NOTE:

[2562] Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.

[2563] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2564] Corio, Istor. di Milano.

[2565] Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.

[2566] Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 19. Billius, Hist., lib. 5,

tom. 19 Rer. Ital.

[2567] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye, tom. 1.

[2568] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2569] Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.

[2570] Poggius, Hist., tom. 20 Rer. Ital.

[2571] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2572] Billius, Histor., lib. 5, tom. 19 Rer. Ital.

[2573] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2574] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom.

eod.

[2575] Raynaldus, Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MCCCCXXVII. Indiz. V.

MARTINO V papa 11.

SIGISMONDO re de' Romani 18.

Nudriva ben _Filippo Maria Visconte_ duca di Milano le stesse idee

d'ingrandimento che ebbe _Gian-Galeazzo_ suo padre; ma non accoppiava

egli co' desiderii quella prudenza ed accortezza che in suo padre

si osservò. Tenea appresso di sè cattivi ministri,[2576] che non

gli permetteano di dar udienze, e gli faceano sapere solamente quel

tanto che lor piacea. Il peggio era, che, senza sapersi accomodare

ai rovesci della fortuna, andava continuamente macinando pensieri di

vendetta, cioè cercando le vie di rovinarsi sempre. Ancorchè egli sul

principio di quest'anno avesse confermati gli articoli della pace,

pure pien di sdegno ad altro non pensava che alla guerra. Ad assodarlo

in questo proponimento servì non poco la nobiltà di Milano, la quale,

mal sofferendo una pace sì svantaggiosa, fece delle esibizioni per

continuar la pugna, purchè il duca desse lor la balia di operare.

Accettò egli l'offerta, e volle che questa gli fosse mantenuta; ma non

mantenne già egli la condizione proposta: del che mormorò e si lagnò

forte quel popolo aggravato oltre misura dal duca, e disgustato dal

mal governo. Pertanto allorchè le potenze, collegate contra di lui, in

vigor della pace stabilita furono per ricevere la tenuta delle terre

ch'egli dovea dimettere nel Bresciano e nel Piemonte, si scoprì che

l'incostante duca avea mutato pensiero, nè volea mantenere i patti. Per

questa mancanza di fede i Veneziani e Fiorentini, tuttavia ben armati,

determinarono di ricominciar la guerra, nè il _cardinale Albergati_

legato della santa Sede, mediator d'essa pace, e personaggio di molta

santità, potè impedirlo; anzi, stomacato della leggerezza del duca,

si congedò da Venezia, e tornossene al suo vescovato di Bologna.

Ricominciossi dunque la guerra per Po, dove il senato veneto inviò

un'armata di ventisette galeoni e molti rediguardi[2577], incontro

alla quale anche il duca ne spedì un'altra di venti galeoni, tre

ganzare grandi incastellate e dodici rediguardi. Avendo questa flotta

duchesca ripigliate le Torricelle, s'accostò a Casal Maggiore, che

allora era in mano dei Veneziani; e venuto colà per terra _Angelo

dalla Pergola _insieme con _Niccolò Piccinino_ conducendo seco sette

mila cavalli ed otto mila fanti, nel dì 28 di marzo assediò la stessa

terra di Casal Maggiore. Se grandi furono le offese, non minor fu

la difesa. Tuttavia fu costretta la terra a rendersi. Passarono i

ducheschi sotto Brescello, occupato già dai Veneziani. Ma eccoti,

nel dì 21 di maggio, la flotta veneta comparire, ed attaccare colla

nemica una battaglia che fu ben aspra. Andò in fine rotta la flotta

e gente del duca[2578]. Dopo questa vittoria trovandosi le armate di

terra sul Bresciano[2579], nel dì dell'Ascensione succedette un altro

fiero fatto d'armi presso Gottolengo con isvantaggio dei Veneziani,

perchè vi restarono prigionieri circa mille e cinquecento persone. Nel

mese poi di luglio marciò il _Carmagnola_ sul Cremonese, minacciando

d'assedio quella città, di modo che lo stesso duca di Milano si portò

colà per animare i suoi ad ogni maggior resistenza. Secondo i conti

d'Andrea Biglia[2580] storico milanese di questi tempi, circa settanta

mila combattenti fra l'una parte e l'altra si videro allora sul

Cremonese, fra i quali più di venti mila cavalli: il che fa conoscere

come gagliarde fossero allora le forze dell'Italia, benchè a queste

armate non concorressero tanti altri principi italiani. Ora nel dì 12

di luglio, benchè l'esercito duchesco fosse sempre inferiore all'altro,

pur venne di nuovo alle mani, ma non generalmente coi nemici. Incerto

ne fu l'esito, essendovi restati tanto dall'una che dall'altra parte

assaissimi prigionieri, e scavalcato nella zuffa lo stesso Carmagnola,

il quale dopo il fatto si spinse addosso a Casal Maggiore, e fece

così ben giocare le artiglierie, che lo ricuperò con far prigione il

presidio.

Gran diversità intanto passava fra i due contrarii eserciti. In quello

del duca tutto era discordia, non volendo i capitani cedere l'uno

all'altro; e questi erano _Angelo dalla Pergola_, _Guido Torello_,

il conte _Francesco Sforza_ e _Niccolò Piccinino_. All'incontro

nell'armata veneta il _Carmagnola_ comandava a tutti, e sapea farsi

ubbidire non meno dal _signor di Faenza_, da _Giovanni da Varano_

signor di Camerino, da _Micheletto_ e _Lorenzo da Cotignola_ parenti

di Francesco Sforza, e da altri capitani, annoverati da Andrea

Redusio[2581], che dallo stesso _Gian-Francesco marchese_ di Mantova:

cosa di grande importanza nel mestier della guerra. Il perchè venne

il duca in determinazion di creare un capitan generale persona di

credito, sotto cui non isdegnassero di stare gli altri suoi condottieri

d'armi. Fu scelto per questo grado _Carlo Malatesta_, esperto, ma poco

fortunato, maestro di guerra. Venuto questi al campo, nulla fece di

riguardevole per più settimane, finchè, aggirato dagli stratagemmi del

Carmagnola, a Macalò nel dì 11 dì ottobre inaspettatamente fu assalito,

e trovato coll'esercito mal ordinato, e in parte disarmato (se è vero

ciò che hanno il Simonetta e il Corio, ma diversamente è narrato dal

Biglia e dal Redusio), fu astretto ad una giornata campale. Interamente

disfatti in essa rimasero i ducheschi colla prigionia di cinque mila

cavalli e d'attrettanti fanti, e colla perdita di tutto il bagaglio.

Lo stesso Carlo Malalesta si contò fra i prigionieri, ma ben trattato

dai nemici, perchè cognato del marchese di Mantova; perlochè non

andò esente da sospetti di perfidia. Ora questa terribil disgrazia,

e l'avere il duca nei medesimi tempi addosso verso il Vercellese

_Amedeo duca di Savoia_, e verso Alessandria _Gian Giacomo marchese_

di Monferrato, e nel Genovesato i fuorusciti, e nel Parmigiano

_Orlando Pallavicino_, tutti confederati ai danni di lui co' Veneziani

e Fiorentini, gli mise il cervello a partito, in guisa che ricorse

supplichevolmente per aiuto a _Sigismondo_ re de' Romani, e al papa per

la pace. Trovavasi allora la potente città di Milano sì ben provveduta

d'armaruoli, che, per attestato del Biglia[2582], due soli d'essi

presero a fornire in pochi giorni d'usbergo, celata e del resto delle

armi quattro mila cavalieri e due mila pedoni. E perciocchè era allora

in uso che, a riserva degli uomini di taglia, si mettevano in libertà i

prigionieri, dappoichè loro s'erano tolte armi e cavalli (benchè l'aver

ciò fatto il Carmagnola, gli pregiudicò non poco dipoi nell'animo dei

Veneziani); perciò il duca raunò tosto quanto bastava per impedire

il precipizio dei proprii affari. Seppe ben profittare intanto il

Carmagnola del calore della vittoria con prendere Monte Chiaro, gli

Orci, Pontoglio ed altre terre sino al numero di ottanta nel Bresciano

e Bergamasco.

In questi giorni il duca di Milano, per liberarsi dalle forze di

_Amedeo duca di Savoia_ collegato co' suoi nemici, comprò la pace da

lui con un trattato conchiuso in Torino nel dì 2 di dicembre dell'anno

corrente[2583], per cui il duca di Milano cedette all'altro la città di

Vercelli, e prese per moglie _Maria di Savoia_ figliuola del medesimo

duca. Non piaceva al _pontefice Martino_, molto meno a _Niccolò

marchese d'Este_ signor di Ferrara, che il duca di Milano precipitasse;

e però amendue si scaldarono per trattare di pace. Scelta fu per luogo

del congresso la città di Ferrara, dove, giunto il piissimo cardinale

di Santa Croce _Niccolò degli Albergati_, legato spedito dal papa, e

gli ambasciatori di tutte le potenze interessate in questa guerra, si

cominciò a trattare e si trattò per tutto il verno di pace. Nel mese

di settembre dell'anno presente, secondo gli Annali di Forlì[2584],

oppure nel dì 4 d'ottobre, secondo la Cronica di Rimini[2585],

giunse al fine di sua vita _Pandolfo Malatesta_ signore di Rimini,

personaggio rinomato per le sue imprese guerriere, e per essere stato

padrone di Brescia e Bergamo, per quanto abbiamo veduto di sopra. Non

lasciò figliuoli legittimi dopo di sè. Fecero guerra in questo anno i

Fiorentini al duca di Milano anche nel Genovesato per mezzo di _Tommaso

da Campofregoso_ signore di Sarzana, e dianzi doge di Genova[2586]. Nel

mese di agosto condusse questi la sua gente e i fuorusciti fin sotto

le mura di Genova; ma non andò molto che fu ributtato da' cittadini,

colla perdita delle scale e prigionia di molti. Nel dì 14 di dicembre

vi tornò egli con altro sforzo di gente; ma nel dì 28, uscito il popolo

di Genova, rimasero prigioniere quasi tutte le di lui schiere, ed egli

durò fatica a ritirarsi in salvo.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 177 / 216 题