò che le è
di utile. Trovò che il conte avea prese alcune terre della stessa
Chiesa non comprese nella sua investitura. Era anche mal soddisfatto
di lui, e con ragione, se è vero ciò che porta Neri Capponi[2811];
perchè nella pace non gli avea fatto immediatamente restituir Bologna,
detenuta dal Piccinino, benchè ciò si dovesse effettuar solamente due
anni appresso. Ed intanto il Piccinino non era tenuto reo, anzi era
a' servigi del medesimo papa. Per attestato del Poggio[2812], avea
fatto lo Sforza il suo dovere per fargli restituire Bologna, ma il
duca non volle. Pubblicò dunque il papa sul principio di agosto una
bolla contra di _Francesco Sforza_, dichiarandolo privato del grado di
gonfalonier della Chiesa, ribello e nemico. Dispiacque ciò forte ai
Fiorentini e Veneziani, che proteggevano il conte, e i primi diedero
anche ordine a _Bernardo de Medici_ di metter pace fra esso conte e
il Piccinino[2813]: il che si effettuò, con essersi veduti insieme
ed abbracciati di nuovo questi due valorosi guerrieri. Ma che? non
passò molto che il Piccinino occupò al conte la terra ossia città di
Tolentino, e tornò alle ostilità. Il Medici di nuovo s'interpose, e
racconciò gli affari; ma per poco tempo, perchè appena lo Sforza si
fu mosso per passare nel regno contra del re Alfonso, con dare un
fiero sacco a Ripa Transona, che il Piccinino alle istanze dei legati
del papa gli tolse Gualdo, ed imprese dipoi l'assedio della città
d'Assisi. Alla difesa vi fu inviato dal conte con della fanteria
_Alessandro Sforza_ suo fratello, ma indarno[2814]. L'avventura o
disavventura stessa che dianzi provò Napoli, tornò a vedersi sotto
Assisi. Cioè per un acquedotto, insegnatogli da un frate, il Piccinino
una notte introdusse entro quella città un migliaio di fanti, colle
spalle de' quali anche il resto delle sue genti v'entrò nel dì 30
di novembre[2815]. Fu posta a sacco tutta l'infelice città, nè si
lasciò indietro iniquità che non fosse commessa, senza neppure portare
rispetto alcuno al venerabil tempio di San Francesco. Gran discredito
venne a Niccolò Piccinino per questa barbarie, aggiunta all'aver
due volte rotti i patti e giuramenti della pace fatta col conte.
Ne' medesimi tempi il re Alfonso finì di prendere tutte le terre
spettanti nel regno ad esso conte, e furono, secondo l'asserzione del
Simonetta[2816], Ariano, Manfredonia, Troia e Monte Sant'Angelo. Mandò
bensì il conte Francesco uno de' suoi primi uffiziali, cioè _Troilo_,
al re, per trattar d'accordo; ma Alfonso l'andò menando a spasso con
belle parole, senza mai voler conchiudere cosa alcuna; anzi indusse
con vantaggiose promesse Troilo stesso ad abbandonare il servigio del
conte: il che, siccome vedremo, fu eseguito a suo tempo. Intanto, se
crediamo al Sanuto[2817], nel dì 16 d'ottobre fu conchiusa una lega fra
esso re Alfonso, il duca di Milano e Niccolò Piccinino contro la lega
de' Veneziani, Fiorentini e conte Francesco. Fin qui avea _Tommaso da
Campofregoso_ doge di Genova lodevolmente governata quella città[2818];
ma essendo mancato di vita in quest'anno _Batista_ suo fratello, ch'era
il suo principale appoggio, ed avendo i Genovesi per loro nemici il re
Alfonso e il duca di Milano, si manipolò una congiura contra di questo
doge. _Gian Antonio del Fiesco_, che n'era il capo, entrò nella città
con una frotta d'armati nella notte precedente al dì 18 di dicembre, e
mosse a rumore il popolo. Fatto giorno, perchè Tommaso non si sentiva
voglia di cedere, fu dato l'assalto al palazzo ducale, in maniera
ch'esso doge si rifugiò nella torre dello Orologio, e si diede poscia
a Raffaello Adorno. Furono creati gli anziani e capitani del popolo pel
governo della città, la quale tornò ben tosto alla quiete primiera.