NOTE:

[2665] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2666] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2667] Sanuto, Istor. Ven., tom. eod.

[2668] Corio, Istoria di Milano.

[2669] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.

Ital.

[2670] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.

[2671] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital.

[2672] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2673] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[2674] Corio, Istoria di Milano.

[2675] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.

[2676] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2677] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2678] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[2679] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 20.

[2680] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2681] Bonincontrus, Annal., tom. eod.

[2682] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Annales Foroliv., tom. 22

Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXXIV. Indiz. XII.

EUGENIO IV papa 4.

SIGISMONDO imperadore 2.

Crebbero in quest'anno gli affanni di _papa Eugenio_[2683]. Dall'un

canto l'affliggevano i Padri del concilio di Basilea, che insuperbiti

faceano di mani e di piedi per abbassare l'autorità del papa, e far

conoscere superiore ad essa quella del concilio generale. Andò tanto

innanzi la briga, che Eugenio, colla mira di schivare uno scisma,

contro sua voglia cedette ad alcune pretensioni di quei Padri: il

che diede poi motivi a molte dispute fra i teologi. Dall'altra parte

cresceva la persecuzione fatta agli Stati della Chiesa dal conte

_Francesco Sforza_[2684]. Coll'acquisto della Marca avea questi

rallegrata non poco ed accresciuta la sua armata, e però durante

il verno passò nell'Umbria, con occupar Todi, Amelia, Toscanella,

Otricoli, Mogliano, Soriano ed altre terre. Atterrito da questo fiero

temporale il papa, altro mezzo non seppe trovare per quetarlo, che

quello di trattare un accordo[2685]. Spedì pertanto allo Sforza il suo

segretario _Biondo da Forlì_, storico rinomato; e la conchiusione del

trattato fu, che Eugenio concedette al conte Francesco in vicariato,

sua vita natural durante, la marca d'Ancona, nel dì 25 di marzo; e per

maggiormente impegnarlo alla propria difesa, il creò gonfaloniere della

Chiesa romana. Si accinse in fatti lo Sforza a sostenere gl'interessi

del papa; e perchè _Niccolò Fortebraccio_ tenea stretta Roma, inviò

due mila cavalli sotto il comando di _Lorenzo Attendolo_ e di _Leone

Sforza_ suo proprio fratello in soccorso a _Micheletto Attendolo_,

generale in questi tempi del papa. Andarono queste genti all'assedio di

Tivoli, dove s'era fortificato il Fortebraccio, il quale da lì a non

molto attaccò una battaglia, e n'ebbe la peggio. Portossi lo stesso

conte Francesco all'assedio di Montefiascone, e l'avrebbe astretto

alla resa, qualora _Filippo Maria Visconte_ non avesse imbrogliate le

scritture. S'ebbe questi forte a male che il conte Francesco avesse

abbracciato contro la sua mente il partito del papa. Per quanto dunque

fu creduto, ricorse ad un altro ripiego a fin di salvare le apparenze,

e di far del male, secondochè sospirava, all'odiato pontefice. Cioè

operò che i Perugini, ossia che avessero, oppure che fingessero d'aver

paura del conte Francesco Sforza, chiamassero in loro aiuto _Niccolò

Piccinino_ lor concittadino[2686], il quale, mostrando di voler

trasferirsi per bisogno di sua sanità ai bagni di Petriuolo, ottenne

da' Fiorentini il passaggio di secento cavalli, ed altri cinquecento

ne fece marciare per la Romagna. Giunto che fu il Piccinino, correndo

il mese di maggio, in quelle parti, arrestò i disegni dello Sforza, e

cominciò a camminar d'intelligenza con Niccolò Fortebraccio, il quale,

ricevuto un rinforzo di gente da Viterbo, più che mai si diede ad

inquietare ed angustiare i Romani. Ordiva egli nello stesso tempo delle

trame co' Ghibellini di quell'augusta città, di modo che, sollevatosi

il popolo romano nel dì 29 del mese suddetto, ed attizzato spezialmente

da' Colonnesi[2687], andò furiosamente a lamentarsi al papa delle

vessazioni che lor conveniva di sofferire pel suo mal governo, e a far

istanza che egli concedesse loro il reggimento temporale della città.

Tanto il duca di Milano, quanto il concilio di Basilea fu creduto che

segretamente soffiassero in questo fuoco. Andò tanto innanzi l'ardire

de' Romani, che non solamente fecero prigione _Francesco Condolmieri

cardinale_, e nipote d'esso papa, ma anche misero le guardie al palazzo

del pontefice medesimo, abitante allora a' Santi Apostoli, ritenendolo

anch'esso come prigioniere[2688]. Ebbe la fortuna papa Eugenio nel dì

18 di maggio di potersene fuggire travestito con due soli compagni da

monaco Benedettino, ossia de' minori osservanti, e di potersi imbarcare

in uno schifo, oppur brigantino. Accortisi di sua fuga i Romani, il

perseguitarono e balestrarono molto per le rive del Tevere; ma volle

Dio che sano e salvo egli pervenisse ad una galea che l'aspettava in

mare di là da Ostia[2689]. Adagiatosi in essa pervenne egli nel dì 12

di giugno a Livorno, da dove passò poi a Firenze nel dì 25, accolto con

grande onore da quel popolo.

Restò dunque Roma in potere di _Niccolò Fortebraccio_, ma con poco

gusto di que' cittadini[2690]; imperocchè dall'una parte _Micheletto_ e

_Lorenzo_ da Cotignola con _Leone Sforza_, e dall'altra il castellano

di Sant'Angelo li tormentarono sì fattamente con saccheggi e morti,

che cominciarono dopo alcun mese a desiderare e a parlar d'accordo.

Pertanto nel dì 26 d'ottobre _Giovanni de' Vitelleschi_ Vescovo di

Recanati e il vescovo di Turpia[2691] ripigliarono, di consenso de'

Romani, il possesso e dominio di Roma a nome del papa. Furono assai

vicine in questi tempi l'armata del conte _Francesco Sforza_ unito

con _Micheletto Attendolo_ dall'una parte, e dall'altra quella di

_Niccolò Piccinino_ congiunto con _Niccolò Fortebraccio_, a venire

alle mani fra loro[2692]; e succederono anche molti movimenti delle

lor armi; ma, interpostisi gli ambasciatori del duca di Milano, seguì

fra loro una specie di concordia, per cui si obbligò il Piccinino di

non impacciarsi nelle cose di Roma. Mentre da quella parte erano sotto

il peso dell'armi gli Stati della Chiesa, si accese un altro incendio

in Romagna[2693]. Nel dì 21 di gennaio, essendosi sollevato il popolo

minuto d'Imola, tolse quella città alle genti del papa, e chiamò colà

le milizie del duca di Milano, che stanziavano a Lugo: il che diede

motivo a _Guidantonio dei Manfredi_ signor di Faenza di far guerra a

quella città, e di occupar quasi tutte le castella del di lei contado.

Per questa novità non meno i Veneziani che i Fiorentini, spinti

massimamente dalle istanze del papa, strepitarono forte, lamentandosi

che l'incontentabil duca di Milano avea chiaramente contravvenuto

ai capitoli dell'ultima pace. E perchè anche in Bologna vi erano dei

cattivi umori per cagion della fazione allora dominante dei Canedoli,

spedirono i Veneziani sul territorio bolognese _Gattamelata_ lor

capitano con mille lancie, acciocchè tenesse l'occhio addosso a

Bologna, intendendosi col governatore di quella città, che era allora

il vescovo d'Avignone. Gattamelata senz'altre cerimonie s'impadronì

di Castelfranco, di Manzolino e della rocca di San Giovanni in

Persiceto; ed, essendo capitato nel dì 13 di giugno ad essa terra di

San Giovanni Gasparo fratello di Batista da Canedolo con cinquecento

cavalli, venendo dai servigi della repubblica veneta, il Gattamelata

il fece prigione con tutta quella gente. Si sollevarono per questo

i Canedoli in Bologna; e, dopo aver preso il governator pontifizio,

introdussero in città ducento cavalli del duca di Milano. Trattossi

poi d'accordo cogli ambasciatori del papa; ma perchè non fu rilasciato

Gasparo di Canedolo, non ebbe effetto il trattato. Intanto nuova gente

venne da Venezia a Gattamelata sul Bolognese e in Romagna, che occupò

Castel Bolognese, Castello San Pietro ed altri luoghi. I Fiorentini vi

spedirono anch'essi _Niccolò da Tolentino_ colle lor soldatesche; e nel

medesimo tempo il duca di Milano, oltre all'avervi inviata gente dal

canto suo, richiamò anche _Niccolò Piccinino_ colle sue squadre dalle

terre del Patrimonio[2694]. Venne il Piccinino a postarsi ad Imola,

e dopo varii piccioli fatti, nel dì 28 di agosto, siccome capitano

accortissimo e maestro di guerra, avendo con falsi assalti tirata

di qua da un ponte fra Imola a Castel Bolognese parte dell'esercito

collegato de' Veneziani co' capitani stessi; e fatto da' suoi occupare

quel medesimo ponte, non durò gran fatica a sbaragliar questo corpo.

Dopo di che marciò di là dal ponte, e sconfisse il resto dell'armata

nemica. Segnalatissima fu questa vittoria, minutamente descritta

dall'Ammirati[2695], perchè il campo dei Veneziani e Fiorentini era

composto di sei mila cavalli e tre mila fanti; e, secondo la Cronica

di Bologna[2696], fu creduto che appena ne scampassero mille cavalli,

restando gli altri prigionieri; e fra questi ultimi si contarono[2697]

lo stesso Niccolò da Tolentino generale de' Fiorentini, che morì poi, o

fu fatto morire, _Pietro Gian Paolo degli Orsini, Astorre de' Manfredi_

di Faenza, _Cesare da Martinengo_, ed altri condottieri d'armi. Ebbero

la fortuna di salvarsi _Gattamelata, Guidantonio de' Manfredi_ signor

di Faenza e _Taddeo marchese_. Spese poscia il Piccinino i due seguenti

mesi in liberar da' nemici varie castella del Bolognese.

In Firenze nel dì 26 di settembre gran tumulto fece quel popolo[2698],

e fu richiamato dall'esilio _Cosimo de Medici_ con altri confinati. E

perocchè la rotta data dal Piccinino in Romagna avea di molto esaltato

il duca di Milano[2699], i Fiorentini cercarono di condurre al servigio

loro e della lega il conte _Francesco Sforza_, già divenuto marchese

della marca d'Ancona. Questi si trovava allora di stanza a Todi, e,

quantunque gli stessero davanti agli occhi i vantaggi che sperava dal

duca di Milano coll'accasamento di _Bianca_ di lui figliuola, pure,

considerando che il Piccinino gli andava avanti nella grazia del duca,

e che a lui, e non a sè, verrebbe raccomandato il comando dell'armata,

antepose all'incertezza delle speranze dell'avvenire la certezza

dei presenti vantaggi: e tanto più perchè gli premeva di conservare

l'acquistato dominio della Marca, di tenersi amico il papa co'

Fiorentini, e di conservare il grado di gonfalonier della Chiesa[2700].

Pertanto si acconciò al servigio loro con ottocento cavalli e

cinquecento fanti. Il Simonetta[2701] parla di tre mila cavalli e di

mille fanti, e che ad esso conte Francesco fu promesso il generalato

dell'armata de' collegati. Da molto tempo signoreggiava la famiglia de'

_Varani_ in Camerino. Per opera di _Giovanni de Vitelleschi_ da Corneto

vescovo di Recanati, e poi patriarca d'Alessandria, personaggio che per

la sua superbia e crudeltà sfregiò di molto il pastorale e la mitra,

fu ucciso _Giovanni Varano_ da due suoi fratelli, e a _Pietro Gentile_

altro lor fratello dallo stesso Vitellesco tolta fu la vita. Non passò

molto che i due fratelli uccisori, cioè _Gentile Pandolfo e Berardo_,

furono trucidati dal popolo di Camerino: con che i Varani perderono

quella signoria, e i Camerinesi si fecero tributarii del conte

_Francesco Sforza_ con permissione di governarsi colle loro leggi.

V'ha chi mette questo fatto sotto il precedente anno. Per alcun tempo

avea _Amedeo VIII_ duca primo di Savoia e principe di Piemonte[2702]

gloriosamente e saviamente governati i suoi Stati, quand'ecco che nel

novembre dell'anno presente, dato un calcio alle grandezze terrene,

e rinunziato il governo ai due suoi figliuoli _Luigi_ e _Filippo_, si

ritirò in un romitaggio a Ripaglia presso il lago di Ginevra, ed ivi

istituì l'ordine di San Maurizio. Fra poco vedremo questo principe in

una positura ben diversa. Guerra intanto era nel regno di Napoli[2703].

Sovvertita la _regina Giovanna_ da' suoi consiglieri, cioè da gente

invidiosa del potere e delle ricchezze di _Gian Antonio Orsino_

principe di Taranto, ch'era allora il primo barone del regno, gli mosse

guerra. Il _re Lodovico d'Angiò_, dimorante allora in Calabria, per

ordine della regina menò contra di lui mille e cinquecento cavalli ed

altrettanti pedoni. Tre altri mila cavalli condusse a questa impresa

_Jacopo Caldora_, allora duca di Bari e signor dell'Abbruzzo; e la

regina vi mandò cinque altri mila cavalli. Contra di questo torrente

fece quanta difesa potè il principe di Taranto, aiutato da Gabriello

Orsino duca di Venosa suo fratello; pure passavano male i suoi affari,

ed era, dopo aver perduto alcune città, in pericolo di rimanere

spogliato di tutto, essendo anche stato assediato in Taranto. Ma

venuto il novembre, fu sorpreso da gagliarde febbri il re _Lodovico_,

ed, essendo passato al castello di Cosenza in Calabria, verso la metà

di quel mese passò a miglior vita: principe per le sue rare qualità

compianto da tutti, e spezialmente dalla regina, ben pentita d'averlo

trattato sì male per tanto tempo, con tenerlo lungi da sè. Aveva

egli sposata in questo o nel precedente anno _Margherita_ figliuola

del suddetto _Amedeo duca_ di Savoia, e sorella di _Maria duchessa_

di Milano, ed avea anche impiegata o gittata buona parte della dote

nella spedizione suddetta[2704]. Divenne poi questa principessa in

seconde nozze moglie di _Lodovico duca_ di Baviera, conte palatino

del Reno. Per la morte di questo principe, e perchè _Jacopo Caldora_,

sazio sino alla gola di prede, s'era ritirato a Bari, respirò alquanto

il principe di Taranto; e con quelle poche genti che avea, uscito in

campagna nel verno, in meno d'un mese ricuperò tutte le terre perdute:

frutto massimamente delle sue amabili maniere, e della sua onoratezza

e giustizia.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 184 / 216 题